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martedì 1 dicembre 2015

#SENZA_TAGLI / Presepi, Bataclan e leggi speciali: ma che Occidente difendiamo? (Stefano Feltri)

Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.

L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?

Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali. 

Parentesi: ci sono tanti sacerdoti che faticosamente cercano di spiegare che il Natale cristiano non è l’albero, il presepe, Babbo Natale e i regali, che cantare Tu scendi dalle stelle è un modo di dimostrare partecipazione a un evento che per chi crede è l’inizio della storia della salvezza. Le canzoni e le statuine non sono il Natale, ma solo una sua manifestazione esteriore, superficiale, irrilevante. Non capirlo significa indulgere all’idolatria cosa che, stando alla Bibbia, è un peccato piuttosto serio. Chiusa parentesi.

Poi ci sono i fatti: nella sua lettera ufficiale il preside Marco Parma spiega che “l’unico diniego che ho opposto riguarda la richiesta di due mamme che avrebbero voluto entrare a scuola nell’intervallo mensa per insegnare canti religiosi ai bambini cristiani: cosa che continuo a considerare inopportuna”. Due mamme invadenti respinte. E’ scontro di civiltà o buon senso?

In questo clima di ipersensibilità dopo la strage di Parigi è facile vedere fronti della guerra di civiltà ovunque, è un messaggio politicamente semplice quello di nascondere dietro un’azione difensiva – “proteggiamo il nostro Natale” – una propensione violenta, offensiva, di aggressione contro “quelli che ci vogliono togliere anche il Natale”. Quelli, cioè loro, i musulmani, gli arabi, i terroristi, l’Isis, non fa differenza. Quelli. E allora difendiamo il presepe, perché se cade quello, in un attimo ci troviamo nell’Eurabia partorita dal delirio di Oriana Fallaci.

Scambiare i valori dell’Occidente con le sue manifestazioni esteriori, però, non è tipico solo della destra più becera alla Matteo Salvini. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi quando si è affermata la cupa espressione della “generazione Bataclan”. Il sottinteso prevalente è che il Bataclan, cioè una sala concerti, riassume l’Europa di oggi: ragazzi di tutti i Paesi, che vogliono divertirsi, con spensieratezza. E che per questo diventano un bersaglio del nichilismo terrorista. Questa sintesi, però, porta a identificare i valori dell’Occidente con un mero edonismo di superficie, la libertà con la libertà di andare in discoteca, il superamento dei nazionalismi con l’uniformità consumistica e così via.

Parlare di “generazione Bataclan”, in fondo, implica abbracciare il punto di vista dei terroristi, che non vedono un Occidente ricco di valori ma molliccio, superficiale, che pensa soltanto a svagarsi mentre in altre parti del mondo si consumano drammi e lotte cruente. La “generazione Erasmus” era quella che traduceva l’Europa in studio, cosmopolitismo, amicizie, nell’inglese lingua franca. La “generazione Bataclan” si declina invece in una birra dopo l’altra.

I capi di governo non sono da meno: François Hollande ha colto l’occasione della strage per rivendicare flessibilità di bilancio con l’Unione europea, subito si è accodato anche Matteo Renzi per l’Italia, in Francia (ma anche in Belgio) sono partiti arresti dimostrativi, sono state sospese garanzie democratiche. In Italia, dopo una prima sana calma, si è passati ad annunci di intercettazioni sulle Playstation e chissà cos’altro. Per contrastare chi vuole distruggere il nostro stile di vita – che è la democrazia, l’habeas corpus, i diritti civili e non soltanto il calendario Pirelli, l’alcol libero e le droghe tollerate – scegliamo di picconarlo da soli. Inoculare virus serve a vaccinarsi contro le malattie. Ma non sempre le metafore biologiche funzionano in politica.

L’Occidente non è il presepe o Tu scendi dalle stelle, non è il Bataclan, non è la rinuncia alla libertà personale in nome della sicurezza. Siamo meglio di così. E’ ora di ricordarlo a noi stessi. E di dimostrarlo.

*** Stefano FELTRI, giornalista e saggista, Presepi, Bataclan, leggi speciali: ma che Occidente difendiamo?, blog 'ilfattoquotidiano.it', 30 novembre 2015, qui

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giovedì 26 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Crocefissi e presepi, a scuola contro il terrore? (Alex Corlazzoli)

C’è chi come il quotidiano La Nazione lancia l’iniziativa “Presepiamoci” in difesa dei nostri valori (dicono loro) e chi come, Ilaria Giorgetti, la presidente del quartiere “Santo Stefano” a Bologna chiede dopo i fatti di Parigi di esporre un crocifisso in ogni aula. E poi c’è chi nelle scuole di Travagliato (Brescia) invita i bambini a non portare doni in classe per Santa Lucia “per non turbare chi ha culture o religioni diverse” e ancora chi a Casazza (Bergamo) si preoccupa di far ascoltare “Adeste Fideles” ai suoi ragazzi scatenando i parlamentari leghisti pronti a fare interrogazioni su questa vicenda degna (a detta loro) di interessare un ministro della Repubblica italiana.

Siamo di fronte, in questi giorni di terrore, ad una vera e propria schizofrenia ideologica. Improvvisamente dobbiamo tutti riscoprire la nostra identità, prendere in mano il crocifisso e sbandierarlo ai quattro venti quasi fosse la nostra “arma” oppure al contrario spogliarci, forse per paura, forse per essere più a sinistra della Sinistra (che non c’è più) di ogni tradizione, di qualsiasi occasione in cui c’è di mezzo la parola “santità” per rispetto, per non urtare, per essere più corretti nei confronti di chi non la pensa come noi.

L’iniziativa del Quotidiano La Nazione è l’esempio più significativo di questa improvvisa voglia di valori: “Riscoprire e valorizzare le nostre origini. In un delicato momento – spiega QN – in cui l’Occidente tutto cerca in ogni modo di riappropiarsi della propria identità messa a repentaglio dalle ideologie estreme, La Nazione ha pensato di lanciare un messaggio forte, in particolare alle nuove generazioni”.

Ma a che serve un presepe una volta l’anno? Ma perché rispolverare il crocifisso proprio ora come fa la Giorgetti mettendo in scena un teatrino degno della politica italiana con il sindaco Virgilio Merola che risponde: “Identificare un popolo con una religione è una cosa che appartiene al Medioevo”.

Qui qualcuno sta giocando a strumentalizzare i nostri ragazzi senza accorgersi o facendo finta che in realtà della nostra identità, della nostra cultura sappiamo ben poco. Anzi diciamolo: non ci interessa. L’ha spiegato bene Alessandro Sortino di Tv2000 nel programma “Beato chi esce” dove è andato per strada a chiedere alla gente cosa conosceva del Vangelo. Alla domanda “Quando è nato Gesù?” qualcuno ha risposto “Avanti Cristo” o “Sicuramente è nato” o ancora “E’ nato a Natale ma è risuscitato a Pasqua e a Pasquetta è Santo Stefano”. Sortino ha dimostrato quanto sappiamo poco della nostra religione.

Il problema è proprio la nostra ignoranza. Non basta certo un presepe o un crocifisso a colmare il vuoto dei nostri valori. Il vero problema in Italia è il non sapere, la mancata conoscenza che la politica o chi fa politica attraverso altri canali cerca di raggirare con il simbolismo. Non è certo un crocefisso da togliere o da mettere che ci rende cristiani o meno. Nella mia classe preferisco non avere alcun simbolo religioso eppure quest’anno ho appeso un crocifisso: l’ho preso a Lampedusa, è fatto con i resti dei barconi finiti a fondo portando quegli uomini e quelle donne di ogni religione alla ricerca della salvezza. E quel crocifisso unisce chi è islamico, cristiano, buddista o ateo.

*** Alex CORLAZZOLI, maestro  giornalista, Crocefissi e presepi a scuola per combattere il terrore?, blog. ilfattoquotidiano.it', 25 novembre 2015, qui



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