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sabato 19 maggio 2018

#SENZA_TAGLI / Università, quando cede a pressioni politiche extra-costituzionali (Andrea Pertici)

Apprendo che l'Università di Verona ha annullato la "Giornata di studio" su "Richiedenti asilo. Orientamento sessuale e identità di genere" (vedi programma dei lavori qui).

Questo perché - si legge nella nota stampa - "L'Università non può prestarsi a strumentalizzazioni da parte di soggetti estranei al mondo scientifico che si scontrano su temi politicamente ed eticamente controversi come quelli delle migrazioni e dell'orientamento sessuale delle persone".

La notizia lascia davvero sgomenti. L'Università, infatti, deve rimanere il luogo della discussione scientifica, profonda e plurale, che si sviluppa nel confronto tra tesi differenti e che - come nel caso - si apre anche alla formazione del pubblico. Una formazione tanto più necessaria proprio su quei temi su cui si registrano continuamente disinformazione e arretratezza culturale. Proprio a questa purtroppo sembra si sia ceduto nel caso di specie, prendendo la direzione opposta a quella cui l'Università sarebbe tenuta, facendosi influenzare da prese di posizione politiche (*), alcune delle quali si pongono chiaramente al di fuori del perimetro costituzionale, alle quali dovrebbe rimanere impermeabile, facendosi carico esclusivamente del dibattito scientifico, come il programma risultava mirare a fare.

*** Andrea PERTICI, docente ordinario di diritto costituzionale all'università di Pisa, facebook, 18 maggio 2018, qui
(*) articolo di 'VeronaSera', 18 maggio 2018, qui

In Mixtura i contributi di Andrea Pertici qui
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martedì 16 gennaio 2018

#RITAGLI / Università, per l'Italia urge passare da 24% ad almeno 40% di laureati nella fascia 25-34 anni (Pietro Greco)

Che il diritto allo studio includa, ormai, anche la formazione universitaria sono in molti a dirlo, inclusa l’Unione Europea. Che, infatti, si è posta come obiettivo quello di raggiungere una quota minima di laureati del 40% tra i giovani nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni. La media europea sfiora già questo livello. Alcuni paesi la superano abbondantemente. In Giappone, in Canada, in Russia siamo ben oltre il 50%. In Corea del Sud, vero campione mondiale, siamo addirittura al 70%.

Ebbene, l’Italia con il suo modesto 24% è ultima sia in Europa sia tra i 40 paesi OCSE. Da ultimo ci hanno superato anche la Romania, la Bulgaria, la Turchia. ​Questo semplice dato ci dice che siamo fuori dalla società e dall’economia della conoscenza. Siamo un paese cognitivamente arretrato e, dunque, economicamente in declino. Non si può essere, infatti, competitivi nell’economia della conoscenza con un numero così basso di giovani culturalmente attrezzati.
​Se vogliamo recuperare il “gap cognitivo” abbiamo bisogno di più laureati. Abbiamo bisogno di passare in pochi anni dal 24 ad almeno il 40% con un titolo di studio di terzo livello tra i giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni.
È, questa del 40%, la quota minima per tutti. Tanto più per un paese, come l’Italia, che ha una specializzazione produttiva nel campo delle industrie a media e bassa tecnologia e dei servizi a medio e basso contenuto di conoscenza e che ha necessità di modificarla rapidamente questa sua specializzazione, se vuole interrompere il percorso di declino relativo (e a tratti anche assoluto) che dura da trent’anni.

*** Pietro GRECO, giornalista, Abolire le tasse universitarie: ma è solo un primo passo, 'strisciarossa', 14 gennaio 2018

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venerdì 18 marzo 2016

#LINK / Genitori, invadenti (Luca De Vito)

Essere presenti nella scelta dell'università dei figli o fare un passo indietro? È un dibattito serrato quello che si è aperto, in buona parte anche sui social network, dopo le parole del rettore del Politecnico Giovanni Azzone, che ha sottolineato la presenza, spesso invadente ed eccessiva, di mamme e papà agli open day universitari, ovvero quei momenti in cui le future matricole dovrebbero cercare di capire quali sono i percorsi di studio universitario più adatti a loro. 
Genitori, studenti e docenti hanno punti di vista diversi sulla questione. Poi c'è il parere degli psicologi: "Osserviamo questi casi da anni - dice Elisabetta Camussi, docente di Psicologia sociale e presidente della Rete dei Servizi di orientamento della Bicocca - Le caratteristiche e il vissuto dei genitori influenzano le scelte degli studenti. Stiamo cercando di valutare come questo loro intervenire condizioni il percorso accademico dei giovani". (...)

*** Luca DE VITO, giornalista, Milano, genitori invadenti all'università dei figli: l'allarme del rettore divide. "Ma è un diritto", 'la Repubblica', 17 marzo 2016

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giovedì 25 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Prof, valutiamolo (Margherita Fronte)

Nata per scherzo in più di un ateneo, l’abitudine di dare voti ai professori si è rivelata utile per perfezionare l’insegnamento, specie se i risultati sono resi pubblici.
Lo ha verificato l’Università Bicocca di Milano, che da tre anni mette on line i giudizi sui docenti inviati dagli studenti, invitando questi ultimi a esprimersi su efficacia della didattica, aspetti organizzativi del corso, soddisfazione complessiva.
«Nel tempo, abbiamo osservato un miglioramento significativo della qualità dell’insegnamento, forse dovuto alla responsabilizzazione, tipica delle organizzazioni fondati sulla trasparenza» dice Paolo Cherubini, prorettore vicario. È cresciuto anche il numero delle schede valutative (da circa 69 mila della prima rilevazione a oltre 138 mila) e il coinvolgimento di chi è sottoposto al voto. «Se all’inizio c’era qualche perplessità da parte dei colleghi, intimoriti dalla possibilità che le valutazioni fossero interpretate come una “gogna”, oggi sono loro stessi a far pressioni perché i dati siano pubblicati il più velocemente possibile».

*** Margherita FRONTE, giornalista, Essere votato (dagli studenti) rende il prof migliore, 'Io Donna', 20 febbraio 2016, qui

sabato 6 febbraio 2016

#LINK / Università, come la si distrugge (Guglielmo Forges Davanzati)

(...) È importante chiarire che, quantomeno nelle scienze umane e sociali (ma non solo), la valutazione della ricerca non è affatto neutra. Sul piano tecnico, essa viene realizzata attraverso l’uso di indicatori che segnalano il grado di diffusione di riviste scientifiche sulle quali hanno pubblicato i singoli docenti valutati. È del tutto evidente che, poiché le riviste più lette sono quelle che fanno riferimento al pensiero dominante, vengono premiati i ricercatori che si conformano a questo, ovvero che svolgono attività di ricerca lungo le linee di ricerca che prevalgono. L’incentivazione del conformismo è il più efficace dispositivo di annientamento della creatività individuale e, dunque, della possibilità di generare innovazioni radicali nella conoscenza scientifica: non innovazioni ‘incrementali’ rispetto al paradigma dominante. Con una metafora,. sarebbe come se una ragazza con i capelli biondi si sottoponesse a un concorso di bellezza nel quale si è già deciso che possono vincere solo ragazze con i capelli neri. 

*** Guglielmo FORGES DAVANZATI, economista, La distruzione dell’Università e le ragioni di chi si oppone, 'MicroMega on line', 29 gennaio 2016

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mercoledì 3 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Università, la politica non capisce (Domenico De Masi)

Ottanta anni fa, nel 1936, in Italia gli iscritti all’Università erano meno di centomila. Alla fine del Novecento erano 1.700.000; se ne laureavano 140.000 ogni anno e l’85% dei laureati era fuori corso. Nell’anno accademico 2014-15 si sono immatricolati 70.000 studenti in meno rispetto a dieci anni prima. L’Università di Catania, ad esempio, ha perso il 20% delle matricole. I media parlarono di fuga dall’università e ne attribuirono la causa al rifiuto dei giovani, senza rendersi conto che il calo dipendeva dai tagli finanziari e dal “numero chiuso” introdotto come se avessimo un eccesso di studenti universitari, mentre ne siamo pericolosamente a corto. Fatti cento i giovani di età universitaria, in Italia solo 34 sono iscritti all’Università, contro i 74 degli Stati Uniti. Mentre noi introducevamo il numero chiuso, in Germania, per incoraggiare l’immatricolazione, rendevano gratuito il primo triennio.

In base al recente rapporto Res/Unicredit, tra il 2008 e il 2014 il finanziamento pubblico agli atenei italiani è stato ridotto del 22% (mentre in Germania aumentava del 23%); i docenti e il personale tecnico sono stati ridotti del 17%. Oggi la nostra spesa statale e regionale per borse di studio è di 280 milioni; in Germania è di 2 miliardi e così pure in Francia. Ancora più smaccato è il gap se si considerano le sole regioni meridionali. Nel nostro Sud la spesa pubblica per l’istruzione universitaria è di 99 euro per abitante contro i 305 della Francia e i 332 della Germania.

Quest’anno, per la prima volta dal 2003, gli iscritti sono aumentati in tutte le università italiane in cui è stato abolito il numero chiuso o sono stati introdotti incentivi: ad esempio +0,8% la Statale di Milano, +3% la Cattolica, +8% Padova, +11% Catania, +19% Politecnico di Bari, +22% Parma. Dunque, non esiste nessuna fuga dalle università, ci sono giovani desiderosi di proseguire gli studi dopo il diploma e ci sono famiglie disposte a dissanguarsi per far studiare i propri figli.

E’ la componente politica dello Stato che non riesce a comprendere la priorità assoluta dell’istruzione. 

*** Domenico DE MASI, sociologo, saggista, Il gap dell'istruzione, linkedin.com/pulse, 28 gennaio 2016, qui


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venerdì 29 gennaio 2016

#LINK / Genitori, troppo coinvolti sulla scelta universitaria dei figli (Sara Piccolo)

Il futuro preoccupa moltissimo i genitori di oggi, al punto che si sentono eccessivamente coinvolti nella scelta universitaria dei figli e le loro buone intenzioni possono essere controproducenti. Ne parliamo con Elisabetta Camussi, professoressa di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano, il primo ateneo italiano che da alcuni anni organizza incontri di orientamento per genitori. «L’aspetto iniziale su cui vale la pena soffermarsi è come i genitori possano aiutare i propri figli in una scelta importante come quella del percorso universitario: facendo decisamente un passo indietro, o, se proprio non riescono, almeno un passo di lato. (...)  Si tratta di genitori interessati, curiosi, troppo spesso però presenti in funzione sostitutiva rispetto ai figli». Non è un fenomeno solo italiano. Recentemente, sulle più importanti testate giornalistiche inglesi e francesi è nato un dibattito sul ruolo intrusivo dei genitori contemporanei che, oltre a essere i finanziatori degli studi, vogliono essere anche protagonisti nelle scelte dei figli, perfino a partire dalla compilazione della lettera di autopresentazione per essere ammessi a un corso di laurea. (...)

*** Sara PICCOLO, giornalista, Genitori che accompagnano i figli all’università. «Tolgono coraggio», 'Corriere della Sera', 28 gennaio 2016

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venerdì 28 agosto 2015

#RITAGLI / Disoccupati, uno studio sui laureati (Stefano Feltri)

Chiara Binelli, economista dell’Università di Southampton, ha sondato 1,238 laureati tra il 2011 e il 2013. La studiosa italiana ha dovuto fermare la ricerca prima del Jobs Act, perché rimasta senza fondi

Basandosi sugli elenchi del consorzio interuniversitario Almalaurea, la professoressa Binelli ha spedito un questionario di 71 domande per raccogliere le classiche informazioni su età, famiglia, status sociale, ricerca del lavoro, ma anche per sondare le aspettative: che vita si aspettano questi giovani disoccupati? Quali attese hanno sul proprio stipendio eventuale futuro? Di solito a questo genere di questionari via email risponde il 10 per cento dei contattati. Alla professoressa Binelli invece l’85 per cento. Una percentuale che lei non aveva mai riscontrato.

“Ho costruito il mio set di dati, perché non esisteva niente di simile”, spiega: 1.238 giovani senza lavoro, laureati tra 2011 e 2013 in una delle 64 università che aderiscono ad Almalaurea. L’indagine si è svolta tra gennaio e febbraio 2015, cioè un attimo prima dell’entrata in vigore del Jobs Act e del contratto a tutele crescenti al posto di quello tradizionale a tempo indeterminato con l’articolo 18 sul reintegro in caso di licenziamento ingiusto. (...)

Che cosa c’è nella testa di questi disoccupati di alta gamma, che dopo almeno 18 anni di studi non riescono a trovare un posto? Il primo pensiero è come sarà il loro stipendio, quando ne avranno uno. Sono pessimisti ma, scopre la professoressa Binelli, hanno ragione a esserlo: si aspettano di trovare lavoro nei prossimi 12 mesi con una probabilità del 44 per cento, le statistiche dimostrano che la percentuale reale media è il 50, che scende al 39 nel Sud. Solo il 17 per cento si aspetta un lavoro a tempo determinato, lo avranno in 21 su 100. Non si attendono un reddito elevato, stimano 1.099 euro lordi mensili (ma solo il 60 per cento è disposto a lavorare per quella cifra). Nei fatti – dati Almalaurea 2013 – ne ottengono un po’ meno, 1.034.

Come incide questo poco allettante futuro sulle scelte di vita dei laureati? Chiara Binelli ha scoperto, con un modello econometrico, che le cicatrici sono profonde. E misurabili: “Un aumento della probabilità di trovare un lavoro con tutele adeguate dal 10 al 50 per cento fa aumentare l’intenzione di avere figli in futuro dal 68 al 71 per cento”. Le conseguenze sono anche sulla società nel suo complesso: se la probabilità di trovare un buon posto (con tutele adeguate) sale dal 10 al 50 per cento fa aumentare la probabilità di essere soddisfatti del “processo politico democratico in Italia” dal 6 al 10 per cento. Tradotto: più resti disoccupato, più diventi pessimista. E più sei pessimista, meno ti interessa la politica, perché sembra non poter cambiare le cose, e meno progetti ambiziosi per il futuro riesci a fare, come costruire una famiglia. (...)

*** Stefano FELTRI, giornalista, Disoccupazione, studio su giovani laureati senza lavoro: “Sono senza soldi, pessimisti e arrabbiati”, blog 'ilfattoquotidiano.it', 27 agosto 2015

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giovedì 27 agosto 2015

#LINK / Università, ci battono i Paesi emergenti (Piero Martin, lavoce.info)

Dopo il primato economico, i paesi Ocse iniziano a perdere anche quello formativo. 
Le economie emergenti li stanno sorpassando per numero di giovani laureati. E se continua così, da bacino di lavoro non specializzato a basso costo potrebbero presto diventare attori chiave in settori strategici.

*** Piero MARTIN, Università: i Paesi emergenti ci superano anche per numero di laureati. E adesso?, 'lavoce.info', 21 agosto 2015

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martedì 18 agosto 2015

#RITAGLI / Ancora sullo studiare: per chi, per cosa (Stefano Feltri)

Potrei dedicare molte righe alle repliche arrivate ai miei due post precedenti, (‘Il conto salato degli studi umanistici‘ e ‘Studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri‘) a come i paladini del principio “bisogna studiare quello che ci piace e non quello che è utile a trovare lavoro”, commettano grossolani errori nel leggere i dati, sfuggano al problema principale che ho posto (chi ci paga uno stipendio dopo che abbiamo studiato quello che ci piace?) e si rifugino in citazioni autorevoli, perché ovviamente preferiscono il principio di autorità rispetto ad argomenti sostenuti da numeri. E ritengono un grande scandalo, per misteriose ragioni, il fatto che io abbia studiato alla Bocconi.

Ma preferisco aggiungere elementi al dibattito... (...)

Mi sembra che le conclusioni siano evidenti: possiamo crogiolarci nella nostra retorica (anche renziana) di essere il Paese del Rinascimento, la culla della civiltà e di Dante. Ma nella competizione internazionale siamo messi molto male. Molto. E’ chiaro che studiamo le cose sbagliate e, per aggravare la situazione, le studiamo anche male. Prevengo l’obiezione, fondata: se anche studiassimo benissimo le cose che negli altri Paesi ritengono prioritarie, tipo scienze informatiche, probabilmente le imprese italiane non saprebbero che farsene. Vero. Ma da qualche parte bisogna pur provare a rompere il circolo vizioso. Ed è più facile che, se ci sono tanti ingegneri informatici, questi – magari da dentro le imprese – migliorino il mercato del lavoro. Ma formare migliaia e migliaia di scienziati della comunicazione di sicuro non aiuta. (...)

*** Stefano FELTRI, giornalista, Università, gli studi belli ma inutili e l’ascensore sociale bloccato, 'ilfattoquotidiano.it', 17 agosto 2015

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sabato 15 agosto 2015

#RITAGLI / Università: studiare per la carriera o per se stessi? (Stefano Feltri)

Mi pare che l'articolo sollevi un problema sempre aperto e non facilmente risolvibile...
Credo che la domanda meriti di continuare a sollecitare riflessioni: di studenti, di genitori, ma anche di ognuno di noi che, in quanto membro di una società, è chiamato, giustamente, in vario modo, a contribuire al pagamento delle politiche di formazione pubblica. (mf)

° ° °

Viste le reazioni, tra insulti, commenti, condivisioni, al mio post precedente (“Il conto salato degli studi umanistici”) mi sembra che la domanda sia cruciale e meriti un ritorno: all’università bisogna studiare quello che serve a trovare un buon lavoro o quello che piace di più?

Vi riassumo la questione: il centro studi di Bruxelles Ceps ha pubblicato uno studio (che una delle sue autrici, Ilaria Maselli, ci racconterà nel dettaglio su carta nei prossimi giorni) che arriva a queste conclusioni sull’Italia: fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in Legge o in Economia (o Scienza politiche, che però credo abbassi il valore medio) è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica oInformatica (le imprese italiane hanno adattato la propria struttura su lavoratori economici e poco qualificati). Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265. Cioè fare studi umanistici non conviene, è un lusso. Che bisogna potersi permettere. (...) 

Il consorzio Almalaurea ha intervistato nel 2014 i laureati del 2009 per capire come stavano andando le loro carriere. Gli uomini laureati in ingegneria guadagnano 1759 euro, quelli in medicina 1668, quelli in materie scientifiche 1653, chi ha studiato economia e statistica 1602. Quelli che guadagnano meno: chi ha studiato scienze della formazione, 1201, chi ha fatto studi letterari, 1263, chi giuridici, 1305 (ma quest’ultimo dato è poco rilevante: un avvocato o un magistrato inizia davvero la sua carriera quasi due anni dopo la laurea ma poi progredisce molto in fretta nel reddito). Per le donne le differenze sono simili, ma guadagnano sempre circa 200 euro in meno dei maschi.

Più interessante il tasso di disoccupazione, numeri che i tanti che qui nei commenti dicono ai loro ragazzi di studiare solo “quello per cui si sentono portati” dovrebbero tenere bene a mente, magari con qualche senso di colpa. A cinque anni dalla laurea il tasso disoccupazione tra chi ha studiato medicina è 1,5 per cento, tra gli ingegneri il 2,9 per cento ma schizza al 17,3 tra chi ha studiato materie letterarie, al 14,6 per le materie giuridiche (che, di nuovo, meriterebbero una categoria a parte), 13,6 per cento per “geo-biologia”, 12,9 per psicologia, 12,5 per scienze della formazione. Chi studia materie letterarie, quindi ha un tasso di disoccupazione che è quasi il doppio della media, pari a 9,2 per cento. E non stiamo parlando di una disoccupazione immediata, fisiologica, di assestamento, ma a cinque anni dalla laurea. (...)

Nessuno dice che le materie che si studiano nelle facoltà che garantiscono redditi bassi e disoccupazione siano da disprezzare (con qualche eccezione, magari, ma di corsi inutili se ne trovano ovunque). Anzi, spesso sono interessantissime e cruciali per la nostra formazione come individui. Ma quello che forma l’individuo non necessariamente è utile anche a formare un lavoratore.
E’ un diritto – costoso, per la collettività – poter studiare quello che ci piace. Ma nessuno ha il dovere di pagarci per il resto della vita uno stipendio se quello che piace a noi a lui non interessa.

*** Stefano FELTRI, giornalista, Università, studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri, blog 'ilfattoquotidiano.it', 14 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 15 luglio 2015

#RITAGLI / Laurea, no all'abolizione del valore legale del titolo (Salvatore Settis)

[D: Perché va ancora difeso il valore legale del titolo di studio?]
A volerlo abolire sono i sostenitori di un mercato totalmente liberalizzato. Senza un riconoscimento pubblico, prevalgono inesorabilmente concorrenza, libero mercato, legge del più forte. Negare che la sanzione statale rende valido un titolo di studio spalanca le porte a cinquant’anni di caos. E’ giusto snellire la burocrazia legata a esami, abilitazioni e concorsi, anche perché è assurdo che per alcuni mestieri ci sia un ordine professionale e per altri, come per noi archeologi, no. Però un riconoscimento pubblico, oggettivo della validità del percorso di studi è stata una conquista democratica. Va difesa dagli attacchi come questo». 

[D: Cambiare è sbagliato?]
Si possono correggere le storture ma senza avvicinare il momento in cui si dirà che l’università pubblica non va più finanziata dallo Stato. Così la scala di merito la determinerà solo il mercato. Si scardina il sistema universitario e prima che la competizione funzioni serviranno decenni. Con danni incalcolabili per il sistema Paese. 

[D: Gli atenei sono a rischio?]
Il pericolo è che chiunque abbia soldi e protezioni politiche possa improvvisarsi, mettere in piedi un ateneo e poi distribuire lauree. Con la menzogna che poi sarà il mercato a decidere chi vale e chi no. Basta uno studio comparato in Occidente per vedere che una simile giungla non c’è da nessuna parte. Esempi allarmanti non mancano: in una palazzina di sua proprietà a Villa San Giovanni, in Calabria, l’insegnante di un istituto tecnico ha istituito quattro corsi di laurea, medicina inclusa e per poco non ha pure ottenuto l’autorizzazione ufficiale.

*** Salvatore SETTIS, 1941, archeologo e storico dell'arte, già presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, oggi presidente del consiglio scientifico del Louvre, intervistato da Giacomo Galeazzi, gia.gal, "Ma riconoscere lo stesso punteggio è vera democrazia", 'La Stampa', 4 luglio 2015, qui

lunedì 6 luglio 2015

#TAVOLE / Università italiane, top (Anvur)

da Virginia Della Sala, "Ritiratela", rettori infuriati per la norma valuta-Atenei 
'Il Fatto Quortidiano', 4 luglio 2015

mercoledì 27 maggio 2015

#TAVOLE #LINK / Università, quelle che 'rendono' di più (Raffaele Ricciardi)


(da 'Affari & Finanza', 25 maggio 2015)


(da 'Affari & Finanza', 25 maggio 2015)

*** Raffaele RICCIARDI, Gara tra le Univerisità: ecco quelle che danno 'ritorni' maggiori, 'Affari & Finanza', 25 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui