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lunedì 9 maggio 2016

#MOSQUITO / Giornalismo, c'era una volta (Ettore Mo)

Poveri ragazzi. Con questa illusione che internet risolva tutti i problemi. Chi firma da un posto dove non è, chi costruisce a tavolino i reportage, andrebbe messo al muro. La carne che brucia devi vederla da vicino. E quell’odore, internet non te lo fa sentire. 

*** Ettore MO, 1932, giornalista, grande inviato di guerra, intervistato da Francesco Battistini, ‘Style Magazine’, novembre 2007

domenica 10 aprile 2016

#SPILLI / Giornalismo, quello che vorremmo (M. Ferrario)

Leggo la lettera di Bruno Vespa al 'Corriere della Sera' di autodifesa per la sua intervista a 'Porta a Porta' al figlio di Riina. (Bruno Vespa, "Biagi intervistò Sindona e Liggio. Ma allora nessuno battè ciglio", Corriere della Sera', 9 aprile 2016, qui)

Mi pare che Vespa non voglia capire. O finga di non capire. 

Nessuno nega il diritto di un giornalista di intervistare chicchessia. Certo, anche Hitler, se dovesse resuscitare. O lo stesso Riina padre, capo dei capi di Cosa Nostra, se fosse possibile. Anzi, direi che l'intervista di certi personaggi cruciali della storia e che hanno rappresentato il 'male' in maniera tanto intensa e 'assoluta', per qualità e quantità delle stragi commesse, non dovrebbe essere neppure un diritto, per un giornalista, bensì un dovere. 

Il punto è come viene condotta l'intervista. E dunque quanto si possiede, insieme, mestiere tecnico e schiena diritta.
E' il mestiere infatti che suggerisce come porre le domande ed è la schiena diritta che impone di porle, le domande, ma quelle 'vere' e scomode, e ti evita di lasciar dire all'intervistato qualunque cosa abbia voglia di, o interesse a, dire.

È la schiena diritta che ti impedisce di colludere (di fatto: anche al di là delle intenzioni) con chi hai di fronte, magari pure ricorrendo alle modalità più sfumate e sofisticate di collusione, così da nascondere o minimizzare la sostanziale compiacenza. 
È la schiena diritta che ti impone di incalzare, ribattere, contrastare, argomentare: approfondendo, obiettando, portando dati e fatti, evidenziando le contraddizioni, mettendo in discussione le affermazioni, i sentimenti, i vissuti dell'intervistato. 

Altrimenti si concede a questi intervistati di tanto particolare rilievo, specie se invitati in una tribuna privilegiata come una tv nazionale, tra l'altro vincolata a un contratto di 'servizio pubblicò', di fare marketing di se stessi e delle proprie convinzioni. E di lanciare i messaggi che più desiderano e per i quali proprio per questo hanno chiesto di essere intervistati. 

Come è avvenuto per il figlio di Riina
Che ha potuto rivolgersi al suo pubblico di mafiosi (ma non solo) per promuovere, bestemmiandoli, i valori della famiglia prendendo ad esempio la sua, venduta come affettuosa e premurosa, attenta alle virtù della tradizione e capace di insegnare il rispetto dei genitori. Perché a lui, dei 16 ergastoli di suo padre, delle stragi e degli omicidi ordinati, non risulta nulla. 
E comunque non spetta a lui dire nulla. 
Lui può solo affermare che suo padre era un buon padre. Che lo Stato, 'cattivo' (che lui ipocritamente dichiara di rispettare ma di cui non condivide le sentenze), ha tolto alla sua affettuosa vicinanza, chiudendolo in carcere.

Poverino lui e poverino suo padre. Tanto buono. 
E che bell'esempio di figlio, rispettoso e amorevole. 'Fossero tutti così', penseranno in molti. 

Per la cronaca: pare che il libro del figlio, appena uscito, vera ragione del sedicente scoop televisivo, sia subito schizzato in alto nelle classifiche di vendita.

*** Massimo Ferrario, Giornalismo, quello che vorremmo, per Mixtura

lunedì 1 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Family Day, giornalismo e bufale sui numeri (Luigi Spinola)

Se davvero al Circo Massimo ci fossero stati due milioni di persone, avremmo assistito a una calca letale come quelle dei pellegrinaggi a La Mecca.  Non serve un rigoroso fact checking per capirlo. Eppure il Corriere, in prima pagina, imprime solo quella cifra come fosse una legittima opinione

All’indomani del Family day, il Corriere della Sera titola in prima pagina “Siamo due milioni” (in tipografia devono essere saltate anche le virgolette) affidando de facto la sua apertura ai contabili della famiglia tradizionale. Non stupisce che gli organizzatori diano i numeri, capita sempre quando il popolo scende in piazza. Tanto più se il territorio occupato è il Circo Massimo, che per morfologia e valore simbolico (dal mercoledì da cani della sconfitta romanista col Liverpool nell’83, ai tre milioni che cantavano “tu sì tu no, articolo 18 non ci sto” immaginati da Sergio Cofferati nel 2002) si presta alla contabilità creativa. Non ci indigniamo. In democrazia spararla grossa sovrastimando la forza dei sostenitori può aiutare a vincere la battaglia delle idee. L’imprenditore della politica fa il suo lavoro. Ma il giornalista no.

Non è soltanto un problema di schieramento. Anche La Repubblica, che crediamo ne abbia di meno, parla oggi in prima di “polemica sui numeri”. A onor del vero, alcuni quotidiani – come La Stampa, già ieri nella versione online – sottolineano invece con nettezza “la bufala sui numeri”. Ma sono sparute eccezioni. L’abitudine di fare rientrare anche i numeri sballati nel campo delle legittime opinioni che si sfidano nell’arena politica è tipica del nostro giornalismo.

In nessun Paese d’occidente i virgolettati – peraltro spesso anch’essi creativi – producono i titoli a caratteri cubitali che leggiamo sulla stampa italiana o ascoltiamo nei Tg. È un giornalismo che ama una drammaturgia fatta di “gialli”, “sfide” e “polemiche”, non rassegnandosi a raccontare una cosa per quello che è, facendo i conti con la grigia realtà. Un giornalismo che spesso spaccia la registrazione delle contrapposte opinioni in campo per oggettività, rinunciando così a ogni velleità di indagine autonoma.

Non vogliamo volare alto. Non serve un pedante fact checking o un faticoso lavoro di data journalism per constatare che se sabato nei 72 mila metri quadrati del Circo Massimo si fossero riunite 2 milioni di persone, pari a circa 27 persone a metro quadro, avremmo assistito a una calca letale, come quelle che troppo spesso funestano l’hajj, il rituale pellegrinaggio dei musulmani a La Mecca.

Basta non affidare i conti ad altri. Poi si può anche decidere di far scandagliare la realtà in prima pagina solo da sua eminenza Camillo Ruini, che intervistato dal Corriere spiega: “Non è detto che noi cattolici siamo sempre sconfitti”. La libertà editoriale non si tocca. Ma (almeno) la matematica non è un’opinione.

*** Luigi SPINOLA, giornalista, I grandi giornali e la contabilità creativa del Family day, 'pagina99', 31 gennaio 2016, qui

martedì 5 gennaio 2016

#MOSQUITO / Giornalismo, l'etica (Giuseppe Fava)

Io ho un concetto etico di giornalismo. Un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. 
Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere.

*** Giuseppe FAVA, 1925-1984, scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore italiano, citato da Maso Notarianni, facebook, 5 gennaio 2016, qui


martedì 24 novembre 2015

#VIDEO / Linguaggio della politica, rovina il giornalismo (Gianrico Carofiglio)

Gianrico CAROFIGLIO, scrittore, già magistrato
Il cattivo linguaggio della politica rovina il giornalismo
Intervista di Elisabetta Reguitti
ilfattoquotidiano.it, 23 novembre 2015
(video, 5min32)


“Molti dei vizi del cattivo parlare dei politici si riversano sul cattivo scrivere dei giornalisti è come in un sistema di vasi comunicanti: poi fanno un giro e tornano dall’altra parte”. 
Lo scrittore e deputato dem Gianrico Carofiglio analizza il linguaggio pubblico partendo dal suo ultimo.’Con parole precise, breviario di scrittura civile‘ edito da Laterza: un libro politico che contiene una riflessione sul metodo della parola della politica. 
“Perché anche scrivere libri – dichiara ai microfoni de ilfattoquotidiano.it il magistrato – è fare politica attiva”. 
La democrazia autentica vive di parole precise chiare. Vive di verità a volte difficili, comunicate con chiarezza e onestà. Ma nei vari ambiti, compresi quelli di giuristi e burocrati, si preferisce una lingua “oscura, curiale e sacerdotale, quasi mistica che consente di non rendere conto del modo in cui il potere viene esercitato. Se i cittadini non capiscono la lingua che parlano gli uomini e le donne che detengono il potere, sono molto meno in grado di controllare l’esercizio di potere”. 
Scrivere e parlare chiaro nel diritto, nella burocrazia e nella politica è, appunto, una questione di democrazia. 
“Oggi purtroppo assistiamo a un’accelerazione, è in atto una grave involuzione della lingua che parlano i politici e di chi attorno alla politica ruota”. Si preferisce un modo di maneggiare il linguaggio caratterizzato dalla “confusione deliberata, dall’intento deliberatamente manipolatorio e dell’uso di espressioni dichiaratamente prive di un significato specifico” e che consentono una delle “espressioni più odiose e diffuse della comunicazione politica di questo paese, il sono stato frainteso del giorno dopo” 

*** Elisabetta Reguitti, riprese e montaggio Samuele Orini

In Mixtura 1 altro contributo si Gianrico Carofiglio qui

sabato 3 ottobre 2015

#RITAGLI / Giornalismo, ucciso dalla rete (Jonathan Franzen)

«Uno dei problemi che ho con Internet è che sta rendendo sempre più difficile per i giornalisti essere pagati, in particolare i freelance. È un cane che si morde la coda: qualcuno fa un enorme lavoro per trovare dei fatti, ma nell’istante in cui li pubblica vengono subito presi, linkati, twittati, copiati, senza che chi li ha scoperti venga adeguatamente compensato da chi li consuma. Io, come romanziere, ho la fortuna di essere pagato bene per i contenuti che produco, e non vedo perché ai giornalisti non dovrebbe succedere altrettanto». (...)

La replica che il mondo è cambiato, ormai chiunque abbia uno smartphone è quanto meno un testimone, e poi ci sono i blogger e i leaker a informarci, non la beve neanche un po’.
«No, così si alimenta solo il rumore, e vince chi grida più forte. Ho seri problemi con chi dice che i giornalisti non ci servono più, perché tanto abbiamo i leakers, i citizens journalist, il crowd sourcing o i blogger. È un cammino che porta a una cittadinanza disinformata, oppressa e uniformata, perché non c’è nessuno che cerca responsabilmente di riportare cosa succede. Solo opinioni personali, spesso opposte e violente, non digerite. Chi urla più forte ha ragione. Penso che sia sbagliato diffondere così l’informazione». (...)

«Naturalmente dobbiamo trovare un nuovo modello, che consenta al giornalismo serio di qualità di essere pagato, e quindi di sopravvivere. Nel frattempo, però, bisogna sostenerlo in qualche modo, e io credo che le grandi fondazioni dovrebbero accollarsi l’onere di fare da ponte. In altre parole, pagare per tenere in vita le testate, in attesa di trovare il nuovo modello per stare in piedi con i proprio piedi». Jonathan capisce che ciò provocherebbe subito dei problemi: «Le fondazioni porterebbero con sé le loro inclinazioni ideologiche, influenzando il prodotto, ma questo difetto si potrebbe compensare coinvolgendone un numero consistente con posizioni diverse. Capisco che sarebbe una soluzione imperfetta, ma rappresenterebbe la risposta d’emergenza a uno stato di disperazione. Fino a quando non troveremo la maniera di far rinascere il giornalismo, senza lasciare che muoia». 

*** Jonathan FRANZEN, 1959, scrittore e saggista statunitense, intervistato da Paolo Mastrolilli, Il gironalismo è a rischio. Internet lo sta uccidendo, 'La Stampa' 29 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 13 maggio 2015

#RITAGLI #LINK / Bene comune, etica, giornalismo (Ferruccio De Bortoli)

(...) Pur con i suoi difetti, il secolo dell’ideologia aveva un’idea complessiva di bene comune, che non è affatto la sommatoria degli interessi privati. Ecco, da noi il bene comune è diventato una sorta di res nullius, che non ci appartiene. Gli spazi pubblici fatichiamo a sentirli nostri, tant’è vero che li trattiamo molto male. In questo senso dico che la classe dirigente ha perso per strada il ‘sentimento’ della propria responsabilità.

[D: Abbiamo dimenticato Mani Pulite?]
È stata rimossa. Tangentopoli è stata, diciamo, una fase in cui si è tentato di moralizzare il Paese, anche se non possiamo negare i limiti dell’azione giudiziaria, che credo abbia fatto luce solo su una parte del malaffare dell’epoca. Però dobbiamo dirlo: a differenza di adesso, era un malaffare indirizzato soprattutto ai partiti, mentre oggi mi sembra tutto indirizzato alle persone o ai gruppi di potere. Quella lezione non l’abbiamo storicizzata. Per esempio riguardo alla sostituzione dell’etica con la norma penale nel discorso pubblico: un tema che meriterebbe una riflessione ampia. Alla fine tutto si richiude: l’Italia è un Paese ad alta digeribilità, che non impara dai propri incidenti. Ci si rifà molto facilmente una verginità, e si cambia di aspetto e di maschera con grandissima velocità. (...)

Sai qual è la malattia senile del giornalismo? Quando accade qualcosa e tu pensi di sapere già come andrà a finire. E allora, credendo di sapere, hai un atteggiamento un po’ scettico e superficiale rispetto a quello che accade. Invece ti devi stupire, incuriosire, indignare. Sempre. Tu devi essere attratto dal sistema. Cioè, la tua carne, il tuo corpo, devono essere attratti dalle notizie. Ma quando tu ti soffermi sul ciglio – con la tua giacca e cravatta come faccio io – e giudichi dall’alto, sei superficiale, superbo. E alla fine fai male il tuo mestiere.

*** Ferruccio DE BORTOLI, giornalista, ex direttore del 'Corriere della Sera', intervistato da Silvia Truzzi, Renzi ha una concezione autoritaria di occupazione delle istituzioni, estratto, 'Il Fatto Quotidiano', 12 maggio 2015

LINK, intervista integrale qui

domenica 10 maggio 2015

#LINK / Consigli ai giornalisti (Giovanni De Mauro)

Due modi di definire il giornalismo, diversi ma forse complementari.
Ecco qualche consiglio per fare i giornalisti da parte di Margaret Sullivan (public editor del New York Times) e di Laurie Penny (columnist del settimanale britannico New Statesman) 

*** Giovanni De Mauro, giornalista, direttore di 'Internazionale', Consigli, 'internazionale.it', 8 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui