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domenica 2 aprile 2017

#VIDEO / Ogni religione protegge le donne, proteggere le donne è religione (Shiv Parkash)


Every religion protects women
protecting women is religion, 2014
cortometraggio indiano, 2014, edito e diretto da Shiv Parkash
film maker indiano
caricato su youtube il 24 luglio 2014 da JC Typiak
video 1min23


In questo cortometraggio indiano del 2014, ragazzi di ogni religione difendono una ragazza da un tentativo di molestia sessuale.
Il video, diventato subito virale, è stato criticato da molte femministe che vi hanno letto il messaggio inferiorizzante della debolezza della donna e del suo bisogno di affidarsi alla protezione degli uomini, incapace di far conto su stessa. 
Secondo gli autori del video invece intenzione era quella di stigmatizzare il comportamento maschile violento, invitando gli stessi maschi a non assistere passivamente ma intervenire e fermarlo. 
(da 'resoursesforlife', qui)

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Credo sia quanto meno opinabile che ogni religione protegga la donna: almeno a giudicare dai testi, più o meno considerati 'sacri', tutti intrisi di cultura patriarcale e maschiocentrica, e dalle prassi di ogni fede, che di fatto per millenni (ma ancora oggi) inferiorizzano e oggettificano la donna.
E capisco il fastidio delle femministe per una ideologia sostanzialmente paternalista cui il video sembra ispirarsi.
Eppure il messaggio, rivolto a noi maschi, che stigmatizza le molestie alle donne e invita a non assistere indifferenti a tentativi di violenza su di loro, merita, ovviamente, di essere condiviso. (mf)

sabato 11 marzo 2017

#SGUARDI POIETICI / La ballata delle donne (Matteo Saudino)

Siete il cielo
Che dà riposo alle stelle,
Siete il vento 
Che accarezza la pelle.
Siete il fiore
Sopra l’ombrello,
Siete le nuvole
Sotto il cappello.
Siete l’acqua
Che nutre la terra,
Siete il grano
Che ferma la guerra.
Siete la mano
Che spezza il bastone,
Siete la musica
Della rivoluzione.

Donne.

*** Matteo SAUDINO, insegnante di filosofia e storia, La ballata delle donne, 'facebook', 8 marzo 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Matteo Saudino qui

domenica 15 gennaio 2017

#RITAGLI / Donne, un'immagine ancora svilente (Marika Nesi)

(...) «Esiste un’interessante ricerca, a cura del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova — commenta Lorella Zanardo — che ha diviso un campione statisticamente rappresentativo di studentesse di Psicologia in due gruppi. Al primo sono state mostrate immagini di donne rappresentate attraverso i media e al secondo un documentario sugli animali. In seguito, è stato somministrato ai due gruppi un compito di matematica. Le ragazze del primo gruppo, che avevano visto le immagini delle donne oggettivate, hanno riportato risultati decisamente peggiori».

Il linguaggio oggettivato del corpo femminile, quindi, influenza non solo i nostri manager e colleghi, ma anche noi stesse. «Quando mi viene detto che le ragazze non vogliono studiare matematica, spiego che questo non dipende dal fatto che esse non sono adatte — prosegue Zanardo — quanto dall’abitudine, sin da bambine, a guardare un’immagine della donna svilente: di noi Veline, di noi svilite, di noi ridacchianti; e così non aiutiamo l’empowerment delle bambine». Ecco perché le decisioni femminili variano considerevolmente a seconda del contesto. Chi è più fortunato, determinato, chi proviene da un ceto sociale e culturale più elevato ce la fa. E questo significa: quante opportunità stiamo perdendo?

*** Marika NESI, esperta di comunicazione, Se le donne scoprissero l’empowerment già da bambine. Oggi la rappresentazione del corpo femminile è un vero e proprio linguaggio. Intervista a Lorella Zanardo, 'senzafiltro', 11 gennaio 2017.

LINK articolo integrale qui

martedì 20 settembre 2016

#RITAGLI / Donne, una leadership che cambia (Luisa Pogliana)

[D: Qual è lo scarto tra la visione maschile del potere e quella femminile?]
Potere è una parola ambivalente, che oscilla tra il significato di dominio e di possibilità. Storicamente è stato interpretato dagli uomini come uno strumento di affermazione di sé, a discapito degli altri, quindi di comando e di controllo, creando una cultura manageriale dominata dalle gerarchie e dall’accentramento delle informazioni. Le donne ne colgono, invece, l’aspetto di potenzialità. Per loro, stare nei luoghi dove si prendono le decisioni significa poter esercitare una discrezionalità positiva, non adeguarsi alla cultura dominate, ma portare avanti la propria visione dell’azienda, spesso legata a un senso di responsabilità sociale del business. Facendo, così, vera innovazione.

[D: Eppure spesso non vengono riconosciute come innovatrici…]
Il problema è che faticano a vedere il valore e la portata innovativa di ciò che fanno, perché appare loro ovvio, semplice, di buon senso. Di conseguenza, non colgono la necessità di raccontare, di cercare di dare visibilità al loro operato. Eppure, già solo questa libertà di pensiero e di azione sono indice di un nuovo modo di essere manager. Tale atteggiamento remissivo presta il fianco a chi in azienda vuole mantenere il controllo, chi si sente minacciato invece che stimolato ad ampliare il proprio sguardo verso l’organizzazione. Ecco perché, di norma, le innovazioni apportate dalle donne manager vengono classificate come “best practices”, ma non integrate nel pensiero manageriale.

[D: Come superare questi ostacoli e cambiare la cultura aziendale?]
C’è senz’altro un tema di linguaggio, anche se non è il principale. Le donne prediligono termini legati alla realtà rispetto ai tecnicismi anglosassoni abusati dalla business community, ma il punto non è adeguarsi, piuttosto trovare nuove parole, ampliare il vocabolario manageriale. La vera sfida per le donne manager, tuttavia, è trasformare le loro innovazioni in pratiche aziendali, in cambiamenti stabili fino a farle diventare nuovi modelli organizzativi e, così facendo, riuscire a incidere sulla cultura aziendale. Il punto da cui partono per cambiare le regole può essere – e lo è nella maggior parte dei casi – contingente e anche personale, ma le soluzioni che trovano devono diventare prassi per l’azienda. Quindi, devono essere adeguatamente comunicate e riconosciute per il valore che possono portare a tutta l’organizzazione.

[D: Quali sono gli elementi comuni delle nuove prassi di management messe in atto dalle donne?]
Tutti i casi che racconto nel libro e molti altri che ho avuto modo di esaminare sono accomunati da due fattori di discontinuità rispetto alla cultura dominante. Innanzitutto, la convinzione che la crescita delle aziende avvenga attraverso la crescita delle persone. Da qui, la necessità di portare a galla le potenzialità latenti di ciascuno e accrescerne le competenze attraverso un’adeguata formazione, coinvolgere e condividere le decisioni. In secondo luogo, l’introduzione di un concetto di tempo che è diversa da quella di orario di lavoro, è la dimensione umana del tempo, scandita da alcuni momenti critici a partire da quello della maternità, che impone soluzioni più intelligenti rispetto al passato, basate su più responsabilizzazione e autonomia dei team e su un’organizzazione per obiettivi del lavoro.

[D: Quindi quale tipo di leadership esercitano?]
Le donne non sono ingenue. Scelgono perlopiù uno stile di leadership diffusa, perché hanno ben chiaro in testa che il massimo del potere è distribuire potere agli altri per avere più tempo da dedicare alla strategia. Vedono l’azienda come un luogo dove convergono persone con interessi diversi, in cui il ruolo di manager consiste nel fare una mediazione equa tra tutti, così da creare valore per l’azienda stessa. Una leadership del genere trova la sua forza nella gestione delle relazioni e in un approccio collaborativo, invece che competitivo, semplicemente perché conviene più del conflitto. Non è una visione romantica, dunque, piuttosto una visione realistica ma per questo non meno ambiziosa. Donne al margine, potremmo dire, consapevoli dei limiti e dei vincoli entro i quali si devono muovere, disponibili a compromessi accettabili pur di poter esprimere la loro visione di azienda. Perché il margine segna il limite e allo stesso tempo la possibilità.

*** Luisa POGLIANA, international research consultant e presidente di 'Donnesenzaguscio', saggista, intervistata da Maria Cristina Origlia, 'linkedin.com/pulse', 20 settembre 2016, qui
Il libro cui si fa riferimento nell'intervista è Change Management femminile, Guerini, 2016


In Mixtura 1 altro contributo di Luisa Pogliana qui

martedì 6 settembre 2016

#MOSQUITO / Donne, non le scegliamo a caso (Guido Morselli)

Noi non scegliamo a caso le donne che amiamo. La nostra scelta, sebbene inconscia, non è immotivata, ma è l’espressione di nostri bisogni profondi e poiché nell'amore noi tendiamo anche senza saperlo a «integrarci», e cerchiamo non una natura affine ma una natura complementare alla nostra, così le qualità sentimentali positive e negative della donna che amiamo ci mostrano quali siano in noi rispettivamente le deficienze e le esuberanze. Studiare la nostra donna significa studiarci, comprenderla è un’altra via per giungere a conoscer noi stessi.

*** Guido MORSELLI, 1912-1973, scrittore, Diario, 1938/73 (postumo 1988), Adelphi ebook, 2015
Anche in 'aforismario', qui

sabato 9 luglio 2016

#VIDEO / Catcalling, quando un complimento non è un complimento (Irene Facheris)


Irene FACHERIS, 1989
psicologa, formatrice, fondatrice e coordinatrice di Bossy, Parità in pillole
Catcalling
pubblicato in Cimdrp, 23 giugno 2016
video 8min56

Quando i 'complimenti' ad una donna non sono complimenti. Ma molestie.
Un intervento al solito chiaro, preciso e 'fuori dai denti' di Irene Facheris. 
Pochi minuti, il cui ascolto non può che far bene: a noi 'maschietti'. 
Ma forse anche alle donne. (mf)

In Mixtura altri 5 contributi di Irene Facheris qui

martedì 14 giugno 2016

#VIDEO / Donne, con la 'A' (Rights Village)


Donne con la "A"
Impariamo a usare il femminile ogni volta che parliamo di una donna
pubblicato da Rights Village, 'facebook', 8 giugno 2016
video 1min21

La Regione Piemonte ha sostenuto e finanziato una campagna per le pari opportunità con la produzione di questo bellissimo video!
(dalla presentazione)

D'accordo o meno con il messaggio, il video mi pare 'fatto bene'. E stimola qualche domanda... (mf)

martedì 15 marzo 2016

#LINK / Lavoro, donne e Nord-Sud (Linda Laura Sabbadini)

Negli ultimi venti anni le donne hanno rappresentato la componente più dinamica e innovativa della società, quella che è cambiata di più, modificando la società stessa. Ma per decenni, insieme ad anziani e bambini, sono state invisibili nelle statistiche ufficiali. Invisibili, perché gli Istituti nazionali di statistica sono stati tradizionalmente economicocentrici. Se, infatti, il focus delle politiche era unicamente circoscritto a quelle economiche, analogamente, poco spazio veniva dato alle statistiche sociali e all’approccio di genere. L’attenzione era concentrata essenzialmente sul Pil, sulla popolazione attiva, soprattutto quella inserita nel mercato del lavoro, e costituita da uomini adulti; i bambini erano analizzati solamente in quanto nati e studenti, gli anziani come percettori di pensione, le donne come maggioranza della popolazione inattiva. Per molto tempo insomma, è stato dato poco spazio ai soggetti in quanto tali, come portatori di bisogni specifici, e alla qualità della loro vita.

Svolta
Nel quadro di una grande svolta a favore dello sviluppo delle statistiche sociali, a partire dagli anni 90, l’Istat ha investito sulle statistiche di genere, mettendo a disposizione un patrimonio informativo sempre più ricco e fondamentale per la progettazione di politiche di genere che ha fatto del nostro Paese una punta avanzata nell’applicazione della Piattaforma di Pechino. È proprio alla Conferenza mondiale delle donne di Pechino che, nel 1995, l’Italia si presenta con il volume Istat «Tempi diversi». Seguito nel 2004 da un nuovo rapporto e al quale si aggiunge oggi il nuovo volume «Come cambia la vita delle donne». (...)

*** Linda Laura SABBADINI, direttrice dipartimento Politiche Sociali Itat, Donne & Lavoro, Nord-Sud sempre più lontani, 'Corriere della Sera', '27^ ora', 14 marzo 2016

LINK articolo integrale qui

mercoledì 9 marzo 2016

#SENZA_TAGLI / Donne, la rivoluzione del voto (Nadia Urbinati)

La conquista del diritto di voto è stata per le donne di gran lunga più difficile che per ogni altra fetta di popolazione, non solo in Italia. Come Natalia Aspesi ha scritto su Repubblica introducendo il film Suffragette, la lotta per il suffragio è stata lunga e dura, in tutti i paesi, anche quelli di storia liberale come l’Inghilterra, o quelli che nacquero sul consenso elettorale e l’eguaglianza, come gli Stati Uniti. È quindi giusto dire che il decreto legislativo più rivoluzionario che ha avuto l’Italia fu quello a firma De Gasperi- Togliatti che in data 31 gennaio 1945 riconobbe il diritto delle donne al voto, anche se non all’eleggibilità, una discriminazione che sarebbe caduta di lì a poco: ventuno furono le donne elette il 2 giugno 1946 all’Assemblea costituente.

Quello suffragista fu il primo movimento globale, la prima forma di mobilitazione rappresentativa che conquistò legittimità mediante l’opinione e grazie a celebrità intellettuali che associarono il loro nome alla causa. Harriet Taylor e il marito, John Stuart Mill, furono tra i primi europei a collaborare al movimento, raccogliendo finanziamenti e scrivendo proclami. Chi come Mill o il nostro Salvatore Morelli provarono ad avanzare proposte di legge in tal senso trovò in parlamento un muro: la proposta di Mill ottenne una settantina di voti, quella di Morelli non venne neppure discussa.

Certo, vi erano state, anche in Italia, proposte per concedere alle donne il diritto di voto amministrativo: ci provò Minghetti appena dopo l’unità, e poi il sindaco di Firenze, Peruzzi, la cui moglie aveva anche organizzato un salotto di discussione per preparare l’opinione suffragista. Tra gli invitati vi era il giovane Vilfredo Pareto, allora un sostenitore radicale del suffragio femminile (e della rappresentanza proporzionale!) e ammiratore del Subjection of Women (La servitù delle donne) di Mill che Annamaria Mozzoni tradusse in italiano nel 1870. Ma seppure moderata (e reiterata altre volte fino all’avvento del fascismo), la proposta del voto amministrativo non decollò.

Quale la ragione di tanta ostilità? L’argomento più usato, un pregiudizio radicato da secoli, era quello dell’impossibilità della donna di sviluppare ragionamenti di giustizia perché incapace di giudizi di imparzialità. Destinata dalla natura a procreare e prendersi cura della specie, l’intelletto femminile era portato a comprendere l’utile vicino e l’interesse parziale della sua famiglia, non quello lontano e generale. La donna era votata all’economia domestica quindi; quella politica era privilegio dei figli, dei mariti e dei padri.

Quando questa idea così radicata nella cultura occidentale entrò in crisi? Questa domanda consente di mettere a fuoco la portata rivoluzionaria del suffragismo. Fu la trasformazione del voto da funzione (in difesa di interessi) a diritto della persona la chiave di volta. Infatti, se la rappresentanza deve essere espressione degli interessi che gli eletti svolgono con libero mandato e competenza, perché il suffragio universale? James Mill, il teorico del governo rappresentativo, scrisse negli anni Trenta dell’Ottocento che siccome ogni interesse riflette quello degli altri, sembra ragionevole che il voto del capofamiglia porterà in Parlamento anche le esigenze dei componenti della famiglia, per cui non serve che i giovani maschi e le donne votino. Fino a quando il voto fu inteso come funzione e non come diritto di sovranità, l’esclusione delle donne fu ritenuta funzionale alla loro vocazione di cura e giustificata con l’argomento della rappresentanza surrogata.

Il Settecento radicale - l’illuminismo francese - fu lo spartiacque. Quando il voto, a partire da Rousseau, divenne la “volontà” del sovrano come libertà di darsi leggi, allora il non voto parve subito segno di assoggettamento. Mary Wollstonecraft volse questo argomento contro Rousseau stesso, il quale aveva escluso le donne dalla città mostrando quanto il pregiudizio potesse contro la logica. Ma con la Rivoluzione francese, il mutamento del paradigma della legittimità politica fu radicale. Di qui si fece strada l’idea che il governo fondato sul consenso elettorale non era semplicemente rappresentativo degli interessi, ma costituzione di libertà. E nel 1792 Olympe de Gouges presentò al governo rivoluzionario una Déclaration des droits de la femme nella quale venivano richiesti per le donne tutti i diritti civili e politici.

Siccome il voto è potere, non potersi difendere da esso godendo di un potere eguale si traduce nel sottostare a un potere arbitrario. In questa nuova concezione del voto è radicata l’idea della designazione elettorale diretta da parte dei singoli, in quanto non parte di gruppi, ceti o classi; non perché portatori di specifici interessi da difendere: ecco l’argomento rivoluzionario dell’idea del suffragio come diritto individuale nel quale si inserisce il suffragismo. Un movimento che cominciò proprio insieme all’idea del cittadino come parte uguale della nazione, sede del popolo sovrano. Ecco perché la decisione che la Consulta prese nel 1945 approvando l’estensione del diritto di voto ai cittadini e alle cittadine, “senza distinzione”, fu rivoluzionaria e coerentemente democratica.

*** Nadia URBINATI, politologa, La vera rivoluzione del voto alle donne, 'la Repubblica', 5 marzo 2016, qui


In Mixtura 1 altro contributo di Nadia Urbinati qui

mercoledì 13 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Democrazia e libertà delle donne, neanche la sinistra... (Susanna Camusso)

Ho una convinzione irremovibile: la libertà delle donne è metro di misura della democrazia. Non da oggi, non dalla notte di Capodanno, ma da quando ho preso coscienza penso che la libertà non sia uguale a quella degli uomini se le donne sono considerate un corpo di proprietà altrui, sganciato dalla loro testa che... Non esiste.

Convinzione che si rafforza quando nei conflitti, anche in quelli più recenti, ho visto, sentito, capito che si ripetevano azioni di guerra condotte sui corpi delle donne; quando ho seguito con ammirazione le donne di Kobane; quando mi sono indignata perché siamo pronti a onorare le vittime del terrorismo in tutto il mondo, ma poi dimentichiamo le ragazze rapite, convertite a forza, stuprate e uccise da Boko Haram, come fossero altro, diverse dagli altri morti.

La libertà delle donne è metro di misura della democrazia, ha la stessa forza degli altri fondamenti democratici? No, né per la destra, né, spiace dirlo, per la sinistra. Ricordo ancora il dibattito sulla rivoluzione iraniana, quando il ritorno al velo, i limiti all'istruzione, i guardiani o la Shari'a erano considerati conseguenze secondarie ed ininfluenti. Sbagliavamo. Per questo "Colonia", al di là delle ricostruzioni, mi chiama in causa perché di aggressione alla libertà delle donne si tratta. La sostanza non cambia se si è trattato di aggressione organizzata, collettiva, preparata o meno. L'aggressione alle donne è aggressione alla libertà delle donne.

Certo si sprecano in queste ore le classificazioni, atto di guerra, scontro di civiltà, terrorismo e per ognuna possiamo trovare motivazioni per negarle prima di tutto perché ciascuna di quelle pone la l'interpretazione e la giustificazione fuori di noi, della cultura europea. Sottintende che solo ad "altri", di una differente cultura o ancor di più di religione diversa, la libertà delle donne fa orrore e mette paura. Come dire che in Europa le donne sono considerate sempre inviolabili. Purtroppo, milioni di statistiche, fatti, evidenze, racconti, spiegano l'opposto.

Per questo è odioso, strumentale e anche insopportabile che si leghi quanto avvenuto a Colonia direttamente all'immigrazione o ai rifugiati. È salvifico per gli uomini, per l'intera cultura europea, per la finzione di non sapere cosa succede, con infinita frequenza, tra le mura delle nostre case. Anche non ritrovandomi in quelle definizioni penso comunque che sia indispensabile approfondire la riflessione. Lo scopo evidente è la proprietà e la trasformazione in oggetti dei corpi delle donne diffondendo paura. La paura è lo scopo precipuo del terrorismo. Cambia i comportamenti, genera richiesta di sicurezza, protezione e favorisce l'idea che per difendersi si possa limitare la libertà. Paura e modifica dei comportamenti mettono in forse la civiltà, come noi la intendiamo, fondata sulla libertà, esercitabile perché sancita dai principi democratici.

Fu faticoso alzare la voce sugli stupri di piazza Tahrir. Fu difficile perché per molti, troppi, veniva prima l'importanza di una lotta per la democrazia che la libertà e la sicurezza delle donne, senza neppure domandarsi che democrazia possa essere quella che può fare a meno della libertà di metà del mondo Molte domande suscita "Colonia" e molto ancora c'è da riflettere, non nel silenzio ma provando ad aprire un dibattito pubblico sul che fare, su cosa chiediamo a noi stesse e a noi stessi per affermare la piena libertà delle donne e, certo, anche sull'integrazione e sui modelli di accoglienza, su ciò che chiediamo a chi arriva per avere asilo e futuro. Dobbiamo riflettere su come rendere esplicita e inviolabile la libertà delle donne, senza dare per scontato, perché non lo è, che il nostro modo di essere sia rispettoso della loro libertà, della loro autodeterminazione, della loro libertà di scelta. Poi, dobbiamo porci la domanda, non ultima, se la religione, sfera privata per eccellenza, sia parte di questo ragionamento.

Penso che per troppo tempo abbiamo finto che non lo sia, che non ci sia relazione tra laicità dello Stato e libertà delle persone. L'Islam che si fa Stato, che applica la Shari'a (e non mi riferisco solo a Daesh), che vuole determinare la proprietà e la sottomissione delle donne a un uomo, non può più essere un problema di altre, delle donne musulmane prime vittime di questa radicale confessionalizzazione della politica e del governare. Mondi paralleli non esistono, nonostante le politiche d'integrazione siano state spesso questo. È una condizione che riguarda tutti e tutte perché se condividi spazio e tempo non possono esistere isole separate e intangibili. La lunga strada della laicizzazione e della della secolarizzazione dello Stato e dei governi è un patrimonio - ancora incompiuto - della cultura europea e non solo. Che sia Colonia, Delhi o Raqqa è al centro di un conflitto e di uno scontro che è tuttora in corso e che coinvolge il mondo intero.

*** Susanna CAMUSSO, segretaria Cgil, Spiace che neanche la sinistra misuri la democrazia con la libertà delle donne, 'L'Huffington Post', 12 gennaio 2016, qui

venerdì 8 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Donne, la fanciulla e il drago (Federica Bianchi)

I racconti della notte di Capodanno di Colonia mi hanno fatto venire i brividi. Mi sono ricordata di quelle giornate passate nelle piazze egiziane tra il 2011 e il 2013, durante gli eccitanti mesi della caduta di Mubarak e dei sogni di una libertà a venire.
Le piazze si riempivano e svuotavano di folle immense: molte donne e tanti tantissimi giovani uomini. Man mano che la primavera egiziana diventava sempre di più la “primavera del fondamentalismo” diminuiva il numero delle donne. E quelle poche erano per lo più velate. La piazza poco prima del colpo di stato inscenato da al-Sisi nell'estate del 2013 era diventata il principale centro di sfogo di una gioventù maschile repressa: uomini poco più che ventenni a cui l'Islam proibiva non solo rapporti sessuali ma financo un bacio al di fuori del matrimonio. Per loro qualsiasi donna sola in pubblico, ancora più se occidentale, era “zona libera”, libera di essere mangiata con gli occhi, di essere palpeggiata e, nei casi peggiori, e sempre solo in gruppo, di essere stuprata.

In quei mesi una reporter americana venne violentata durante un servizio. Decine di altre giornaliste donne, anche egiziane, tastate nelle parti più intime. La polizia non interveniva mai, ansiosa di dimostrare che solo un ritorno della dittatura militare avrebbe ripristinato l'ordine nel Paese. La mia fixer, una bella e coraggiosa quarantenne egiziana, a volte si rifiutava di accompagnarmi in giro per Il Cairo. Lei nelle mani di queste bande di stupratori fuori controllo c'era già finita una volta e aveva avuto la faccia tosta di raccontare la sua storia in televisione. Ma non voleva ritentare la sorte.

Io avevo preso a camminare con le mani appoggiate sul mio sedere: all'interno stringevo stuzzicadenti prelevati dai tavoli dell'albergo e, ogni qualvolta qualcuno provava ad allungare una mano, li affondavo nella loro carne, cogliendoli di sorpresa. A volte lanciavo anche qualche calcio coi miei scarponi da montagna per sottolineare il messaggio. Metodi casarecci, certo, però molto efficaci. Indispensabili, direi.

Ma lo strumento di cui non avrei mai potuto fare a meno è stato il più banale: una buona dose di sfrontataggine, imparata da ragazzina sulle spiagge italiane. Chi come me è cresciuta negli anni Ottanta non potrà avere evitato quelle lunghe occhiate, commenti sessualmente espliciti e fischi ripetuti lanciati dai nostri coetanei di allora. Ci siamo pressocché nate e abbiamo imparato a farci i conti. Ad esserne lusingate, a mettervi fine con uno sguardo se necessario, a giocarci se dell'umore. Siamo cresciute in un ambiente che discriminava sì le donne ma non era tanto violento e misogino quanto quello arabo di oggi. A nessuna di noi è mai venuto in mente di coprirsi o di scappare. Reagivamo in qualche modo. E nel farlo crescevamo più forti.

Alle donne arabe di oggi invece è insegnato per lo più di nascondersi e di velarsi per non essere infastidite e di cercare l'aiuto di un altro uomo. Nessuno insegna loro a cavarsela da sole. Si vedono e sono viste come creature delicate da proteggere dalla violenza fisica degli uomini. Gli uomini a loro volta crescono nell'idea che le donne sono creature troppo deboli per affrontare il mondo da sole e che dunque non dovrebbero avventurarsi nel mondo non accompagnate, pena la perdita del “rispetto” dell'altro sesso.

Si tratta di una visione della donna che ha sempre più presa anche tra i musulmani d'Europa e che dunque deve essere riconosciuta e corretta se non vogliamo nuove generazioni di fanciulle europee impaurite, timorose di viaggiare. La favola medioevale della principessa e del drago è cosa passata.

In un'Europa composta anche da tanti musulmani di prima o seconda generazione la visione che l'Islam ha della donna non può più essere sorvolata o evitata per paura di essere tacciati di razzismo. La società europea, come a suo tempo ha fatto quella americana, deve darsi un comportamento sociale omogeneo che deve essere rispettato da tutti, al di là di ogni credo o provenienza. La donna in Europa ha la stessa considerazione di un uomo. Nessun uomo ha il diritto di aggredirla fisicamente e restare impunito. La polizia deve arrestare coloro che perpetuano questi crimini, sgominare le bande che li commettono. Solo se le regole son chiare e fatte rispettare si eviterà una controversa dissertazione sulla bontà dell'apertura delle porte agli immigrati di origine araba e atti di discriminazione generalizzata.

*** Federica BIANCHI, giornalista, La fanciulla e il drago, blog 'donne come noi', 'L'Espresso', 7 gennaio 2016, qui

lunedì 4 gennaio 2016

#LINK / Donne, carriere in trappola (Francesca Sironi)

Troppo carina per far l’ingegnere. Troppo emotiva per decidere. Troppo dolce per comandare. 
Sono tutti stereotipi: che danneggiano anche le aziende.

*** Francesca SIRONI, giornalista, Donne, carriere in trappola. Colpa di discriminazioni e pregiudizi, 'L'Espresso', 3 gennaio 2016

LINK articolo integrale qui


giovedì 31 dicembre 2015

#RITAGLI / Stupri, la falsa indignazione dell'Occidente (Deborah Dirani)

(...) Le donne sono pezzi di carne buoni alla riproduzione, alla cura del maschio e dei suoi figli. Sono schiave per una trama muscolare e un ordito di ossa che le costringe a patire la violenza di un sesso che non desiderano, di un uomo che non amano. Bestie da mercato: ha bei fianchi, farà molti figli. L'indignazione che nelle ultime ore attraversa l'Occidente, suscitata dalla fatwa n.64 del 29 gennaio 2015, che detta le nuove leggi dello stupro nel Daesh, mi suona tanto ipocrita quanto falsa. Come se, con gente pronta a incendiare un altro essere umano, a scaraventare giù dalle rupi un omosessuale, ad abbattere a martellate secoli di storia e civiltà ci fosse da stupirsi che una donna, finita nel carro degli sconfitti, venga stuprata a cadenza quotidiana da un maschio che si serve di Allah per giustificare ogni genere di abominio.

La verità è che abbiamo ogni giorno più bisogno di ingolfarci di orrore verso il Daesh, perché sembra che quanto abbiamo visto fino ad ora non ci sia bastato. La verità è che bastava passare di là dall'Adriatico un paio di decenni fa per contare il numero di figli bastardi degli stupratori della ex Jugoslavia. Che non erano musulmani, ma per niente. Che lo stupro trova infinite e continue legittimazioni nelle menti perverse degli stupratori: si stupra una donna in nome di dio, della specie, dell'etnia, della politica, del piacere. Del potere. Che lo stupro è questo: la perfezione del potere che non si conclude con la morte (finirebbe troppo presto l'orgasmo) ma si ripete ad ogni urlo, ad ogni graffio, ad ogni supplica della vittima. È molto più che un atto sessuale, è un messaggio di onnipotenza che un carnefice lancia alla sua vittima: "Sei mia: farò di te quello che voglio". E allora, guardiamo bene la realtà, leviamoci le lenti della supremazia culturale che oggi, ancora una volta, ci fa sentire migliori di quei disgraziati che tanto ci fanno paura.

Noi gli uomini non li incendiamo, no: ma le donne le stupriamo senza nasconderci dietro la barba di dio. Non lo facciamo da vincitori di una guerra, non le chiamiamo schiave, non regoliamo la cadenza dei nostri rapporti sessuali con loro, non ci preoccupiamo di capire se la femmina a cui strapperemo la gonna sia o meno mestruata. Noi siamo civili occidentali e lo stupro da noi è un incidente: ammesso che tante, troppe sono le donne al giorno abusate in Italia (ce lo dice l'Istat) possano considerarsi un incidente. La differenza tra "noi" e "loro" sta solo nel metodo: il loro è sistematico, regolato da una logica che noi non conosciamo più. È la logica assurda della guerra che impone ai vinti ogni possibile umiliazione. (...)

*** Deborah DIRANI, giornalista,  La falsa indignazione dell'Occidente per le leggi sullo stupro del Califfo, 'L'Huffington Post', 30 dicembre 2015

LINK articolo integrale qui


#SENZA_TAGLI / Isis, la legge per le schiave sessuali (Antonio Palma)

Dopo la rivelazione della "legge" che autorizza l’espianto e il traffico di organi degli infedeli, nuove raccapriccianti particolari emergono sulla vita all'interno del sedicente stato islamico. Ancora una volta è l'agenzia Reuters, sulla base di documenti venuti in possesso delle forze Usa, a rendere nota una fatwa dello Stato Islamico con le regole di comportamento imposte sul territorio controllato tra Siria e Iraq. Questa volta l'oggetto della fatwa, datata 29 gennaio 2015, sono i precetti su come trattare "le donne e i bambini degli infedeli" catturate dai combattenti jihadisti, in pratica si disciplina i comportamenti da tenere con le schiave sessuali.

Del resto la presenza di donne usate come vere e proprie schiave all'interno dello stato islamico era cosa già nota da tempo e denunciata continuamente da tutte le organizzazioni umanitarie, ma l'Isis addirittura né disciplina "l'uso" autorizzando formalmente la schiavitù sessuale nei territori che controlla. Come spiega Repubblica, quello reso noto infatti è un vero e proprio decalogo che fa rabbrividire. "Non si può fare sesso con una prigioniera prima che abbia avuto il ciclo mestruale e sia pulita"; "Se è incinta, non si può fare sesso con lei fino al parto" e "Non le si può causare un aborto" sono alcuni dei dettami imposti.

Se poi la prigioniera ha una figlia, il padrone può avere rapporti o con l'una o con l'altra, ma non con entrambe e deve scegliere una volta per sempre. Se le prigioniere sono sorelle, il padrone può avere rapporti con una sola delle due, ma può fare sesso con l'altra "se vende la prima, la regala o la libera". Se una donna è prigioniera di un padre, il figlio di questi non può avere rapporti con lei. E ancora, "se due o più individui comprano insieme una prigioniera, nessuno di loro può avere rapporti con lei perché è proprietà condivisa" ed "è vietato fare sesso anale con una prigioniera".

Le regole dello Stato Islamico "non hanno nulla a che vedere con l'Islam" denunciano però diversi Imam ed esperti di religione islamica come il rettore di Teologia islamica all'università Al-Azhar del Cairo. Per gli esperti infatti l'Isis sta tentando di reinterpretare norme della sharia alle proprie necessità e ai propri scopi dando vita a comportamenti che non si vedevano da secoli e lontanissimo anche dalla stragrande maggioranza degli islamici.

*** Antonio PALMA, giornalista, La legge dell’Isis per disciplinare i rapporti con le schiave sessuali, 'fanpage.it', 29 dicembre 2015, qui

mercoledì 25 novembre 2015

#SPOT / Per tutte le violenze consumate su di lei (Anonimo)

Gira in rete da anni l'ennesima bufala: stavolta si tratta di una citazione falsa attribuita a William Shakespeare.
Al di là di chi l'ha scritta, almeno oggi, nella Giornata internazionale contro la Violenza sulle Donne, almeno queste parole, alle donne sono dovute. 
Anche se non basterà certo perché noi maschi ci mettiamo a posto la coscienza. (mf)

° ° °

Per tutte le violenze consumate su di lei,
per tutte le umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per la sua intelligenza che avete calpestato,
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le sue ali che avete tarpato,
per tutto questo:
in piedi, signori, davanti ad una Donna! 

*** anonimo/anonima, via web, testo falsamente attribuito a William Shakeaspeare

(eoloperfido.com, via pinterest)

#SENZA_TAGLI / Violenza sulle donne, per 1 giovane su 3 è un fatto privato (Angela Abbrescia)

Oggi, 25 novembre 2015
Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne

La violenza domestica? Un fatto privato della coppia. Così la pensa quasi un giovane su tre in Italia, secondo quanto emerge da un sondaggio contenuto nel secondo Rapporto sulla violenza contro le donne e gli stereotipi di genere 'Rosa shocking 2' curato da WeWorld Onlus insieme a Ipsos, con il Patrocinio della Camera e del Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio.

Nel sondaggio, l'obiettivo è capire come le nuove generazioni si posizionino su questi temi. 
In particolare, aumenta la percentuale, dal 19% al 22%, di chi dichiara che quello che accade in una coppia non deve interessare gli altri. Il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni, poi, afferma che gli episodi di violenza vanno affrontati all'interno della mura domestiche. Non solo: l'aspetto istintivo legato alla violenza e il raptus momentaneo è per il 25% di questa fascia d'età giustificato e legittimato dal "troppo amore", oppure da una motivazione legata al preconcetto che le donne siano abili a 'esasperare' gli uomini e che gli abiti succinti siano troppo provocanti, attribuendo, quindi, alle donne la responsabilità di far scaturire la violenza.

Nel rapporto si ricordano le dimensioni del fenomeno nel nostro Paese, i cui numeri continuano oggi ad essere allarmanti: sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Di queste solo l'11,8% denuncia gli abusi subiti. Secondo l'analisi del Rapporto sugli investimenti in prevenzione nel biennio 2012-2014, è necessario continuare a promuovere investimenti che portino ad una miglioramento della capacità di prevenzione del fenomeno.

Nel 2013 infatti c'è stato un investimento di 16,1 milioni (il picco più alto mai registrato), anche frutto di una forte campagna mediatica, mentre nel 2014 ci si attesta intorno ai 14,4 milioni. Un calo che evidenzia, secondo la onlus, la necessità di continuare a lavorare con determinazione nella sensibilizzazione di uomini, donne e giovani soprattutto.

Dal rapporto emergono anche segnali timidamente positivi: per la prima volta quando si parla di prevenzione e diritti delle donne inizia a emergere l'immagine di una donna vincente, non più solo vittima, di cui si valorizzano le capacità psicologiche e morali, una figura forte e vincente capace di essere esempio di riscatto per le altre donne. Emblematici in questo senso gli episodi di cronaca riconducibili a Lucia Annibali, Rosaria Aprea e Jessica Rossi, che però restano ancora casi isolati.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne e WeWorld Onlus, la ONG che si occupa in Italia e nel Sud del Mondo di garantire i diritti dei bambini e delle donne più vulnerabili, chiama  le Istituzioni ad un'approfondita consapevolezza e reale presa di coscienza su come nel nostro Paese la violenza contro le donne non sia un fenomeno occasionale quanto, piuttosto, una realtà culturalmente strutturata e, al tempo stesso, ad una maggiore conoscenza degli aspetti economici e sociali, che tale fenomeno provoca, facendosi promotore del varo di politiche efficaci e preventive e, nel  medio e lungo termine, a conseguire ad una contrazione del peso economico sulla comunità e del costo umano che tale situazione produce.

*** Angela ABBRESCIA, Violenza donne? Per un giovane su 3 è fatto privato coppia. Rapporto 'Rosa shocking 2', violenza su donne è realtà culturalmente strutturata, Ansa, 25 novembre 2015, qui



martedì 10 novembre 2015

#RITAGLI / Discriminazione, per donne e uomini (Carla Fiorentini)

(...) Recentemente un amico, maschio, ha affrontato un colloquio di lavoro. Chi conduceva il colloquio era un uomo, giovane, intorno ai 40. Il lavoro era interessante, motivante. Si trattava di viaggiare molto, con parecchie notti fuori casa.
Il mio amico, giovane, con bimbi piccoli e una moglie che lavora, ha chiesto chiarimenti su quante notti si riteneva che dovesse passare fuori casa e su quali introiti gli avrebbe garantito il lavoro. In piena onestà, ha spiegato che la sua frequente assenza da casa gli crea qualche difficoltà sia perché considera la paternità un valore da tutelare sia perché avrebbe creato disagi alla moglie e probabilmente la moglie avrebbe dovuto ridurre il suo impegno lavorativo, con conseguente danno economico.
Frasi del tipo
“Di che ti preoccupi? Anch’io ho bimbi piccoli, ma ci pensa mia moglie”
"Non mi dirai che ti fai condizionare da tua moglie nelle tue scelte lavorative?"
" Perché ti preoccupi del lavoro di tua moglie? Quanto vuoi che guadagni?"
hanno evidenziato che non solo mancava ogni rispetto per la professionalità femminile, ma anche che l’attenzione verso la moglie faceva perdere punti, secondo la logica che il vero uomo decide da solo mentre la moglie subisce.
Così la discriminazione si avvia a colpire non solo le donne, ma anche quegli uomini che hanno compreso il valore della famiglia, della paternità e della condivisione delle decisioni all’interno di una coppia.
Andiamo indietro, e tra un po’ ci troveremo a discutere se la donna ha l’anima o no.
Cerchiamo almeno di fare in modo che tutto questo non diventi normale: continuiamo ad indignarci!

*** Carla FIORENTINI, consulente, formatrice, saggista, Di male in peggio - Femminilità in cammino, blog 'chingecoaching' (senza data)

LINK articolo integrale qui 

In Mixtura altri 3 contributi di Carla Fiorentini qui