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venerdì 27 ottobre 2017

#SPOT / Violenza sulle donne (bossy)

Illustrazione di ValentinoBuonicore Art
via facebook, 'bossy', qui

C'è un motivo per cui le persone che subiscono molestie e violenze non denunciano o impiegano anni a denunciare: quando lo fanno, vanno incontro a insulti, mobbing e ancora più violenze. Sta a noi cambiare questo sistema. (bossy)

In Mixtura ark #Spot qui

martedì 29 agosto 2017

#LINK / Violenza sulle donne, quando non se ne parla a sinistra (Lorella Zanardo)

Dello stupro di Rimini, ieri non vi era traccia nelle pagine di molte associazioni di sinistra e femministe, perché? Non è certo la prima volta che accade e stupisce che grandi movimenti che hanno portato in piazza migliaia di persone proprio contro la violenza o che hanno come loro obiettivo principale proprio la rimozione della violenza verso le donne, abbiano trascurato di recensire e stigmatizzare un fatto così grave.

Accadde anche qualche settimana fa quando un’anziana venne violentata da un ragazzo in Puglia e pochissime si dissero dalla parte della donna. In entrambi i casi la violenza, nel primo caso è certo e nel secondo pare altamente probabile, è stata commessa da migranti africani.

*** Lorella ZANARDO, 1957, autrice, blogger, attivista, Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri?, blog 'ilfattoquotidiano.it', 28 agosto 2017

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri contributi di Lorella Zanardo qui

martedì 12 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Colonia, le donne, il passato, noi (Loredana Lipperini)

Da un post su quelli che sono ormai a tutti gli effetti “i fatti di Colonia” chi legge si aspetta due cose. Solo due, probabilmente, e questo è già un sintomo che inquieta. Ovvero. La condanna senza se e senza ma di quello che è avvenuto, in nome del femminismo (quello stesso femminismo sbeffeggiato quando prende la voce per denunciare quanto avviene, con cadenza quasi quotidiana, dalle nostre parti). Oppure la difesa senza se e senza ma del multiculturalismo (che va difeso, lo dico subito, senza quei se e senza quei ma. Ma sapendo che in ogni cultura, e in alcune in modo più evidente, si fatica a considerare le donne persone. E sapendo anche che all’interno di ogni cultura si devono fare infiniti distinguo. Come vedremo).

Troverete altre parole. Perché la preoccupazione per il nuovo tassello di un mosaico che ha un solo titolo, ormai (scontro di civiltà), non può renderci immemori. E l’unico modo per fornire elementi di riflessione è ricostruire cosa è avvenuto all’interno della nostra cultura. La nostra, quella che si autodefinisce civilissima ma che civile non può essere finché rifiuterà di fare i conti con la propria storia.

Partiamo alti. Partiamo da Gabriele D’Annunzio, che nel 1903 compone Maia. Sottotitolo, Laus Vitae. Superomismo, miti nascenti, elogio della guerra. E celebrazione dello stupro etnico:
“Le vostre vergini molli le soffocheremo nel nostro amplesso robusto. Sul marmo dei ginecei violati, sbatteremo i pargoli vostri come cuccioli. Il grembo delle madri noi scruteremo col fuoco, e non rimarranno germi nelle piaghe fumanti”.

Ah, ma scomodi D’Annunzio. Troppo facile, si dirà. Era un poeta, D’Annunzio. Non parlava sul serio. Forse no. Forse non qui, almeno, perché i discorsi che incitarono all’interventismo e vagheggiavano inondazioni di sangue erano serissimi.

Ma è giusto. Facciamo parlare i soldati.
Quinto Antonelli ha raccolto lettere, diari e memorie dei soldati al fronte in Storia intima della grande guerra (Donzelli). Sono scritti indirizzati alla famiglia, nella maggior parte dei casi. Un’altra narrazione, rispetto a quella ufficiale (“Capirai a noi qua si divora la rabbia nel sentire che in Italia fanno delle feste per la presa di gorizzia e suonare le campane si dovrebbero vergognare”). In questa narrazione entra quello che non viene detto: l’esaltazione della morte, l’ebbrezza dell’uccisione. E dello stupro, anche.
In una delle lettere viene raccontato un episodio. I soldati italiani circondano una donna. Non parla la nostra lingua, o forse sì, non sappiamo molto di lei. Sappiamo solo che la violentano e che, alla fine, le infilano nella vagina uno di quei tubi di gelatina che si usano per far saltare i reticolati austriaci. Fanno esplodere il tubo. Coperti di sangue e brandelli di carne, ridono.
Il soldato che racconta il fatto ha orrore di sé e dei suoi compagni.

Ma si potrebbe andare indietro, in tempi che precedono D’Annunzio e la sua frenesia. A quell’episodio dimenticato che venne chiamato la ribellione dei Boxer, e che nel secolo nascente portò in Cina un gran numero di forze internazionali (e colonialiste), fra cui un contingente italiano. Le donne vennero stuprate e si suicidarono per non sopravvivere al disonore.
Possiamo ricordare le operazioni di pulizia coloniale italiane di fine Ottocento e inizio Novecento, per esempio. Quelle che è così faticoso ricordare. Quelle che sono classificate, come è giusto che sia, crimini di guerra. E la violenza sulle donne è in primo piano. Vediamolo. Per frammenti.

1891. La commissione reale d’inchiesta che indaga sul comportamento italiano in Eritrea dopo la conquista di Asmara scopre che le cinque mogli del Kantimai Aman erano state sorteggiate, su disposizione del generale Baldissera, per essere violentate dagli ufficiali italiani. Nessuna condanna.
1915-16. Nel suo diario, Ferdinando Martini, scrittore, parlamentare, governatore civile dell’Eritrea dal 1897 al 1907, ministro delle colonie, racconta di ufficiali italiani impegnati “a tirar su bambine a minuzzoli di pane” per adescarle. Più avanti, il medico ungherese Ladislav Sava che si trovava ad Addis Abeba al momento dell’occupazione italiana, raccontò nel 1940 al settimanale londinese New Times & Ethiopia News di aver personalmente assistito alla “deportazione di donne etiopiche in case convertite con la forza dai militari italiani in postriboli”. Nelle interviste raccolte nel 1994 tra i reduci d’Africa uno degli intervistati dichiara: “la colonia era un paradiso per gli uomini anziani che potevano avere rapporti con bambine di dodici anni”.
1931. Durante la conquista italiana di Cufra non solo vengono uccise centinaia di civili libici. Le donne stuprate sono almeno cinquanta. Ad alcune donne incinte viene squartato il ventre. Alle ragazze vengono conficcate candele di sego nella vagina e nel retto.
1940. Durante l’invasione italiana della Grecia vengono invano segnalati stupri di massa.
Non ne potete più, vero? Fa male. Malissimo. Ma non è faccenda che appartenga al passato così lontano. Facciamo un salto in avanti.
Siamo nel 1993. Somalia. Missione Ibis. Johar, a nord di Mogadiscio. E’ una sera di giugno Due blindati con una decina di parà della Folgore si fermano al check point. I militari di guardia hanno circondato Dahira Salad Osman, una ragazza somala di 24 anni. Si divertono. "Andiamo a divertirci anche noi", dicono i parà. Dahira viene palpata dai soldati. Poi viene legata a un blindato. Qualcuno tira fuori una bomba illuminante. Qualcun altro spalma sulla bomba un po’ di marmellata. “Per farla entrare meglio”. Avviene la stessa cosa che straziò la sconosciuta ragazza durante la Grande Guerra. Questa volta, almeno, la bomba non viene fatta esplodere.
Mi fermo.

Cosa voglio dire con questo elenco di orrori? Non che gli italiani siano bestie. Non che i maschi lo siano. Voglio dire, invece, che l’abuso dei corpi delle donne durante i conflitti è una prassi mai svanita. Ma se quanto è avvenuto, sempre in tempi recenti, in Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo, suscita un tiepido e infine svanito orrore, molto silenzio avvolge ancora le violenze sessuali compiute dai cosiddetti peacekeepers (si pensi ai soldati Onu in missione in Congo, e non solo).

Il problema che riguarda l’Italia, e proprio l’Italia, è sempre lo stesso: della parte tenebrosa del nostro passato rifiutiamo di parlare. Chiara Volpato, ordinaria di psicologia sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, ne parla in questo articolo (qui), e ricorda come il mito auto-assolutorio di italiani brava-gente abbia ormai costituito la nostra identità collettiva. Ricorda, Chiara Volpato, che il silenzio sulle violenze di genere si debba alle solite strategie: la negazione, l’eufemizzazione, la disumanizzazione, la colpevolizzazione, la psicologizzazione, la naturalizzazione, la distinzione.

Solo riconoscendole riusciremo a capire che parlare di scontro di civiltà non ha senso (e rientra in quelle stesse strategie, peraltro). C’è una questione molto più ampia che riguarda le donne, e attraversa tutte le culture.

Chi, oggi, sollecita le femministe o le persone che si oppongono al razzismo a “venire allo scoperto” lo fa per biechi motivi elettorali. O personali, nel caso ci si senta meglio ad aggredire le femministe (auguri).

Noi non sappiamo cosa sia accaduto a Colonia. Non sappiamo se si sia trattato delle aggressioni del branco o se, come si adombra, sia stata “un’azione di guerra”.
Sappiamo però due cose: che i femminismi non sono un giochino per bacheche di miserandi comici o di egualmente miserandi politici, ma l’unica via per far sì che la violenza di genere venga combattuta. Da qualunque parte venga. E sappiamo che non tutti sono uguali. Non tutti “i musulmani” stuprano. Non tutti gli italiani. Mio padre partecipò alla guerra di Grecia, e non stuprò nessuno. Né lo fece il soldato che nella Grande Guerra che assistette alla bestialità dei suoi compagni. Questa è l’acqua, appunto. Questa è speranza. Teniamolo a mente.

*** Loredana LIPPERINI, giornalista, saggista, I corpi su cui si uniscono le civiltà: non su Colonia, ma sul nostro passato, blog 'lipperatura', 11 gennaio 2016, qui


In Mixtura 1 altro contributo di Loredana Lipperini qui

sabato 9 gennaio 2016

#MOSQUITO / Donne, la trave e la pagliuzza (Maso Notarianni)

La trave e la pagliuzza. Ovvero della violenza sulle donne.
Nel 2014 in Italia sono stati commessi 152 femminicidi. 
L’assassino è quasi sempre un uomo: la percentuale è del 90 per cento.
Prendendo in considerazione solo gli omicidi maturati in ambito familiare si sale al 92 per cento. Spesso il partner, spinto dalla gelosia o incapace di accettare la fine di una relazione. 
Nel 77 per cento dei casi l’omicidio avviene in ambito familiare. 
Il 59,3 per cento degli omicidi è stato compiuto dal coniuge o convivente della vittima. 
Una volta su cinque a macchiarsi del reato è stato un ex partner. 
La regione più interessata dal fenomeno è la Lombardia, con 30 casi. 
Seguono Lazio e Sicilia, che nell’anno passato hanno registrato 19 femminicidi. 
La provincia più violenta è Milano, con 14 vittime.
E i nostri giornali scrivono paginate su Colonia.

*** Maso NOTARIANNI, giornalista, La trave e la pagliuzza. Ovvero della violenza sulle donne, facebook, 9 gennaio 2015, qui



In Mixtura 1 altro contributo di Maso Notarianni qui

mercoledì 25 novembre 2015

#SPOT / Per tutte le violenze consumate su di lei (Anonimo)

Gira in rete da anni l'ennesima bufala: stavolta si tratta di una citazione falsa attribuita a William Shakespeare.
Al di là di chi l'ha scritta, almeno oggi, nella Giornata internazionale contro la Violenza sulle Donne, almeno queste parole, alle donne sono dovute. 
Anche se non basterà certo perché noi maschi ci mettiamo a posto la coscienza. (mf)

° ° °

Per tutte le violenze consumate su di lei,
per tutte le umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per la sua intelligenza che avete calpestato,
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le sue ali che avete tarpato,
per tutto questo:
in piedi, signori, davanti ad una Donna! 

*** anonimo/anonima, via web, testo falsamente attribuito a William Shakeaspeare

(eoloperfido.com, via pinterest)

#SENZA_TAGLI / Violenza sulle donne, per 1 giovane su 3 è un fatto privato (Angela Abbrescia)

Oggi, 25 novembre 2015
Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne

La violenza domestica? Un fatto privato della coppia. Così la pensa quasi un giovane su tre in Italia, secondo quanto emerge da un sondaggio contenuto nel secondo Rapporto sulla violenza contro le donne e gli stereotipi di genere 'Rosa shocking 2' curato da WeWorld Onlus insieme a Ipsos, con il Patrocinio della Camera e del Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio.

Nel sondaggio, l'obiettivo è capire come le nuove generazioni si posizionino su questi temi. 
In particolare, aumenta la percentuale, dal 19% al 22%, di chi dichiara che quello che accade in una coppia non deve interessare gli altri. Il 32% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni, poi, afferma che gli episodi di violenza vanno affrontati all'interno della mura domestiche. Non solo: l'aspetto istintivo legato alla violenza e il raptus momentaneo è per il 25% di questa fascia d'età giustificato e legittimato dal "troppo amore", oppure da una motivazione legata al preconcetto che le donne siano abili a 'esasperare' gli uomini e che gli abiti succinti siano troppo provocanti, attribuendo, quindi, alle donne la responsabilità di far scaturire la violenza.

Nel rapporto si ricordano le dimensioni del fenomeno nel nostro Paese, i cui numeri continuano oggi ad essere allarmanti: sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Di queste solo l'11,8% denuncia gli abusi subiti. Secondo l'analisi del Rapporto sugli investimenti in prevenzione nel biennio 2012-2014, è necessario continuare a promuovere investimenti che portino ad una miglioramento della capacità di prevenzione del fenomeno.

Nel 2013 infatti c'è stato un investimento di 16,1 milioni (il picco più alto mai registrato), anche frutto di una forte campagna mediatica, mentre nel 2014 ci si attesta intorno ai 14,4 milioni. Un calo che evidenzia, secondo la onlus, la necessità di continuare a lavorare con determinazione nella sensibilizzazione di uomini, donne e giovani soprattutto.

Dal rapporto emergono anche segnali timidamente positivi: per la prima volta quando si parla di prevenzione e diritti delle donne inizia a emergere l'immagine di una donna vincente, non più solo vittima, di cui si valorizzano le capacità psicologiche e morali, una figura forte e vincente capace di essere esempio di riscatto per le altre donne. Emblematici in questo senso gli episodi di cronaca riconducibili a Lucia Annibali, Rosaria Aprea e Jessica Rossi, che però restano ancora casi isolati.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne e WeWorld Onlus, la ONG che si occupa in Italia e nel Sud del Mondo di garantire i diritti dei bambini e delle donne più vulnerabili, chiama  le Istituzioni ad un'approfondita consapevolezza e reale presa di coscienza su come nel nostro Paese la violenza contro le donne non sia un fenomeno occasionale quanto, piuttosto, una realtà culturalmente strutturata e, al tempo stesso, ad una maggiore conoscenza degli aspetti economici e sociali, che tale fenomeno provoca, facendosi promotore del varo di politiche efficaci e preventive e, nel  medio e lungo termine, a conseguire ad una contrazione del peso economico sulla comunità e del costo umano che tale situazione produce.

*** Angela ABBRESCIA, Violenza donne? Per un giovane su 3 è fatto privato coppia. Rapporto 'Rosa shocking 2', violenza su donne è realtà culturalmente strutturata, Ansa, 25 novembre 2015, qui