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martedì 17 aprile 2018

giovedì 7 settembre 2017

#MOSQUITO / Usa, la 'gaiezza compulsiva' (Terry Eagleton)

Assieme alla Corea del Nord, gli Stati Uniti sono una delle poche nazioni sulla terra in cui l’ottimismo è quasi ideologia di Stato. In vasti settori del Paese, la fiducia è patriottica, mentre la negatività è una sorta di crimine del pensiero. Si ritiene il pessimismo vagamente sovversivo. Anche nel più depresso dei periodi, una fantasia collettiva di onnipotenza e infinità continua a infestare l’inconscio nazionale. In pratica, l’elezione di un presidente che raccontasse al popolo che i suoi giorni migliori sono oramai alle spalle sarebbe difficile quanto quella di uno scimpanzé, anche se una o due volte ci si è andati piuttosto vicini. Ma un presidente del genere diverrebbe l’obiettivo primario di qualche assassino. Uno storico statunitense ha recentemente notato che «i discorsi inaugurali del presidente sono sempre ottimistici, qualunque sia il frangente»: ma non era una critica. Alcuni aspetti della cultura statunitense mostrano una forma di gaiezza compulsiva, una retorica del tipo «sono in grado di fare quel che voglio»

*** Terry EAGLETON, 1943, critico letterario inglese, Speranza (senza ottimismo), Ponte alle Grazie, 2017

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sabato 22 luglio 2017

#MOSQUITO / Cultura dell'ottimismo, quando fa male (André Spicer)

I sociologi Timo Vuori e Quy Huy hanno dedicato alla Nokia uno studio molto approfondito, che evidenzia un fattore determinante per la perdita di valore dell’azienda: l’esagerata cultura dell’ottimismo. I quadri erano molto restii a dare cattive notizie, perché ciò li avrebbe potuti mettere in cattiva luce. I dipendenti si astenevano dal porre domande critiche. Nessuno voleva essere considerato un guastafeste. Avere dei dubbi su ciò che si faceva era considerato una mancanza di coinvolgimento aziendale. I dipendenti sapevano che bisognava riportare ai superiori soltanto i successi, se si voleva che alle unità produttive fosse permesso di continuare a operare. Come risultato i dirigenti, che tendevano a sostituire i critici con gli ottimisti, si fecero inebriare da questo afflusso costante di buone notizie. Così le aspettative divennero esagerate, l’azienda si impegnò a rispettare scadenze e progetti poco realistici e i prodotti che dovevano contrastare l’iPhone di Apple arrivarono sul mercato in ritardo o con qualità non ottimale. 

*** André SPICER, coautore con Mats Alvesson, di Il paradosso della stupidità, Cortina, 2016, in Giuliano Aluffi, giornalista, La stupidità obbligatoria che affossa le aziende, ‘Il Venerdì’, 22 luglio 2016.



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giovedì 23 febbraio 2017

#SPILLI / Ottimismo, il pericolo di minimizzare il pericolo (M. Ferrario)

Martin E. P. Seligman, psicologo e saggista statunitense, già presidente della American Psychological Association, è stato il fondatore della 'psicologia positiva'. Uno dei suoi libri più famosi, tradotto in italiano, è Imparare l'ottimismo, 1990, Giunti editore, 1998.

Il suo approccio va distinto da certo deteriore 'pensiero positivo' più o meno in stile new age da cui continuiamo ad essere invasi. Eppure, nonostante cerchi di basarsi il più possibile su dati empirici, il 'focus' continuo sulla ricerca del benessere e della felicità, pilotato da un ottimismo di fondo che spinge a vedere il bicchiere sempre più pieno che vuoto, a mio avviso può essere considerato pericoloso: perché diminuisce l'allerta rispetto alle situazioni negative e abbassa di fatto, anche se lo nega, l'utilità di un atteggiamento realistico.

Un esempio, a me pare lampante, è in una recente intervista, di cui qui riporto la strabiliante risposta dello psicologo alla domanda finale, cui peraltro non seguono commenti né richieste di approfondimento da parte dell'intervistatore.
Gli viene domandato se è ottimista riguardo alle recenti elezioni statunitensi, conclusesi con la vittoria di Donald Trump.
Ecco la risposta:

«Non ci ho pensato molto. La mia prima reazione, guardando i risultati con la mia famiglia, è stato un senso di disperazione, ma in realtà la mattina dopo mi sono sentito abbastanza fiducioso. Avevo confuso l'odiosità che mi suscita la personalità di Trump e il fatto che la signora Clinton mi fosse più congeniale - la conosco molto bene - con le differenze tra i loro programmi elettorali. Però, una volta superato il rifiuto per il modo detestabile in cui Trump si presenta, si scopre che tante delle politiche che vorrebbe perseguire sono assolutamente sensate. In particolare, credo che quello su cui puntava la signora Clinton fosse una politica identitaria: neri, ispanici, disabili, donne. E quello su cui punta Trump è una politica umana, una politica democratica. Quindi, fermo restando che Trump non è qualcuno con cui vorrei andare a cena, credo che le politiche che lui vuole perseguire non siano irrazionali. 
(Martin E. P. Seligman, intervistato da Luca Mazzucchelli, 'Psicologia contemporanea', marzo-aprile 2017)

Affermare che Trump voglia perseguire 'politiche sensate' e che, a differenza della Clinton che aveva una visione 'identitaria' (neri, ispanici, disabili, donne), miri a realizzare una 'politica umana e democratica' e 'non irrazionale', richiede davvero una incredibile dose di (limitiamoci a questo termine...) 'ottimismo'. 

Mi chiedo cosa avrebbe detto Seligman di Hitler e Mussolini, quando i due andarono al potere sull'onda di un grande voto 'democratico', negli anni in cui ancora non erano all'orizzonte i forni crematori, ma già doveva essere chiara la direzione del futuro: il pieno dispiegamento delle gesta violente e squadriste di nazisti e fascisti, coerenti peraltro con una politica di supremazia razzista e bellicista spudoratamente propagandata, non poteva non far presagire, se non tutto, certo molto di quanto dopo sarebbe tragicamente successo. Eppure molti non vollero vedere e troppi non videro: forse anche per quel mix micidiale di imbecillità e ottimismo (beota) che spesso ci impedisce di capire i segnali, peraltro evidenti, provenienti dalla realtà, facendoci intervenire in chiave preventiva.

Non sto paragonando Trump a Hitler o Mussolini: però alcune caratteristiche comuni, di psicologia e di visione del mondo, sono riconoscibili e del resto vengono riconosciute sia dall'interessato (che più volte si è ispirato orgogliosamente a Mussolini) che da molti suoi supporter (tra cui i suprematisti bianchi, anche appartenenti al Ku Klux Klan).

Se le parole hanno ancora un senso, e la voglia di ottimismo non ce le offusca, dire che Trump si sta ispirando a una politica 'umana' e 'democratica' mi pare davvero al di là di ogni senso.

*** Massimo Ferrario, Ottimismo, il pericolo di minimizzare il pericolo, per Mixtura



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mercoledì 26 ottobre 2016

#MOSQUITO / Ottimismo, e lo sputo (Liz Jensen)

«Metti la speranza su un piatto della bilancia e un bello sputo sull’altro», replicava mio padre, danese, a ogni manifestazione di ottimismo. «Poi guarda cosa pesa di più. Pensaci! Ah-ah! Lo sputo, naturalmente!». 

*** Liz JENSEN, 1959, scrittrice britannica di origine danese-marocchina, Beati scettici, ‘Internazionale’, 27 febbraio 2009

venerdì 22 gennaio 2016

#LINK / Ottimismo, manca (Annamaria Testa)

Censisce il livello di ottimismo globale il 39esimo rapporto annuale sulle prospettive, le aspettative e le convinzioni degli abitanti di 68 diversi paesi del mondo. È pubblicato da Win-Gallup, ci dice che il 66 per cento delle persone al mondo si reputa felice della propria vita, con un decremento rispetto al 70 per cento del 2014. (...)

La classifica per nazioni vede prima per felicità la Colombia, prima per ottimismo su un possibile miglioramento delle prospettive economiche la Nigeria e primo per speranza il Bangladesh. Ottimismo e speranza sono tipici delle nazioni giovani ed emergenti, ricorda Gallup.
L’Italia è ultima per speranza in un anno migliore di quello passato (per dire: l’Italia è più disperata dell’Iran, della Grecia e della Palestina), terz’ultima per ottimismo, e si colloca (anche se solo al decimo posto) tra i dieci paesi più infelici del mondo.

Queste le percentuali italiane: 44% di felici contro un 43 per cento di infelici. (...)

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, Ottimismo, cosa rara: come mai?, 'nuovo e utile', 19 gennaio 2016

LINK articolo integrale (con molti utili link di approfondimento) qui




In Mixtura altri 17 contributi di Annamaria Testa qui

mercoledì 21 ottobre 2015

#MOSQUITO / Pensiero positivo, cosa dicono le ricerche (Gaetano Prisciantelli)

L’ottimismo aiuta a vivere meglio. Ma è vero che tiene lontane le malattie e favorisce la guarigione? È una credenza piuttosto radicata.
Un gruppo di studiosi della Danish Cancer Society coordinati da Naoki Nakaya ha cercato di far luce sulla questione attraverso un poderoso studio epidemiologico, che ha messo a confronto le storie cliniche e i profili psicologici di quasi 60 mila persone distribuite tra Svezia e Finlandia. La conclusione, pubblicata sulle pagine dell’American Journal of Epidemiology, non è rincuorante: dai dati sul cancro relativi al periodo compreso tra il 1974 e il 2004 non emerge alcun effetto dell’indole dei pazienti sulla probabilità di ammalarsi e sulla capacità di rispondere alle terapie. Il potere dei nostri pensieri, a quanto pare, è limitato. 
È quanto sostiene, osservando la questione da un punto di vi-sta sociologico, anche Barbara Ehrenreich nel suo saggio Smile or Die. How Positive Thinking Fooled America and the World, ovvero Sorridi o muori. Come il pensiero positivo si è preso gioco dell’America e del mondo (Granta Books). 
L’autrice, che è anche specializzata in immunologia e ha dovuto affrontare in prima persona una terapia anticancro, critica quella che definisce «ideologia dell’ottimismo». 
«Non sono favorevole ai catastrofismi, tuttavia è bene limitare gli eccessi del pensiero positivo». Perché ingannare se stessi è un errore, dice, e poi perché da punto di vista etico non è corretto insinuare che le sofferenze di una persona possano dipendere dai suoi pensieri. 
Ehrenreich ha poi osservato gli effetti dell’«ottimismo obbligatorio» su diversi aspetti della vita americana, la finanza per esempio, un settore in cui, alla vigilia del crollo dei mercati finanziari del 2008, molti analisti vennero licenziati perché «pessimisti».

Anche il sorriso obbligatorio, richiesto in alcuni luoghi di lavoro, non sembra efficace. 
Brent Scott e i suoi colleghi della Michigan State University hanno osservato per due settimane un gruppo di conducenti d’autobus. Ad alcuni hanno chiesto di sorridere sempre ai passeggeri. Agli altri è toccato un compito più complesso: concentrarsi su pensieri piacevoli e sorridere di conseguenza. 
Gli autisti dal sorriso ‘obbligato’ risultavano più stressati e inclini all’assenteismo. 
Ma poi anche gli autisti del ‘pensiero positivo’ riferivano sentimenti negativi. 
«Certi espedienti» dice Scott «aiutano nel breve periodo, ma poi rischiano di allontanare le persone dalla realtà».  

*** Gaetano PRISCIANTELLI, giornalista, Pensare positivo, ‘Il Venerdì di Repubblica’, 11 marzo 2011.


In Mixtura, in tema di pensiero positivo si veda altri 7 contributi qui

sabato 4 luglio 2015

#SENZA_TAGLI / Ottimismo, tempi duri (Simone Perotti)

Tempi duri per gli ottimisti. Per vent’anni non abbiamo potuto dire di esserlo, per non sembrare berlusconiani. Oggi si rischia di sembrare follower di mercanti piemontesi e primi ministri.

E’ possibile essere ottimisti senza vendere “profumi della vita”, o frigoriferi al tartufo, senza promettere milioni di posti di lavoro o supercazzole elettorali? Oppure tentando un ragionamento articolato senza che qualcuno ti dia del disfattista? Per essere ottimisti, oggi, l’unica via è aderire con festante e supino entusiasmo a qualche antica idiozia rimasticata dal ghostwriter di turno?

Abbiamo diritto di poter essere ottimisti tanto quanto loro (purché siamo in grado di interpretarlo meglio di loro). In modo un po’ più concreto, magari, e originale. Soprattutto senza necessariamente tentare di diventare milionari mentre si mostrano i denti in un eterno, inutile, plastificato sorriso paraculo.

*** Simone PEROTTI, 1965, scrittore, navigatore, E' possibile, blog 'Piccolo Cabotaggio II', 4 luglio 2015, qui

Sempre in questo blog, altri 2 contributi di Simone Perotti qui

domenica 14 giugno 2015

#LINK / Expottimista a 250mila euro (Gianni Barbacetto)

L’inesauribile commedia italiana ha conosciuto la figura professionale dello iettatore, che cercava di far soldi con la sua nomea di menagramo. Oggi si arricchisce e s’aggiorna con l’ingresso in scena della figura (opposta ma simmetrica) dell’ottimista, che spreme soldi – nell’era berlusconian-renziana del pensare positivo – dalla recita dell’ottimismo. Per la precisione, dell’expottimismo. A gettone, come avrebbe voluto lo iettatore di Pirandello che pretendeva la patente da menagramo.

Tal Giacomo Biraghi da Milano la patente di expottimista è riuscito a farsela dare. “La Camera di Commercio”, ammette, “mi ha pagato 160 mila euro lordi per un lavoro di due anni e mezzo”. Non basta: “Expo mi ha affidato un incarico di pubbliche relazioni da luglio 2014 a ottobre 2015 di 90 mila euro”. Fanno 250 mila euro: in effetti, c’è di che essere ottimisti.
Lui lo fa twittando come un forsennato per far passare sui social un’immagine positiva di Expo. (...)

*** Gianni BARBACETTO, giornalista, Expo2015, ottimista a cottimo su Twitter. A 250mila euro per due anni e mezzo, 'blog ilfattoquotidiano.it', 12 giugno 2015

LINK, articolo integrale qui

domenica 7 giugno 2015

#MOSQUITO / Ottimismo, ma non quello ebete (Silvia Bonino)

Gli psicologi parlano a questo riguardo di ‘ottimismo efficace’ o ‘creativo’. Esso non significa illusione, autoinganno, edulcorazione della realtà. Significa sforzo di comprensione, attraverso un’analisi lucida e cruda, e capacità di liberarsi delle abitudini apprese, di modificarle e abbandonarle, quando è necessario, per trovare soluzioni nuove che rifiutano il determinismo e sono aperte all’imponderabile. Tanto più una situazione è complessa, tanto più il futuro presenta moltissimi elementi che non possono essere previsti con sicurezza. Un ottimismo creativo è capace di tollerare quest’incertezza e non si rifugia in schemi di interpretazione già confezionati o che pretendono una comprensione certa. Si tratta, in definitiva, di un atteggiamento flessibile, aperto alla realtà e alle sue sfide anche drammatiche, capace di rispondere in modo creativo alle difficoltà, di non chiudersi al cambiamento ma di aprirsi alla ricerca di nuovi adattamenti anche nelle situazioni più difficili. 
Siamo dunque ben lontani sia dall’immagine dell’ottimista un po’ ebete, che come un automa ripete che tutto andrà bene, sia dalla supponenza del pessimista, che vuole far passare come più fondate le sue valutazioni preconcette. Di certo, l’ottimismo creativo chiama ognuno di noi, sia nella vita privata che sui grandi temi della vita sociale, ad uno sforzo maggiore su un duplice piano: su quello cognitivo per comprendere la realtà nella sua complessità e nelle sue sfumature, e su quello emotivo per rinunciare alle illusioni del "pensiero desiderante" e alle certezze degli schemi interpretativi già codificati.

*** Silvia BONINO, psicologa, docente di psicologia dell’università di Torino, Pessimismo vs ottimismo. Una contrapposizione sterile, ‘Psicologia contemporanea’, luglio-agosto 2009.   

venerdì 24 aprile 2015

martedì 31 marzo 2015

#RITAGLI / Ottimismo: siamo come gli scimpanzé (A. Saragosa)

I pubblicitari sanno benissimo che per vendere bisogna puntare sui messaggi positivi. 
Per esempio, è molto più facile convincere qualcuno a partecipare a un gioco d'azzardo, dicendo «c'è ben il 50% di possibilità di vincere», piuttosto che «hai solo il 50% di possibilità di perdere».

Gli psicologi pensavano che questa preferenza per «il bicchiere mezzo pieno» fosse tutta umana, derivante dalla cultura o dall'uso del denaro. 
Per verificare questa teoria l'antropologo Christopher Krupenye, della Duke University, insieme ai suoi colleghi Brian Hare e Alexandra Rosati, ha effettuato un riscontro presso i nostri parenti più stretti. 
A 23 scimpanzè e 13 bonobo ospitati in alcune riserve nella Repubblica del Congo, è stata data la possibilità di scegliere fra un piatto dì noci e uno di frutta. 
Nel primo round di prove la frutta consisteva in un unico pezzo, ma, una volta su due, scegliendo quella, il pezzo veniva raddoppiato. 
Nel secondo round di prove la frutta consisteva in due pezzi, ma scegliendola, metà delle volte lo scimpanzè riceveva solo un pezzo.

Come riportato su 'Biology Letters', i nostri cugini primati si sono comportati come noi: anche se il risultato medio nei due casi era esattamente lo stesso, hanno preferito la frutta molto di più delle noci quando c'era la possibilità di un 50%o di vincere, e l'hanno snobbata quando c'era il rischio del 50% di perdere. 
«I risultati mostrano che questo tipo di preferenze è connaturato alla natura dei primati - spiega Krupenye - e che è quindi difficile riuscire a superarle per fare scelte più ragionate».

*** Alex SARAGOSA, giornalista, Il bicchiere mezzo pieno dello scimpanzé, 'Mente & Cervello', aprile 2015