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giovedì 17 marzo 2016

#LINK / Precari, non diminuiscono (Davide Mancino)

Le voci sul declino del precariato, in Italia, paiono decisamente sopravvalutate. In molti, da Matteo Renzi fino al sottosegretario Tommaso Nannicini, parlano di "un boom impressionante del Jobs Act" oppure di un "aumento delle stabilizzazioni". Eppure non è così, anzi: non solo la ripresa dell'occupazione italiana è fra le più lente, ma nel 2015, secondo le ultime rilevazioni Istat, il numero di precari ha raggiunto il massimo storico da quando esistono dati in proposito.

Lo scorso anno, infatti, il 14 per cento dei lavoratori dipendenti è stato assunto a tempo determinato, in aumento di 0,4 punti percentuale rispetto al 2014. Nel 1993, per dare un'idea, il valore si fermava al 10,2 per cento.

È ancora presto per capire con precisione qual è stato il ruolo del jobs act o di altre politiche governative (come la decontribuzione) in questo fenomeno – serviranno studi accurati ancora al di là da venire. Intanto però quel che è certo è che nel 2015 il precariato non si riduce, come era nelle aspettative del governo.

*** Davide MANCINO, giornalista, I precari? Non stanno diminuendo affatto: così il lavoro è sempre più instabile in Italia, 'L'Espresso', 15 marzo 2016

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venerdì 3 luglio 2015

#SPILLI / Non cercare il lavoro, ti apparirà (M. Ferrario)

Marco MONTEMAGNO, imprenditore, public speaker
(dal web, via linkedin)


Diteglielo ai tanti giovani disoccupati in cerca di lavoro.
Basta che diventino «le persone più competenti, più capaci, che siano in grado di aggiungere più valore di chiunque altro...» e il lavoro, magicamente, apparirà.
Non lo devono cercare.

Come crearsi le competenze (per giunta le migliori sul campo) senza aver mai visto un lavoro perché si è pervicacemente disoccupati nonostante si provi di tutto per non esserlo, oppure si trovino soltanto dei mcjob ultra-precari e talmente cretini che non ti insegnano nulla perché sei tu che devi insegnare loro tutto, è un mistero glorioso che senz'altro Montemagno è in grado di spiegare.

Eppure, su linkedin, questa frase è piaciuta. 
Ed è stata pure inserita da una giovane che si qualifica 'in cerca di lavoro'. 

Come mai?
Provo a interrogarmi. 
Forse masochismo? Forse, al solito e come quasi sempre, scarso 'pensiero critico'? 
Anche.

Ma forse, più probabilmente, sono gli effetti di un (malinteso) inno quotidiano al 'selfempowerment': che agisce anche se non sappiamo cos'è, perché ci viene indotto dai valori correnti di una società in cui politici, istituzioni, imprenditori ed esperti di lavoro si deresponsabilizzano rispetto al ruolo che dovrebbero giocare e trovano comodo scaricare sui singoli individui la loro ignavia. 
Colpevolizzandoli (ma loro dicono 'responsabilizzandoli'), o perché sono troppo choosy (che in italiano vorrebbe dire schizzinosi, ma in inglese, secondo Fornero e company, fa più fino), o perché non si danno da fare abbastanza nell'essere imprenditori-di-se-stessi e trovarsi il lavoro-che-non-c'è. 

Naturalmente in questo processo di scarico, intellettualmente poco onesto, un aiuto non indifferente viene da troppi psicantropi più o meno amerikanoidi: o inconsapevoli di essere fan di una psicologia diventata psicologismo, o complici in vario grado della manipolazione cui prendono parte. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

martedì 30 giugno 2015

#MOSQUITO / Innovazione, minacciata dalla precarietà del lavoro (M. West, C. Fletcher, J. Toplis)

Fra le maggiori minacce all’innovazione ci sono la precarietà del posto di lavoro e l’impressione di correre dei rischi nella propria attività. (...) Quando gli individui si sentono minacciati tendono a reagire in maniera difensiva e poco immaginativa. (...) Si attengono a routine sperimentate e collaudate anziché cercare di affrontare in maniera nuova il loro ambiente. (...) Perciò è generalmente più probabile che corrano dei rischi e sperimentino nuovi modi di procedere nelle situazioni in cui si sentono relativamente al sicuro da minacce. 
Il presente rapporto suggerisce quindi che alla rivoluzione nella struttura del management realizzata negli anni Ottanta si aggiunga negli anni Novanta e nel prossimo secolo un’altra rivoluzione che incrementi (...) la sicurezza psicologica sul lavoro e il sostegno pratico allo sviluppo e alla realizzazione di metodi di procedere nuovi e più sofisticati. 

*** Michael WEST, Clive FLETCHER e John TOPLIS, psicologi inglesi, Fostering Innovation: A Psychological Perspective, British Psychological Society, Leicester, 1994, citato da Guy Claxton, Il cervello lepre e la mente tartaruga, 1997, Mondadori, 1998.

mercoledì 13 maggio 2015

#RITAGLI #LINK / Ma senza art 18 non sono contratti stabili (Michele Tiraboschi)

«Io sono un tecnico, non faccio valutazioni politiche. Partiamo dal piano tecnico: facile dire che aumentano i contratti stabili, ma non dimentichiamoci che sono contratti senza articolo 18. Dopo uno, due o tre anni di esonero contributivo io posso lasciare a casa il lavoratore pagando da 4 a 6 mensilità di indennizzo. Trovo contraddittorio fare la propaganda contro la precarietà e poi festeggiare perché ci sono più contratti stabili, ma di questo tipo». 

[D: E quale valutazione economica dà invece?]
«Lo sgravio contributivo costa 15 miliardi di minori entrate. Rinunciare a questa fetta di soldi avrebbe senso se si obbligasse le imprese ad assumere persone in più. E secondo i consulenti mancano almeno 3 miliardi di coperture, io dico 5 miliardi. Per cui questa operazione costerebbe 20 miliardi». 

[D: Per produrre cosa?]  
«Non certo stabilità senza articolo 18. Bastano seimila euro di indennizzo ed un lavoratore con contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti può essere lasciato a casa. Adesso è più stabile un contratto a tempo determinato di tre anni rispetto ad un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti». 

*** Michele TIRABOSCHI, giuslavorista, intervistato da Paolo Baroni, Il giuslavorista: “Senza l’articolo 18 le nuove assunzioni sono a termine”, estratto, 'La Stampa', 12 maggio 2015

LINK, intervista integrale qui