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lunedì 22 gennaio 2018

#MOSQUITO / Una violenza sistemica (Henry Giroux)

... incorporata nel nostro sistema c’è una specie di violenza sistemica che va distruggendo il pianeta e qualunque senso di bene pubblico e di democrazia – e non si autocontrolla più per via ideologica, ma con l’avvento di uno Stato punitivo. Tutto è sempre più criminalizzato, in quanto rappresenta una minaccia per l’élite finanziaria e per il suo controllo sul paese [...]. Il neoliberismo inietta nelle nostre vite la violenza e nella nostra politica la paura.

*** Henry GIROUX, 1943, saggista, statunitense-canadese, Neoliberalism injects violence into our lives, and fear into our politics, citato da Zygmunt BaumanRetrotopia, Editori Laterza, 2017 
https://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Giroux



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venerdì 29 aprile 2016

#RITAGLI / Neoliberismo, cos'è (Alessandro Gilioli)

Ieri un'amica economista, per divertirsi, ha calcolato che, per guadagnare quello che Marchionne prende in un anno, un voucherista italiano dovrebbe lavorare 2.500 anni tutti i 365 giorni dell'anno. Un rapporto 1 a 2.500, pertanto, ipotizzando generosamente che anche Marchionne non riposi nemmeno un giorno.

Diceva Adriano Olivetti che «nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo». Il capitalismo italiano è insomma passato in mezzo secolo dalla teorizzazione di un rapporto 1 a 10 alla pratica di un rapporto 1 a 2.500. (...)

*** Alessandro GILIOLI, giornalista, saggista, Cos'è, semplicemente, il neoliberismo, blog 'piovono rane', 28 aprile 2016

LINK articolo integrale qui

In Mixtura altri 8 contributi di Alessandro Gilioli qui

mercoledì 9 settembre 2015

#RITAGLI / Tasse, la deriva neoliberista (Laura Pennacchi)

(...) Vogliamo avvalorare l'idea - tipicamente neoliberista - che le tasse sono un furto, un esproprio, un "mettere le mani nelle tasche dei cittadini" - parole che abbondano nel lessico di Berlusconi e Tremonti - e pertanto legittimare moralmente chi si sente autorizzato a evaderle? O vogliamo considerare le tasse un "contributo al bene comune" - parole del Catechismo sociale della Chiesa e della nostra Costituzione - perché il mezzo con cui reperire le risorse necessarie a finanziare da un lato una redistribuzione egualitaria per le famiglie e per i cittadini, dall'altro strade, ferrovie, reti, scuole, ospedali, asili nido, riassetto idrogeologico, riqualificazione dei territori e delle città, ricerca e sviluppo e innovazione? 
Vogliamo riconoscere nell'operatore pubblico l'interprete fondamentale della "responsabilità collettiva", da esercitarsi congiuntamente alla responsabilità individuale ma per il cui esercizio è essenziale la raccolta per via fiscale di risorse adeguate, o vogliamo ridurre "al minimo" lo Stato in quanto Leviatano vessatorio (così anche depotenziandolo), spostando tutto sulla responsabilità individuale e lasciando il singolo solo, una volta che le tasse gli siano state decurtate, a sbrogliarsela con le incombenze della vita?
Non dobbiamo dimenticare quale sia l'obiettivo vero del neoliberismo. Il suo motto è "affama la bestia". E la bestia sono lo Stato e le istituzioni pubbliche da affamare sottraendo le risorse provenienti dalle tasse.
Ha ragione Vincenzo Visco quando ricorda le parole "destrorse" sulle tasse dei Tea party americani e che i partiti di centrosinistra, a partire da quello di Barack Obama, "non sbandierano slogan contro le tasse", ma fanno "pagare le tasse ai ricchi" per finanziare sviluppo, lavoro, welfare. (...)

I tagli fiscali hanno effetti espansivi minori dei programmi di spesa. Con 5 miliardi di euro l'operatore pubblico può creare direttamente 400.000 posti di lavoro in un anno. Ma ci vuole un "Piano del lavoro" analogo a quello che realizzò Roosovelt con il New Deal, che contempli anche misure di creazione diretta di lavoro per giovani e donne - incorporanti iniziative per il servizio civile come era nella proposta di "Esercito del lavoro" di Ernesto Rossi -, attivando lo Stato "socializzatore" dell'investimento, della banca e dell'occupazione di cui parlarono Keynes e Minsky.
Così emergono le logiche alternative che sottostanno ai due tipi di intervento, l'uno agente solo per incentivi indiretti e benefici fiscali volti a sollecitare gli animal spirits del mercato, l'altro invocante una diretta responsabilità pubblica e collettiva, straordinaria quanto è straordinaria la situazione odierna.

*** Laura PENNACCHI, 1948, economista e politica, Almeno il Pd deve difendere le tasse, 'Il Fatto Quotidiano', 31 luglio 2015

giovedì 30 luglio 2015

#RITAGLI / Jobs Act, una bufala neoliberista (Luciano Gallino)

[Il Jobs Act] è una riforma sbagliata perché lega l'occupazione alle decontribuzioni per le aziende. Ma intanto riduce le tutele sociali. Si assume per licenziare più facilmente. Si assume a condizione di poter fare dell'assunto ciò che si vuole, come mandarlo a lavorare a 500 chilometri di distanza. Si assume su un vincolo che dura tre anni, quello delle decontribuzioni, e che è destinato ad esaurirsi. Tutto cambia per lasciare tutto com'è o, addirittura, per peggiorare la situazione. E questo sistema, seppur dovesse creare qualche beneficio, è destinato ad esaurirsi per le sue stesse debolezze. N è si può pensare che siano solo le aziende a creare occupazione.

[D: A chi tocca?]
Credo che, in questi casi, ci sia bisogno di una ricetta robustamente keynesiana: quando ci sono squilibri sul mercato del lavoro e disoccupazione, bisogna agire sulla a domanda aggregata: lo Stato deve intervenire e fare in modo che aumentino i livelli di produzione e quindi anche di occupazione. Proprio come è accaduto nel 1933.

[D: Che è successo quell'anno?]
Il presidente americano Roosvelt, padre del New Deal, sapeva che lo Stato non dovrebbe occuparsi di economia ma fece ciò che l'economia privata, da sola, non riusciva a fare. Diede lavoro agli americani impiegandoli in lavori pubblici come antidoto alla crisi: sono stati realizzati chilometri e chilometri di strade, ferrovie, case. Infrastrutture che hanno contribuito allo sviluppo del paese e hanno generato posti di lavoro, centinaia di migliaia di posti di lavoro. Che a loro volta hanno generato stipendi, incrementato i consumi e la produzione. È così che si fa ripartire un'economia. Non come oggi. 

[D: Cioè?]
Con metodi neoliberisti di governi che amano giocare con numeri, decimali e calcolatrice. Non è così che si misurano il lavoro, la crescita e lo sviluppo di un Paese. Quella è propaganda, che di sicuro non costruisce il futuro. Dal 1994, riforma dopo riforma, non è cambiato nulla: Treu, Berlusconi, Sacconi. Veri massacri per arrivare al prodotto di oggi: la disoccupazione media al 13%, quella giovanile oltre il 40. Tra vent'anni il prodotto delle riforme di oggi sarà la previsione del Fmi.

[D: Come siamo arrivati a questo punto?] 
Si sono susseguiti governi di dilettanti, incapaci di organizzare politiche del lavoro efficienti. Sarebbe bastato circondarsi di ministri e tecnici competenti. Ma, l'Italia ha soprattutto un altro problema.

[D: Quale?]
Il debito pubblico. Come si può pensare che uno stato sia in grado di riformarsi in modo strutturale se il suo debito pubblico aumenta a ritmo di 100 miliardi l'anno? Se deve pagare gli interessi, come può investire sul lavoro? Allora fa scelte inverse. Taglia 10 miliardi sulla sanità, taglia la ricerca, taglia sulla formazione. Si inventa che ci sono troppi assunti nella pubblica amministrazione. Le dirò: in Francia i dipendenti pubblici sono molti di più di quelli italiani.

*** Luciano GALLINO, sociologo e saggista, professore emerito dell'università di Torino, intervistato da Virginia Della Sala, "Il Jobs Act è una bufala neoliberista. Lo Stato assuma come Roosvelt", 'Il Fatto Quotidiano', 28 luglio 2015

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Luciano Gallino qui



martedì 7 luglio 2015

#RITAGLI / Grecia, Troika e cultura neoliberista (Richard Sennett)

«Ogni giorno che passa dimostra come le élite politiche e burocratiche europee siano del tutto cieche sia sulle cause della crisi economica greca sia sulle sue possibili soluzioni. Sono abbagliate dalla stessa ideologia che nel 2008 ha portato alla crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti: il neoliberismo. Ancora una volta si bada al guadagno di breve termine e non si scorgono gli effetti di lungo periodo delle proprie scelte. Evidentemente, sbagliando, non sempre si impara ». 

[D: Professor Sennett, che cosa sarebbe l’Europa senza la Grecia?]
«L’eventuale uscita della Grecia dall’eurozona non implicherebbe soltanto delle gravi ripercussioni sul piano economico. Avrebbe anche e soprattutto un immenso significato simbolico. Al netto della complessità e delle differenze, l’Unione europea ha senso soltanto come progetto politico ben radicato in una cultura condivisa. E la radice di questa cultura non può che essere la Grecia e l’idea di democrazia. Se l’Europa lo dimentica, è fatale che finisca in mano a banchieri e burocrati». 

[D: Se siamo arrivati a questo punto, però, una parte di responsabilità grava anche sui governi greci…]
«È vero, ma secondo me oggi il vero problema non è tanto il debito, che in termini assoluti sarebbe stato facilmente gestibile dalla Ue. Il vero problema, quello che ci ha condotto fin qui, sono la Troika e la cultura neoliberista che porta avanti. Il capitalismo finanziario mette in ginocchio non più soltanto il lavoro, ma anche la politica. Al punto che gli Stati rischiano di fallire come un’azienda qualsiasi. Per scongiurare quest’esito, dal 2010 la Grecia sta attuando le ricette imposte dal Fondo Monetario e il risultato è chiaro a tutti: un’economia ancora più depressa». 

[D: Non ritiene che il premier greco, convocando il referendum, sia venuto meno alle proprie responsabilità?] 
«No. Credo invece che il referendum rappresenti sempre, e tanto più in questo caso, una positiva occasione di esercizio della sovranità popolare. Non mi faccio illusioni sulle conseguenze del voto. So bene che se vincesse il “no” e la Grecia uscisse dall’eurozona, i cittadini greci incorrerebbero in una fase di sofferenza terribile, simile a quella subita dall’Argentina qualche anno fa. Sarebbe un disastro economico per tutte le fasce sociali, specie per quelle più deboli. Eppure, se io fossi un elettore greco, voterei sicuramente per il “no”. Non è più tollerabile essere comandati da un potere illegittimo. Meglio poveri che sudditi». 

[D: Pensa che le conseguenze politiche ed economiche del voto si faranno sentire anche nel resto d’Europa?] 
«Credo che tutte le economie più fragili dell’eurozona, Portogallo in testa, saranno esposte al rischio di un contagio finanziario. Ma ciò che più mi preoccupa sono i contraccolpi politici di quanto sta accadendo. In Gran Bretagna, ad esempio, un eventuale default greco offrirebbe l’ennesimo argomento a chi sostiene che il progetto dell’Unione Europea è insostenibile. La sfiducia cresce. E allora dopo Grexit, è probabile che esploda il pericolo Brexit».

*** Richard SENNETT, sociologo statunitense, professore alla New York University e alla London School of Economics, intervistato da Guido Azzolini, "Stop alle elite economiche", 'la Repubblica', 5 luglio 2015. Anche qui

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Richard Sennett qui