venerdì 23 gennaio 2026

#FAVOLE & RACCONTI / Il vecchio egoista (Massimo Ferrario)

Supermercato, ore 19.00, ora di punta. Coda alla cassa: gente con la faccia tesa, gli occhi fissi sul telefonino a scrollare siti e social in attesa che davanti si sbrighino a scaricare dal carrello gli acquisti, a pagare e finalmente ad andarsene. Impazienza diffusa, a stento trattenuta: noia, stanchezza, voglia di arrivare a casa il più presto possibile, cenare, rilassarsi dopo le solite tensioni di una giornata di lavoro. 

Un vecchio, assai in là con gli anni ma in piena forma fisica, si distingue per la calma: non sospira, annoiato, per l’attesa, procede avanti con il viso tranquillo e rilassato, un passo alla volta appena un cliente lascia la cassa. E’ più o meno a metà fila: davanti e dietro una decina di persone. Non ha telefonino: si guarda in giro, osserva. La gente soprattuto. Quando arriva a pochi metri dalla cassa, fissa la cassiera. Nota che non smette di passare  prodotti sullo scanner: ha una faccia stanca, sofferta, le occhiaie pronunciate, il trucco mezzo sfatto. Le mani procedono in automatico, dal nastro trasportatore al punto rosso luminoso sul piano cassa che rileva i dati del prodotto. Le parole dette ai clienti sono sempre le stesse: prima buona sera, possibilmente con un sorriso che le esce finto, stereotipato, poi la cifra comparsa a display. ‘Vuole il sacchetto’, ‘Come paga?’. C’è da immaginare stia sognando la fine del turno, che però dev’essere ancora lontano. 

Il vecchio si è comprato qualcosa per cena. Gli è di fianco il figlio. L’ha incontrato per caso, poco prima, al semaforo. Lui camminava sul marciapiede verso il super e il giovane era all’incrocio, in auto, che tornava dal lavoro. Il figlio ha insistito per accompagnarlo a fare la spesa e dargli poi un passaggio verso casa.

Il vecchio, una vita intera passata in acciaieria, vive in un mondo tutto suo. Mani dure, schiena dritta, ha sempre fatto quello che doveva fare, sopportando turni, rumore, fatica. Ha lottato per difendere la dignità sua e dei compagni, senza mai venir meno ai suoi doveri. Ha dovuto accettare i fisiologici compromessi per le condizioni, i tempi e i ritmi imposti sul lavoro, ma ha lottato anche tanto per cambiarli. Ora finalmente sa di essere completamente libero e si permette di scegliere: gli altri corrano, lui no. E’ convinto che un po’ bisogna adeguarsi, ma senza mai perdere la voglia di fare come si vuole. E magari di ricordare agli altri che si può andare contro corrente.

Padre e figlio sono arrivati alla cassa. 

Lei, la cassiera, poco più di vent’anni, ha il cartellino con il nome, Emma, che le pende dalla divisa, la spilla aperta: pare stanco pure quello e rischia di cadere da un momento all’altro, come la proprietaria per affaticamento. Il vecchio ripone la sua spesa sul nastro trascinatore: un polpettone, due pagnotte, una bottiglia economica di rosso. 

«Buonasera, Emma», la saluta il vecchio con una voce alta e roca che comunica simpatia. 

Emma, alza lo sguardo e reagisce con sorpresa: ci voleva questo vecchio per notare come si chiama. E’ una delle tante cassiere con un un nome, ma lei, per tutti, è come fosse un numero: in fondo non c’è molta differenza tra il suo lavoro e quello di chi in fabbrica è comandato da una catena di montaggio. Il suo sorriso stavolta è sincero mentre passa i prodotti sul lettore. Bip, bip, bip. 

«Grazie, signore, buonasera a lei. Sono 37 euro e 45 centesimi. Vuole un sacchetto? Come paga?».

«Sì, per piacere, un sacchetto, Emma. Pago con il bancomat. Però mi servono anche due carte regalo da dieci euro l’una. E queste le pago separatamente, in contanti.»

La cassiera fa un respiro profondo. Non è irritata, ma è consapevole che la richiesta porterà via qualche minuto in più alla fila. E infatti un signore in giacca e cravatta che dietro al vecchio stava già preparandosi per il suo turno, tamburella sul nastro con le dita e non trattiene uno sbuffo.

Il figlio mostra imbarazzo. Tira per il giaccone il padre e gli sussurra: «Papà… dai, pago io con la carta e andiamo. Stiamo bloccando tutti.»

Il vecchio scuote la testa. «No figliolo, faccio io. E stai tranquillo. Il mondo continua a girare lo stesso: non si ferma perché io sto chiedendo due carte. Anzi, faccio girare i soldi, come vuole il sistema, per la gioia di tutti e anche di qualche manager…». Quest’ultimo riferimento non è casuale e il signore in giacca e cravatta non può non registrarlo: con un sospiro in più e un tamburellamento delle dita sul nastro ancora più insistito.

La cassiera predispone la prima carta. Il vecchio ha tirato fuori il suo portafoglio: è usurato, avrà vent’anni. Apre lo scomparto delle monete. Le fa uscire una ad una e le conta con calma, ad alta voce. Qualche euro, molti dieci e venti centesimi. 

L’aria si fa tesa. L’uomo in giacca e cravatta a questo punto non si trattiene. Mormora tra sé: «Incredibile… Insomma, ma ci rendiamo conto che qui c’è gente che ha fretta…?».

Il vecchio non è sordo, ma fa finta di nulla. Prosegue nel conteggio: calmo, preciso. Poi spinge il mucchietto delle monete verso la cassiera. Lei, con le mani un po’ tremanti, controlla. «Ok. Ecco la prima carta regalo, signore.»

Il vecchio risponde con un grazie. «Adesso la seconda.»

E la scena si ripete esattamente allo stesso modo. Finché la cassiera batte la seconda carta regalo e getta nel cassetto anche questo secondo mucchio di monete. 

Il silenzio della fila è pesante: il vecchio avrà finito?

La cassiera sta per rivolgersi al cliente successivo. E’ il turno del signore in giacca e cravatta, che vede mettere fine alla sua sofferenza. Emma vuole sincerarsi di aver terminato di servire il vecchio gentile che l’ha chiamata per nome e gli si rivolge con un domanda piena di simpatia.

«È tutto, signore? Siamo a posto?».

«Quasi», risponde il vecchio. Ho ancora due cose, Emma».

Il signore in giacca e cravatta, già pronto a vedersi conteggiare la spesa, alza la voce. «Adesso basta. Non è possibile perdere tempo in questo modo». Si rivolge al vecchio, toccandolo sulla spalla. «Esistono anche gli altri, non c’è solo lei, caro signore…!». Poi guarda il figlio: «Insomma, faccia qualcosa, glielo dica lei a suo padre…».

In coda qualcuno alza la voce. «E allora? Ci vogliamo sbrigare…?».

Il vecchio non si scompone. Si rivolge alla fila: «Me ne sto andando, tranquilli: solo un ultimo sforzo da parte vostra». Afferra la prima carta-regalo sul bancone della cassa e la fa scivolare verso la cassiera. La sua voce è rauca, ma ferma e tonante.

«Questa è per lei, Emma. La vedo stravolta. Si prenda un caffè e un panino nella pausa. O quello che più le piace. Ha la faccia di chi si porta addosso il peso del mondo… e non è giusto farsi spremere in questo modo dal lavoro… Glielo dico io che mi sono fatto il mazzo in acciaieria per una vita e ho fatto con orgoglio anche il sindacalista.»

Emma, la cassiera, è bloccata. Si è portata le mani al viso, come per nascondere lo sconcerto. Non capisce, non crede a quanto sta avvenendo. Guarda il vecchio, poi la fila. Scuote la testa. Ripete a sé stessa, sottovoce, che non è possibile... 

Il vecchio prende la seconda carta-regalo dal bancone della cassa e la alza perché tutti la vedano. Si gira verso il signore in giacca e cravatta, guardandolo diritto negli occhi. «E questa è per lei, egregio signore», esclama a voce alta mentre gliela porge. 

L’interessato sbatte le palpebre. Ha sentito perfettamente, ma anche lui non capisce. «Per me? Ma lei sta scherzando…! E perché dovrei prendere la sua carta…? Cosa c’entro io…?».

Il vecchio è diventato molto serio. 

«Un minuto e glielo spiego. Lei c’entra, c’entra. Ha avuto senz’altro una brutta giornata. E forse le ha spesso di tanto brutte. Ma se è così le consiglierei di provvedere: per la salute sua e di chi le sta vicino. Anche se questi, lei mi può dire a ragione, non sono fatti miei. Invece, per quanto riguarda me e lei, qualcosa voglio dirle a proposito del suo comportamento qui in coda. E’ evidente che avrebbe voluto cancellarmi dalla faccia delle Terra con un colpo di bacchetta magica per il  tempo che le ho fatto perdere, ma alla fine si è trattenuto, se non altro perché le mancava la bacchetta magica. Ha sofferto molto, ma ha avuto la pazienza di aspettare che un vecchio un po’ bizzarro finisse di fare le sue bizze. Sì, ha protestato, ma, in qualche modo trattenendosi, ha mostrato rispetto per uno che va verso i 90 anni. E questo io l’ho apprezzato. Lei può comprarsi quello che vuole: non ha certo bisogno della carta-regalo di un povero operaio in pensione. La mia carta è un simbolo. Magari la usi per un giocattolino ai suoi figli o un cabaret di cannoncini a qualcuno cui vuole bene. E poi lasci che uno che potrebbe essere suo padre le suggerisca di non gettar via questa piccola vicenda che le è capitata di vivere qui al super: io la ringrazio per avermene offerta l’occasione e mi scuso con lei e la fila se vi ho irritato.»

L’uomo in giacca e cravatta è inebetito: guarda il vecchio, con la bocca aperta e la carta-regalo in mano. Balbetta: «Ma io… veramente… non posso accettare…». Non sa quali sentimenti sta provando: senz’altro buona parte della rabbia che covava dentro gli è scivolata fuori dalla pancia. Ma per il resto mai si è trovato tanto confuso. E comincia ad avvertire un pizzico di qualcosa che somiglia alla vergogna per come ha reagito: quel vecchio non è matto come sembra, ma ha il coraggio di far pensare e lui, quando avrà le emozioni un po’ più chiare, una riflessione dovrà farcela. 

La cassiera si sta riavendo dal turbamento: commossa, si passa una mano sugli occhi. Deve farsi forza e riprendere a lavorare.

Il vecchio, il sorriso stampato sulla faccia intera, si sta godendo lo sbalordimento che ha suscitato. Anche quelli della fila, stupiti, commentano: chi, più lontano dalla cassa, non ha potuto seguire cosa è accaduto, viene informato da chi ha visto e ascoltato tutto. Sì, decisamente uno strano episodio da raccontare: ne parleranno a casa con i famigliari e poi con gli amici. 

Il vecchio intanto prende il sacchetto con la spesa e fa cenno al figlio di seguirlo. Ma prima di incamminarsi verso l’uscita, lancia a cassiera e signore in giacca e cravatta una battuta. «Adesso però dovete riprendervi dalla sorpresa e agire: siete voi che state facendo perdere tempo alla fila…».

* * *

In auto, il figlio non si trattiene. «Papà, sei proprio matto. Ti rendi conto che erano tutti al limite? E hai fatto tutto questo per regalare venti euro?».

Il vecchio guarda fuori dal finestrino: fa spallucce. «È stato un gesto egoista», dice piano.

«Egoista? Ma stai scherzando? Hai comunicato tutta la tua empatia a una ragazza distrutta dal lavoro al punto che non sapeva come ringraziarti. E hai fatto vergognare un tipo nervoso fino, forse, a farlo tornare un pizzico più umano. Dov’è l’egoismo? Piuttosto, non so, non sono fatti miei e la pensione te la sei guadagnata con il sudore degli anni: ma venti euro regalati non sono mica pochi.»

«Ho fatto quello che ho fatto perché mi ha fatto bene farlo. E’ la prima volta che mi permetto di fare un simile dono. Sono ancora lucido e non sperpero la mia pensione: se non altro per questione di anagrafe ho imparato prima di te il valore del soldo e un po’ forse te l’ho pure insegnato».

«Per carità, papà: ti chiedo scusa. Mica volevo rimproverarti: dei tuoi soldi hai diritto di fare quello che più ti aggrada. Ma insisto: non capisco cosa c’entra l’egoismo.»

«Semplice. Alla mia età non posso sistemare tutto quello che non mi piace. E’ dimostrato che tutti noi, specie coi tempi che corrono, in cui vige il realismo più realista e ogni piccola riforma, se è vera e vuole incidere, è considerata utopistica, sempre meno possiamo cambiare il mondo. A quasi novant’anni, poi, io non posso certo neppure aggiustarlo di una virgola. Perciò mi sento piccolo. Impotente. Inutile. Superfluo. Allora ogni tanto mi creo un momento in cui posso fare qualcosa. Qualcosa che mi faccia sentire vivo. E che spinga anche qualcun altro almeno a fermarsi e a riflettere. E’ come se riuscissi a bloccare il tempo per un minuto. Cambio l’aria in una stanza. Faccio respirare una persona. Faccio pensare un’altra. E così mi ricordo che conto ancora: che servo, forse, a qualcosa. Egoismo, come dicevo prima.»

Il figlio ferma l’auto davanti alla casa del padre. Il vecchio prende il sacchetto con il pane, il polpettone e il vino. 

Scende. Ma non si dirige verso il suo portone: va verso il cancello della vicina. Il giovane si affaccia dal finestrino. 

«Dove vai?», gli chiede incuriosito.

«Dalla signora Caterina», lui borbotta. «È caduta ieri. Si è presa una botta alla gamba che la fa stare in poltrona. Zoppica e ha dolore. Suo figlio è lontano. Come sai è sola, rimasta vedova. Cucino io per lei stasera.»

Il figlio ride. «Papà… non è egoismo. È amore.»

Lui si ferma un attimo prima di arrivare al cancello della signora e si gira. Negli occhi ha un lampo da ragazzino.

«Caterina dice che sono il miglior cuoco del quartiere», risponde serissimo.

«E allora?», commenta il giovane. «Vedi?, le fai un piacere. Altro che egoismo».

Il padre scuote la testa. 

«Non capisci. I suoi complimenti mi gonfiano l’ego: una pompata di egoismo puro.»

Il figlio rimette in moto, scuotendo la testa. La mente gli si affolla di pensieri su suo padre. 

Già. Un vecchio ‘egoista’ deciso a riparare il mondo a modo suo: con due carte regalo per una cassiera esausta e un manager insofferente e un polpettone per la vicina che fatica a stare in piedi perché si è fatta male alla gamba.

No, non possiamo né cambiare, né aggiustare tutto. Perché ‘tutto’ è ‘troppo’. ‘Troppo’ grande, ‘troppo’ complesso. 

Possiamo però (forse?, quasi sempre?) aggiustare qualcosa. Possiamo intervenire nello spazio a noi più vicino. In un perimetro minuscolo di pochi metri, possiamo far fare una pausa al mondo. Possiamo fermare noi stessi. E scegliere l’empatia, la gentilezza, la relazione al posto di focalizzarci ossessivamente sul benessere del nostro ombelico che se ne frega degli altri. Possiamo far caso a quanto ci accade intorno. Anche quando (soprattutto quando?) la situazione è scomoda. Certo: non abbiamo tempo. Non l’abbiamo mai. Ed è per questo che dobbiamo prendercelo. 

In definitiva e soprattutto: un po’ più Noi, un po’ meno Io.

Il figlio raggiunge la conclusione del suo rimuginare proprio mentre parcheggia sotto casa. 

"E’ proprio un bel tipo mio padre. ‘Egoismo’ tutto questo? Se è così, benvenuto."

Massimo FERRARIO, 1946, Il vecchio egoista, 'Mixtura' (masferrario.blogspot.com), 23 gennaio 2026. Libera riscrittura che amplia un testo di autore anonimo diffuso in internet. 

Gemini / AI

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