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venerdì 19 gennaio 2018

#SENZA_TAGLI / Flat tax, investimenti e occupazione, i numeri (Marta Fana)

(Marta Fana, facebook, 18 gennaio 2018, qui)

La destra continua a sostenere la proposta della flat tax, la misura più classista dal punto di vista fiscale: i più ricchi pagheranno molto molto meno, i poveri pagheranno lo stesso. 
Ma addirittura Lupi oggi sostiene ancora che bisogna abbassare le tasse alle imprese e a chi si arricchisce (spesso sulle spalle dei lavoratori) per stimolare l'economia e creare posti di lavoro. 
Qui un semplice grafico per smentirlo: abbiamo fatto crollare le tasse sui profitti (dal 37 al 24,5%), ma il tasso di investimento (la quota di investimenti sui profitti) non aumenta, anzi diminuisce.

Oggi stesso è uscito l'ennesimo osservatorio sul precariato che oltre a far notare che nel 2017 le cessazioni di contratti a tempo indeterminato superano le assunzioni di -356,113, ci dice anche che tra il 2015 e il 2017 il numero di contratti a chiamata sul totale dei contratti a termine aumenta dal 5 al 9%.

*** Marta FANA, 'ricercatrice in economia presso l'istituto di studi politici di Sciences Po di Parigi, esperta di economia del lavoro e diseguaglianze, saggista, facebook', 18 gennaio 2018, qui

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sabato 22 luglio 2017

#SENZA_TAGLI / Occupazione, le cinque anomalie italiane (Domenico De Masi)

I dati più recenti sul mercato del lavoro pubblicati dalla Commissione Ue inclinano all’ottimismo. In Europa i lavoratori occupati hanno raggiunto i 234 milioni. Dal 2013 in poi sono stati creati 10 milioni di posti netti per cui il tasso di disoccupazione è tornato al livello del 2008. Anche in Italia le cose sono lievemente migliorate rispetto al 2015, ma restano cinque anomalie: 
1) il nostro tasso di disoccupazione è il più alto d’Europa dopo quello di Spagna e Grecia. 
2) da noi è molto alto il divario tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile, a sfavore di quest’ultimo. 
3) Il 22,6% degli occupati sono lavoratori autonomi, cioè appartengono alla categoria in cui più si annidano i lavori precari. 
4) La nostra situazione è allarmante soprattutto tra i giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni. In questa fascia d’età il 37,8% è disoccupato e il 19,9% non studia e non cerca lavoro perché ha perso ogni speranza di trovarlo. Si tratta, dunque, di un giovane su cinque, mentre nel resto d’Europa è un giovane su dieci. 
5) Tra i lavoratori compresi nella fascia di età 25-39 anni il 15% lavora con contratti atipici.

Sulle cause della nostra maggiore percentuale di disoccupazione si continua a sottacere che l’orario di lavoro in Italia è di 1.725 ore annue contro le 1.425 della Francia e le 1.341 della Germania. Dunque, se anche la nostra economia crescesse come quella dei nostri confinanti, comunque non potremmo mai avere i loro stessi tassi di occupazione (oggi il nostro tasso è del 57% contro il 79% della Francia e il 79% della Germania). Altra circostanza che si continua a sottacere è che quando un giovane frequenta l’università non è considerato disoccupato, per cui il tasso di disoccupazione giovanile dipende notevolmente dalla percentuale di giovani iscritti all’università. Da noi sono appena il 40%, contro percentuali molto più alte degli altri paesi europei. Dunque, un modo doppiamente utile per ridurre la disoccupazione giovanile sarebbe quello di incentivare l’istruzione universitaria: la percentuale di disoccupazione giovanile crollerebbe e avremmo una maggiore percentuale di cittadini laureati (oggi raggiungono appena un imbarazzante 23%).

*** Domenico DE MASI, sociologo, docente emerito dell'università La Sapienza di Roma, Occupazione: le cinque anomalie italiane, 'linkedin.com/pulse', 18 luglio 2017, qui


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mercoledì 22 luglio 2015

#RITAGLI / I 'sovraeducati', un problema (Maurizio Ricci)

(...) Un’inchiesta dell’ Economist rivela che, secondo il 51% dei manager, un deficit di competenze zavorra i risultati delle loro aziende. E non ci avevano pensato? 
E’ su questa base che il Cedefop, un istituto di ricerca della Ue, fa l’oroscopo all’occupazione italiana. A breve, il 22% delle possibilità di lavoro sarà riservato a professionisti e tecnici: ingegneri, esperti della salute o della finanza. Parlano i numeri: gli occupati ad alta qualificazione erano il 15,6% del totale nel 2005. Salteranno al 30,8% nel 2025: quasi 1 su 3, invece di 1 su 6. Per chi, quanto a competenze, sta un po’ peggio, ma ancora se la cava, terrà botta: 43% dell’occupazione nel 2005, 47% previsto per vent’anni dopo.
Per i non qualificati è la decimazione: 4 lavoratori su 10, nel 2005, non avevano uno straccio di titolo da esibire, ma lavoravano lo stesso. Nel 2025, saranno quasi una rarità: 2 su 10. Dunque, il messaggio è chiaro: ragazzi, studiate, preparatevi, il computer sempre sottobraccio, il vostro settore esplorato in profondità, ma capacità di saltare da un ramo all’altro, perché così si innova, si inventa, si spiazza la concorrenza.  Eccetera.
Peccato che, di tutto questo, nessuno sembra aver informato gli imprenditori italiani, sui quali le parole dell’Ifo, dell’ Economist , le previsioni del Cedefop sembrano scivolare come acqua sulla pietra. Se il futuro del paese è nell’innovazione, nel capitale di conoscenze, nella knowledge economy, i datori di lavoro italiano hanno disertato. Peggio, si sono sparati sui piedi e su quelli del paese. Altro che Silicon Valley. I dati, infatti (quelli veri, non le proiezioni) dicono che, da anni, stanno tagliando selvaggiamente i posti di lavoro qualificati, a favore di quelli che richiedono solo medie o basse competenze. Il monitoraggio del mercato del lavoro, condotto ogni anno dall’Isfol, ci rivela, infatti, che, fra il 2007 e il 2012, il sistema economico italiano ha distrutto 379 mila posti di lavoro. Un’amputazione dolorosa, dovuta ad una delle crisi più severe degli ultimi decenni. Ma che non è scesa a pioggia, in modo uniforme, nelle fabbriche e negli uffici: gli imprenditori non hanno solo licenziato. Al contrario, è stata una decimazione accuratamente mirata, fatta apposta - alla faccia del Cedefop - per far fuori i migliori e premiare i mediocri (in termini di competenze e qualità professionali). I lavoratori considerati mediamente qualificati (i geometri, intesi come opposti agli ingegneri) sono infatti aumentati in modo considerevole: ne sono stati assunti 645 mila. E le aziende hanno anche rastrellato manovali e generici, i lavoratori a bassa qualifica: 369 mila in più. E il taglio? E’ avvenuto tutto più in alto, vicino alla testa. Nelle aziende e nelle imprese italiane, dopo 5 anni di crisi, ci sono 1 milione 393 mila occupati ad alta qualifica (gli ingegneri) in meno. In pratica, dei lavoratori baciati in fronte (nel mondo) dalla new economy, 1 su 6, in Italia, ha perso, invece, il posto e la busta paga. La crisi ha determinato una mattanza. Gli imprenditori hanno deciso chi sacrificare.
Per una ripresa economica già fragile, l’insidia di cui ci riferisce l’Isfol è nuova e devastante, perché sembra escludere il paese dal modello di sviluppo abbracciato dal resto delle economie competitive. Nel 2007, i giovani che occupavano un posto ad alto profilo professionale erano il 33,8%. Cinque anni dopo, il 28,8%, cinque punti in meno, uno l’anno. E per chi aveva più di 34 anni, la riduzione è stata anche più secca: da più del 43 a meno del 37%. Sono stati, insomma, gli anni della cacciata degli ingegneri? Non esattamente. I dati non consentono di capire in quanti casi è stato licenziato un ingegnere e, al suo posto, è stato assunto un geometra. Secondo Guido Baronio, che ha curato il monitoraggio dell’Isfol, «il fenomeno più comune è stato, probabilmente, un altro: il licenziamento dell’ingegnere e la sua riassunzione con la qualifica di geometra. O, ancora più frequente, la sostituzione di un ingegnere che se ne va con qualcuno, inquadrato in una qualifica più bassa». Sta esplodendo, infatti, in Italia, il problema dei “sovraeducati”. Le aziende richiedono qualifiche altissime per un’assunzione, a prescindere dalla posizione che deve essere occupata. Ovvero, un laureato trova lavoro con meno difficoltà di un diplomato, ma bisogna capire a fare che. Il caso più noto è la Fiat che, per lo stabilimento di Melfi, richiedeva ai candidati la laurea o un diploma con una votazione molto alta, anche se poi li sistemava alla catena di montaggio. Ma il fenomeno è diffusissimo: secondo i dati dell’Isfol, nel 2007 i laureati che occupavano un posto di lavoro che non avrebbe richiesto una laurea erano il 14,2% del totale. Nel 2012, erano saliti quasi al 20%.
Non è la stessa cosa assumere un ingegnere per fargli fare un lavoro da ingegnere e assumere un ingegnere, per fargli fare un lavoro da geometra. Quello che interessa agli imprenditori è che, nel secondo caso, la busta paga è più bassa. Ma cambiano anche gli spazi professionali, i margini di autonomia decisionale, le responsabilità, il contributo che il lavoratore può portare. 
La spia di quanto avviene davvero nelle fabbriche e negli uffici la dà un dato dell’Ocse. Solo il 3% dei giovani italiani non usa il computer a casa o in vacanza. Ma più della metà, in ufficio, un computer non lo vede neanche. In altre parole, nelle aziende italiane si stanno restringendo non solo le buste paga, ma anche mansioni e competenze. Il risultato è allontanare il paese dalla prospettiva di una ripresa vivace e sostenuta. «La crisi – dice Baronio- non agisce in maniera neutrale, ma impoverisce il contenuto professionale dell’occupazione e, in ultima analisi, deprime ulteriormente la competitività del sistema produttivo nazionale ». Del resto, all’estero si sono mossi in modo assolutamente opposto, nonostante la crisi. Il 33% degli occupati italiani, nel 2012, fra giovani e adulti, aveva un posto ad alto profilo professionale. In Francia, Olanda, Inghilterra, Danimarca, Svezia, siamo oltre il 45%. E, negli anni della crisi, mentre in Italia la loro quota precipitava del 15%, in quei paesi aumentava, anche del 10%. E’ aumentata, sia pur di poco, anche in Spagna.
Magari è vero, come fanno capire alla Fiat, che paradossi apparenti, come gli ingegneri alla catena di montaggio di Melfi, sono solo temporanei, percorsi sperimentali di apprendistato. Ma, in termini generali, i dati dicono il contrario. Fra il 2006 e il 2007, i laureati che trovavano, dopo il periodo iniziale successivo all’assunzione, una collocazione coerente con la loro qualificazione professionale erano poco più di 1 su 6. Fra il 2011 e il 2012 ci è riuscito solo 1 su 20. Gli altri sono rimasti intrappolati.

*** Maurizio RICCI, giornalista, Ripresa senza qualità: il capitale umano avvilito dagli anni di crisi, 'la Repubblica', 20 luglio 2015

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