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mercoledì 16 settembre 2020

#MOSQUITO / La crisi può essere una vera benedizione (Albert Einstein)

Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo.  La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso.

La creatività nasce dall'angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce le proprie sconfitte e i propri errori alla crisi, violenta il proprio talento e mostra maggior interesse per i problemi piuttosto che per le soluzioni. La vera crisi è l'incompetenza. Il più grande difetto delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel trovare soluzioni.

Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora; senza crisi qualsiasi vento diventa una brezza leggera. Parlare di crisi significa promuoverla; non parlarne significa esaltare il conformismo. Cerchiamo di lavorare sodo, invece. Smettiamola, una volta per tutte, l'unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.

*** Albert EINSTEIN,  1879-1955, fisico e filosofo tedesco naturalizzato svizzero e statunitense, premio Nobel per la fisica nel 1921, testo riportato in più siti in rete, ma senza indicazione precisa di fonte (o con fonti diverse), recentemente citato anche da Alessandro D'Avenia, Crisi di nervi, 14 settembre 2020, qui.


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sabato 16 luglio 2016

#MOSQUITO / Crisi, cos'è (Antonio Gramsci)

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.

*** Antonio GRAMSCI,  1891-1937, intellettuale, politico, filosofo, giornalista, Quaderni del carcere, edizione critica dell'Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, vol. I, p. 311. 
Frase citata da Slavoj Žižek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, 2012, capitolo finale riportato qui

Murales a Forest Houses, New York

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sabato 2 luglio 2016

#LINK / In caso di crisi, 4 cose da fare (Annamaria Testa)

In caso di crisi è facile sentirsi paralizzati. E avere la sensazione che “quella” crisi sia diversa da ogni altra crisi possibile. In realtà, tutte le crisi hanno, per il fatto stesso di apparirci come tali, alcune caratteristiche in comune: sono improvvise. Scardinano un ordine costituito. Ci appaiono drammatiche. Chiedono decisioni rapide, che portino a un cambiamento e all’instaurarsi di un nuovo equilibrio.
Il crisis management è una disciplina nata negli anni Ottanta, con l’obiettivo di prevenire, gestire o rimediare disastri industriali o ambientali. Ma l’idea di “crisi” è molto, molto più antica.

È falso che l’ideogramma cinese wēijī significhi contemporaneamente “crisi” e“ opportunità”: vuol dire “momento cruciale” e non ha connotazioni positive. Insomma, significa “crisi”, e basta.
È invece vero che parola “crisi” che usiamo noi in occidente rimanda all’idea di scegliere e di separare: il termine greco κρίσις in origine si riferisce alla trebbiatura e al separare il grano dalla paglia. Nei secoli la parola assume una quantità di ulteriori significati. rimanda al distinguere e al giudicare, alla discontinuità e al collasso, al cambiamento improvviso, al trauma. (...)

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, saggista, In caso di crisi. Quattro cose che conviene sempre fare, 'nuov oeutile', 30 giugno 2016

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mercoledì 23 marzo 2016

#LINK / Colletti bianchi, colpevoli della crisi? (Elisabetta Ambrosi)

(...) Isabella Merzagora, Guido Travaini, Ambrogio Pennati (una psicologa, un giurista, uno psichiatra esperti di criminologia), hanno dato alle stampe un libro dal titolo che già dice molto: Colpevoli della crisi? Psicologia e psicopatologia del criminale del colletto bianco (Franco Angeli). 
Secondo gli autori, una delle ragioni della crisi risiederebbe nel fatto che ai vertici di molte grandi aziende, e in particolare quelle finanziarie, vi fossero persone egocentriche, prive di capacità empatiche e di identificazione negli altri, spregiudicate, manipolatorie, machiavelliche, incapaci di rimorso, narcisiste, menzognere: in pratica veri e propri psicopatici.

Gli autori riprendono una definizione di Edwin Sutherland, criminologo statunitense del secolo scorso, e parlano di White Collar Crimes, crimini commessi dai colletti bianchi, un ambito vastissimo che spazia dalla corruzione ai reati commerciali, dalle frodi commerciali, alle truffe delle assicurazioni, dalle bancarotte fraudolente alle frodi in ambito sanitario. (...) 

*** Elisabetta AMBROSI, giornalista, La crisi economica? Colpa di manager (e politici) psicopatici, 'L'Espresso', 21 marzo 2016

LINK articolo integrale qui

giovedì 15 ottobre 2015

#LINK / Libri, ancora crisi ma non per gli ebook (Rapporto Aie)

Il mondo del libro, tra il 2014 e il 2015, mostra dei segnali di ripresa benché continuino a permanere i segni 'meno' che hanno caratterizzato gli ultimi anni. 
Il mercato, nel 2015 infatti, fa registrare dei miglioramenti anche se la crisi non è del tutto superata. In particolare, i primi otto mesi di quest'anno fanno segnare un -1,9% di fatturato nei canali rivolti al lettore (librerie, librerie online e grande distribuzione) e un -4,6% a copie vendute (dati Nielsen per Aie). 
Sono questi i dati principali messi in luce dal Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2015 curato dall'Ufficio studi dell'Aie, l'Associazione Italiana Editori, presentato oggi a Francoforte nel giorno in cui apre le porte la Buchmesse. (...)

Si intravede, nel 2014, qualche segno più: cresce il segmento dell'editoria per ragazzi sia per i titoli prodotti (+5,9%) che per la quota di mercato (+5,7%) e cresce anche il mercato dell'ebook, sia per fatturato (che raggiunge quota 40,5 milioni di euro) che per numero di titoli prodotti (+26,7%). (...)

Tutto questo in uno scenario punteggiato ancora di segni meno: il bacino dei lettori nel 2014 si restringe di 848mila (-3,4%), si ridimensiona il mercato (-3,6%), si conferma l'andamento negativo nel numero di titoli pubblicati (-3,5%) e nella diminuzione delle copie vendute di 'carta' (-6,4%). (...)

Il cambiamento produttivo più evidente avviene però con la crescita dei titoli in formato ebook, stimolato anche dalla nuova Iva al 4%. 
Una crescita del 50% tra il periodo gennaio-giugno 2013 e il corrispondente periodo di quest'anno (dai 13.403 del 2013 ai 26.908 del semestre 2015). L'incidenza che l'ebook ha sulla produzione di carta ha raggiunto ormai la soglia dell'86,9% (era del 28,8% solo quattro anni fa).

*** articolo non firmato, 'la Repubblica', 14 ottobre 2015, Il mercato dei libri ancora in crisi: fatturato -1,9% nei primi otto mesi del 2015, qui

(thebookladysblog.com, via pinterest)

mercoledì 22 luglio 2015

#RITAGLI / I 'sovraeducati', un problema (Maurizio Ricci)

(...) Un’inchiesta dell’ Economist rivela che, secondo il 51% dei manager, un deficit di competenze zavorra i risultati delle loro aziende. E non ci avevano pensato? 
E’ su questa base che il Cedefop, un istituto di ricerca della Ue, fa l’oroscopo all’occupazione italiana. A breve, il 22% delle possibilità di lavoro sarà riservato a professionisti e tecnici: ingegneri, esperti della salute o della finanza. Parlano i numeri: gli occupati ad alta qualificazione erano il 15,6% del totale nel 2005. Salteranno al 30,8% nel 2025: quasi 1 su 3, invece di 1 su 6. Per chi, quanto a competenze, sta un po’ peggio, ma ancora se la cava, terrà botta: 43% dell’occupazione nel 2005, 47% previsto per vent’anni dopo.
Per i non qualificati è la decimazione: 4 lavoratori su 10, nel 2005, non avevano uno straccio di titolo da esibire, ma lavoravano lo stesso. Nel 2025, saranno quasi una rarità: 2 su 10. Dunque, il messaggio è chiaro: ragazzi, studiate, preparatevi, il computer sempre sottobraccio, il vostro settore esplorato in profondità, ma capacità di saltare da un ramo all’altro, perché così si innova, si inventa, si spiazza la concorrenza.  Eccetera.
Peccato che, di tutto questo, nessuno sembra aver informato gli imprenditori italiani, sui quali le parole dell’Ifo, dell’ Economist , le previsioni del Cedefop sembrano scivolare come acqua sulla pietra. Se il futuro del paese è nell’innovazione, nel capitale di conoscenze, nella knowledge economy, i datori di lavoro italiano hanno disertato. Peggio, si sono sparati sui piedi e su quelli del paese. Altro che Silicon Valley. I dati, infatti (quelli veri, non le proiezioni) dicono che, da anni, stanno tagliando selvaggiamente i posti di lavoro qualificati, a favore di quelli che richiedono solo medie o basse competenze. Il monitoraggio del mercato del lavoro, condotto ogni anno dall’Isfol, ci rivela, infatti, che, fra il 2007 e il 2012, il sistema economico italiano ha distrutto 379 mila posti di lavoro. Un’amputazione dolorosa, dovuta ad una delle crisi più severe degli ultimi decenni. Ma che non è scesa a pioggia, in modo uniforme, nelle fabbriche e negli uffici: gli imprenditori non hanno solo licenziato. Al contrario, è stata una decimazione accuratamente mirata, fatta apposta - alla faccia del Cedefop - per far fuori i migliori e premiare i mediocri (in termini di competenze e qualità professionali). I lavoratori considerati mediamente qualificati (i geometri, intesi come opposti agli ingegneri) sono infatti aumentati in modo considerevole: ne sono stati assunti 645 mila. E le aziende hanno anche rastrellato manovali e generici, i lavoratori a bassa qualifica: 369 mila in più. E il taglio? E’ avvenuto tutto più in alto, vicino alla testa. Nelle aziende e nelle imprese italiane, dopo 5 anni di crisi, ci sono 1 milione 393 mila occupati ad alta qualifica (gli ingegneri) in meno. In pratica, dei lavoratori baciati in fronte (nel mondo) dalla new economy, 1 su 6, in Italia, ha perso, invece, il posto e la busta paga. La crisi ha determinato una mattanza. Gli imprenditori hanno deciso chi sacrificare.
Per una ripresa economica già fragile, l’insidia di cui ci riferisce l’Isfol è nuova e devastante, perché sembra escludere il paese dal modello di sviluppo abbracciato dal resto delle economie competitive. Nel 2007, i giovani che occupavano un posto ad alto profilo professionale erano il 33,8%. Cinque anni dopo, il 28,8%, cinque punti in meno, uno l’anno. E per chi aveva più di 34 anni, la riduzione è stata anche più secca: da più del 43 a meno del 37%. Sono stati, insomma, gli anni della cacciata degli ingegneri? Non esattamente. I dati non consentono di capire in quanti casi è stato licenziato un ingegnere e, al suo posto, è stato assunto un geometra. Secondo Guido Baronio, che ha curato il monitoraggio dell’Isfol, «il fenomeno più comune è stato, probabilmente, un altro: il licenziamento dell’ingegnere e la sua riassunzione con la qualifica di geometra. O, ancora più frequente, la sostituzione di un ingegnere che se ne va con qualcuno, inquadrato in una qualifica più bassa». Sta esplodendo, infatti, in Italia, il problema dei “sovraeducati”. Le aziende richiedono qualifiche altissime per un’assunzione, a prescindere dalla posizione che deve essere occupata. Ovvero, un laureato trova lavoro con meno difficoltà di un diplomato, ma bisogna capire a fare che. Il caso più noto è la Fiat che, per lo stabilimento di Melfi, richiedeva ai candidati la laurea o un diploma con una votazione molto alta, anche se poi li sistemava alla catena di montaggio. Ma il fenomeno è diffusissimo: secondo i dati dell’Isfol, nel 2007 i laureati che occupavano un posto di lavoro che non avrebbe richiesto una laurea erano il 14,2% del totale. Nel 2012, erano saliti quasi al 20%.
Non è la stessa cosa assumere un ingegnere per fargli fare un lavoro da ingegnere e assumere un ingegnere, per fargli fare un lavoro da geometra. Quello che interessa agli imprenditori è che, nel secondo caso, la busta paga è più bassa. Ma cambiano anche gli spazi professionali, i margini di autonomia decisionale, le responsabilità, il contributo che il lavoratore può portare. 
La spia di quanto avviene davvero nelle fabbriche e negli uffici la dà un dato dell’Ocse. Solo il 3% dei giovani italiani non usa il computer a casa o in vacanza. Ma più della metà, in ufficio, un computer non lo vede neanche. In altre parole, nelle aziende italiane si stanno restringendo non solo le buste paga, ma anche mansioni e competenze. Il risultato è allontanare il paese dalla prospettiva di una ripresa vivace e sostenuta. «La crisi – dice Baronio- non agisce in maniera neutrale, ma impoverisce il contenuto professionale dell’occupazione e, in ultima analisi, deprime ulteriormente la competitività del sistema produttivo nazionale ». Del resto, all’estero si sono mossi in modo assolutamente opposto, nonostante la crisi. Il 33% degli occupati italiani, nel 2012, fra giovani e adulti, aveva un posto ad alto profilo professionale. In Francia, Olanda, Inghilterra, Danimarca, Svezia, siamo oltre il 45%. E, negli anni della crisi, mentre in Italia la loro quota precipitava del 15%, in quei paesi aumentava, anche del 10%. E’ aumentata, sia pur di poco, anche in Spagna.
Magari è vero, come fanno capire alla Fiat, che paradossi apparenti, come gli ingegneri alla catena di montaggio di Melfi, sono solo temporanei, percorsi sperimentali di apprendistato. Ma, in termini generali, i dati dicono il contrario. Fra il 2006 e il 2007, i laureati che trovavano, dopo il periodo iniziale successivo all’assunzione, una collocazione coerente con la loro qualificazione professionale erano poco più di 1 su 6. Fra il 2011 e il 2012 ci è riuscito solo 1 su 20. Gli altri sono rimasti intrappolati.

*** Maurizio RICCI, giornalista, Ripresa senza qualità: il capitale umano avvilito dagli anni di crisi, 'la Repubblica', 20 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

domenica 3 maggio 2015

#RITAGLI #SOCIETA' / Lavoratori stranieri: ci dovrebbero interessare perché... (Nicolò Cavalli)

(...) il 59% degli stranieri che lavorano finisce per vivere con meno di mille euro al mese, contro il 27% degli italiani. I lavoratori stranieri formano insomma una sorta di “cuscinetto” per gli imprenditori: poiché lavorano con contratti spesso precari, e comunque a basso costo, sono i primi a essere licenziati nei periodi di difficoltà. (...)
Una situazione che non solo ha ripercussioni sociali negative, ma che è persino inefficiente dal punto di vista economico. Perché il contributo fiscale netto dei lavoratori stranieri alle casse dello stato italiano è di circa 3,9 miliardi di euro l’anno e quello al pil pari a 123 miliardi: un piccolo tesoretto che si aggiunge ai risultati di un recente studio statunitense, e che mostra come l’integrazione di un lavoratore straniero nel sistema produttivo generi 1,2 nuovi lavori, contribuendo a un aumento dei salari nell’economia locale.

*** Nicolò CAVALLI, ricercatore e giornalista, I lavoratori stranieri più colpiti dalla crisi, 'internazionale.it', 1 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

giovedì 12 marzo 2015

#SPILLI / La bufala della 'crisi' come 'opportunità' (M. Ferrario)

Si ripete da sempre (e in particolare lo ripete chi si occupa di formazione, motivazione, sviluppo delle persone) che in cinese l'ideogramma 'Wēijī' significa 'crisi' ma anche 'opportunità'.

Bene, è una bufala.

Il carattere 'crisi' in cinese non include alcun carattere di 'opportunità' e la parola 'crisi', anche in cinese, ha quindi un significato negativo esattamente come in italiano, inglese, spagnolo, tedesco e probabilmente in ogni altra lingua.

Pare che il primo uso distorto di questo binomio 'crisi-opportunità' risalga a un editoriale anonimo in un giornale per missionari in Cina (1938).

Ma la divulgazione fantasiosa ha cominciato ad essere 'virale' con John Fitzgerald Kennedy, che in un discorso a Indianapolis del 1953 afferma testualmente: «Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri.Uno rappresenta il pericolo e l'altro rappresenta l'opportunità». 
Kennedy ha usato regolarmente questo tropo, seguito da Richard M. Nixon, Condoleeza Rice (durante le trattative per il Medio Oriente), Al Gore (durante la sua testimonianza alla Commissione Usa per l'Energia e il Commercio e nel discorso di ringraziamento per il premio Nobel per la pace). 
Poi sono arrivati i consulenti e gli 'esperti' di motivazione del personale. 
E oggi questa falsa etimologia è divulgata giornalmente dai sostenitori del 'pensiero positivo': usata come farmaco ottimistico per cambiare la realtà con un colpo di wishful thinking.

Potete raccogliere argomenti circostanziati e storici su wikipedia

Inoltre, un articolo di ulteriore conferma di Alessandra Vita, interprete di inglese, tedesco e spagnolo segnala un saggio di Victor H. Mair, Professor of Chinese Language and Literature, Department of East Asian Languages and Civilizations, University of Pennsylvania, Philadelphia, PA 19104-6305, USA: in questo scritto, in inglese, è descritto come è nato il fraintendimento.

Ecco i due link:
° Alessandra Vita, In cinese, “crisi= pericolo+opportunità”? NON è vero!, 'alessandravita.com', 9 febbraio 2014, qui
° Victor H. Mair, Danger + Opportunity ≠ Crisis, 'pinyin.info', settembre 2009, qui

*** Massimo Ferrario, La bufala della 'crisi' come 'opportunità', per Mixtura

domenica 18 gennaio 2015

#VIDEO #SOCIETA' / Decrescita come via d'uscita dalla crisi



Serge LATOUCHE (1940) 
economista e filosofo francese
Decrescita come via di uscita dalla crisi, Università di Verona, 13 nov 2014, 
coordinamento di Paolo Riccio e Olivia Guaraldo
video, 118min44


E' un video di quasi 2 ore (e magari, per alleggerire la visione, può essere utile dividerlo in parti successive, prendendosi delle pause).
Ma assicuro che, anche perché più volte positivamente 'interrotto', con domande mirate e puntuali, dai due coordinatori e, alla fine, da un minidibattito di almeno mezz'ora col pubblico, l'ascolto scorre facile e per nulla pesante.
Merito anche della padronanza dell'italiano del relatore francese, che sa usare un vocabolario ricco e uno stile per nulla accademico.

Tutti i testi di Serge Latouche cercano di mettere in crisi, con un approccio empirico comprensivo di numerosi esempi, il concetto di sviluppo e le nozioni di razionalità ed efficacia economica. 
Secondo Latouche, si tratta di «far uscire il martello economico dalla testa», cioè di 'decolonizzare l’immaginario occidentale', che è stato ossessivamente e compulsivamente colonizzato dall’economicismo sviluppista. Se si vogliono affrontare i problemi ambientali e sociali del nostro tempo, dovuti proprio alla crescita ed ai suoi effetti collaterali, urge una strategia di decrescita, incentrata sulla sobrietà e sul senso del limite.

Il pensiero dell'economista e filosofo francese spesso divide: da una parte chi lo ama e lo propone come 'la' soluzione alla crisi dell'Occidente, e dall'altra chi lo detesta.
Certo, il relatore è uno dei più fieri avversari dell'occidentalizzazione in corso, a suo avviso totalmente dominata dall'immaginario economico, ed è il sostenitore della teoria, da lui fondata, della 'decrescita felice'.
La sua visione economico-filosofica è spesso contestata anche senza che prima sia stata approfondita, o addirittura semplicemente 'letta': la si è fatta diventare uno slogan e si reagisce allo slogan con altri slogan.

Questo intervento, anche perché (ben) stimolato dal tandem di Paolo Riccio (medico epidemiologo e redattore di 'Verona in') e Olivia Guaraldo (docente di filosofia politica), è dunque un'ottima occasione offerta dall'università di Verona perché venga riesposta e precisata, dalla viva voce di Latouche, la sua visione economica, sociale, politica.
Il finale del video, aperto a un breve e interessante spazio di domande e risposte con il pubblico, è da non perdere: per alcune ulteriori considerazioni provocatorie (anticapitalistiche) di Latouche.

Forse, dopo aver ascoltato, capiremo meglio.
E non faremo dire a Latouche, colpevolmente o dolosamente, ciò che 'non' è nel 'suo' pensiero, ma è solo nel 'nostro' pensiero.
Un pensiero, il nostro, troppo spesso più scarso che debole: e quindi, forse, troppo arditamente chiamato 'pensiero'. (mf)

«Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro: come la botte piena e la moglie ubriaca. Una trappola di marketing. Uno slogan facile». (Serge Latouche, una battuta estratta dall'intervento)