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sabato 15 settembre 2018

#SGUARDI POIETICI / Massa (César Vallejo)

Finita la battaglia
e morto il combattente, a lui venne un uomo
e disse: «Non morire. Ti amo tanto.» 
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.
In due si avvicinarono e insistevano:
«Non lasciarci. Coraggio. Torna in vita.» 
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.

Accorsero venti, cento, mille, cinquecentomila, 
gridando: «Tanto amore, e nulla si può contro la morte.» 
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.

Lo circondarono milioni d’individui 
con un prego comune: «Resta, fratello!» 
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.

Allora tutti gli uomini della terra
lo circondarono; li vide il cadavere triste, emozionato:
si drizzò lentamente, abbracciò il primo uomo, si avviò...

*** César VALLEJO, 1892-1938, poeta peruviano, Massa, traduzione di Roberto Paoli, da Domenico Adriano e Doriana Racamella, a cura di, Voi che siete sicuri nelle vostre tiepide case. Poeti contro il razzismo, I libri dell’AltrItalia, Avvenimenti, 1993.
Anche in 'losguardopoIetico', 68, 2 apr 2013 (pubblicazione a circolazione riservata)


In Mixtura ark #SguardiPoietici qui

lunedì 4 aprile 2016

#MOSQUITO / Coscienza, individuo e massa (Giorgio Gaber)

(...) Cerco delle persone che abbiano una ‘semplice’ consapevolezza e non una complicata consapevolezza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità. La coscienza di questi limiti credo che sia veramente la cultura. Quando io parlo di ‘uomini al minimo storico di coscienza’ è proprio questo che voglio dire: la coscienza non è data da una quantità di conoscenze in senso orizzontale, ma dalla ricerca nel sapere, che non può che essere limitato, della profondità. La ricerca del senso della vita. La tecnologia che conosciamo allarga molto la conoscenza ma sempre in senso orizzontale; non c’è nulla nelle nuove invenzioni che ci aiuta ad andare dentro nelle cose. Può aprirci il panorama ma non vuol dire che ci dia più consapevolezza. Era più consapevole e cosciente un contadino di cent’anni fa, che sapeva sette cose ma le sapeva veramente. Noi in realtà sappiamo tutto e non sappiamo nulla. (...) 

Ho avuto, purtroppo come tanti, anche delusioni dalla piazza. Il fenomeno di massa è un fenomeno che non amo, e che non ho amato neanche nei momenti in cui si partecipava al movimento, che era una bella parola. Sento molto importante l’esistenza di una quantità di individui che rappresentano ognuno un desiderio, mentre la massa significa spesso l’annullamento del pensiero da parte del gruppo. La massificazione, sia essa di destra o di sinistra, è sempre negativa. Ognuno di noi ha ogni giorno molto spazio nei rapporti quotidiani per mettersi alla prova e per trovare il ‘qui e ora’, ci sono tantissime occasioni per essere persone piuttosto che maschere. E lo smascheramento di quello che siamo mi sembra una cosa realizzabile minuto per minuto nella nostra vita. 

*** Giorgio GABER, 1939-2003, autore e attore teatrale, citato da A. Priolo, Il luogo del pensiero. Qui e ora, ‘Re Nudo’, n.18, 1 marzo 1998, riportato anche in 'giorgiogaber.org', qui


In Mixtura altri 6 contributi di Giorgio Gaber qui

lunedì 20 luglio 2015

#RITAGLI / Cosa insegna l'imbecillità di massa (Maurizio Ferraris)

(...) Se c'è un momento in cui una persona intelligente appare irrimediabilmente stupida è quando pretende di sollevarsi sulla massa, per esempio quando Heidegger sostiene che «chi pensa in grande può anche errare in grande», o quando Valéry apre M. Teste con un madornale «La stupidità non è il mio forte». Da questo punto di vista, l'imbecillità di élite (quella che per esempio si manifesta nei "centri di eccellenza" che sono fioriti in una università devastata qualche anno fa) sembra ancora più acuta dell'imbecillità di massa. Quest'ultima, però, ha dalla sua il peso della quantità, e, come diceva Hegel (altro filosofo in cui si può trovare una quantità di affermazioni stupide), il quantitativo trapassa necessariamente nel qualitativo.
Per verificarlo, basterà leggere Nello sciame. Visioni del digitale del filosofo coreano naturalizzato tedesco Byung-Chul Han appena tradotto da Nottetempo. Una filippica contro il digitale basata sulla contrapposizione (in sé non meno inconsistente di «la stupidità non è il mio forte») tra l'informazione «cumulativa e additiva» e la verità «esclusiva e selettiva».
Al digitale vengono imputati tutti i mali del mondo: egoismo, liberismo, nichilismo, coazione, oscenità, calo del desiderio, ma anche cose un po' speciali come il fatto che (i corsivi sono dell'autore), diversamente dall' Iliade , «l'indignazione digitale non è cantabile», o che oggi viviamo «in un tempo di morti viventi, nel quale non solo l'esser-nati ma anche il morire sono divenuti impossibili ». Anche il gomito del tennista dipende dal digitale? No. Tuttavia Byung-Chul Han ci va vicino quando parla di «artrosi digitale delle dita» (che sarebbe risultata fatale a Heidegger dal momento che, scrive altrove Byung-Chul Han, «la mano di Heidegger pensa invece che agire»). Malgrado questa menomazione, nel digitale «Dispongo dell'Altro come se lo tenessi tra il pollice e l'indice». (...)

Del 10 giugno 1940 ci rimane il testo, espressione di imbecillità di élite, di Mussolini, che si spinge sino a precisare che dichiara guerra a Francia e Inghilterra ma non alla Svizzera o alla Turchia, e l'immagine dell'imbecillità di massa della folla plaudente ed esaltata. Oggi avremmo milioni di post e di tweet, variazioni del discorso dell'imbecille di élite, magari aggravate dal fatto che, per quanto imbecille, Mussolini lo era molto meno di tanti altri accorsi in Piazza Venezia.
Questa circostanza, per assurdo che possa sembrare, ha un versante positivo, su cui vorrei portare conclusivamente l'attenzione. L'imbecillità iper-documentata rende radicalmente impossibile farsi illusioni sul genere umano, e concretamente su ognuno di noi. Illusioni che sono alla base di programmi di palingenesi sociale miseramente falliti, appunto perché muovevano dall'assunto che l'umanità fosse meglio di quella che è.
Per aiutare l'umanità, per migliorare ognuno di noi, bisogna partire dall'assunto inverso, quello della prevalenza di Genny ‘a carogna. E ciò che un tempo era riservato a pochi, che si chiudevano in stanza la notte a leggere Tito Livio per conoscere le debolezze umane, oggi è disponibile, direbbe Byung-Chul Han, «tra il pollice e l'indice», e insegna da solo più di Montaigne e di Spinoza. Ed è per questo che, venuto meno il sogno della intelligenza collettiva con cui si era salutato l'avvento del digitale, conviene giocarsi la carta della imbecillità di massa come fonte di insegnamento e di ammonimento.

*** Maurizio FERRARIS, filosofo, saggista, Che cosa insegna l'imbecillità di massa, intervento al festival della Letteratura breve, Tuscania, 16 luglio 2015, 'la Repubblica', 16 luglio 2015.

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