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martedì 7 febbraio 2017

#MOSQUITO / L'Era della Post-Verità, definizione (Ralph Keyes)

Nonostante i bugiardi ci siano sempre stati, una volta le bugie venivano pronunciate con una certa esitazione, con un pizzico d'ansia, un po'di senso di colpa, di vergogna, e con un minimo di remissività. Oggi, invece, da individui intelligenti quali siamo diventati, per manomettere la verità ci siamo fabbricati le motivazioni più solide, e così abbiamo messo a tacere i nostri sensi di colpa. Io chiamo tutto questo "post-verità". Viviamo in un'epoca di post-verità

*** Ralph KEYES, 1945, saggista statunitense, L'era della post-verità, St. Martin's Press, 2004, citato da Giulio Azzolini, Biblioteca minima, in AA.VV., Terapia AntiFake, 'Robinson', 5 febbraio 2017

mercoledì 4 gennaio 2017

#RITAGLI / Post-verità, 5 suggerimenti (Alice Pilia Drago)

(...) Per illustrare come la nostra percezione del mondo sia spesso disconnessa dalla realtà, Ipsos Mori ha intervistato migliaia di persone in Italia e in altri 39 paesi. Secondo la ricerca Perils of Perception 2016 noi italiani siamo convinti che una persona su cinque sia musulmana, quando in realtà lo è soltanto una su 25. Chiara Ferrari – direttrice di Ipsos public affairs, sottolinea anche che “pensiamo, sbagliando grossolanamente, che entro il 2020 un terzo della popolazione italiana sarà musulmana, quando le proiezioni indicano che raggiungeremo a malapena il 5 per cento”.

Ferrari spiega che “gli psicologi parlano di analfabetismo numerico emotivo: una incapacità di ragionare attraverso numeri e fatti su ciò che tocca le nostre corde emotive, su ciò che consideriamo – a torto o a ragione – una minaccia”. Non è quindi un caso che gli errori più significativi degli italiani riguardino la stima della percentuale di musulmani in un periodo caratterizzato dalla crisi migratoria. Secondo Ferrari “causa ed effetto interagiscono in modo bidirezionale: le preoccupazioni informano l’errata percezione, e le percezioni errate generano ulteriore preoccupazione”. Per questo motivo i fatti non riescono a correggere le percezioni: “Se riportare il testo della norma per smontare il mito del Presidente del Consiglio mai eletto, non serve a far capire il funzionamento delle elezioni nel nostro Paese è perché non è importante la fonte, o il fatto, ma il livello di emotività con cui la notizia viene accolta”, conclude Ferrari.

Chi obietta che politici e media abbiano sempre mentito, sottovaluta la differenza sostanziale tra la faziosità nell’informazione e un contesto in cui è accettabile diffondere notizie inventate. Entrambi sono chiaramente deprecabili, ma nel primo caso un dibattito aperto garantisce che le affermazioni di parte possano essere smentite efficacemente con fatti o nuovi dati, o che la loro interpretazione possa essere criticata e rivista. In un contesto di post-verità, invece la confutazione non è efficace, perché i fatti stessi vengono visti come irrilevanti. (...)

Non restano che il buon vecchio spirito critico, la logica, i dati e la pazienza. E in attesa di una soluzione migliore, condivido cinque suggerimenti proposti su Facebook da un caro amico:

1) cerchiamo, leggiamo e postiamo articoli e dati verificati e di fonte riconosciuta
2) leggiamo sempre tutto l’articolo e vediamo i video fino alla fine prima di condividere
3) verifichiamo sempre la fonte prima di condividere
4) ascoltiamo tutti con empatia e invitiamo al dialogo vero
5) rispondiamo a tutti con cortesia ma segnaliamo sempre manipolazioni e falsità costruite ad arte

*** Alice PILIA DRAGO, esperta di politiche pubbliche, Post-verità: contro le percezioni basate sull’emotività 5 suggerimenti, 'ilfattoquotidiano.it', 2 gennaio 2017

LINK articolo integrale qui

giovedì 24 novembre 2016

LINK / Post-verità (Annamaria Testa)

Post-truth, cioè post verità, è la parola dell’anno per l’Oxford Dictionary. La prima notizia è che l’uso di questo termine cresce del duemila per cento nel 2016 rispetto all’anno precedente. Il termine denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica.
Volendo, potete anche dare un’occhiata al breve video (qui) che segnala le altre parole prese in esame per quest’anno: tutte assieme, costituiscono una interessante rassegna delle tendenze e delle idiosincrasie contemporanee. (...)

*** Annamaria TESTA, esperta di comunicazione, saggista, Post verità: vivere, capire, scegliere, votare tra bufale e camere dell'eco, 'nuovoeutile', 21 novembre 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri 48 contributi di Annamaria Testa qui

martedì 22 novembre 2016

#RITAGLI / Post-Verità, la nostra era (Christian Salmon)

(...) Roosevelt fu il primo presidente a utilizzare la radio per comunicare con gli americani. Kennedy inaugurò l'era della televisione. Quando Roosevelt faceva un discorso alla radio, "la gente aveva il tempo necessario per riflettere, poteva combinare l'emozione e i fatti", spiega il neuroscienziato António Damásio. "Oggi, con internet e la televisione via cavo che diffondono informazioni 24 ore su 24, sei immerso in un contesto in cui non hai più il tempo di riflettere. Gli elettori sono guidati da sentimenti puri di simpatia o di avversione, di armonia o di disagio che gli ispirano i candidati che conoscono attraverso la loro narrazione". In società ipermediatizzate, percorse da flussi di informazioni continui, la capacità di strutturare una visione politica non con argomenti razionali ma raccontando delle storie, è diventata la chiave della conquista e dell'esercizio del potere. Non è più la pertinenza che dà alla parola pubblica la sua efficacia, ma la plausibilità, la capacità di mobilitare in suo favore grandi correnti di pubblico e di adesione...

L'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti è il punto culminante di questa evoluzione. Con lui, è l'universo dei reality che entra alla Casa Bianca. Più che di costruire la realtà si tratta di produrre un reality show permanente, un universo sfaldato dove la libertà di espressione deve costantemente dare prova di sé attraverso la trasgressione. Il reality show trumpista è un telecarnevale in cui va in scena senza posa il capovolgimento dell'alto e del basso, del nobile e del triviale, del raffinato e del volgare, il rifiuto delle norme e delle gerarchie costituite, la rabbia contro le élite. Trump è una figura del trash del lusso che trionfa sotto i segni del volgare, dello scatologico e della derisione. Il vincente sotto le fattezze del perdente. "Ho messo il rossetto a un maiale", secondo le parole del suo ghost-writer Tony Schwartz. Ai bianchi declassati, che hanno rappresentato il cuore del suo elettorato, propone una rivincita simbolica, la restaurazione di una superiorità bianca scossa dall'avanzata delle minoranze in una società sempre più multiculturale, specchio dei media e degli intellettuali. È contro questo specchio che Trump ha incanalato la rabbia verso le élite, gettando discredito sugli uni e ridando credito agli altri al prezzo di menzogne di ogni genere. E l'ha fatto usando le ricette dei reality televisivi, che soddisfano questo bisogno di rappresentazione, ben noto clinicamente, che si nutre dell'impotenza del vivere. È questo bisogno di rappresentazione che Donald Trump è riuscito a captare e trasformare in capitale politico. (...)

*** Christian SALMON, saggista e ricercatore francese, esperto di storytelling, 'Post_Verità', la parola dell'era Trump, 'la Repubblica', 17 novembre 2016, qui
https://fr.wikipedia.org/wiki/Christian_Salmon