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giovedì 1 marzo 2018

#SENZA_TAGLI / Post-democrazia, si combatte anche con il voto (Francesco Erspamer)

Negli Stati Uniti ogni due anni si vota per eleggere un terzo dei senatori e tutti i deputati; il presidente invece lo si elegge ogni quattro anni. Questo significa che una elezione ogni due riguarda "solo" il Parlamento: viene chiamata "di metà mandato" e regolarmente snobbata dai media. 

Il risultato è che a votare è ormai un terzo degli aventi diritto: pura postdemocrazia, come conviene alle multinazionali. Ancora più allarmante è l'analisi dei votanti. I giovani costituiscono di gran lunga il gruppo più di sinistra dello spettro politico mentre la maggioranza degli anziani è conservatrice; però nel 2014 solo il 16% degli americani fra i diciotto e i trent'anni si è recato alle urne, mentre ci è andato il 55% degli ultrasessantenni. 

Cosa ci dice questo dato? Tre cose, tutte deprimenti. 
Innanzi tutto che lo smantellamento del sistema educativo tradizionale e la sua sostituzione con i social da un lato e con scuole esclusivamente volte alla formazione professionale dall'altro, sta dando i frutti auspicati dai liberisti; troppi giovani se ne fregano della società, accontendandosi di essere consumatori (anche di correttezza politica) invece che cittadini e militanti. La percentuale dei votanti ci dà poi il senso della dipendenza dei giovani dai media: se questi danno rilievo a un evento, loro reagiscono, altrimenti restano apatici. Infine, occorre rendersi conto che essere di sinistra, oggi, è per molti ragazzi un atto di conformismo formale e non comporta necessariamente impegno, studio, organizzazione, applicazione, neppure presenza.

Conosco tanti giovani eccezionali, più generosi e più lucidi di quanto fossi io alla loro età o della generazione ancora precedente. Ma il sistema che si trovano a contrastare è potentissimo e pervasivo. 
Per metterlo in difficoltà non bastano le buone intenzioni, l'intelligenza, tanto meno la tolleranza. Serve una mobilitazione e per fare una mobiltazione serve populismo. Un nuovo populismo, un populismo giovane. Finora la sinistra lo ha snobbato e lo ha lasciato alla destra o ai qualunquisti. È ora (e forse è già troppo tardi) di cambiare strategia. E si comincia andando a votare.

*** Francesco ERSPAMER, docente di studi italiani e romanzi ad Harvard, saggista, 'facebook', 27 febbraio 2018, qui


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martedì 26 settembre 2017

#MOSQUITO / Democrazia a rischio (Chantal Mouffe)

Nella storia della democrazia c’è sempre un momento in cui prevalgono i valori democratici e uno in cui sono quelli liberali a prevalere. Ma c’è sempre la possibilità di riequilibrare questa tensione. 
Ciò che avviene oggi, da una trentina d’anni, è che questa tensione agonistica tra libertà e uguaglianza, tra principio liberale e democratico, è scomparsa. Perché noi viviamo in una società in cui la tradizione liberale, intesa in un senso piuttosto restrittivo, trasformato dal neoliberismo, è diventata così predominante che quando si parla di sovranità popolare la gente ti guarda chiedendosi: «Di cosa sta parlando?». È un concetto anacronistico, non si può parlare di questo oggi, e l’uguaglianza è un concetto parimenti sparito. 
È per questo che tutta una serie di autori, e io sono d’accordo con loro, sostiene che oggi viviamo fondamentalmente in una società postdemocratica: che si pretende democratica, in cui tutte le istituzioni democratiche sono ancora in piedi ma girano un po’ a vuoto. Perché? Perché tutti i valori della sfera della libertà e dell’uguaglianza, che sono costitutivi della tradizione democratica, sono stati messi da parte. Viviamo in una società in cui la democrazia è alla fin fine ridotta alle elezioni aperte a tutti, alla difesa dei diritti umani, intesi in un modo molto specifico… se c’è questo c’è democrazia. Siamo quindi, per queste ragioni, in una società postdemocratica e credo che sia veramente importante guardare a come negli ultimi trent’anni ci sia stata una trasformazione profonda delle nostre società. Alcuni parlano di «de-democratizzazione», altri di crisi della democrazia. Io credo che si tratti proprio del fatto che la predominanza della tradizione liberale ha fatto dimenticare i valori principali della tradizione democratica, eguaglianza e sovranità popolare.

*** Chantal MOUFFE, 1943, politologa belga, docente di Teoria politica presso la University of Westminster di Londra, autrice di Il conflitto democratico, Mimesis, 2015, da Non c'è democrazia senza populismo, dialogo 1, conversazione fra Jean-Luc Mélenchon e Chantal Mouffe, in 'MicroMega', Democrazia e Usa. Democrazia a rischio, n. 5, 2017.


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martedì 4 agosto 2015

#RITAGLI / Post-democrazia (Ilvo Diamanti)

Post-democrazia, il termine qui usato da Ilvo Diamanti per definire lo stato politico cui l'Italia è giunta grazie alla marcia progressiva e solitaria di Renzi che lo ha portato ad essere presidente del Consiglio, è un termine 'forte'. 

Non è stato inventato ora. Ma dal politologo britannico Colin Crouch nel 2003 (Post-democrazia, Laterza, 2005). Con esso, si intende un sistema politico ancora regolato da norme democratiche, ma la cui applicazione è progressivamente svuotata dalla prassi politica, sempre più oligarchica e staccata dalla partecipazione dei cittadini.

'Post' non vuol dire 'anti'. E quindi nessuna accusa di essere contro il sistema democratico. 
Ma, ovviamente, significa 'dopo'. E 'dopo', mi pare chiaro ed evidente, dice che la fase democratica, che c'era prima, non c'è più. Che è subentrata un'altra cosa. 
Cioè: la democrazia correttamente intesa non esiste più.

Le parole, per me, continuano ad avere un senso. 
Le abbiamo trasformate in 'aria fritta', ma siamo 'noi' che l'abbiamo fatto. 
'Loro' restano concretissime. E continuano a significare ciò che significano.
Se diciamo che l'Italia è in' post-democrazia' diciamo una cosa grave. 
Per la quale mi aspetterei che i più alti organi istituzionali, oltre che i politici e i cittadini, dicessero qualcosa.
Dico che 'mi aspetterei'. Ma non è vero: 'non me l'aspetto'.
Perché anche questo è un segnale di conferma. 
Della 'post-democrazia'. (mf)

° ° °

Il Premier Matteo Renzi prosegue nella sua marcia solitaria. Un giorno dopo l'altro, una parola dopo l'altra, disegna una democrazia personale e immediata. Centrata sulla sua persona. Refrattaria alle "mediazioni". Diffidente verso i "mediatori". Si tratti di organizzazioni, associazioni o di soggetti istituzionali. Così, in pochi giorni, è intervenuto "direttamente" contro i sindaci e, prima ancora, contro il sindacato. Colpevoli, entrambi, di ostacolare, in modo diverso, il turismo e, quindi, l'economia italiana. Il sindacato. Con le iniziative che hanno reso difficile l'ingresso agli scavi di Pompei. E con lo sciopero dei piloti Alitalia, che ha generato disagio ai passeggeri. A Pompei come negli aeroporti le iniziative sono state condotte da sigle autonome e singoli comitati. D'altronde, nei servizi, poche persone, collocate in posizione strategica, possono generare grandi disagi pubblici. Tuttavia, il premier ha polemizzato, esplicitamente, contro il sindacato. Senza specificazioni. D'altronde, Renzi, da tempo, conduce la sua polemica contro il sindacato. Che ha il volto di Landini, leader della Fiom e di "Coesione Sociale", che nello scorso autunno ha promosso manifestazioni e scioperi contro il Jobs act e le politiche del lavoro del governo. Il sindacato evocato da Renzi. Chiama in causa Susanna Camusso, che, non per caso, ieri, su Repubblica, ha replicato che la "la Cgil non ci sta a essere usata in modo strumentale dal premier per recuperare il voto moderato". (...)

D'altronde, il capo del governo - e del partito di maggioranza - è un leader "non eletto" in Parlamento. Come i suoi principali oppositori. Beppe Grillo, leader  -  pardon: portavoce e megafono  -  del M5s. E Matteo Salvini, segretario della Lega: parlamentare europeo. Insomma, Renzi è, per ora, il premier di una Repubblica extra-parlamentare. Impegnato a costruire uno specifico modello di democrazia. Maggioritaria e personalizzata. Come prevedono le riforme istituzionali (in particolare, il monocameralismo) e la stessa riforma elettorale. L'Italicum. Che non delineano un "presidenzialismo di fatto" (come ha sottolineato il costituzionalista Stefano Ceccanti sull'Huffington Post ). Piuttosto, una Repubblica ancora "indistinta" (per citare Edmondo Berselli). Ma fondata sul premier. Renzi, d'altronde, nel frattempo agisce "come se" fosse già premier-presidente. Agisce e decide  -  o meglio: promette di agire  -  in fretta. Veloce. Così, dal Giappone annuncia l'approvazione della riforma della pubblica Amministrazione. "Entro giovedì". E si rivolge ai cittadini e agli elettori. Saltando mediazioni e mediatori. Sindacati e sindacalisti. Sindaci e governatori. Scavalca perfino il Parlamento e, soprattutto, i partiti. Compreso il "proprio". Che, d'altronde, costituisce il principale luogo, il principale soggetto-oggetto del suo esperimento.

Il Pd. Tradotto e trasformato nel PDR. Il Partito Democratico di Renzi. O, più semplicemente, nel PdR. Il Partito di Renzi. Un post-partito, veicolo e portabandiera della PDR. La Post-Democrazia di Renzi. Fondata sul premier.

*** Ilvo DIAMANTI, sociologo e sondaggista, La post-democrazia fondata sul premier, 'l a Repubblica', 3 agosto 2015

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