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lunedì 21 novembre 2016

#LINK / Lamentarsi, a che serve? (Oliver Burkeman)

In Colorado c’è un uomo che è a dir poco infastidito dal rumore degli aerei che arrivano e partono dall’aeroporto di Denver, a una cinquantina di chilometri da casa sua. Fino a che punto lo irritano, esattamente? Secondo un recente studio, nel 2015 ha mandato 3.555 dei 4.870 reclami ricevuti dall’aeroporto. E non è un caso unico. Cinque persone hanno mandato il 61 per cento dei reclami all’aeroporto di Portland, e a Washington “due persone che abitano nella stessa casa” in un anno hanno inviato 6.852 lettere di protesta all’aeroporto nazionale Ronald Reagan (a proposito del rumore, intendo. Lo studio non fa parola di quanti si sono lamentati perché è stato dedicato a Reagan).

Essendo io stesso un habitué dei reclami ufficiali, confesso di provare una certa ammirazione per queste persone. Sì, lo so che una delle caratteristiche fondamentali della follia è ripetere sempre la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso. Però rispetto la loro sfida cosmica. Il mondo è assurdo e irritante, ma almeno qualcuno ha abbastanza rispetto per se stesso per continuare a protestare contro questa realtà.

Non che questo lo renda più felice. I risultati della ricerca dimostrano che l’irritazione e le lamentele si autoalimentano. Obiettare a qualcosa che non possiamo controllare provoca una momentanea sensazione di catarsi, ma in genere peggiora le cose, aumentando l’attenzione che dedichiamo a quel problema, il che lo rende ancora più invadente. Finiamo per avere una percezione più acuta del rumore successivo e per irritarci ancora di più quando arriva. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, A che serve lamentarsi?, 'internazionale,it', 15 novembre 2016

LINK articolo integrale qui

In Mixtura altri 14 contributi di Oliver Burkeman qui

sabato 1 agosto 2015

#RITAGLI / Lamentarsi, è scientifico: rende stupidi (Kristen Grove)

Recenti ricerche scientifiche fatte anche alla Stanford University hanno dimostrato che ascoltare per più di 30 minuti al giorno contenuti intrisi di “negatività” nuoce a livello cerebrale. La lamentela viene processata in quella parte di cervello dedicata alle funzioni cognitive normalmente usata per risolvere i problemi e la sua presenza causa letteralmente una rimozione di neuroni.

Senza prestare attenzione al nutrimento che diamo al nostro cervello i neuroni sono a rischio e il malessere è garantito. Un ulteriore studio di Eurodap sostiene che il 90% degli italiani vive in un costante stato di allarme. I media mettono in primo piano informazioni allarmanti, tragiche e scabrose, fornendo una selezione che può solo incoraggiare gli stati d’ansia e tensione come concimi per la paura, la disillusione e la perdita di speranza. Ma, secondo quanto emerso dalle ultime ricerche, anche l’esporsi a negatività durante quella che dovrebbe essere una semplice pausa caffè, può avere lo stesso effetto “nocivo”. (...)

E per prevenire quanti penseranno che questo sia il solito post di “positività gratuita”, e che qui non c’è niente di cui essere fiduciosi, e che i fatti sono sotto i nostri occhi… Ecco vorrei dire che: una cosa è avere la capacità di vedere le negatività che abbiamo intorno, e un’altra è vedere le cose negativamente. Abbiamo il nostro cervello, usiamolo per trovare soluzioni alle negatività.

«Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.» Giovanni Falcone

*** Kristen GROVE, creative producer e autrice, Lamentarsi rende stupidi, è scientificamente provato, blog 'ilfattoquotidiano.it', 29 luglio 2015

LINK articolo integrale qui

° ° °
A proposito del tema 'lamentarsi e dintorni', mi permetto di rimandare anche a un mio articolo diffuso in Mixtura qui (Lamentarsi, non facciamo confusione, 26 gennaio 2015), 

giovedì 16 luglio 2015

#MOSQUITO / Potere, ci lamentiamo e non lo usiamo (Michael P. Nichols)

Una volta ho lavorato con altri sei psicoterapeuti in una clinica, dove si andava a pranzo tutti insieme eccetto il direttore. Indovinate un po’ qual era l’argomento principale di conversazione? Il direttore e quanto fosse rigido. E indovinate come reagiva a questo il gruppo? Si lamentavano regolarmente tra di loro, come se loro fossero una forza trascurabile e lui invece un’entità irremovibile. 

*** Michael P. NICHOLS, psicoterapeuta statunitense, docente al College di William e Mary di Williamsburg, Virginia, Usa, L’arte perduta di ascoltare, 1995, Positive Press, Verona, 1997.


lunedì 26 gennaio 2015

#SOCIETA' / Lamentarsi, non facciamo confusione

Gira l’ennesima confusione terminologica. 
Spesso è in buona fede. Ma ciò non toglie che faccia male. 
Come spesso capita, peraltro: il male non sempre è intenzionale, e quello peggiore molte volte è inconsapevole.

Alludo al termine ‘lamentarsi’.
Se ne dà una valenza negativa. Giustamente. 
Chi si lamenta, si dice, è improduttivo: si piange addosso, fa la vittima, cerca pietà. E non merita ‘pietas’. 
Lamentarsi non serve. Anzi, si ripete la solita frase di moda e diventata un mantra un po’ noioso: ‘così non si va da nessuna parte’. 

Ma certo. Condivido. Diamoci da fare. Reagiamo. Se ci sono cose che non vanno, anziché continuare a dire che non vanno, facciamole andare.

Ecco, però. E’ qui che avviene, anche quando è inavvertita, la pericolosa torsione e conversione del verbo.
Perché al verbo viene indebitamente dilatato, più o meno consapevolmente, il significato: fino a comprendere, magari in modo subliminale, anche la salutare, e mai troppo praticata, critica (da ‘krinein’: sceverare, distinguere; dunque anche: non negare i punti deboli; considerare l’altra faccia della luna; valorizzare l’ombra…). 
Cioè: si tende a far coincidere il ‘lamentarsi’ con sinonimi che non sono per niente sinonimi. Come: valutare, dissentire, dire di no, mettere in discussione, accusare.

Non ci sto.
Soprattutto oggi. Con i tempi che corrono: e che ci spingono ‘riduttivamente’ a restringerci conformisticamente dentro un pensiero unico, o quasi. E che confondono il tentativo (giusto) di semplificare la realtà, che resta complessa (bianca, nera e sfumata in ogni gradazione di grigio), con lo sbrigativo ‘farla semplice’. 
Al punto semplice, che rimane sempre e solo il ‘farla’. E non importa cosa. Né come. Purché sia fatta. In fretta. E senza che nessuno eccepisca. O si lamenti. Di quello che si è deciso.

Io vorrei mantenere, aperta e fermissima, la distinzione.

Un conto è restare ripiegati su se stessi, guardandosi l’ombelico e passando la giornata a piangere lacrime di autocommiserazione, di fatto godendosi masochisticamente il proprio vittimismo. 
E un conto è usare il ‘pensiero critico’, sviluppando la capacità del proprio cervello di usare la ‘pars destruens’, applicandola alla realtà che ci circonda. Con l’intento di ‘smuovere’, questa realtà (e le persone che ci stanno dentro), per renderla, possibilmente, diversa da come è.

Non è un caso che ‘chi si lamenta di più di chi si lamenta’ in genere è un fautore, più o meno fan, più o meno consapevole, del ‘pensiero positivo’. Che nella traduzione becera, troppo spesso diffusa da management e consulenza uniti nella lotta alla rimozione dei fatti, significa: “mai disturbare il manovratore”. Intendendo per manovratore qualunque soggetto della realtà: sia l’altro, specie se occupa posizioni di potere, sia noi stessi. 
Dunque, di fronte al bicchiere a metà (perché questo è il dato oggettivo, se il bicchiere è a metà), diciamo che in fondo in fondo, il bicchiere, a guardarlo bene, non è neppure mezzo pieno, ma pieno a tre quarti. In definitiva, praticamente, pieno. E facciamoci un bel sorriso. Che fa sempre buon sangue, e così non ci deprimiamo.

Allora. 

Io credo invece che abbiamo bisogno certamente di usare di più e meglio la parte che segue a quella ‘distruttiva’ e che, ovviamente, è (o dovrebbe essere) ‘costruttiva’. Ma, come diceva qualcuno, per decidere ‘che fare’ prima bisogna 'capire'. E per capire bisogna analizzare. E per analizzare non bisogna edulcorare la realtà. Per quanto spiacevole essa sia.

Anche in questo caso, so che la consapevolezza, di per sé,  non risolve. Non è che subito, presa coscienza, consegue l’azione. Però prendere coscienza aiuta. Ed è comunque attraverso la presa di coscienza, possibilmente diffusa, e non soltanto di chi l’ha già raggiunta (ma il raggiungimento è sempre in fieri ed è sempre un a tendere), che poi possono avvenire i cambiamenti. Quelli veri. Duraturi. Che servono. E non quelli di facciata. Da vendere con le slide. In azienda o altrove.

Se ciò ha qualche fondamento, io continuo a pensare che tra ‘lamentarsi’ e ‘criticare’ una differenza c’è e deve restare: e lo sottolineo usando l’indicativo, non il congiuntivo. 
Una differenza alta come un grattacielo. 
Sovrapporre i due termini, finendo poi per lamentarsi di chi esercita una critica con il fine di promuovere un dissenso costruttivo che spinga all’azione (e non al pianto individuale o all’autocommiserazione collettiva), è un’operazione profondamente disutile. Perché a priori conservativa: quando non chiaramente reazionaria. Anche se poi tutti, visto che non costa nulla, ci riempiamo la bocca di cambiamento e innovazione.
Una volta, per questa operazione, si sarebbe scomodata ancora la coscienza. Per colpa o dolo, in ogni caso si sarebbe detta: falsa. 

*** Massimo Ferrario, per 'Mixtura'. 
Anche in 'altrisguardi', Lamentarsi, il pericolo di una confusione, 167, 4 aprile 2014. Il testo è stato pubblicato da Daniela Fregosi, consulente, responsabile della community 'formazione-esperienziale.it' e responsabile del blog 'Afrodite K', Chi si lamenta è un piagnone, in 'Afrodite K', 4 aprile 2014, http://bit.ly/1GNyy0n
Dall'estate del 2013, Daniela Fregosi, dopo aver scoperto un carcinoma alla mammella, si è impegnata, anche attraverso il blog sopra indicato, in una battaglia pubblica per affermare i diritti di lavoratrici e lavoratori che si ammalano gravemente e che oggi sono ancora senza tutela.