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giovedì 20 luglio 2017

#MOSQUITO / Proiezione, sarà la nostra menzogna fatale (Eleonora D'Agostino Trevi)

La menzogna, per la quale gli uomini rischiano di perire, è quella che non consente di riconoscere il male dentro di sé, e di volere perciò rimuoverlo e ignorarlo. Il male proiettato all’esterno non consente di andare oltre noi stessi perché ci fa individuare come nemici coloro che sono diversi, combattere le idee che non abbiamo pensato, rifiutare la realtà che non riusciamo a possedere e a manipolare. 

*** Eleonora D’AGOSTINO TREVI, psicoanalista di matrice junghiana, Hannah Arendt: il male ‘banale’, in AA.VV, Il male, Raffaello Cortina, Milano, 2000


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mercoledì 24 agosto 2016

#SENZA_TAGLI / Le nostre critiche mettono in luce le nostre insicurezze (Oliver Burkeman)

Vi assicuro che non ho intenzione di parlare sempre di Donald Trump, ma quell’uomo è un tale manuale di psicologia ambulante che non posso resistere alla tentazione di usarlo come esempio. In particolare, per la sua tendenza a criticare negli altri i suoi stessi difetti.

“Una cosa di cui mi sono accorto quasi subito”, ha twittato l’ex autore dei suoi discorsi Tony Schwartz, “è che quando Trump esprime le opinioni più negative sugli altri in realtà sta descrivendo se stesso”. Non è semplicemente un insicuro che sputa veleno quando viene attaccato, è che il suo modo specifico di sputare veleno mette in evidenza la sue maggiori insicurezze. Sostiene che Hillary Clinton non dovrebbe ricevere messaggi segreti dai servizi di sicurezza perché è “una mina vacante [sic] senza nessuna capacità di giudizio”. La prende in giro per i suoi sonnellini e usa la sua “mancanza di energia” come un insulto, sebbene lui stesso appaia spesso esausto e insista che deve dormire nel suo letto. E accusa i membri della Nato di non pagare i loro debiti, quando nel mondo degli affari lui è famoso proprio per questo.

Strumenti preziosi - Ovviamente si tratta di “proiezioni”, per usare uno di quei termini freudiani che dovremmo evitare perché non sono scientificamente dimostrati, ma che continuano a dimostrarsi uno strumento prezioso per interpretare il mondo.

Secondo questa teoria, quando proviamo un’emozione di cui ci vergogniamo o pensiamo qualcosa che non vogliamo ammettere, attribuiamo questa debolezza agli altri per non riconoscerla in noi stessi (non è solo che fingiamo di vederla negli altri, come pensa qualcuno a proposito degli sproloqui di Trump, ci crediamo veramente). Un marito che la tradisce spesso accusa di infedeltà la moglie; un fanatico intollerante vede pregiudizi dovunque. Funziona anche con le emozioni positive: nel primo periodo di una storia d’amore, sosteneva Carl Jung, regna la proiezione. Vediamo nell’altra persona la parte buona di noi stessi che ancora non abbiamo scoperto.

È per questo che molti rapporti finiscono dopo qualche mese, quando cominciano a notarsi le differenze tra la persona reale e la proiezione. “La proiezione”, scriveva Jung, “trasforma il mondo nella replica del nostro lato ignoto”.

Il problema è che di solito la proiezione si aggancia a un tratto reale della personalità dell’altro, rendendo più difficile vedere come stanno veramente le cose. Per esempio, io mi arrabbio molto quando nel mio quartiere gli automobilisti suonano il clacson senza un buon motivo. In un certo senso, ho ragione: stanno infrangendo la legge. Ma questa non può essere l’unica spiegazione, perché altre cose spiacevoli non mi sconvolgono tanto (a essere sinceri neanche la maggior parte degli attacchi terroristici).

È possibile che l’egoismo di quegli automobilisti mi dia tanto fastidio perché temo di essere a mia volta troppo egoista? Se fosse così, non ci sarebbe niente di strano nel fatto che la mia reazione nei confronti delle atrocità dei terroristi non sia altrettanto viscerale, perché dentro di me non temo di poterle commettere.

È illuminante esaminare attraverso questa lente i nostri sentimenti di ostilità nei confronti degli altri, e i loro nei nostri. Senza contare che ci permette di leggere Trump come un libro aperto, non scritto su commissione da qualcun altro, ma scritto, anche se involontariamente, con il cuore.

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista, Le nostre critiche mettono in luce le nostre insicurezze, 'internazionale.it', 23 agosto 2016, traduzione di Bruna Tortorella, qui


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lunedì 21 marzo 2016

#MOSQUITO / Proiezione, interroghiamoci (Debbie Ford)

La proiezione è un fenomeno affascinante che a scuola difficilmente ci viene insegnato. E’ un trasferimento involontario del nostro comportamento inconscio sugli altri, in modo da farci credere che queste qualità in realtà appartengano ad altre persone. Quando siamo ansiosi riguardo alle nostre emozioni o ai lati inaccettabili della nostra personalità, per un meccanismo di difesa attribuiamo queste qualità agli oggetti esterni e agli altri. Se per esempio abbiamo scarsa tolleranza nei confronti degli altri, probabilmente è perché tendiamo ad attribuire loro il nostro stesso senso di inferiorità. Ovviamente c’è sempre un “gancio” che ci invita a compiere la proiezione; una particolare qualità imperfetta degli altri attiva alcuni aspetti del nostro io che rivendicano la nostra attenzione. Così qualunque cosa dell’io non riconosciamo come nostra viene proiettata sugli altri. Tutti noi vediamo solo ciò che siamo. 
Mi piace pensare a questo fenomeno in termini di energia elettrica. Immaginate di avere un centinaio di prese elettriche differenti sul petto, e ognuna di esse rappresenti una qualità. Le qualità che riconosciamo e abbracciamo hanno un coperchio di protezione, perciò sono sicure: non sono percorse dalla corrente. Invece le qualità che ci creano problemi, quelle che non abbiamo ancora riconosciuto e fatto nostre, hanno carica elettrica. Così, quando si presentano individui che mettono in atto una di queste qualità, è come se essi inserissero la spina direttamente nella nostra presa. Se per esempio siamo a disagio con la nostra rabbia o la neghiamo, attireremo persone colleriche nella nostra vita, sopprimeremo il nostro personale senso di rabbia e sentenzieremo che gli altri sono collerici. 
Dal momento che mentiamo a noi stessi riguardo ai nostri sentimenti più intimi, l’unico modo per ritrovarli è vederli negli altri: essi ci rimandano l’immagine riflessa delle nostre emozioni nascoste, e questo ci permette di riconoscerle e riappropriarcene. Istintivamente ci ritraiamo dalle nostre proiezioni negative: è più facile esaminare ciò da cui siamo attratti piuttosto che guardare ciò che ci ripugna. Se mi offendo della tua arroganza è perché non sto accettando la mia stessa arroganza. Si può trattare di un sentimento che senza accorgermene sto manifestando nella vita presente, oppure di arroganza che nego di poter manifestare nel futuro. Se la tua arroganza mi offende, devo rivolgere uno sguardo attento a tutte le aree della mia vita e devo pormi qualche domanda. Quando sono stato arrogante in passato? Mi sto comportando in modo arrogante nel presente? Potrei essere arrogante in futuro? Sarebbe certo arrogante da parte mia rispondere negativamente a tutte queste domande senza davvero esaminare me stesso o senza chiedere agli altri se abbiano mai visto in me atteggiamenti arroganti. L’atto di giudicare qualcun altro è arrogante, perciò ovviamente noi tutti siamo capaci di arroganza. Se abbraccio la mia stessa arroganza, quella altrui non mi potrà turbare: potrò notarla, ma non avrà alcun effetto su di me. (…)

E’ solo quando mentiamo a noi stessi o odiamo qualche aspetto del nostro io che riceviamo una scossa emozionale dal comportamento di qualcun altro. (…)

Se non fosse per il fenomeno della proiezione, (l’ombra) potrebbe rimanere nascosta per tutta la vita perché alcuni di noi hanno seppellito questi tratti quando avevano tre o quattro anni. (...)
Ciò che proiettiamo, se non lo possedessimo anche noi, non potremmo riconoscerlo nemmeno negli altri. (…) 
Un vecchio detto dice: “Si riconosce solo ciò che si conosce”. Negli altri vediamo solo quello che ci piace o non ci piace di noi stessi. (…)
Non possiamo vedere noi stessi: dobbiamo avere uno specchio per farlo. Voi siete il mio specchio e io sono il vostro.»

*** Debbie FORD, 1955-2013, saggista e coach statunitenze, Illumina il tuo lato Oscuro, Macro Edizioni, 2012, p.56-70, citato in 'Jung Italia', 8 giugno 2014, qui

sabato 24 ottobre 2015

#MOSQUITO / Proiezione, un problema morale (Luigi Zoja)

La proiezione è l’«operazione attraverso cui un soggetto localizza fuori di sé ... in persone o cose, ciò che rifiuta o non riconosce come proprio» (Galimberti 1992, p. 701, (a). Non riguarda solo certe persone che patiscono certi squilibri, ma l’umanità intera. Molto prima di essere un problema terapeutico, la proiezione è un problema morale, forse il problema morale. Esiste e sconvolge il mondo. Tutti facciamo male molte cose, dappertutto esiste qualche male, e il modo più conveniente di spiegarlo è attribuirlo ad altri. 
Le implicazioni morali della proiezione di responsabilità sono già contenute in uno studio che Freud scrisse quando non aveva ancora fondato la psicoanalisi. A quei tempi indagava un problema medico e non sapeva di inoltrarsi profeticamente negli studi sulla civiltà e sulla morale umana per i quali oggi è più noto. «Ogni volta che si verifica un cambiamento interno, ci è data la scelta di attribuirlo o a una causa interna o a una esterna. Se qualcosa ci trattiene dall’accettare l’origine interna, noi naturalmente ci aggrappiamo a una esterna ... Tutte cose normali finché conserviamo coscienza del nostro mutamento interno. Se però lo dimentichiamo e ci rimane solo la parte del sillogismo che porta all’esterno, allora abbiamo la paranoia, con la sua sopravvalutazione di ciò che la gente sa di noi e di ciò che la gente ci ha fatto. Che cosa sa la gente di noi, che noi stessi ignoriamo e non possiamo ammettere? Ecco il cattivo uso del meccanismo della proiezione a scopo di difesa» (Freud 1895, p. 38, (b). 
Espressione estrema della proiezione è appunto la paranoia, in cui ogni difficoltà significativa è attribuita a nemici esterni. In essa, «l’autoaccusa viene rimossa per un processo che potremmo chiamare di proiezione, e si forma così il sintomo di difesa della sfiducia negli altri; in tal modo si toglie al rimprovero la possibilità di essere riconosciuto e, quasi in compenso, manca poi una difesa contro i rimproveri che ritornano nelle idee deliranti» (Freud 1896, p. 326, (c).

*** Luigi ZOJA, psicoanalista e saggista, Psiche, Bollati Boringhieri, 2015 - (a) Dizionario di psicologia, Utet. - (b) Minuta H., in Opere II, Bollati Boringhieri, 1968 - (c) Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, in Opere II, Bollati Boringhieri



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