venerdì 12 gennaio 2018

#LIBRI PIACIUTI / "Follia maggiore", di Alessandro Robecchi (recensione di M. Ferrario)

Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore"
Sellerio, 2018
pagine 390, € 15,00, ebook € 9,99 

Un vecchio, un grande amore, la potenza di un rimpianto
Il termine 'serie' non rende giustizia alla brillantezza dei romanzi con cui molti autori sanno affascinarci: evoca una struttura ripetitiva che è il contrario di quella fantasia estrosa che cerchiamo nelle trame.

Con Alessandro Robecchi possiamo andare sul sicuro: è uno scrittore che non tradisce. Non solo per la puntualità delle uscite dei suoi titoli (anche quest'anno è bene inaugurato dal suo quinto, Follia maggiore, appena diffuso in libreria), ma soprattutto per la qualità delle storie (sempre originali, complesse, spiazzanti), l'incisività dei personaggi e la scrittura, unica davvero, per capacità di giocare su più registri (dal serio all'ironico-frizzante, dal freddo-razionale all'emotivo-metaforico, dal prosastico addirittura al quasi poetico).
Certo, come in ogni grande racconto a più episodi, ricorrono alcune figure fisse, che contribuiscono a creare un'atmosfera rassicurante e familiare: Carlo Monterossi, l'ex autore di successo della televisione trash ora in fase di riscatto professionale e alla ricerca di nuove idee di lavoro, si trova sempre a fare da filo conduttore alle storie, aiutato dal suo amico investigatore Oscar Falcone, solo apparentemente improvvisato e svagato e invece sempre puntuale ed efficace nello scoprire fatti e connessioni. E poi c'è la coppia di poliziotti, Ghezzi e Carella, più interessati ai risultati e agli aspetti umani che all'osservanza delle regole burocratiche, i quali ogni volta si trovano a intrecciare le indagini, in modo più o meno casuale, con le vicende in cui sono implicati Carlo e Oscar: e queste vicende, per bizzarre coincidenze, si rivelano spesso al limite della legge.

Ma in questo Follia maggiore il vero protagonista, è un vecchio settantenne, che ha chiuso ormai da anni con la carriera di grande finanziere capace di costruire giochi sofisticati, e non sempre limpidi ma altamente remunerativi, per clienti potenti e danarosi.
Una mattina legge dell'uccisione di una donna ormai di mezza età su un marciapiede di Milano e si ritrova di colpo ributtato indietro, a rivivere, e rimpiangere, l'unico vero grande amore del passato. Il vecchio scopre l'esistenza della figlia, di cui non aveva notizie: la giovane, con la morte improvvisa della madre, vede economicamente distrutta la sua aspirazione a intraprendere la carriera di cantante lirica, per la quale pure sembra avere un talento naturale; e lui allora si propone come tutore e mecenate, usando patrimonio e relazioni per facilitare la sua partecipazione ad un concorso internazionale cruciale per il suo futuro.
Senza nulla togliere alla espressività dei tanti personaggi in campo, la figura del vecchio è dominante: non solo colpisce e intriga, ma offre lo spunto per qualche riflessione saporita, e mai noiosa, sulla vita e le occasioni perse.

Ovviamente, come in ogni poliziesco, l'attesa per il finale cresce pagina dopo pagina: pure in questo episodio, come nei precedenti casi, la bravura di Robecchi sta nell'allontanare il momento della risoluzione con sapienza, creando piste divaganti. Ed è così che la sorpresa è assicurata.
Chi poi non si accontenta dell'effetto 'thrilling', ma è attratto anche dalla vena critica applicata al sociale che costituisce la cifra leggera, anche scanzonata, ma mai superficiale di Robecchi, ha modo di essere pienamente soddisfatto.
Insomma, pure per questo aspetto, l'autore non tradisce.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Il vecchio si chiamava Umberto Serrani, aveva settantadue anni ed era – il figlio lo aveva detto quasi con un sospiro di rassegnazione – in forma perfetta, sveglio e mobile, indipendente. Vivo, insomma, ma questo lo aveva pensato Oscar, perché le parole dell’uomo erano state un po’ diverse. 
Oscar aveva fatto le solite domande, incassando le risposte che si aspettava, cioè mezze frasi e nessuna sincerità. Non si capiva bene dove finisse l’amore filiale per il padre scomparso senza una telefonata – e senza rispondere alle sue – e dove iniziasse la preoccupazione dell’erede. O si capiva fin troppo. Che non si compri una tenuta in Islanda, che non regali una villa a qualche ballerina, che non si metta nei guai, era la sostanza, a cui il cliente aveva aggiunto per decenza un «almeno sapere che sta bene», che era l’ultimo dei suoi pensieri, ma doveva dirlo. (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

«È una cosa che riguarda le ossessioni... e l’ipocrisia del mondo... Per tutta la vita metti da parte molte cose, le sospendi, le rimandi, le accatasti in un angolo: le farò da vecchio, ma sì, un giorno avrò tempo. Paradossalmente la cosa è socialmente incoraggiata finché lavori, produci denaro... poi suona male. Uh, è andato a Budapest! Uh, è andato a Napoli. Non è più in sé, poveretto, non ci sta con la testa!... È come se la libertà, ma anche soltanto il libero arbitrio, andassero bene in fase di progettazione e speranza. Dici: un giorno farò questo e quest’altro, tutti annuiscono, approvano, ma poi quando finalmente lo fai non va più tanto bene... mah!». 
«Sta parlando di suo figlio?». 
«Sì, anche di lui». (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

In un grande ristorante di lusso, con decine di posate, cristalli e camerieri che ti rabboccano il vino come l’acqua del radiatore, avevano avuto una piccola discussione. Giulia lamentava che lui non fosse geloso, ma lo faceva per provocazione, per gioco. 
Lei aveva un vestito nero ed era... luccicante. Loro, erano luccicanti. 
Quel tavolo dove erano appena arrivati gli antipasti e lo champagne brillava, gridava a tutti come un banditore del circo: ehi, gente! Qui c’è qualcosa in ballo, signori, venite a vedere! Qui c’è passione, tormenti, schermaglie amorose, c’è odore di sesso! 
Sì, scintillavano, scintillavano davvero. 
«Potrebbero sbattermi come una troia di strada e non ti interesserebbe». 
«Sei ingiusta, non è vero, e lo sai, Giulia... Ho una famiglia, una casa, non posso permettermi di essere geloso... I sentimenti necessitano di piccole... reciprocità, ecco... poi saresti gelosa anche tu e sarebbe l’inferno... perderemmo quello che abbiamo». (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

Così si erano incamminati per le piccole vie dietro corso Magenta, fino a via De Amicis e al parco delle Basiliche. Ad ogni passo lui sentiva qualcosa sciogliersi, come se vuotasse per la via, a poco a poco, un grosso sacco pieno di pesi inutili. Lei sacchi non ne aveva, o così sembrava. Avevano parlato di loro, cercando di analizzare cosa gli stava succedendo, cos’era quella febbre, quell’agitazione. 
«Voglia», aveva detto lui. 
«Ah, ma non solo». 
«Allora non lo so». 
«Tu non sai mai niente e poi viene fuori che sai tutto... sono solo attimi, sprazzi, Umberto, un giorno te li ricorderai confusi, vaghi, qualcosa di bello che non saprai dire cos’era». 
«Non lo so nemmeno ora». 
«Oh, sì che lo sai, sono attimi d’oro con cui ti farai una corona da re». 
Tornati in albergo lui le aveva parlato a lungo, in un sussurro, appoggiandole le labbra a un orecchio, dopo averla spogliata piano, pianissimo, come se fosse un cristallo che poteva scheggiarsi da un momento all’altro. Lei poi era diventata violenta, frenetica, il suo piacere glielo aveva quasi urlato. Erano stanchi, svuotati. 
«Sono pazza di te». 
Lui non aveva saputo cosa dire, travolto e tramortito dalla sensazione che non ci fossero vie possibili, strade praticabili, se non farsi quella corona di attimi e mettersela in testa, proprio come un re. (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)
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