venerdì 17 gennaio 2020

#RACCONTId'AUTORE / Il sogno del Pongo (José María Arguedas)

Un piccolo uomo si stava dirigendo verso la grande casa del proprietario della piantagione. Era un peone che andava a prestar servizio come domestico, ossia come pongo (1), alla casa del padrone. Era piccolo, dall'aria miserevole, povero di spirito, tutto da compiangere. I suoi vestiti erano stracciati.

Il grande proprietario, il padrone della piantagione, quando il piccolo uomo lo salutò nel maestoso ingresso non poté evitare di ridere. In presenza di tutti gli uomini e le donne che lavoravano come servitori, egli chiese: «Sei un essere umano o qualcos'altro?».

Il pongo piegò il capo e non rispose. Terrorizzato, rimase immobile, gli occhi pietrificati.
«Ho i miei dubbi», continuò il padrone, «ma almeno vedremo se sa pulire le pentole o se sa tenere in mano una scopa con quelle sue impossibili mani». Poi, rivolgendosi al capo dei servitori: «Ecco, prendi questa schifezza!».

Il pongo si gettò in ginocchio e baciò le mani del padrone; poi, piegando la schiena, seguì il capo dei servitori in cucina.
Nonostante fosse piccolo, le sue capacità non erano inferiori a quelle di ogni altro uomo. Faceva bene qualunque cosa gli venisse richiesta. Eppure sul suo viso vi era un'ombra di paura. I peoni se ne rendevano conto. Alcuni ridevano, altri erano comprensivi. «Orfano di orfani, figlio del vento», disse il cuoco meticcio quando lo vide. «Quegli occhi gelidi devono venire dalla luna. Un essere veramente infelice!».

Il piccolo uomo non rivolgeva la parola a nessuno. Lavorava senza far rumore e mangiava in silenzio. Obbediva a qualunque ordine. Rispondeva sempre: «Sì, caro papà», oppure: «sì, cara mamma».
Forse a causa del timore che traspariva dal suo viso, dei suoi abiti stracciati e forse, ancor di più, per via della sua incapacità a comunicare, era lo zimbello preferito del padrone. Al calar della sera, quando i peoni si riunivano nel salone d'ingresso della grande casa per recitare l'Ave Maria, il padrone non perdeva mai l'occasione per deridere il pongo di fronte agli altri; lo sollevava e lo scrollava quasi fosse un pezzo di pelle d'animale. Lo colpiva alla testa e lo faceva cadere sulle ginocchia e poi lo schiaffeggiava leggermente.

«Sono convinto che tu sia un cane. Abbaia!» gli diceva.
Il piccolo uomo non sapeva abbaiare. E allora l'ordine cambiava: «Mettiti giù a quattro zampe!».
Egli obbediva, andando avanti e indietro.
«Corri di fianco» ordinava il padrone.
Allora il pongo correva di fianco, imitando i piccoli cani degli altipiani. E il padrone si sbellicava dalle risa.
«Torna indietro!» gridava, quando il piccolo uomo arrivava alla fine del salone. E il pongo si voltava, girando leggermente su un fianco, e ritornava. Alla fine era molto stanco.
Alcuni dei suoi compagni peoni, nel frattempo, recitavano l'Ave Maria. La recitavano molto lentamente, come sospirando dal profondo del cuore.

«Rizza le orecchie, viscacha! (2). Ora sei un viscacha!» gridava il padrone al piccolo uomo logorato dalla fatica. «Siediti sulle gambe posteriori! Unisci le mani!».
E allora, quasi ne avesse sentito l'influsso nel ventre materno, il pongo imitava perfettamente quella piccola creatura, il modo in cui sta seduta su una roccia, immobile, in ascolto, sebbene, ovviamente, non sapesse rizzare le orecchie. Alcuni peoni scoppiavano sempre dalle risa.
Senza prenderlo a calci troppo duramente, il padrone colpiva il piccolo uomo con il suo stivale e lo mandava lungo disteso sul pavimento di mattoni del salone d'ingresso.
Quindi il padrone si rivolgeva ai suoi indiani che, allineati, attendevano: «Recitiamo il Paternoster». E immediatamente il pongo si alzava in piedi, ma non poteva partecipare perché non era al proprio posto. Tale posto, infatti, non esisteva.

Poi, nell'oscurità crescente, i peoni dal salone d'ingresso si portavano sulla veranda e quindi ritornavano al piccolo gruppo di case che costituiva il loro quartiere.
Il padrone allora si rivolgeva al pongo, dicendo: «Via di qui, flaccido nanerottolo!».

Ogni giorno il padrone umiliava il pongo di fronte a tutti coloro che vivevano nella casa. Gli ordinava di ridere, oppure di simulare il pianto. Lo rendeva ridicolo agli occhi degli altri peoni, che erano suoi uguali.

Ma una sera, all'ora del vespro, quando nel salone d'ingresso vi era tutta la gente della piantagione e quando il padrone si era da poco accorto della presenza del pongo dallo sguardo vitreo, il piccolo uomo improvvisamente si mise a parlare ad alta voce e in modo chiaro. Il viso aveva solo un'ombra di paura.
«Signore», esordì, «posso avere il vostro permesso? Caro padre, desidero parlarvi».
Il padrone non poteva credere alla proprie orecchie.
«Cosa? Sei stato tu a parlare, o qualcun altro?» domandò.
«Il vostro permesso, caro padre, per parlare. Con voi. Desidero parlare con voi», disse ancora il pongo.
«Parla... se ne sei capace», rispose il padrone.
«Padre mio, mio signore, anima mia», iniziò il piccolo uomo, «la scorsa notte ho sognato che eravamo morti, io e voi. Eravamo morti, assieme».
«Con me? Tu? Raccontami il resto, indiano!» rispose il padrone. «Su, sentiamo!».
«Eravamo morti, mio signore. E pareva che fossimo nudi, tutti e due, assieme. Nudi di fronte al nostro grande Padre, San Francesco.»
«E dopo? Parla!» comandò il padrone, arrabbiato e curioso allo stesso tempo.
«Eravamo là, morti, e nudi, a fianco a fianco, e il nostro grande Padre, San Francesco, ci scrutava con quegli occhi che possono vedere più lontano di quanto si riesca a immaginare. Scrutava tutti e due, me e voi, e penso stesse soppesando le nostre anime, giudicandoci per quel che eravamo ed eravamo stati. E dato che voi siete ricco e potente, voi reggeste lo sguardo di quegli occhi, padre mio.»
«E tu?».
«Non so chi sono, signore. Non ho modo di giudicare il mio valore.»
«Vero. Vai avanti.»
«Allora nostro Padre parlò: “Appaia l'angelo più bello. E quest'angelo incomparabile sia accompagnato da un altro piccolo angelo, allo stesso modo il più bello di tutti. Il piccolo angelo porti un calice d'oro, colmo del miele più dolce e più puro”.»
«E poi?» chiese il padrone.
Tutti gli indiani stavano ascoltando il pongo estatici, ma con preoccupata attenzione.

«Padrone, non appena il nostro grande Padre, San Francesco, diede l'ordine, apparve un angelo luminoso, maestoso quanto il sole. Si fece sempre più vicino, finché giunse di fronte a nostro Padre. Dietro di lui giunse l'angelo più piccolo, bellissimo. Morbido e luminoso come un fiore. Le sue mani reggevano un calice d'oro.»
«E poi?» domandò il padrone.
«“Angelo grande, prendi il calice d'oro e ricopri di miele quest'uomo. Siano come piume le tue mani sul suo corpo”. Questo fu l'ordine dato dal grande Padre. Così, l'angelo celeste immerse le mani nel miele e rese splendente il vostro corpo, dalla testa alle unghie dei piedi. E poi, vi alzaste alto, proprio voi. E il vostro corpo, anche rispetto alla luce del cielo, risplendeva quasi fosse oro puro.»
«Sì, doveva essere così», disse il padrone. Poi domandò: «E tu?»
«Mentre voi risplendevate nel cielo, il nostro grande Padre, San Francesco, diede un altro ordine: “Venga l'angelo di minor importanza, l'angelo più comune. Venga con una lattina di benzina piena di escrementi umani”.»
«E poi?»
«Poi un angelo di nessun valore, dai piedi infestati di coccidi, non sufficientemente forte da tener alte le ali, giunse di fronte al nostro grande Padre. Arrivò esausto, con le ali piegate e reggendo una lattina piuttosto grossa. “Ora, vecchio amico”, disse il nostro grande Padre a quel povero angelo, “insudicia il corpo di questo piccolo uomo con gli escrementi che porti nella lattina. Interamente. Come ti pare. Ricoprilo come meglio puoi. Velocemente.” 

Allora, il vecchio angelo, con le sue mani nodose, prese gli escrementi dalla lattina e li sparse su di me. Era come se buttasse del fango su di un brutto e vecchio edificio. Ed io ero là, nel cielo luminoso, pieno di vergogna e puzzolente.»
«Doveva essere proprio così», affermò il padrone. «Vai avanti. O è tutto?».
«No, mio caro padre, mio signore. Perché poi, nonostante apparissimo diversi, ci ritrovammo di fronte al nostro grande Padre, San Francesco. Il quale ci guardò a lungo, molto a lungo, voi e me. I suoi occhi erano grandi quanto il cielo e scrutò dentro di noi così a fondo che io non saprei dire, là nel profondo dove la notte si fa giorno e l'oblio ricordo. E poi disse: “Il lavoro degli angeli è stato buono. Ora leccatevi a vicenda. Lentamente. E continuate a leccarvi”. 
Proprio allora il vecchio angelo divenne giovane. Le sue ali si fecero di nuovo nere e riacquistarono la loro grande forza. 
Poi il nostro Padre lo incaricò di sorvegliarci, affinché fosse compiuto il suo volere».

*** José María ARGUEDAS, 1911-1969, scrittore e antropologo peruviano, Il sogno del Pongo (El Sueño del Pongo, Cuenio Quecnua, Lima, 1965), in John Bierhorst, Miti pellerossa (1976), Tea, Milano, 1995. (1) - Servo indiano di infimo grado, che può lavorare in cucina e in stalla; è comunque una sorta di portiere che rimane quasi permanentemente nell'atrio. Da qui il nome di pongo, dal quechua ‘punku’, ‘porta’. - (2) Roditore che ricorda il chinchilla, ma più grande. I viscacha vivono in colonie, come i cani della prateria.


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