mercoledì 25 marzo 2020

#SENZA_TAGLI / Il gomitolo del primo giorno di scuola e i contagi (Enrico Galiano)

Il primo giorno di scuola, quest'anno, ho portato in classe un gomitolo di spago.
Quest'anno mi è stata assegnata una prima, questo vuol dire che il primo giorno ti giochi più o meno tre anni della tua vita: fai il Sergente Istruttore Hartman e quelli con te staranno buonini per tre anni, attenti anche solo a dire “Ah”; fai il prof docile tipo “Ragazzi, io non sono il vostro prof, io sono un vostro AMICO” e ti saliranno coi piedi in testa alla velocità della luce, e poi per tre anni sarà tutto un “Tesoro caro, togli i denti dall'osso parietale del tuo compagno, su”.
Un po' come un primo appuntamento: quello che fai il primo giorno, resta per sempre.
Così mi son chiesto: qual è la cosa che mi complica di più la vita, di solito, in classe? Quella che, se la risolvessi, renderebbe insegnare - sì ok - sempre la stessa partita di rugby da soli contro la nazionale neozelandese in un giorno di pioggia e con il tifo contro ma, almeno, partendo con un punto di vantaggio?

Risposta: avere una classe unita.

Se si aiutano, ti aiutano. Se non lasciano indietro nessuno, è più facile andare avanti.
Così eccomi lì: spago nella borsa. Arrivo, faccio appello, e poi: ragazzi, usciamo.

Il gioco era semplice. Diciannove ragazzi in cortile, sull'erba. Diciotto a formare un cerchio bello ampio, uno di loro al centro.
Con lo spago abbiamo legato una cintura attorno al cerchio, altezza girovita, per cui bastava che uno solo di loro andasse per i fatti suoi, e lo spago si rompeva.
Quello al centro, a piedi uniti, doveva solo riuscire ad arrivare a toccare uno dei compagni, saltellando.
Se toccava qualcuno, vinceva. Se lo spago si rompeva, vinceva lo stesso.

In pratica l'unico modo per non farsi mai toccare da quello al centro era di muoversi, sempre, tutti insieme, tutti nella stessa direzione: vincendo il naturale istinto a non fare nulla, a credersi salvi quando il malcapitato è dall'altra parte del cerchio.

Se volevi salvare te stesso, dovevi salvare l'altro.

Scappare con lui, muoverti per non far rompere lo spago.
Certo, visto da fuori può sembrare il giochino da prof amico, o la lezioncina buonista fatta al posto di mettersi a lavorare sul serio: ma da quel giorno ogni volta che si lamentano perché un compagno non capisce una cosa, ogni volta che li vedo lasciare qualcuno indietro, tiro fuori il gomitolo dalla borsa, non dico niente, e loro capiscono.
Si aiutano. Mi aiutano.

Poi vabbè, lo difficoltà sono le stesse di tutti e di sempre, ma almeno quella ce l'ho molto meno.

Mi è tornato in mente oggi, quel primo giorno, quando ho letto la notizia che i contagi stanno – forse – iniziando a diminuire. E lo stanno facendo perché?
Perché chi non era nei guai, chi non era inseguito da quello al centro, ha iniziato a correre insieme a tutti gli altri, per salvare chi era nei guai.
Certo, lo spago si è rotto un po' di volte. Ma adesso forse abbiamo capito come si gioca.
Adesso forse – finalmente – stiamo andando tutti dalla stessa parte. Quella in cui, se vuoi salvare te stesso, devi salvare l'altro.

*** Enrico GALIANO, facebook, 24 marzo 2020, qui


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