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domenica 17 luglio 2016

#RITAGLI / Bisogno del nemico, per costruire la nostra identità (Vittorino Andreoli)

Oggi domina la cultura del nemico: la superficialità porta l’identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. Questa è una regressione antropologica perché si va alle pulsioni. Tutto questo è favorito da partiti che sostengono l’odio, lo stesso agire sociale è fatto di nemici. Perfino nelle istituzioni religiose qualche volta si affaccia il nemico. In questo quadro tornano le questioni razziali.
E’ considerare l’altro inferiore perché ha quelle caratteristiche, per cui bisogna combatterlo. Se uno è diverso da te è un nemico e va combattuto. Si arriva alla legge del taglione. Si torna a fare la guerra perché il diverso è un nemico che porta via soldi, posti di lavoro, eccetera. Così come c’è una gerarchia dei potenti c’è anche una gerarchia di razze. Perché sono presi di mira solo alcuni.

[D: Il razzismo e i pregiudizi sono però universalmente presenti nel cuore dell’uomo, a prescindere dalle nazioni. I fatti di questi giorni negli Usa ne sono un esempio]
E’ sicuramente un istinto presente nella nostra biologia, nella nostra natura, ossia la lotta per la sopravvivenza di cui parlava Darwin, la lotta per la difesa del territorio. Ma tipico dell’uomo non è solo la biologia ma la cultura. E la cultura dovrebbe essere quella condizione in cui rispettiamo gli altri e riusciamo a frenare un istinto. Il problema è: come mai la cultura che caratterizza l’uomo e consiste nel controllo delle pulsioni non c’è più? Tutta una cultura che si era costruita fino a epigoni che erano quelli dell’amore, della fratellanza, è completamente recitata ma non vissuta.
Gli episodi che osserviamo sono silenziosamente sostenuti da tante persone. Non dicono niente ma li approvano. Bisogna impedire che ci sia chi soffia sul fuoco. Nessuno parla del valore della conoscenza utile nell’avvicinare altre storie, altre culture. Tutto viene mostrato come negativo: gli immigrati fanno perdere posti di lavoro, c’è violenza e criminalità. Il problema è che all’origine c’è sempre una esclusione. E’ terribile, stiamo diventando un popolo incivile. (...)

*** Vittorino ANDREOLI, psichiatra, saggista, scrittore, intervistato da Patrizia Caiffa, Lo psichiatra Vittorino Andreoli: “Livello di civiltà disastroso, regrediti alla cultura del nemico”, 'Sir', 14 luglio 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri contributi di Vittorino Andreoli qui

lunedì 23 maggio 2016

#MOSQUITO / Identità, rischio razzismo (Tahar Ben Jelloun)

Spesso mi capita di dover rispondere alla domanda: lei è uno scrittore marocchino o francese? È una domanda poliziesca. La gente ti vuole classificare. Si sente forse a disagio di fronte a uno scrittore senza un’identità precisa? Il concetto di identità implica un rapporto con un altro. Uno psicoanalista mi ha spiegato poco tempo fa che il neonato già sviluppa l’angoscia dello straniero, poiché rifiuta l’odore di un’altra persona, sopportando solo quello del latte materno. Solo all’ottavo mese di vita s’instaura un rapporto non-familiare. Ciò significa che l’idea d’identità si forma molto presto e che ha senso solo in un contesto in cui vivono altre persone. Basta insegnare ai bambini che la loro identità non è immutabile, che il suo colore non è definitivo e che è suscettibile di assumere altri volti e altre apparenze. 
Non so se ai ragazzi delle scuole del Vecchio Continente viene insegnato che l’identità europea è in movimento. La prova, la ritroviamo nelle scuole stesse. E’ una constatazione oggettiva che ci libera da ogni angoscia: l’Europa di domani assomiglierà a una classe di una sua scuola nella misura in cui i figli di immigrati vi verranno accolti allo stesso titolo di quelli di genitori europei d’antico ceppo. Solo partendo da questa banalizzazione del reale, possiamo sperare di non avere problemi un domani. Per i responsabili è una questione di etica. Bisogna riconoscere la realtà e il suo divenire. L’identità europea avanza e si trasforma col movimento della storia. Condivido la definizione dell’etica formulata dal filosofo francese Emmanuel Levinas, per il quale essa comincia con l’oblio di sé; entrare nella sua sfera significa mettere l’altro in primo piano, preoccuparsene. (...) 
La vita è in continua evoluzione. Nulla è definitivo. Solo la morte, che irrigidisce e ferma tutto. L’irrigidimento dell’identità è stato voluto dai totalitarismi come il fascismo e, oggi, l’integralismo islamico. L’identità vagheggiata da Hitler era un’identità ‘isterizzata’, ‘pura’, ben sapendo che la purezza non esiste. Il razzismo è, infatti, un’identità ripiegata su se stessa al punto da diventare folle e negare qualsiasi apporto esteriore. Il razzismo è un’identità in preda a quest’idea di purezza che non ammette alcuna mescolanza. Ma questo è un sogno impossibile, che sconfina nella patologia e nella morte. 
L’identità europea è fortunatamente viva. Basta riconoscerlo e rallegrarsene. Bisogna imparare ad apprezzare i vantaggi di queste contaminazioni e a comprendere la ricchezza e i miglioramenti che apportano. La convivenza non è facile. Si deve imparare a vivere con gli altri e ad accettare il fatto che non siamo soli né lo saremo mai. Per questo è necessario che le regole e le leggi sui cui si fonda la società vengano rispettate. Occorre un ulteriore sforzo pedagogico per costruire l’identità europea in movimento che non sarà mai immobile come una statua in un parco in cui vanno a morire i disperati della vita. 

*** Tahar Ben JELLOUN, 1944, scrittore marocchino, Se non sei europeo sei straniero, ‘L’Espresso’, 3 gennaio 2008.


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