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sabato 4 luglio 2015

#FAVOLE & RACCONTI / Grande Vecchio, il Vasaio, la Bellezza (M. Ferrario)

Aveva cominciato in primavera, quando le giornate iniziavano a intiepidirsi e il sole lanciava i nuovi raggi, morbidi come lana e trasparenti come vetro. Poi aveva proseguito per tutta l’estate, quando il cielo si era fatto cobalto e il vento per fortuna mitigava il caldo che intorpidiva anche a quell’altezza.

Ci si metteva di prima mattina, fino a mezzogiorno. Oppure nel secondo pomeriggio, fino al tramonto. 
Sistemava colori e pennelli accanto a sé, su un masso piano, mentre, seduto su una vecchia sedia malandata, sulla roccia più alta, proprio a un passo dal precipizio, con il vaso di terracotta sulle gambe, il viso rivolto alla valle, incideva, disegnava, pennellava. 
Erano vasi di ogni foggia e dimensione. Glieli aveva portati, grezzi e appena usciti dalle sue mani, a dorso di mulo, il vasaio del paese, che era salito da lui appena i boschi avevano sciolto il ghiaccio e riaperto il sentiero.

sabato 30 maggio 2015

#FAVOLE & RACCONTI / L'apprendimento (M. Ferrario)

Come tutti gli anni, appena finita la scuola, Piccolo Uomo era corso dal Grande Vecchio delle Montagne, per passare con lui buona parte delle vacanze estive. 

Attendeva questo momento dall’estate precedente. I suoi genitori, un tempo, erano un po’ gelosi del suo affetto esclusivo per l’uomo della montagna. Poi però avevano capito e avevano imparato a godere con lui dell’amicizia, vera e profonda, che lo legava al Grande Vecchio. 
Piccolo Uomo, su tra le cime innevate dei monti e nei boschi profumati di muschio, aveva scoperto di poter essere felice: di giorno, apprendeva da Grande Vecchio i segreti della natura – il linguaggio delle pietre, le voci delle piante, i sentimenti degli animali; e la sera, nella capanna, davanti al fuoco del camino, ascoltava rapito la storia del mondo – i racconti fantastici, e sempre veri, dell’uomo e delle cose.

Da due giorni, tuttavia, Piccolo Uomo era taciturno. Grande Vecchio sentiva che il suo silenzio era gravido di qualche preoccupazione e perciò lo rispettava, manifestando attenzione e discrezione insieme. Immaginava che prima o poi Piccolo Uomo si sarebbe confidato, ma desiderava che fosse lui a scegliere tempi e modi.
Finalmente, Piccolo Uomo si aprì. 

mercoledì 28 gennaio 2015

#FAVOLE & RACCONTI / La paura di Piccolo Uomo (Massimo Ferrario)

Il sole se n’era andato di colpo, il vento aveva raccolto in un attimo sulla montagna nuvole nere gonfie di pioggia, e subito aveva cominciato a tuonare e lampeggiare. Poi, si era scatenato l’iradiddio. La luce livida delle saette squarciava il cielo in un susseguirsi di guizzi che sembravano non avere fine. 
Piccolo Uomo, raggomitolato vicino alla parete della capanna, si teneva le orecchie tappate, la faccia e gli occhi nascosti nelle ginocchia: non ricordava di avere mai avuto tanta paura.
Grande Vecchio, abbandonato sulla poltrona, fumava la pipa e lo osservava con un sorriso di tenerezza.
Poi, come d’incanto, i lampi e i tuoni cessarono e si sentì solo la pioggia battente, violenta come fosse grandine, che si rovesciava sulle piante e sul tetto della capanna, con il vento che sibilava spazzando il pianoro e infilandosi nei viottoli dei boschi.
La luce della candela tremolava, a riprova dei numerosi spifferi che circondavano le due finestre della stanza. Finché una folata di vento fece piombare la camera al buio. A Piccolo Uomo scappò un gridolino: Grande Vecchio si alzò, riaccese con calma la candela e mentre riprendeva il suo posto fece cenno a Piccolo Uomo, se lo desiderava, di avvicinarsi. Lui evidentemente non aspettava altro: gattonando, si rannicchiò accanto alla poltrona e gli abbracciò le gambe, immobilizzandosi.
Rimasero ambedue così, senza parlare, per un quarto d’ora. Poi, il frastuono della pioggia e il sibilo del vento cedettero e all’interno della stanza fu silenzio. Piccolo Uomo, lentamente, si staccò dalla poltrona di Grande Vecchio, togliendogli le braccia attorno alle gambe: aveva gli occhi bassi mentre si rialzava e cercava l’angolo opposto della stanza. Grande Vecchio se ne accorse, ma non fece domande, aspettando che fosse lui a parlare.
Infatti Piccolo Uomo si decise. E si confidò.
«Ti ammiro, Grande Vecchio. Un giorno sarò mai come te?».
«Come vorresti essere, Piccolo Uomo?».
«Non dirmi che non hai visto, Grande Vecchio.».
«Hai avuto paura. E’ questo che vuoi dire?».
Piccolo Uomo lasciò passare qualche secondo prima di sospirare.
«Sì.».
«Anch’io, Piccolo Uomo.».
«Tu hai avuto paura, Grande Vecchio?» 
«Certo. Sembrava un inferno. La natura è vita, ma anche morte; bellezza, ma anche tragedia. E l’uomo è piccola cosa di fronte a essa, specie quando si scatena con tutte le sue forze.».
«Io però non mi sono accorto della tua paura.».
«Forse, a un certo punto, se n’era andata via.».
«L’hai scacciata: anch’io avrei voluto, ma non ci sono riuscito. Continuavo a dirmi che non dovevo aver paura, che era sciocco averla, e invece…». 
«Capita a molti, Piccolo Uomo. E soprattutto agli adulti, contrariamente a ciò che pensano i bambini.».
Piccolo Uomo rimase zitto, rimuginando fra sé. 
Grande Vecchio immaginava che sarebbe arrivata la domanda.
«Ma tu, Grande Vecchio, come hai fatto a farla andar via, la tua paura?».
«Una volta non riuscivo, poi ho imparato.».
«E’ difficile?».
«Ora meno. Forse potrà cominciare ad accadere anche a te, la prossima volta».
«Basterà che dica alla mia paura di andarsene?».
«No, questo non basterà. Anzi».
«E allora cosa dovrò fare?».
«Accettarla: se non la rifiuterai, sarà più facile che lei stessa ti lasci».

*** Massimo Ferrario, La paura di Piccolo Uomo, 2001 - Anche in 'Mixtura 2002', a cura di M. Ferrario, Dia-Logos, Milano, dicembre 2001 e riprodotta anche in 'tiraccontounafiaba.it', 22 gennaio 2015, http://bit.ly/1zZGXr4 

domenica 21 dicembre 2014

#FAVOLE & RACCONTI / Piccolo Uomo, Grande Vecchio e la domanda (M. Ferrario)

Piccolo Uomo era salito sulla Montagna Più Alta e finalmente era di fronte al Grande Vecchio della Terra.

«Ciao, Grande Vecchio» disse Piccolo Uomo. «E’ tanto che cammino e le mie gambe non mi reggono più. Ma il mio problema è enorme e solo tu mi puoi aiutare».

«Davvero?».

«Certo. Giù in città, tutti dicono che sono un bambino e che debbo imparare. Se faccio domande, si irritano: mi rispondono che un giorno capirò e che adesso non è il momento di sapere. Che quando sarò cresciuto, e finalmente sarò uomo, avrò tutte le risposte che cerco. Ma io voglio crescere adesso. E non voglio diventare un uomo. Voglio diventare come te».

«Come me?» domandò il Grande Vecchio.

«Sì, come te» rispose Piccolo Uomo.

«E come sarei io?» domandò il Grande Vecchio.

«Lo ripetono tutti, giù in città. Solo il Grande Vecchio della Terra sa cos’è la saggezza. E io voglio essere saggio. Proprio come te. Dimmi, Grande Vecchio: cos’è la saggezza?».

«Sei stanco» rispose il Grande Vecchio, accarezzando con affetto il capo di Piccolo Uomo. «Hai camminato tre giorni e tre notti, senza mai fermarti, e solo per giungere da me. E tutto questo per una domanda».

«Sicuro», confermò Piccolo Uomo, con decisione. «Se necessario, avrei camminato ancora tre giorni e tre notti. E poi ancora tre giorni e tre notti. Per avere una risposta alla mia domanda».

«Non ne dubito» sospirò il Grande Vecchio. «Me lo dicono i tuoi occhi, oltre che le tue parole. E se le parole possono tradire, gli occhi sono incapaci di mentire. Ma io non ti servo: perché tu la risposta ce l’hai già».

«Non capisco, Grande Vecchio. Io non ho la risposta: altrimenti, non sarei venuto fin quassù».

«Però hai la domanda».

«Infatti: la domanda che ti ho rivolto».

«Allora hai tutto, Piccolo Uomo».

«Cosa vuoi dire, Grande Vecchio? Forse sarà la stanchezza, ma ti confesso che continuo a non capire».

«E’ semplice, Piccolo Uomo. Io non ho risposte. Non le conosco e dunque non te le posso dare. Io sono vecchio e i vecchi, tutt’al più, possono azzardare dei consigli. E sempre con discrezione: quando qualcuno glieli chiede».

«Le mie orecchie attendono solo la tua voce, Grande Vecchio».

«Allora ricorda, Piccolo Uomo. Non c’è miglior risposta di una domanda».

«Una domanda?».

«Certo, Piccolo Uomo. Non è infatti una domanda che ti ha spinto a scalare le montagne e a giungere sin quassù? E per questa domanda, non eri disposto a camminare ancora per giorni e giorni?».

«Senz’altro, Grande Vecchio».

«Questo significa, Piccolo Uomo, che solo chi ha domande riesce a camminare. Chi ha risposte, invece, è arrivato. Ma forse è arrivato soltanto perché non è mai partito.
Tu mi hai chiesto, Piccolo Uomo, ed ecco quello che mi sento di dirti. Custodisci gelosa¬mente le tue domande. E vedi di averne sempre una buona scorta: sono il bene più prezio¬so di un essere umano. E diffida di chi ti vuol dare risposte: perché ti vuol solo fermare. Facendoti credere di essere arrivato, quando il viaggio è ancora in corso».

 «Già, Grande Vecchio. Ma così, saprò mai cos’è la saggezza?».

«Non lo so, Piccolo Uomo. Forse, camminando, non saprai mai se avrai conquistato la saggezza. Ma forse, Piccolo Uomo, proprio qui sta la saggezza».

*** Massimo Ferrario, Piccolo Uomo, Grande Vecchio e la domanda, 1990, in  Problem solving per un formatore, in AA.VV., C’era una volta... I manager raccontano, Edizioni Olivares, Milano, 1990. Anche in 'tiraccontounafavola.it', 12 settembre 2013, http://bit.ly/1dkNctN

Disegno di Alessandro Vannini
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