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giovedì 9 marzo 2017

#BRICIOLE / Apprendere, moto a luogo (M. Ferrario)

Sappiamo tutti che l’apprendere, etimologicamente, presuppone un moto a luogo. 
Dovremmo tuttavia precisare meglio il luogo. 
Se lo immaginiamo al nostro livello, infatti, forse è un apprendimento di facciata. 
La vera fatica dell’ad-prendere sta nell’accettare/esercitare una posizione di nostra sana dipendenza. 
Ciò che davvero apprendiamo, infatti, sta sopra di noi.
E a noi è richiesto di alzarci sulle punte. 

Oppure – il che è lo stesso – sta sotto di noi.
E a noi è richiesto di chinarci – talvolta anche di in-chinarci: là dove – diceva la nonna – la terra è bassa.

*** Massimo Ferrario, Apprendere, moto a luogo, 2012-2017, per Mixtura


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venerdì 15 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Bruchi e farfalle, come apprendere dai bambini (Gian Luca Favetto)

Sono in auto, in mezzo al traffico. Lei è seduta dietro e dice: «Papà, perché tu non scrivi mai un testo su qualcuno che volava». Emma ha otto anni e guarda fuori dal finestrino. Il papà di Emma è uno che scrive testi, come dice la figlia, articoli, libri, teatro. È innervosito dal traffico, risponde distratto: così, perché le persone non volano. Il tono di Emma è imperturbabile: «Nei libri che leggo io sì». E chi vola nei libri che leggi tu? «I Barbapapà volano. E poi le fatine volano. E poi Trilly e Peter Pan. E poi ho letto dei bruchi che per volare diventano farfalle. Vale la pena diventare farfalle per volare». Il padre ce l’ ha con due macchine davanti che non si muovono. Altre auto si affiancano. Sono imbottigliati. Emma ha una voce che è una sirena: «Papà». Sì? «Vorrei volare anch’io. Vorrei vivere sulle nuvole». 

Il padre incrocia lo sguardo della figlia nello specchietto retrovisore: perché?, chiede. «Prima di tutto perché sulle nuvole non ti fanno male i piedi. Poi perché sulle nuvole sei più leggera. E poi perché volare è il sogno di tutti, almeno credo». Il padre cerca di ricordare se anche lui da piccolo aveva il sogno di volare; se ancora adesso, e non perché sono imbottigliati nel traffico, desidera volare.

«Nessun uomo ci è mai riuscito - continua Emma - Non abbiamo le ali, né la polverina magica. Però io vorrei vedere il mondo dall’alto. Stare su un albero o su una torre non è vedere il mondo dall’alto, è solo vederlo da un albero o da una torre. E non vale». Per volare basta prendere l’aereo, crede di risolvere il padre. «Ma no, papà, l’aereo non è volare». Emma non dice aereo, dice aerio. «Stai dentro una carrozza, dentro una cabina che va in cielo. Sei al chiuso. Ci vuole l’aria addosso per volare».

L’aria addosso, pensa il padre e abbassa i finestrini. La bambina stacca la cintura di sicurezza, fa dei gesti, rotea le braccia. Mettiti la cintura, la riprende il padre. «Non si può volare se si è legati. Nemmeno con il deltaplano voli davvero, perché sei sempre attaccato a qualcosa». Emma non dice deltaplano, dice delpatano. Riaggancia la cintura e sembra soddisfatta: «Il bello di volare è stare nell’aria da soli. È quello che dà la felicità».

Ma come fai a volare se non hai le ali, né la polverina magica?, chiede il padre. Emma ha il viso pieno di lentiggini e, quando vuole, è tutta un sorriso: «Sognandolo», risponde. Sognandolo? Basta sognarlo? Se lo sogni, voli davvero? «Ma dai, papà, non lo sai?, non fare finta - il tono è incredulo e allegro - Nella fantasia sì, nella testa voli davvero!». È sicura, inattaccabile. Il papà si volta e la guarda. Lei fissa il padre con un’espressione stupìta, come a chiedere: che cosa ho detto che non va? Niente che non va. Ha appena detto che sognare è il modo per noi bruchi di diventare farfalle. E volare.

*** Gian Luca FAVETTO, scrittore e giornalista, Noi, bruchi umani che sognando diventiamo farfalle, ‘la Repubblica’, 27 aprile 2013, qui.

martedì 26 gennaio 2016

#CIT / Il tempo dell'apprendere (Rainer Maria Rilke)

Rainer Maria RILKE, 1875-1926
scrittore, poeta, drammaturgo austriaco di origine boema
https://it.wikipedia.org/wiki/Rainer_Maria_Rilke
Lettera a un giovane poeta, 1929, Adelphi, 
traduzione di Leone Traverso 
citato da Nuccio Ordine, rubrica 'controverso', 'Sette', 25 settembre 2015

In Mixtura altri 2 contributi di Rainer Maria Rilke qui

giovedì 21 gennaio 2016

#MOSQUITO / Apprendere, rischio dell'imprinting valutativo (Paolo Mottana)

Quando io desidero imparare desidero anche essere valutato e, come spesso si usa dire anche nella retorica valutazionista, ‘valorizzato’, per capire meglio, per mettermi alla prova, per migliorare. Ma si capisce che questa è una logica opposta a quella che guida l’ossessiva e ideologica fatica ingegneristica dei valutatori e degli schedatori. 
La valutazione dovrebbe essere fatta quando è chiaro che chi impara la può tollerare senza disturbare la sua partecipazione attiva e positiva al processo di apprendimento, quando è da questi desiderabile. Non prima, e mai all’inizio: ogni ‘imprinting’ valutativo insinua l’idea che in quel processo formativo tale elemento sia primario e che quindi nei confronti di esso e del suo superamento vadano indirizzate tutte le proprie risorse, anziché alla sperimentazione aperta e flessibile, alla ‘capacità di attendere e di sbagliare senza disperarsi’ (*), all’accettazione del vuoto e alla ‘tolleranza dell’incertezza’ che sempre si accompagnano a processi di apprendimento degni di questo nome. 

*** Paolo MOTTANA, docente di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, Miti d’oggi nell’educazione. E opportune contromisure, Franco Angeli, Milano, 2000. – (*) Vedi: Salzberger, Wittenberg et al., L’esperienza emotiva nei processi di insegnamento e di apprendimento, Liguori, Napoli, 1987.


In Mixtura altri 5 contributi di Paolo Mottana qui

sabato 30 maggio 2015

#FAVOLE & RACCONTI / L'apprendimento (M. Ferrario)

Come tutti gli anni, appena finita la scuola, Piccolo Uomo era corso dal Grande Vecchio delle Montagne, per passare con lui buona parte delle vacanze estive. 

Attendeva questo momento dall’estate precedente. I suoi genitori, un tempo, erano un po’ gelosi del suo affetto esclusivo per l’uomo della montagna. Poi però avevano capito e avevano imparato a godere con lui dell’amicizia, vera e profonda, che lo legava al Grande Vecchio. 
Piccolo Uomo, su tra le cime innevate dei monti e nei boschi profumati di muschio, aveva scoperto di poter essere felice: di giorno, apprendeva da Grande Vecchio i segreti della natura – il linguaggio delle pietre, le voci delle piante, i sentimenti degli animali; e la sera, nella capanna, davanti al fuoco del camino, ascoltava rapito la storia del mondo – i racconti fantastici, e sempre veri, dell’uomo e delle cose.

Da due giorni, tuttavia, Piccolo Uomo era taciturno. Grande Vecchio sentiva che il suo silenzio era gravido di qualche preoccupazione e perciò lo rispettava, manifestando attenzione e discrezione insieme. Immaginava che prima o poi Piccolo Uomo si sarebbe confidato, ma desiderava che fosse lui a scegliere tempi e modi.
Finalmente, Piccolo Uomo si aprì. 

mercoledì 22 aprile 2015

#EX LIBRIS / Apprendere (P. Ingrao)

La questione più aspra era nel fatto che quei saperi restavano «materie»: anche nell'agire dell'insegnante. Difatti quei maestri tenevano lezione rigidamente (e naturalmente...) l'uno separato dall'altro. Mai tenevano una lezione comune; quasi mai si incontravano per discutere e delucidare - insieme con gli alunni - un punto chiave della riflessione educativa. O anche per vagliare o prospettare insieme, e con gli alunni, una controversia interpretativa, un progetto di ricerca. Insomma non stimolavano mai un 'cercare collettivo'. 

Eppure la gara dell'apprendere esercitava su di me una lusinga: con l'astuzia della domanda, ci metteva per qualche momento sul palcoscenico; ci chiamava a sortire da noi, ad assumere la responsabilità di un dire 'pubblico'. Ma questo esigeva un dubitare, e che il maestro avesse lui un dubbio, e anch'egli chiedesse, cercasse una risposta, se mai per verificarla con gli allievi. E in quella scuola quasi mai, o mai, era cosi.

*** Pietro INGRAO, 1915, dirigente politico, scrittore e poeta, Volevo la luna, Einaudi, Torino, 2006

mercoledì 25 marzo 2015

#SPILLI #IMMAGINI / Vincere e...


(dal web, fonte ignota)


Condivido al 100%. 
Una volta tanto non è un'americanata.
E lascio in originale proprio per rimarcare che anche gli anglosassoni, se vogliono (quando vogliono), possono 'azzeccarci'.
Intanto perché il mondo non si divide tra vincenti e perdenti. Ma, qui si suggerisce, ovviamente si vince 'e' si perde.
E poi perché si sottolinea che, perdendo (sbagliando), si impara.
Certo, a furia di perdere (e sbagliare), si può anche imparare a perdere (e a sbagliare).
Ma dipende.
Se attiviamo l'autoconsapevolezza e l'analisi critica della situazione, non avviene. 
Perché, appunto, si 'apprende'. 
Che è la cosa fondamentale per vivere. 
E, ancor più, per con-vivere: con gli altri. Con il mondo.
Lo so, sarebbe un mondo orribile per i vincenti non poter più umiliare i perdenti. Ma sarebbe un mondo finalmente bellissimo, e soprattutto umano.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura