sabato 14 gennaio 2017

#FAVOLE & RACCONTI / La bambina e le stelle marine (M. Ferrario)

Tramonto. 
Un uomo, un turista, sta camminando lungo una spiaggia deserta in un'isola tropicale. 

Passi lenti, uguali, come in meditazione. 
Mentre cammina, assapora attimo per attimo l'intero paesaggio. 
Si gode il silenzio magico, la solitudine assoluta, il panorama che incanta. 
Vorrebbe farsi 'entrare dentro', per conservarne il ricordo quando, già domani, ritornerà tra i frastuoni e le brutture della città, tutto ciò che vede, ascolta, sente: il sole che incendia il mare, l'arena fine e bianchissima, le palme che si protendono dal bosco al confine con la spiaggia, il clima perfetto, la leggera brezza che carezza la pelle, il mormorio delle onde...

Ad un certo punto, in lontananza, sembra intravvedere qualcosa. 
Strizza gli occhi: una figura sfocata, che si avvicina sempre più. 
La figura si muove assai lentamente, in direzione dell’uomo. 

Trascorre del tempo.
Alla fine l’uomo riesce a distinguerla. 
E’ una bambina.
Si china, raccoglie qualcosa dalla spiaggia, e poi la butta subito in acqua: lontano, nel mare.

La bambina e l'uomo procedono una verso l'altro.
Ormai la bambina è a un centinaio di metri. 
L’uomo affretta il passo, incuriosito. 
Ancora non ha capito che cosa lei raccolga dall'acqua e subito rilanci lontano nel mare.

Adesso uomo e bambina sono di fronte.
Lui la saluta, con calore:
«Salve, ragazzina, mi stavo chiedendo cosa stessi facendo».
Lei gli sorride: ha gli occhi più azzurri dell'azzurro intenso del mare.
E' un'indigena, capelli biondi lunghi sulle spalle, carnagione dorata.
Parla un inglese perfetto: è abituata a trattare con i turisti.

«Lo vedi, amico. Sto ributtando in mare queste stelle marine. E’ la bassa marea. Il mare le ha abbandonate. Se non le ributto in mare, muoiono».
«Capisco», risponde l’uomo.
Ma non riesce a trattenere un pensiero.
«Tuttavia...».
Non vuole offendere la bambina: il gesto di cercare di salvare le stelle marine è generoso.

Lei lo guarda. 
Gli legge la sua perplessità in faccia.
Lo incalza, sempre sorridente.
«Tuttavia...?»
«Sì, volevo dire che è apprezzabile quello che fai. Ma non riuscirai mai a recuperare tutte le stelle marine che le onde gettano a riva. E poi non c’è solo questa spiaggia: chissà quante, in questo momento, stanno per morire abbandonate dall'acqua su tutte le spiagge dell'isola».
«E’ vero. Sono un’infinità», dice la bambina, «il mare respira e così, con il suo respiro, le spinge a riva facendole morire».

La bimba ha in mano una stella marina. 
La sta per rigettare lontano, nel mare.
«Sono proprio splendide», commenta l’uomo. «E’ davvero un peccato che debbano finire essiccate sulla spiaggia anziché continuare a nuotare nel mare». 
Poi, con un sospiro, aggiunge: 
«Del resto è la vita. Così è sempre stato e sempre sarà. Purtroppo non si possono cambiare le cose».

La bimba diventa seria per un attimo.
Riguarda la stella marina che ha ancora in mano. 
La lancia lontano nel mare: più lontano che può, quasi con stizza.

Quindi si china, raccoglie un’altra stella marina, la tiene sul palmo, con delicatezza, per pochi secondi, come per imprimersi negli occhi la bellezza anche di questa, e mentre la ributta in mare, risponde: 
«Hai ragione, amico. Comunque, pensa se tu fossi una di queste stelle marine finite a riva e che io sto rilanciando in mare. Almeno per loro, le cose sono cambiate».

*** Massimo Ferrario, La bambina e le stelle marine, 2013-2017, per Mixtura. Riscrittura di un racconto famoso, anche contenuto in Jack Canfield e Mark Hansen, Brodo caldo per l’anima, Armenia, Milano, 1996 (Chicken Soup for the Soul, Health Communications). 



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