sabato 5 settembre 2015

#FAVOLE & RACCONTI / Il Direttore e Arcobalena (Massimo Ferrario)

Ci meditava da tanto. Avrebbe già dovuto farlo. Ma aveva sempre rimandato. 
E se poi…? 
Non voleva neppure formularlo, il dubbio. 
Eppure, bisognava che lo facesse. Era l’unico modo per sapere.
Così quella mattina lo fece. 
Appena si aprì la riunione, lo disse. 
«Lascio».

Tutti smisero il chiacchiericcio classico che precede l’avvio dei lavori: era lunedì, molti commentavano il fine settimana, qualcuno era stato in montagna a sciare. 
Alzarono la testa e lo fissarono. 
Silenzio assoluto. 
Finché il responsabile della sezione gialla, interpretando il pensiero di tutti, disse: 
«Scusa?».
Lui ripeté. 
«Lascio». 
«Lasci?».
«Sì, lascio. Come si dice in italiano lasciare?».
Intervenne il responsabile della sezione rossa. 
«Ma lasci cosa?».
Lui sospirò. 
«Lascio la direzione». 
«Lasci la direzione? E perché?».
Aggiunse il responsabile della sezione verde: 
«E poi, così, sui due piedi?».
Lui sorrise. 
«Ne ho solo due, di piedi. Sono costretto a usare questi». 
Nessuno apprezzò l’ironia. 
Riprese: «Firmo ancora questo numero. Farò un editoriale di commiato. Poi starà a voi».

Si sovrapposero varie reazioni. 
«Ma non capiamo». «Andavamo così bene». «Sono sette anni ormai». «La rivista funziona, ha assunto una sua fisionomia precisa». «Perché cambiare?». «E poi, ora chi sarà direttore?».

La domanda più insistente, com’è ovvio, era perché. Gliela posero più volte, in modo diretto. Ma lui faceva finta di non sentirla.
Lasciò sfogare i commenti. 
Quindi informò: «Il prossimo numero lo comporrete voi, in piena autonomia. Poi, per il numero successivo immagino che l’Associazione avrà individuato il mio successore».
«E ci lasci così, senza aggiungere altro?», domandò la responsabile della sezione bianca. «Mi sembra tutto così strano. Ammetterai che è un po’ kafkiana la cosa».
Lui fece capire che stava per congedarsi. 
«Vi va tra quindici giorni a casa mia? Celebreremo i nostri sette anni di lavoro insieme. In allegria, naturalmente. Anche perché non ho nessuna intenzione di sparire, a meno che siate voi a dirmi di non farmi più vedere». 
Si fermò per qualche secondo, per vedere l’effetto. 
Nessuno fiatò. 
Allora concluse: «Sì, continuerò a rompervi un po’ le scatole: mica per altro, sapete che se no non mi diverto…».

* * *

Il mese successivo passò in fretta. Il comitato di redazione si risollevò dalla sorpresa e si convocò tre volte per cercare di mettere a punto le linee del nuovo numero.
Le riunioni erano accese. Ogni sezione – la gialla, la rossa, la verde, la bianca, la nera, la blu – aveva idee da vendere. Ogni responsabile voleva spazio sul giornale per i materiali che diceva di avere già pronti o che comunque si impegnava a raccogliere. Il difficile era trovare la sintesi. Era tanto difficile che pareva impossibile.
Il fatto è che mancava un regolatore. E tutti volevano decidere indipendentemente dagli altri.
Ci furono momenti di tensione. Volarono anche parole grosse. Più di uno minacciava dimissioni. E comunque cominciava a serpeggiare la delusione: il tempo stringeva e non si vedevano risultati.
I giorni, inesorabili, passavano. E già due volte avevano violato i vincoli di tempo che loro stessi si erano dati nella procedura, condivisa, di lavorazione.

Arrivarono alla scadenza improrogabile: dalla riunione di quella mattina doveva uscire il numero da consegnare al grafico per l’impaginazione finale. 
O adesso, oppure sarebbe stato troppo tardi. Il numero non sarebbe uscito.
La riunione non fu diversa dalle altre. La tensione era alle stelle. Tutti cominciavano a temere che non ce l’avrebbero fatta.

Un’ora prima della fine dei lavori, qualcuno bussò alla porta della sala. Loro erano tanto presi dalle discussioni che neppure risposero. La porta si aprì.
Nell’indifferenza generale comparve una bambina. 
Avrà avuto sette anni. Piccola, ma non gracile. Bionda. Occhi azzurri. Come tutti i bambini di oggi. 
Aveva una bacchetta in mano, di quelle che usano i formatori per indicare le slide sullo schermo. La battè con determinazione sulle gambe della lavagna a fogli mobili, per zittire il vocìo e chiedere attenzione. 
Finalmente, tutti la videro. La guardavano stupiti.

«Chi sei? Cosa vuoi?», chiese il responsabile della sezione nera, un po’ irritato.
«Mi chiamo Arcobalena», rispose la bambina con voce alta e ferma, in modo che tutti la sentissero.
«Arcobalena? Ma è la testata della nostra rivista», precisò subito la responsabile della sezione gialla.
«Lo so», rispose la bambina. 
Aveva un sorriso dolce, ma enigmatico. Accarezzava la sciarpina che le avvolgeva il collo: anch’essa aveva i colori dell’arcobaleno.
«Non ci hai ancora detto cosa vuoi da noi», intervenne la responsabile della sezione bianca. 
Cercava di apparire gentile, ma era evidente che era seccata per la strana interruzione.
Le venne in soccorso il responsabile della sezione rossa: 
«Arcobalena, scusaci, ma come vedi siamo indaffarati: tra un’ora dobbiamo consegnare il numero della nostra rivista. Siamo talmente confusi che forse neppure ce la facciamo. Non possiamo perdere tempo. Se ci lasci continuare, ci fai un favore…». Ci mise tutta la cortesia di cui fu capace, ma le parole erano ferme e ultimative.

«Sono qui perché mi avete invitato», rivelò Arcobalena.
«Invitata? Tu da noi? Noi ti abbiamo invitata? E chi? E quando?». 
Il responsabile della sezione nera, sempre più stupito, si guardò in giro per cercare supporto. 
Poi, per essere sicuro di non sbagliare, domandò ai colleghi: «Qualcuno ha invitato questa bambina alla riunione?». 
Ovviamente, tutti scossero la testa.
«Strano», riprese Arcobalena senza scomporsi. «A me risulta di essere stata invitata. Da tutti voi, per giunta. Non da qualcuno in particolare. Comunque, se non mi volete, non c’è problema. Me ne vado».

La responsabile della sezione bianca non riuscì a tenere per sé il disorientamento. 
«Senti, Arcobalena, questa storia non ci è chiara, però ora non abbiamo certo tempo per capire. Facciamo così, torna tra un’ora. Tra un’ora, la riunione dovrà per forza essersi conclusa: o abbiamo il numero della rivista pronto, oppure dichiareremo il nostro insuccesso come gruppo di redazione. Allora tu ci spiegherai meglio chi sei e cosa sei venuta a fare stamattina da noi. Ti va?». 
Ce l’aveva messa tutta per non sembrare villana: quella bambina, non sapeva perché, ma le faceva tenerezza. Le piaceva. Come avesse qualcosa di familiare.

Arcobalena, sempre con il suo sorriso misterioso, acconsentì volentieri e se ne uscì facendo ciao con la manina. 
«A dopo, allora». 
«A dopo», rispose il gruppo. 

«Però, carina quella bambina, vero?», commentò la responsabile della sezione gialla. 
Tutti annuirono. 
Più di uno, quasi parlando a se stesso, sospirò: «Eppure mi pare quasi di averla già vista…».

Trascorse l’ora pattuita. La riunione era terminata. L’appuntamento con il grafico, per la consegna del numero, era tra mezz’ora.
Arcobalena ribussò alla porta. 
Tutti, da dentro, con voce rilassata, ripeterono in coro: «Avanti».
«Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta, abbiamo lo schema del numero». 
Il gruppo si stava abbracciando: ognuno si felicitava con il collega. 
«Ci meritiamo un brindisi. Chiamiamo il bar e facciamoci portare uno spumante. Dobbiamo festeggiare. Anche senza il direttore ci siamo riusciti…».
Arcobalena partecipava della contentezza.

«Ecco, adesso puoi dirci cosa volevi», disse la responsabile della sezione bianca.
«Non c’è più bisogno», rispose Arcobalena, sempre più sorridente. Mostrava un atteggiamento accattivante, un po’ sornione.
«Come non c’è più bisogno?», chiese il responsabile della sezione verde, il quale finora era rimasto silenzioso.
«Avevo bisogno di quello che avete fatto. Ora debbo andare, ci vediamo ancora». 
E Arcobalena, con una risatella complice, era già uscita.

«Aveva bisogno di quello che abbiamo fatto? Ma che significa? Cosa voleva dire quella bambina?».  
Era sempre il responsabile della sezione verde, che di temperamento mal sopportava gli enigmi.
Fu in quel momento che la responsabile della sezione bianca si accorse della busta: era di carta gialla, spessa, un formato A4 abbondante. Arcobalena l’aveva abbandonata sulla sedia, appena entrata. Poi, uscendo, non se l’era ripresa.
Il responsabile della sezione verde quasi la strappò di mano alla responsabile della sezione bianca. «Proviamo a vedere cosa c’è dentro…».
Aprì con circospezione. Estrasse un insieme di fogli. Fitti di appunti, disegni, rimandi. Erano lo schema e i materiali del numero appena composto. Erano i ‘loro’ fogli. Quelli su cui avevano faticosamente lavorato tutta la mattina.
Il gruppo si catapultò in corridoio, per cercare Arcobalena. Che naturalmente era già in strada. Al taxi, aveva dato l’indirizzo del direttore: colui che un mese fa aveva dato le dimissioni.

* * *

«Allora?», le stava chiedendo il direttore con un po’ di apprensione. 
Era nel suo ufficio: sulla scrivania campeggiavano gli ultimi numeri di Arcobalena, la rivista che aveva diretto per sette anni.

«Dubitavi?». 
La bambina si divertì a tenerlo sulla corda. 
«Secondo te, come è andata?».
«Hai imparato anche a ribaltare le domande? Vorrai mica metterti in consulenza anche tu…», scherzò il direttore. «Dai, dimmi che hanno composto il numero».
«Sì, a quest’ora ce l’avrà già in mano il grafico».

Il direttore si rilassò sulla poltrona.
Ora aveva la conferma. Quello che voleva sapere lo sapeva. 
Ce l'avevano fatta. Senza di lui. Da soli.
In fondo, era stato un buon direttore.

*** Massimo Ferrario, Il Direttore e Arcobalena, ‘Direzione del Personale’, numero speciale, dicembre 2007.

#VIDEO / Il pericolo di una storia sola (Chimamanda Ngozi Adichie)


Chimamanda Ngozi ADICHIE, scrittrice di origine nigeriana
Il pericolo di una storia sola, Ted, luglio 2009
video, 19min16
(oltre 9 milioni di vualizzazioni)


Le nostre vite, le nostre culture, sono composte di molte storie che si intrecciano.
La scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie racconta la storia di come ha trovato la sua autentica voce culturale - e mette in guardia su come, sentendo una storia unica su un'altra persona o su un'altro paese, rischiamo di cadere in gravi malintesi. (dalla presentazione Ted)

Chimamanda Ngozi Adichie, di origini nigeriane, è ormai una scrittrice famosa. 
In questo intervento, convinto e convincente, mostra come 'avere una storia unica' sugli altri ci porti spesso fuori strada, impedendoci di capire.
Splendide le parole con cui chiude il suo discorso: 
"Vorrei concludere con questo pensiero: che quando respingiamo la storia unica, quando ci rendiamo conto che non c'è mai una storia unica riguardo a nessun posto, riconquistiamo una sorta di paradiso." (mf) 

«
Vengo da una famiglia nigeriana convenzionale, di classe media. Mio padre era un professore. Mia madre era una direttrice. E quindi avevamo, come si conveniva, un aiuto domestico, che abitava con noi, e che spesso aveva origini nei villaggi rurali. Quindi, quando avevo otto anni, prendemmo in casa un nuovo ragazzo d'aiuto. Si chiamava Fide. L'unica cosa che mia madre ci disse di lui era che la sua famiglia era molto povera. Mia madre mandava yam (tubero tropicale simile alla patata) e riso e i nostri abiti vecchi alla sua famiglia. E quando non finivo la mia cena, mia madre mi diceva, "Finisci il tuo cibo! Non lo sai? La gente come la famiglia di Fide non ha nulla!" Dunque, la famiglia di Fide mi faceva veramente pena.
Poi, un sabato andammo in visita al suo villaggio. E sua madre ci mostrò un cestino con bellissime decorazioni, in rafia colorata, fatto da suo fratello. Io mi sorpresi molto. Non avevo mai pensato che qualcuno, nella sua famiglia, potesse in effetti produrre qualcosa. Tutto ciò che avevo sentito di loro era quanto erano poveri, ed era diventato impossibile, per me, vederli come qualcos'altro, oltre che poveri. La loro povertà era la mia unica storia su di loro. (...)

Anni dopo, pensai a questo quando lasciai la Nigeria, per andare all'università negli Stati Uniti. Avevo 19 anni. La mia coinquilina americana fu scioccata da me. Mi chiese dove avevo imparato così bene l'inglese e andò in confusione quando le dissi che in Nigeria l'inglese era una lingua ufficiale. Mi chiese se poteva ascoltare quella che lei chiamava la mia "musica tribale" e fu quindi molto delusa quando le mostrai la mia cassetta di Mariah Carey. (risate) Pensava che non sapessi come usare una stufa. 
»

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Chimamanda Ngozi Adichie e una mia recensione al suo libro più recente (Americanah, Einaudi, 2014), qui

#SENZA_TAGLI / Accogliere, c'è chi lo fa (Giovanni De Mauro)

Padre Efstratios Dimou è un prete ortodosso di 57 anni. Tutti lo chiamano Papa Stratis. Vive nel villaggio di Kalloni, sull’isola di Lesbo, in Grecia. “Ogni giorno arrivano tra le cento e le duecento persone”. Rifugiati che hanno bisogno di aiuto. Papa Stratis, insieme a un gruppo di volontari, gli dà pane, acqua, latte, scarpe, vestiti, coperte, lenzuola. 

Dominique Mégard ha 66 anni. È un informatico in pensione e vive nel nord della Francia. Va tutti i giorni nell’accampamento di Calais con un paio di generatori elettrici, così i migranti che vivono lì possono ricaricare i loro telefoni e restare in contatto con le famiglie.

Sarah Morpurgo coordina a Londra The bike project, un gruppo di meccanici che ripara vecchie biciclette per i rifugiati che arrivano nella capitale britannica. Angelique e Onno Bos erano in vacanza a Lesbo con i quattro figli. La sera prima di tornare a casa, in Olanda, hanno deciso di cancellare il volo per restare ad aiutare i rifugiati che per tutta l’estate sono sbarcati sull’isola. Jaz O’Hara ha 25 anni e fa su e giù tra il Kent, dove vive, e Calais, in Francia. Porta gli aiuti che raccoglie tra i suoi amici su Facebook.

Food not bombs è un gruppo di volontari che preparano da mangiare per le famiglie di migranti che arrivano a Budapest: cucinano con gli ingredienti donati dai mercati della città. Szeged è una città nel sud dell’Ungheria, al confine con Serbia e Romania. Decine di abitanti si sono organizzati per dare assistenza legale ai rifugiati di passaggio. Il gruppo si chiama MigSzol Szeged.

Da mesi decine di volontari si danno il cambio per preparare da mangiare al Baobab di Roma, l’unico centro d’accoglienza in Europa gestito dagli stessi migranti. Mareike Geiling e il suo fidanzato, Jonas Kakoschke, vivono a Berlino. Hanno lanciato un sito, Flüchtlinge willkommen, per mettere in contatto i migranti con i berlinesi che vogliono ospitarli. Più di settecento persone hanno già deciso di aprire le loro case. 

Fethullah Üzümcüoğlu ha 24 anni, Esra Polat ne ha 20. Si sono appena sposati e hanno deciso di usare tutti i soldi della lista di nozze per dare da mangiare ai rifugiati siriani di passaggio nella loro città, Kilis, nel sud della Turchia, al confine con la Siria. Nelle foto del loro matrimonio li si vede ancora vestiti a festa mentre servono da mangiare a una fila di persone. Quattromila in un pomeriggio.

In tutta Europa si moltiplicano le storie di comuni cittadini che decidono di accogliere i migranti e di aiutarli, di organizzarsi per fare quello che politici e governi dovrebbero fare ma non fanno. Sono storie che non finiscono in prima pagina e non aprono i telegiornali, ma restituiscono un senso all’idea di Europa.

*** Giovanni DE MAURO, giornalista, direttore di 'Internazionale', Accogliere, 'internazionale.it', 2 settembre 2015, qui

Sempre in Mixtura, altri 4 contributi di Giovanni De Mauro qui

#LINK / Migranti, Europa (Gwynne Dyer)

L’Europa sta assistendo a un afflusso senza precedenti di profughi che scappano dalle guerre in Medio Oriente. Lo stesso vale per i migranti economici che arrivano dall’Africa e dai paesi balcanici che non appartengono all’Unione europea (Serbia, Bosnia, Albania eccetera), alcuni dei quali cercano a loro volta asilo politico. Arrivano a un ritmo di circa tremila al giorno, perlopiù in Grecia, attraverso la Turchia, o in Italia, attraversando il Mediterraneo, e l’Unione non sa bene cosa fare di loro.

L’emergenza non è poi così grande: al massimo un milione di persone quest’anno, ovvero lo 0,5 per cento della popolazione dell’Unione europea, che conta cinquecento milioni di abitanti. Un paese piccolo come il Libano, che ha 4,5 milioni di abitanti, ha già accolto un milione di profughi, e lo stesso ha fatto la Giordania, che ha una popolazione di 6,5 milioni di persone. Ma se è vero che alcuni dei 28 paesi dell’Unione si stanno comportando bene, sono molti di più quelli che si sono fatti prendere da una paura incontrollata di essere “invasi”. (...)

*** Gwynne DYER, giornalista canadese, La crisi dei profughi è solo all'inizio, 'internazionale.it', 4 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

#SPOT / Lettera dagli insegnanti ai genitori (Sylvia Duckworth)

Sylvia DUCKWORTH
(dal web, flickr, qui)

venerdì 4 settembre 2015

#SGUARDI POIETICI / Una foto (Francesco Casuscelli)

Non si trattiene nel suo volo
e quel gabbiano infine piange
per quanto è atroce il mare

Giace naufraga l’umanità
la risacca accarezza la conchiglia
di un angelo con le ali spezzate
vittima dell’egoismo politico

La storia ricomincia da una foto
un’icona per cristallizzare il dramma
e risvegliare l’umanità dei popoli
Un prima e un dopo scavano solchi 

nelle coscienze mentre una dolorosa
indifferenza turba il mondo mediatico
Le domande cadono in frantumi
il rumore del silenzio ingoia le risposte

Non può essere il mare ad avere pietà
né l’allodola a cantare l’accoglienza
servono tante colombe di pace 
a costruire speranze di futuro

*** Francesco CASUSCELLI, Una foto, per Mixtura


AYLAN, GALIP e la mamma REHAN 
la famiglia siriana in fuga dalla Siria e affogata in Turchia
il padre Abdullah al-Kurdi dà il suo ultimo addio a Kobane
'la Repubblica', qui


Sempre in Mixtura, altri 6 contributi di Francesco Casuscelli qui

#SPILLI #FOTO / Migranti, la loro tragedia è la nostra vergogna (M. Ferrario)

AYLAN
il bambino siriano trovato morto sulle spiagge della Turchia
(da 'giornalettismo', 3 settembre 2015)

° ° °

AYLAN e GALIP
i fratellini siriani affogati nel tentativo di fuggire dalla guerra
(da 'la Repubblica', 3 settembre 2015)

° ° °

Famiglia di profughi bloccata in Ungheria 
(da 'La Stampa', 3 settembre 2015)

° ° °

Migranti marchiati in Repubblica Ceca
(da '24news', 2 settebre 2015)

Sì, la loro tragedia è la nostra vergogna.
Ma se ancora sapessimo cos'è la vergogna, metteremmo fine alla loro tragedia.
Perché loro siamo noi.
E questa non è né una battuta ad effetto né stucchevole buonismo.
E' solo consapevolezza che siamo nati esseri umani. 
E che non basta esserlo per nascita. 
Dovremmo saperlo essere per scelta. 
O almeno provare a diventarlo.
Magari imparando a vergognarci: tutte le volte in cui ripetiamo 'loro' e 'noi'. (mf)

#VIGNETTE / ellekappa, Altan, Biani

ellekappa
Profughi, cosa pensano e cosa trovano
(da 'la Repubblica', 3 settembre 2015)

° ° °

ALTAN
Beata innocenza
(da 'la Repubblica', 3 settembre 2015)

° ° °

Mauro BIANI
Razzismo italiano
(da 'il manifesto', 1 settembre 2015)

#PIN / Presente e futuro (MasFerrario)


#SPILLI / Project Manager (ma non solo)

(dal web, via linkedin)

Sì, fa sorridere.
Il dramma è che ormai non è più solo un project manager che ti chiede un bimbo in un mese.
Te lo chiedono tutti.
E se ribatti che è impossibile ti dicono che volere è potere. E l'impossibile è possibile. E basta darsi da fare. E avere energia, entusiasmo e voglia di futuro. E pensiero positivo.
Se no, remi contro, non sei collaborativo, ti lamenti sempre.
E basta con i no. 
E impara a trasformare i vincoli in opportunità. (mf)

#SCRITTE / Fate l'amore, non

(da starwalls, via pinterest)

#MOSQUITO / Ingannare e mentire (Guido Calogero)

Io non debbo ingannare proprio perché debbo intendere e farmi intendere. La menzogna è la negazione dello spirito stesso del dialogo (...) Perché si può prendere a pugni un amico ed esserne scusati sportivamente (...) ma se si mente, se lo si inganna, se si falsa la verità per i propri fini (...) allora si lede qualcosa che sta al di sopra di tutti i contrasti ideologici e politici, allora si perde la faccia e si merita di essere cacciati fuori.

*** Guido CALOGERO, 1904-1986, filosofo, saggista, politico, citato da Maurizio ViroliGuido Calogero, La fede laica nella democrazia, 'Il Fatto Quotidiano', 14 agosto 2015


Sempre in Mixtura 1 altro contributo di Guido Calogero qui

#RITAGLI / Sogni, la tecnica dell'incubazione (Kelly Bulkeley)

[D: Cos'è l'incubazione dei sogni?]
L'incubazione consiste nel creare le condizioni ottimali per sperimentare un sogno ricco di significati, che risponda a una domanda o a un'intenzione formulata prima del sonno. La pratica può comprendere il raccoglimento in preghiera o in meditazione prima di dormire, riti di purificazione, oppure semplicemente il dormire in una posizione e in un luogo particolari. Le domande formulate variano dalla sfera del sublime (guida spirituale, apprensioni per i cari defunti) a quella terrena (trattative d'affari, proposte di matrimonio, cure mediche).

[D: Che origini ha l'incubazione dei sogni, e dove si è diffusa maggiormente?]
Le origini potrebbero risalire agli albori stessi della cultura, ai magnifici dipinti nelle caverne dell'Europa del Paleolitico, in cui gli sciamani dormivano e molto probabilmente praticavano l'incubazione. Sembra che ogni cultura e tradizione religiosa del mondo, dai buddisti del Tibet ai nativi americani delle pianure, dagli aborigeni australiani ai musulmani sufi, abbia sviluppato i propri metodi e le proprie tecniche di incubazione dei sogni. L'approccio forse più celebre all'incubazione, e che ha esercitato il maggior influsso, era quello insegnato nei templi di Asclepio, l'antico dio greco della guarigione, il cui culto perdurò molti secoli in splendidi santuari sparsi per tutto il Mediterraneo.

[D: Oggi l'incubazione è ancora praticata? Esistono discipline moderne che ne sono un derivato?]
Sì, alcuni terapeuti occidentali di formazione junghiana, umanista e transpersonale usano l'incubazione dei sogni nel lavoro di assistenza, per aiutare i pazienti a interagire in maniera più creativa con le profondità dell'inconscio. In genere queste pratiche sono sconfessate dalle alte cariche religiose, ma tra la gente comune l'incubazione continua a prosperare in quasi tutte le tradizioni religiose. E anche nella società contemporanea, quando una persona assillata da un problema o da una decisione annuncia di volerci "dormire su", sta mettendo in atto una forma di incubazione semplice, ma spesso abbastanza efficace.

[D: Quali aspetti fondamentali dell'incubazione possiamo integrare nel nostro stile di vita odierno?]
L'incubazione dei sogni funziona perché la nostra mente è predisposta a meditare e a riflettere, anche nel sonno, sulle stesse apprensioni, problematiche e sfide che occupano la nostra coscienza da svegli. Possiamo influenzare e incanalare il flusso di queste energie oniriche tramite esercizi di intenzionalità abbastanza semplici, da eseguire prima del sonno. Incubazione non significa controllare i sogni e trattarli come una sfera magica; è piuttosto un invitare rispettosamente i sogni a rispondere a un interrogativo importante per la nostra vita da svegli. Se lo si chiede con gentilezza e si è dotati di pazienza, è probabile che si ottenga una risposta. 

*** Kelly BULKELEY, ricercatore e studioso dei sogni, statunitense, ospite alla Graduate Theological Union di Bekeley, California, intervistato da Arianna Huffington, Chiedi al tuo sogno cosa può fare per te, traduzione di Matteo Colombo, 'D', 29 agosto 2015

Su rito dell'incubazione, vedi anche

#VIDEO / Il prezzo della vergogna (Monica Lewinsky)


Monica LEWINSKY, psicologa statunitense 
nota per la relazione con Bill Clinton
Il prezzo della vergogna, Ted, marzo 2015
video, 22.min30
(oltre 5milioni e mezzo di visualizzazioni)

«Nel 1998, dice Monica Lewinsky, sono stata il paziente zero a perdere la reputazione su scala globale, quasi istantaneamente».
Oggi, la vergogna pubblica online che lei ha vissuto, è diventata una costante.
(dalla presentazione Ted)

Si può pensare quello che si vuole di Monica Lewinsky: e anche lei ha senz'altro avuto modo di pensare il peggio di se stessa. Ma questo intervento merita di essere seguito: per i contenuti (che dovrebbero toccare chiunque), per lo stile (misurato, pacato, ma anche emozionalmente intenso), per il coraggio.
Al termine riceve una standing ovation. Giustamente. (mf)

Sul caso Monica Lewinsky

«
Nel 1998, ho perso la reputazione e la dignità. Ho perso quasi tutto e ho quasi perso la vita.
Vi faccio un quadro. È settembre del 1998. Sono seduta in un ufficio senza finestre nell'ufficio dell'Office of the Independent Counsel sotto il ronzio di luci fluorescenti. Sto ascoltando il suono della mia voce, la mia voce in telefonate registrate di nascosto che una presunta amica mi aveva fatto un anno prima. Sono lì perché sono stata convocata per autenticare personalmente tutte e 20 le ore di conversazione. Negli ultimi otto mesi, il misterioso contenuto di quei nastri era sospeso sopra la mia testa come una spada di Damocle. Chi può ricordare cosa ha detto un anno prima? Impaurita e mortificata, ascolto, ascolto mentre chiacchiero del più e del meno della giornata; ascolto mentre confesso il mio amore per il presidente, e, naturalmente, il mio strazio; mi ascolto talvolta maligna, talvolta volgare, talvolta stupida, crudele, spietata, rozza; ascolto, vergognandomi profondamente, la peggior versione di me stessa, una persona che non riconosco neanche.
Qualche giorno dopo, lo Starr Report viene reso pubblico al Congresso, tutte le registrazioni e le trascrizioni, quelle parole rubate, ne fanno parte. Che la gente possa leggere le trascrizioni è già abbastanza orrendo, ma qualche settimana dopo, le registrazioni audio vengono trasmesse in TV, e parti significative vengono rese disponibili online. L'umiliazione pubblica è stata straziante. La vita era quasi insostenibile.
Non era una cosa che accadeva regolarmente nel 1998 intendo il furto delle parole e delle azioni private della gente, le conversazioni o le foto, e renderle pubbliche -- pubbliche senza consenso, pubbliche senza contesto, e pubbliche senza compassione.
Dodici anni dopo, nel 2010, i social media sono nati. Il panorama è tristemente più popolato da casi come il mio, che qualcuno abbia fatto un errore o meno, e vale per personaggi pubblici e privati. Le conseguenze per qualcuno sono diventate davvero tremende. (...)

Parliamo tanto del nostro diritto alla libertà di espressione, ma dobbiamo parlare di più della nostra responsabilità nella libertà di espressione. Vogliamo tutti essere ascoltati, ma riconosciamo la differenza tra parlare con intenzione e parlare per attenzione. Internet è l'autostrada dell'identità, ma online, mostrare empatia nei confronti degli altri avvantaggia tutti e aiuta a creare un mondo migliore e più sicuro. Dobbiamo comunicare online con compassione, consumare notizie con compassione, e cliccare con compassione. Immaginate di percorrere i titoli della vita di qualcun altro. 
Vorrei concludere con una nota personale. In questi ultimi nove mesi, la domanda che mi è stata fatta più di frequente è perché. Perché ora? Perché sono rimasta nascosta? Potete leggere tra le righe di queste domande, e la risposta non ha niente a che fare con la politica. La risposta principale è stata ed è: perché è il momento di smettere di girare intorno al mio passato; è il momento di smettere di vivere una vita di disonore; e riprendere in mano la mia vita.
Non si tratta di salvare me stessa. Chiunque patisca vergogna e pubblica umiliazione deve sapere una cosa: si può sopravvivere. So che è difficile. Può non essere indolore, veloce o facile, ma potete insistere su una fine diversa della storia. Abbiate compassione per voi stessi. Meritiamo tutti compassione, e di vivere sia online che offline in un mondo più compassionevole.

»

giovedì 3 settembre 2015

#PIN / Limiti (MasFerrario)

 

#HUMOR / Se non vedete un animale

(dal web, via pinterest)

#LIBRI PIACIUTI / Alla deriva, di Michael Katz Krefeld (recensione di M. Ferrario)

Michael KATZ KREFELD, Alla deriva, 2013, Einaudi, 2015
traduzione di Eva Kampmann
pagine 389, € 20.00, ebook € 9,99

E' lui che dà il titolo al libro della nuova serie 'noir' del danese Michael Katz Krefeld: è il detective Ravn che è 'alla deriva', sospeso dal servizio per ubriachezza dopo che la sua donna, Eva, di cui era innamoratissimo, è stata assassinata in casa da sconosciuti mentre lui era di turno; e anche per questo non riesce a darsene pace. Quasi sempre sbronzo, vaga per Copenhagen, senza sapere né volere reagire: ha lasciato l'appartamento subito dopo il delitto, incapace di vivere ancora tra quelle stanze, e dorme su una barca ormeggiata in porto, sempre più sporca e malridotta, con la quale sognava di fare lunghi viaggi con la sua Eva. 

Tutto questo finché l'amico barista non riesce a scuotere la sua abulia: la donna che gli pulisce il locale, un'immigrata lituana, non sa più nulla della figlia Masja, una bella ragazza fuggita alla ricerca di una vita migliore. Il timore che sia finita in qualche giro di prostituzione appare più che fondato e l'esperienza di poliziotto di Ravn e le sue conoscenze nel mondo dei bassifondi sono preziose per capire cosa è accaduto. 
Ravn si fa pregare a lungo, quasi fosse ormai affezionato alla sua vita di emarginato col bicchiere sempre in mano: prima recalcitra, poi si lascia convincere. 
Ed è così che inizia il viaggio nella parte scura della Scandinavia, in particolare nella Svezia di Stoccolma, tra criminali che trafficano nella tratta di prostitute e clienti psicopatici che godono torturando, anche capaci di uccidere, spellare e impagliare le vittime.

Chi ama il genere 'duro', tra il cupo e il violento, trova pagine che lo tengono in tensione: una trama compatta, un ventaglio di personaggi ben tracciati, azioni che si susseguono, diversi fotogrammi a colori forti, un'ambientazione curata, il solito finale che sorprende. 
In sostanza, la storia dà quel che promette e celebra, con scrupolo, il rito del 'noir'. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Dal tavolo d’angolo Masja guardava distrattamente Iza. Insieme a Lulu, una polacca strabica con due labbra grosse che sembravano i copertoni di un trattore, stava intrattenendo tre studenti di legge. I ragazzi indossavano costosi abiti griffati e pagavano con la carta platino e biglietti di grosso taglio. Figli di papà con la carta di credito di papà. Ricordarono a Masja la vita che aveva fatto in passato, quando il peggio che poteva capitare era di annoiarsi. I ragazzi, che parlavano in maniera affettata e scoppiavano in continuazione in risatine sciocche, stavano evidentemente facendo il «giro dei bassifondi». Erano usciti per vedere la feccia, per assaggiare la vita vera, per fare esperienze emozionanti, di cui vantarsi dopo con gli amici altrettanto privilegiati. E lei faceva parte di quell’esperienza. Della prova di iniziazione. Però non badavano a spese. Avevano già lasciato svariate migliaia di corone al bar, in birra a bassa gradazione e lap dance. Masja si era fatta i conti: lei e Lulu avrebbero potuto alzare cinquemila a testa senza difficoltà. Mentre rideva a comando delle volgarità dei ragazzi la sua unica paura era che arrivasse Iza e le soffiasse tutto quanto. Ma per il momento stava ancora ballando con il palo cercando di attirare l’attenzione dei tori intorno al palco. (Michael Katz KrefeldAlla deriva, 2013, Einaudi, 2015)
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#SCRITTE / Senza poesia (Azione poetica)

(azione poetica, in starwalls, via pinterest)

#SENZA_TAGLI / Sud Italia, braccianti usa e getta (Furio Colombo)

[Lettera a Furio Colombo: ... «come fanno a esistere ancora in Italia il caporalato e i braccianti da sfruttare a morte?» (Achille)]

Una risposta abituale e generica è il riferimento alle condizioni arretrate di un Sud diverso dall'Italia, dove una economia molto più povera e primitiva consente e anzi rende inevitabili forme semplici e antiche di lavoro. 
Un'altra è che la massa di nuovi immigrati richiede forme di ingaggio immediate, e se sono provvisorie e scomode, pazienza, l'importante è che ci sia lavoro. 
Nessuna delle due risposte corrisponde alla realtà. Il turismo del Sud è sviluppato e bene organizzato perché passa attraverso un corridoio di straordinaria bellezza naturale e di apprezzabile rinnovamento di case, alberghi, luoghi di accoglienza e di ristorazione, spiagge ben tenute, campagne che appaiono esemplari. Le strade sono per due terzi molto buone e mancano soltanto le ferrovie (infinitamente insufficienti) per rendere encomiabile lo sviluppo (per esempio) di Puglia e Calabria. Tutto ciò nasconde una seconda Italia del Sud che è agganciata al resto d'Europa solo dalla fornitura dei suoi buoni prodotti agricoli. E per il resto (vita e lavoro) resta nascosta in un passato antico e umanamente oltraggioso. Poiché il nostro territorio è un fitto reticolato di presenze elettive (comuni, exprovince, regioni, Parlamento) di presenze giurisdizionali (procure e tribunali anche in piccoli centri), di presenze amministrative (dai segretari comunali alle tre polizie) e di fonti di informazione (radio e televisioni locali), non resta che riconoscere la desolante inerzia o assenza o distrazione di strati diversi di cittadini, ciascuno investito di una responsabilità che non viene esercitata e che non controlla né la vita né la morte della parte più povera e debole (contadini senza terra e immigrati). Il caporalato esiste in una Italia reclusa e separata, dove devi pensare che non vi sia autorità e responsabilità su quello che accade, un vasto luogo senza regole, al di sotto di ciò che chiamavamo il "Terzo Mondo". 
Trovo strano che la morte sotto il sole, in agosto,di quattro raccoglitori di pomodori (due stranieri, due italiani) non abbia creato rivolta. I sindaci, i presidenti di Regione sono i primi chiamati in causa. Ma anche le mancate denunce e inchieste di cui non abbiamo sentito parlare. Noi tutti, io mentre scrivo, voi mentre leggete, siamo cittadini di questa Italia in cui si muore di sole, fatica, di lavoro non sopportabili. Accettiamo di essere corresponsabili o cercheremo qualcuno, partito, volontariato, chiesa, movimento, aggregazione spontanea, per tentare insieme di non continuare a essere complici di questi delitti?

*** Furio COLOMBO, giornalista, saggista, già deputato e senatore, Nuova economia: braccianti usa e getta, rubrica 'a domanda rispondo', 'Il Fatto Quotidiano', 1 settembre 2015

Sempre in Mixtura, altri 4 contributi di Furio Colombo qui

#RITAGLI / Senato, da Camera alta a camerino (Michele Ainis)

(...) [D: ...lei ha definito il nuovo Senato un “camerino”].
Quando ho fatto parte della commissione Letta, quella dei 35 saggi, ero favorevole al passaggio al monocameralismo. Ipotesi a mio avviso ampiamente preferibile all’attuale pasticcio. Perché, come le persone, anche gli organi costituzionali hanno diritto alla dignità. Qui il rischio è che il Senato abbia una funzione secondaria, avendo così una Camera e un “camerino”. Una volta stabilito che la fiducia al governo la dà solo Montecitorio, che ci sta a fare il Senato? Se la soluzione individuata è che il Senato diventi un organo di raccordo con le istituzioni territoriali, mi devono spiegare che ci stanno a fare i senatori nominati dal Presidente della Repubblica per meriti culturali. Si potrebbe fare della seconda camera un organo di garanzia, cioè un vero contropotere.

[D: È esattamente quello che non si vuole fare].
La scelta è stata di collegarlo agli enti territoriali, nel modo peggiore. Facendo eleggere i nuovi senatori dai consiglieri regionali, cioè da politici di serie B. La soluzione “Senato delle garanzie” prevede l’attribuzione di poteri d’inchiesta, di nomina delle autorità indipendenti, dei giudici costituzionali, la possibilità di fare audizioni pubbliche come negli Usa. A quel punto però ci vorrebbe l’elezione diretta. L’esigenza da cui si è partiti è giusta: modificare un sistema unico al mondo, in cui due camere danno la fiducia.

[D: Ma lei ha giustamente ricordato quante leggi di Berlusconi sarebbero passate, senza il pollice verso del Senato…]
Infatti io sarei favorevole al monocameralismo, che però presuppone un sistema di rafforzamento delle garanzie: dalla presidenza della Repubblica al sistema elettorale proporzionale. Con l’attuale riforma, i governi saranno più stabili, ma la governabilità non può esistere a discapito della rappresentatività e delle garanzie democratiche.

*** Michele AINIS, costituzionalista e saggista, intervistato da Silvia Truzzi, "Da Camera alta a camerino: il senato sarà senza dignità", 'Il Fatto Quotidiano, 1 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

#RITAGLI / Migranti, Europa egoista (Tzvetan Todorov)

[D: Ma è giusto che sia l'Europa a farsi carico di questo flusso di migranti?]
"Gran parte dei rifugiati che stanno arrivando in Europa in questi mesi fuggono situazioni di guerra, di cui noi, i paesi occidentali, siamo direttamente o indirettamente responsabili. Siamo intervenuti militarmente in Afghanistan, Iraq, Libia, Repubblica Centroafricana, Mali, e abbiamo incoraggiato la guerra civile in Siria. La democrazia e i diritti dell'uomo sono stati usati per giustificare tali interventi militari, che però non hanno mantenuto le loro promesse. La democrazia, infatti, non si esporta a colpi di missili e droni. Il risultato di tali scelte militari sono davanti ai nostri occhi: insicurezza sempre più diffusa, inasprimento dei conflitti etnici e religiosi, guerre civili e ora questo flusso di rifugiati che cerca di raggiungere un'oasi di pace e di prosperità ".

[D: Ci sono anche i profughi che fuggono dalla miseria. C'è però chi dice, a destra come a sinistra, che l'Europa non può accogliere tutti.]
"I movimenti di popolazione motivati da ragioni economiche non sono una novità. Oggi in Europa abbiamo paura che i nuovi arrivati portino via il lavoro agli autoctoni, ma le cose non stanno affatto così: io credo che i nuovi arrivati creino anche opportunità di sviluppo, come è successo agli Stati Uniti nei decenni scorsi" .

[D: Ma non teme che l'aumento dell'immigrazione rafforzi ulteriormente la xenofobia che viene sfruttata dai populisti di ogni tipo?]
"Checché ne dicano i profeti di sventura, l'Europa non è certo minacciata dall'invasione dei nuovi barbari o dall'islamizzazione strisciante. Non a caso, tutte le grandi religioni e tutte le morali profane raccomandano l'ospitalità e la benevolenza nei confronti dei nuovi arrivati: siamo tutti potenzialmente stranieri e la compassione è una caratteristica insita nel profondo della nostra civiltà. Come non essere sconvolti di fronte alla sorte di esseri umani costretti a fuggire e a pagare una fortuna a trafficanti senza scrupoli, e a rischiare la vita su imbarcazioni inaffidabili o dentro camion frigoriferi? Quante persone dovranno ancora morire asfissiate o annegate prima che si risvegli la compassione dei governi?".

[D: Quale potrebbe essere una politica efficace per affrontare la crisi dei migranti?]
"Se i rifugiati sono già alle nostre porte o nei nostri paesi, occorre soccorrerli e aiutarli. Alcuni resteranno da noi e si integreranno, altri torneranno nel proprio paese, che spesso è il loro sogno più grande. Contemporaneamente però occorre agire sulle cause li hanno spinti a fuggire. Dobbiamo fare del nostro meglio per impedire le guerre e le violenze sui loro territori. Facilitare i viaggi temporanei da e per i loro paesi. Favorire lo sviluppo economico in loco, cosa che è anche nel nostro interesse. Ma nulla garantisce che il futuro sarà proprio questo. La stupidità infatti è dura a morire".

*** Tzvetan TODOROV, 1939, filosofo e saggista bulgaro,intervistato da Fabio Gambaro, "Governi egoisti ma così l'Occidente non avrà futuro', 'la Repubblica', 31 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 2 settembre 2015

#PIN / A tutti capita (MasFerrario)


#HUMOR / Tema, il tuo compagno di banco

(da incondivisione.altervista.org, via pinterest)

#RITAGLI / Antiberlusconismo, dove, quando, come, chi? (Silvia Truzzi)

(...) Matteo Renzi ha detto «una rissa permanente su berlusconismo e antiberlusconismo ha bloccato l'Italia per vent'anni». 
(...) bisogna domandarsi a quale antiberlusconismo si riferisce il premier. Al dibattito sui giornali? Ma gli articoli non paralizzano le Nazioni. Perché sull'antiberlusconismo del suo partito, nel senso dell'agire politica, ci sono molte cose da dire. Una per esempio - è stata più volte ricordata anche se queste colonne, ma repetita juvant - l'ha detta Luciano Violante, nel 2002 alla Camera: «L'onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena - non adesso, nel 1994 - che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l'onorevole Letta». Da allora l'abbiamo saputo, con la certezza che forniscono le confessioni, anche noi (e così chi scrive ha potuto regolarsi nell'urna). Se l'antiberlusconismo è stato questo, se è stato chinare il capo nel 2006 e cedere a un indulto allargato ai reati dei colletti bianchi per fare un favore a Previti, di cosa parliamo? L'antiberlusconismo nei fatti praticamente non è esistito. I lodi, gli strappi sulla giustizia, i tentativi di manomettere la Carta sono stati fermati dai giudici che avevano il dovere di far rispettare la legge. E dai cittadini, quando hanno bocciato nel 2006 con il referendum una riforma costituzionale che oggi Renzi ci ripropone. Dicono che il dibattito non è stato sereno: forse non lo è stato a chiacchiere. Nei fatti è stato il prequel del film horror cui siamo costretti, privati anche del voto, ad assistere oggi: le larghe intese. Obiettano ancora che non si è giudicato Berlusconi per il suo agire, ma solo con il pregiudizio sulla sua persona. A parte la lodevole patente a punti, i governi guidati da B si sono occupati prevalentemente dei fatti di B: dei suoi processi e delle sue aziende. Forse il premier non ricorda, o più probabilmente vale che la memoria è il più assurdo dei vizi di questo Paese che ha fatto dell'oblio la ricetta per uscire da tutte le sue crisi. Dal Fascismo a Tangentopoli.

*** Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, Antiberlusconismo, il punto non sono le nostre colpe, 'Il Fatto Quotidiano', 30 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Silvia Truzzi qui

#SENZA_TAGLI / Da Socrate a Mary Poppins (Marino Niola)

[Tendo a non 'sposorizzare' ciò che diffondo: perché credo che i contenuti, condivisi o no, debbano 'sponsorizzarsi da sé'.
Ma stavolta, per questo 'pezzo' breve di Marino Niola, faccio un'eccezione.
Perché l'articolo mi sembra 'perfetto'. 
E' una mia opinione, naturalmente: quindi contestabilissima. Ma io ci ritrovo considerazioni che, nel mio piccolo, vado sviluppando da anni.
Lo propongo in Mixtura perché, comunque la pensiamo (su Socrate, Mary Poppins, la mindfulness e il cambiamento del mondo), pensiamoci. 
Pensiamoci con qualche pensiero lungo, magari: più che con il solito pensiero corto... (mf)]

° ° °

Una volta pensavamo sempre a come cambiare il mondo. Oggi meditiamo su come cambiare noi stessi per adattarci al mondo. Che intanto si trasforma per conto suo, senza che noi possiamo farci granché. Forse è per questo senso di impotenza e di smarrimento crescente di fronte alla realtà, che si moltiplicano le cosiddette tecniche del sé. Sia quelle tradizionali, sia quelle nuove. Sia quelle materiali, sia quelle digitali. Dallo yoga alla mindfulness, dalla dinamica mentale al coaching. E la meditazione, da esercizio filosofico astratto, diventa una pratica concreta e una forma di wellness. Gestita dai guru del pensiero corto. Figlio rachitico del pensiero debole. Quello che non costruisce progetti a lungo termine. Né sol dell'avvenire e nemmeno realizzazione di sogni e ambizioni. Ma semplicemente ci propone formule infallibili per ottimizzare il nostro essere nel mondo. Dove per mondo si intende quell'eterno presente che è ormai l'orizzonte unico della nostra vita. Il nostro monolocale esistenziale.
Il risultato è il trionfo del counseling, del consulting e del tutoring. Che ci dicono come fare per sopravvivere al meglio in questa dimensione sempre più angusta, senza slanci e senza respiro. Allineati e coperti. Di più, omologati nel corpo e nella mente. Costretti e autocostretti a stare entro un'esistenza taglia 42. Che peraltro ci fa sentire oppressi.
E allora preferiamo essere sedati, coccolati, consolati. Normalizzati. Cerchiamo istruzioni per imparare ad accettare, senza grilli per la testa, quel che passa il convento. E mandare giù la pillola. Così l'antica pratica socratica del conosci te stesso diventa la ricetta di Mary Poppins.

*** Marino NIOLA, antropologo e saggista, Mary Poppins batte Socrate, e trionfa il pensiero corto, 'Il Venerdì', 28 agosto 2015

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Marino Niola qui

Ancora in Mixtura, alcuni miei pensieri che rimandano all'articolo qui sopra li trovate qui e qui e qui

#MOSQUITO / Carlo Rosselli, se fossimo cittadini (Maurizio Viroli)

Fedele senza incertezze all'ideale della vita come missione lottò contro il fascismo con intransigenza assoluta. «Giustizia e libertà / per questo morirono / per questo vivono». In questo epitaffio dettato da Piero Calamandrei per la tomba di Carlo e Nello Rosselli al cimitero fiorentino di Trespiano, c'è tutto il valore della loro eredità morale. 
Se fossimo un popolo di cittadini, quell'angolo di pace dove Carlo e Nello riposano accanto al loro caro 'zio' Gaetano Salvemini, anziché essere desolato e abbandonato come sempre l'ho trovato, sarebbe il nostro Arlington, luogo di pellegrinaggio dove riflettere in silenzio sul loro sacrificio per ritrovare le ragioni di una religione della libertà.

*** Maurizio VIROLI, politologo, docente all'università di Princeton, Si deve vivere (e morire) per giustizia e libertà, 'Il Fatto Quotidiano', 21 agosto 2015

Su Carlo e Nello Rosselli, 
Su Piero Calamandrei, 



#PIN / Quando diciamo che Dio è con noi (MasFerrario)


#HUMOR / Oggi non faccio niente

(dal web, via pinterest)

#MOSQUITO / Noia, ne abbiamo troppa paura (Luigi Zoja)

La nostra epoca ha troppa paura della noia. Ciò che nasconde la noia, quando sentiamo tutto grigio, è, stranamente, l'eccitazione, l'impazienza, l'aggressività, l'eros. Oggi, penso che se si è annoiati è fondamentale esercitare l'immaginazione in questi territori repressi.

*** Luigi ZOJA, psicoanalista di matrice junghiana, saggista, intervistato da Antonio Gnoli, "Siamo vittime di noia e paranoia e no nviviamo più di miti universali", rubrica 'straparlando', 'la Repubblica', 30 agosto 2015

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Luigi Zoja qui

martedì 1 settembre 2015

#PIN / Homo sapiens sapiens (MasFerrario)


#HUMOR / Quando un uomo e una donna

(dal web, via pinterest)

#TAVOLE / Ore lavorate per anno (Ocse)



#SENZA_TAGLI / Parole, per fare solo parole (Osvaldo Danzi)

Le "persone al centro". "Non si può pensare di cambiare facendo sempre le stesse cose". "Siate imprenditori di voi stessi". "In Cinese crisi significa anche opportunità"...
...e altre banalità di questo genere sono state il concime naturale con cui seminaristi di professione e i loro mimi hanno nutrito intere platee aziendali alla ricerca di comfort. Le parole "cambiamento", "partita iva", "disrupted economy" hanno seriamente iniziato a minare i giardinetti fioriti di coloro che fino a quel momento non si erano minimamente preoccupati di quanto l' assenza dal mondo reale mentre erano in vacanza a compilare report, analisi delle competenze, tabelle organizzative o a coordinare convegni nazionali, li stesse escludendo dalle trasformazioni in corso.

E mentre anche le più importanti aziende dei nostri distretti stavano chiudendo, sui siti e nelle slide confindustriali continuavano a fare bella mostra di sé la "Vision" e la "Mission".
Immagino il primo redattore. Colui che ha avuto la vera "vision" di voler mettere per iscritto una "mission". Me lo immagino un piccolo imprenditore, un po' più scaltro di altri. Uno che non aveva paura di far conoscere le sue intenzioni in modo aperto e le ha addirittura messe per iscritto. Mi immagino un signore che ogni giorno scendeva in fabbrica e chiamava per nome i suoi operai. Uno che forse ha fatto il padrino alle Comunioni di chissà quanti nipoti acquisiti.

Nel tempo la Vision e la Mission sono diventati dapprima degli slogan per le convention aziendali e poi dei polverosi quadretti nei corridoi che pochi in azienda saprebbero declamare a memoria. 
Mi chiedo cosa abbiano pensato le centinaia di lavoratori licenziati a causa della "delocalizzazione" fra il 2009 e il 2012 che in quelle Mission hanno davvero creduto. Quelli a cui veniva raccontata "l'importanza di essere vicini ai valori del territorio". Ancora belle parole.

Mi chiedo cosa sia balenato nella testa di quelli che mandati in ferie, al loro ritorno hanno trovato l'azienda trasferita in Polonia. O quei lavoratori di 45 anni lasciati a casa dalla crisi e sostituiti da giovani talenti a basso costo dopo aver creduto in quella Mission, rimettendoci nottate di lavoro, di ferie e qualcuno anche la famiglia.
Così come ho difficoltà a credere nei valori di un'azienda che promuove il gioco d'azzardo.

E se la vecchia classe dirigente non ha avuto scrupoli nell'eleggere alla sua Presidenza un'imprenditrice che parlava di valori sebbene largamente inquisita, la nuova generazione non sembra più interessata al valore delle parole. Per essere un "Giovane Imprenditore" basta essere figlio di imprenditore.

Il vocabolario li tradisce: "è imprenditore colui che costruisce e governa un'impresa". Non il figlio.
In Cinese, "crisi", non vuol dire "opportunità". Basta cercare su google. E' un'immensa baggianata che nasce da un errore di traduzione già ampiamente dibattuto. Ma chi non ha amore per le parole, non ha amore nemmeno per il loro significato.

E rimangono solo un confortevole, amabile slogan con cui mettersi in mostra e rimanere fortemente ancorati al passato.

*** Osvaldo DANZI, consulente,  esperto di risorse umane e social media recruiting, Mission, Vision, Etica: le parole sono importanti. Non abusatene, 'linledin.com/pulse', 25 agosto 2015, qui

Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Osvaldo Danzi, qui

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Sulla credenza che in cinese l'ideogramma crisi contenga la parola opportunità, in Mixtura vedi M. Ferrario, La bufala della crisi come opportunità, 12 marzo 2015, qui

#MOSQUITO / La vita buona (Oliver Sacks)

Ora, col fiato corto, con i miei muscoli un tempo forti sciolti dal cancro, mi ritrovo a pensare sempre di più non al soprannaturale o a qualcosa di spirituale, ma a che cosa significhi vivere una vita buona e degna di essere vissuta, raggiungendo un senso di pace con se stessi.

*** Oliver SACKS, 1933-2015, neurologo britannico, saggista, dal 'New York Times', 14 agosto 2015, citato da Caterina Soffici, Mogli, cappelli e altre nevrosi, 'Il Fatto Quotidiano', 31 agosto 2015

#RITAGLI / Ultimo, perché questo nome (Sergio De Caprio)

E' un nome di battaglia, quindi, nel momento di sceglierlo, ho scelto Ultimo perché vedevo che tutti volevano essere primi, volevano essere più bravi, più belli, volevano emergere, avere prestigio, riconoscimenti. Mi facevano schifo perché che il lavoro del carabiniere sia un donare e non un prendere, quindi ho voluto invertire la tendenza che avevo notato.

*** Sergio DE CAPRIO, colonnello dei carabinieri, detto Ultimo, intervistato da Emanuela Belcuore, "Sono l'Ultimo degli scomodi, ma accetto gli ordini superiore", 'Il Fatto Quotidiano', 31 agosto 2015

#LINK / Professioni del futuro (Daniela Mangini)

(...) Ecco secondo il rapporto Inspired Mind di CST a quali professioni potremmo aspirare e quali attitudini ci conviene allenare.

Scenografo dei ricordi (Nostalgist)
Ottimizzatore di comunità (Localizer)
Selezionatore di Robots (Robot Counsellor)
Esperto di benessere aziendale (Company Culture Ambassador)
Semplificatore (semplicity expert)
Analista dei trasporti (auto-transport Analyst)
Guida sanitaria (Healthcare Navigator)
Ingegneri di strutture in stampa 3 D (Makeshift Structure Engineer)

Quello che emerge è che la competenza trasversale è legata alle scienze sociali e alle tecniche di comunicazione e relazione, conoscenze irrinunciabili al pari della lingua inglese, tanto che sono materia di studio anche per algoritmi e robots di ogni tipo. Ricordarci che dietro al comportamento umano, per quanto ci sembri scontato, esiste una scienza da imparare potrebbe essere il primo passo per giocare almeno alla pari con i nuovi cyber lavoratori.

*** Daniela MANGINI, Professioni del futuro, nel 2030 farai carriera così, 'wired.it', 2 marzo 2015

LINK, articolo integrale qui

#VIDEO / Uomo, come si spiega la sua ascesa? (Yuval Noah Harari)


Yuval Noah HARARI, storico
Come si spiega l'ascesa dell'uomo?
Ted - luglio 2015
video, 17min08
(oltre 1milione200mila visualizzazioni)


Settantamila anni fa, gli antenati dell'uomo erano esseri insignificanti che si facevano gli affari propri in un angolo dell'Africa assieme a tutti gli altri animali. 
Oggi, tuttavia, è praticamente innegabile che gli uomini dominino il pianeta Terra. Ci siamo diffusi in ogni continente e le nostre azioni determinano il destino degli altri animali (e forse della stessa Terra). 
Come ci siamo riusciti? Lo storico Yuval Noah Harari propone una sorprendente spiegazione per l'ascesa degli esseri umani. (dalla presentazione del video)