venerdì 27 novembre 2015
#HUMOR / Licenziamenti (Altan)
Ma, gli dico, lei si sveglia così la mattina e mi licenzia?
E lui: cosa vuoi, che mi svegli quando è ancora buio?
*** ALTAN, disegnatore, citato da Marina Mizzau, docente di psicologia della comunicazione all’università di Bologna, Ridendo e scherzando. La barzelletta come racconto, Il Mulino, Bologna, 2005.
#CIT / Ricchezza, genitori e figli (Massimo Troisi, Claudia Maria Bertola)
Massimo TROISI, 1953-1994, attore, regista, sceneggiatore
Claudia Maria BERTOLA, @angioletto9
via twitter, 14 giugno 2014
In Mixtura altri 5 contributi di Claudia Maria Bertola qui
#LIBRI PIACIUTI / La questione più che altro, di Ginevra Lamberti (recensione di M. Ferrario)
Ginevra LAMBERTI, La questione più che altro, Nottetempo, 2015
pagine 203, € 13,00, ebook € 3,99
Non si ride, ma si sorride. Molto. Per il tono arguto, brioso, irriverente, sostenuto da uno stile sciolto e spigliato, che sa unire freschezza a velocità.
Una storia esile, ma che ti cattura. Un racconto in prima persona di stati d'animo e piccole situazioni di vita quotidiana. Protagonista una giovane studentessa fuori corso, Gaia, che vive tra la campagna trevigiana, Mestre e Venezia: passa più tempo sdraiata in camera a guardare una crepa nel muro, cercando di guarire la noia fantasticando, che a chinare la testa sui libri per completare gli studi.
Attorno a lei, un padre squinternato e malato, una madre molto presa da se stessa, qualche amico.
Quando finalmente Gaia si laurea, comincia la ricerca del lavoro. Anzi, dei lavori: i soliti, precari, insulsi, truffaldini, da cui è impossibile distillare anche una sola goccia di motivazione. C'è il call center, dove con l'aiuto di una psicologa insegnano a intortare i malcapitati per vendergli al telefono cose che non gli servono. E poi, il catering per il carnevale sontuoso di ricchi veneziani, le interviste elettorali a chiamata. Ma il contratto non più precario arriva con l'Azienda, una multinazionale della ristorazione, che chiama rigorosamente ospiti i clienti, naturalmente è una Grande Famiglia e naturalmente non vende prodotti ma offre emozioni ed esperienze di vita: qui il ruolo fondamentale di Gaia è di accogliere e accompagnare al tavolo gli ospiti, oltre che di pulire i gabinetti.
Nulla di nuovo: saggi e racconti sui giovani che passano la vita sospesi tra un lavoretto e l'altro, con buona pace di chi continua a pensarli disoccupati perché 'schizzinosi', si sprecano. E anche l'indignazione, per chi non ha perso la capacità di leggere la realtà per quello che di miserabile troppo spesso offre, si sta esaurendo. Però questo esordio di Ginevra Lamberti colpisce: si sfoglia il libro con gusto e partecipazione e si passano due ore intelligenti, leggere ma non spensierate, sedotti da una giovane, Gaia, che, nonostante tutto, cerca di non disattendere il suo nome affrontando la vita con uno sguardo insieme critico e ameno e da un linguaggio originale, sfavillante, che sparge ironia a pagine piene.
Con un'espressione dolcemente nostalgica si direbbe che l'autrice 'sa tenere la penna in mano': anche aggiornando la metafora con l'immagine, fredda e un po' repellente, della tastiera su cui tutti ormai digitiamo, resta il fatto che gli strumenti servono per scrivere, ma il saper scrivere dipende da tecnica e cuore. E qui ambedue non mancano.
*** Massimo Ferrario, per Mixtura
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Oggi è stata una giornata interessante. Ci siamo seduti intorno a un tavolo e la Psicologa ci ha raccontato delle parabole. La prima era la parabola della Ragazza con gli scrupoli. La Ragazza con gli scrupoli era una brava operatrice outbound (per amor di chiarezza si precisa che gli operatori outbound sono coloro che si occupano delle chiamate in uscita). La Ragazza con gli scrupoli che era una brava operatrice outbound, ogniqualvolta cercava di fare un contratto a un anziano, nel momento in cui dal codice fiscale ne capiva la data di nascita, veniva presa da visioni di suo nonno che la guardava contrito e scuoteva il capo. A quel punto provava a distogliere l’attenzione dal volto che aveva accompagnato la sua infanzia, ma quello continuava con lo scuotimento e ripeteva come una litania tremante ricordati che potrei essere io. In seguito a questo vorticare di idee complesse che in realtà nella sua testa si svolgeva in pochi secondi, la Ragazza con gli scrupoli veniva colta dal panico e chiudeva la chiamata. Grazie all’intervento dei suoi superiori, la Ragazza con gli scrupoli è riuscita a superare il blocco con degli incontri motivazionali. Pare infatti che i dirigenti dell’azienda siano coach esperti di un insieme di tecniche, le quali sono raccolte anche in vari manuali, utili a spiegare come dentro di te ci sia la forza per convincere i tuoi interlocutori del fatto che ciò che dici è la sacrosanta verità. Mentre ci racconta le parabole, la Psicologa è graziosa e curata in tutti i modi del fare e del parlare, ma a volte si distrae e la faccia le si trasfigura in qualcosa che sono abbastanza sicura di aver visto in una puntata di X-Files. In questa puntata di X-Files c’era un mostro che sembrava umano e invece sotto la pelle finta aveva una natura di alieno bianco e molliccio. Amava mangiare i cervelli delle persone e per frenarsi andava agli incontri degli alcolisti anonimi.
Una volta all’anno, i collaboratori a progetto del call center sono invitati ad assistere ai seminari motivazionali tenuti dai dirigenti. La Psicologa dice che sono bellissimi.
In questo nuovo lavoro, quel che andrò a fare è, con l’ausilio di una postazione computer, una cuffia e un auricolare, chiamare esercenti commerciali e/o fornitori di servizi e/o liberi professionisti di vario genere e spiegare loro che abbonarsi al nostro spazio pubblicitario è la cosa migliore che possano fare nella vita. La Psicologa precisa che non saremo mai abbandonati, che la nostra è una formazione continua e che la vendita è emozione. In uno dei momenti in cui non si trasfigura in Alien perché somatizza la tensione in un movimento a scatti del ginocchio destro, dice che non dobbiamo preoccuparci del rendimento in quanto la persona viene valutata a trecentosessanta gradi. Segue la parabola del Ragazzo cui non è bastata la bravura. Il Ragazzo cui non è bastata la bravura chiudeva dieci contratti puliti al giorno, ma (sospiro) aveva un atteggiamento totalmente al di fuori delle logiche aziendali (occhi al cielo). Dunque, è stato accompagnato in un percorso di uscita dall’azienda (punto). Poi ripete che la vendita è emozione, e io penso che dev’essere necessariamente cosí, perché lei comunque è una psicologa e si occupa di zone del cervello. (Ginevra Lamberti, La questione più che altro, Nottetempo, 2015)
In realtà, mi viene da pensare, la questione del posto fisso è una questione piú che altro di comodità. Da quando ho messo la firma per ricevere ogni mese del denaro sul mio conto in cambio di mansioni che, appunto, prevedono lo spiegare alla gente che deve aspettare, l’accompagnare la gente a un tavolo e il pulire i bagni dove la gente sporca in modi che non avevo idea, sento che qualcosa si è assopito dentro di me in un sonno tranquillo. A volte ho un sussulto, penso che è incredibile, penso che io non lo immaginavo mica che la gente avesse bisogno di una badante per gestire le proprie questioni logistiche e corporee anche nel pieno di salute e giovinezza. Poi controllo il conto corrente on line, calcolo il totale di tutti gli stipendi di qui alla fine del contratto con anche la tredicesima e la quattordicesima, ripeto sentendo come suona bene, dolcissima, la parola quattordicesima, e mi acquieto. (Ginevra Lamberti, La questione più che altro, Nottetempo, 2015)
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#SGUARDI POIETICI / Saggezza (Janice Kulyk Keefer)
Io che ho deciso di amare l’umanità
invece degli uomini,
di amare le contraddizioni della vita,
le impossibilità.
Io che sono diventata una bella e attempata
filosofa, quando improvvisamente
il telefono suona, la sua voce
mi solletica il collo.
O mi prende in giro, mi chiama
ochetta
e il mio cuore sbanda.
Quello che amiamo di un’altra persona
è la vita che ha dentro;
per questo non dobbiamo mai
cercare di possederlo.
https://en.wikipedia.org/wiki/Janice_Kulyk_Keefer
invece degli uomini,
di amare le contraddizioni della vita,
le impossibilità.
Io che sono diventata una bella e attempata
filosofa, quando improvvisamente
il telefono suona, la sua voce
mi solletica il collo.
O mi prende in giro, mi chiama
ochetta
e il mio cuore sbanda.
Quello che amiamo di un’altra persona
è la vita che ha dentro;
per questo non dobbiamo mai
cercare di possederlo.
*** Janice Kulyk KEEFER, 1952, poetessa e scrittrice canadese, Saggezza, in ‘La recherche’, proposta da Loredana Savelli, qui
https://en.wikipedia.org/wiki/Janice_Kulyk_Keefer
#RITAGLI / Smartphone, deterrente per moderni cafoni (Silvia Truzzi)
(...) Siccome siamo tutti rimbesuiti dall'ansia della contemporaneità - non nel senso del nostro tempo ma del tempo reale - possiamo affidarci a Debrett's, la bibbia inglese del galateo, che da oltre 250 anni insegna come comportarsi e che ha scritto un galateo per moderni cafoni. Ovviamente al primo posto c'è l'uso educato del cellulare. La regola è semplice: tutte le volte che siamo impegnati in una relazione con qualcuno, anche se stiamo ordinando un caffè o pagando alla cassa del supermercato, non dovremmo trafficare con lo smartphone. Perché rispondere al telefono o a un sms ci distrae e ci fa perdere tempo. Ovviamente bisogna tenere silenziato il sopracitato apparecchio in tutti i luoghi in cui è bandito il rumore: provate voi a fare un viaggio nella carrozza "area silenzio" di un qualunque Frecciarossa...
Come resistere alla tentazione, se il banale buon senso non basta? Potremmo immaginare noi stessi con le dita nel naso tutte le volte che usiamo il cellulare mentre stiamo parlando con qualcuno: dovrebbe essere un deterrente efficace. E poi, proviamo a farci una domanda preventiva: è davvero fondamentale leggere ora, proprio ora, la mail, tra una forchettata e l'altra? Davvero non può aspettare la fine del pasto? Nel novanta per cento dei casi potrebbe attendere fino alla digestione. E pure oltre, ma per educazione ci fermiamo qui.
*** Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, Scusate, saremo tromboni. Ma basta cellulari a tavola, 'Il Fatto Quotidiano', 23 novembre 2015
In Mixtura altri 3 contributi di Silvia Truzzi qui
#SENZA_TAGLI / 'Koseling', per non cedere alla malinconia dell'inverno norvegese (Nadia Ferrigo)
Arriva l’inverno e il nostro umore peggiora, senza rimedio: le giornate sono più corte, moltissimi escono da lavoro quando il sole è tramontato da un pezzo. Come se questo già non bastasse a deprimere anche i più ottimisti, con il freddo la voglia di uscire anche solo per un caffè precipita. Il rischio è svernare aspettando la primavera, senza godersi nulla di quel che la stagione più fredda - e buia - dell’anno ha da offrire. Come non deprimersi? Per scoprire il segreto della felicità sotto la neve Kari Leibowitz, dottorando della Stanford University, ha trascorso un anno a Tromsø, nel nord della Norvegia: soprannominata «la capitale della Lapponia» è la città con la chiesa, la distilleria e il parco botanico più a nord del mondo. A gennaio il termometro non si sposta dai meno quattro, con nevicate che arrivano fino ai due metri e per tre mesi il sole non sale mai al di sopra dell’orizzonte.
Nonostante quel che si può immaginare, i tassi di depressione stagionale sono piuttosto bassi, così Leibowitz ha deciso di vivere in Norvegia un anno per scoprire come si può affrontare l’inverno senza cedere alla malinconia. Ci sono alcuni aspetti della cultura norvegese che sono piuttosto difficili da esportare: per esempio nelle piccole comunità norvegesi si stringono legami sociali molto forti ed è difficile restare soli, fosse anche solo per condividere tè bollente e biscotti. C’è un però altro aspetto però che si può mettere in pratica ovunque e ha molto a che fare con un cambio di mentalità: le persone vivono l’inverno non come qualche cosa da sopportare, ma da godere.
«Non esiste un cattivo tempo, solo un cattivo abbigliamento», recita un detto lappone. Il freddo non è un buon motivo per razionare le uscite: esiste un’infinità di cose che si possono fare solo d’inverno. Passare del tempo all’aperto fa bene alla salute e anche all’umore, si può star certi che in casa non accadrà davvero niente di speciale. Quindi non resta che decidersi a uscire, anche solo per una passeggiata. Dopo pochi minuti vi sentirete più al caldo ed è un’ottima idea se ad accompagnarvi c’è un amico: stare in compagnia è un rimedio per convincersi a uscire dalle coperte.
Per i norvegesi la parola «koseling» indica il senso di intimità, quella tranquilla sensazione di benessere che regala stare in casa nei lunghi pomeriggi invernali, quando si sta sotto le coperte con una tazza calda. Attenzione però, non si parla di stare sul divano a guardare un’infinità di serie televisive, ma trascorrere del tempo in compagnia. La conclusione della ricerca di Leibowitz ? Anche se è più semplice trascorrere i mesi più freddi dell’anno a due passi da Babbo Natale è divertente - anche perché c’è chi può andare a bere una cioccolata calda a casa degli amici con gli sci, indossare un maglione norvegese e gustare dolci natalizi nei caffè con camino e candele - il segreto sta tutto in un cambio di mentalità. Il primo, unico e decisivo passo? Smettere di parlare solo degli svantaggi, non cedere alla pigrizia e concentrarsi su tutto quel che di irripetibile l’inverno sa regalare.
*** Nadia FERRIGO, giornalista, Il segreto norvegese per non cedere alla malinconia dell'inverno, 'lastampa.it', 24 novembre 2015, qui
#RITAGLI / Terrorismo, un piano Marshall per l'Islam moderato (Amos Oz)
Ho sempre rifiutato in cuor mio e apertamente le teorie del cosiddetto “scontro di civiltà” per il semplice fatto che anche nelle mie esperienze personali e pubbliche ho generalmente trovato che per ogni musulmano violento e fanatico ce ne sono migliaia, anzi, decine di migliaia che non lo sono. Magari sono arrabbiati, offesi, frustrati, ma non sono fanatici e rifiutano la violenza. (...)
Non sono un pacifista, non lo sono mai stato e certo non lo sono ora di fronte agli ultimi avvenimenti. Non sono mai stato contrario alla necessità che, quando serve, occorre utilizzare il bastone. Però sono profondamente convinto che l’ unica forza al mondo davvero capace di combattere e sconfiggere i fanatici musulmani, oltreché aiutare l’ Occidente a trovare le difese necessarie, siano i musulmani moderati. Sono loro, prima di tutti, che dovrebbero fare un passo avanti, alzare la voce, scoprire, denunciare i fanatici nei loro quartieri e impugnare il bastone quando necessario.
[D: Anche contro questa ondata di integralismo che va dall’ estremo Oriente, al mondo arabo, al cuore delle nostre città in Europa?]
Posso rispondere con una storia personale, la ritengo rilevante, anche se forse l’ ho già raccontata?
[D: Certo]
Circa un anno fa ero ricoverato all’ospedale per un’operazione. Una sera venne al mio letto un’infermiera, un’araba-palestinese di cittadinanza israeliana. Aveva appena terminato il suo turno di lavoro. Mi chiese se poteva parlarmi. Io le risposi che ne sarei stato ben felice e così lei raccontò qualche cosa che non dimenticherò mai. Mi disse: “Tutto il mondo quasi ogni giorno vede sugli schermi delle televisioni le manifestazioni delle masse arabe che inneggiano alla guerra santa, agitano i pugni lanciando slogan di sfida e violenza, glorificano i kamikaze contro gli infedeli negli Stati Uniti, Israele ed Europa. Vogliono essere gli unici rappresentanti dell’ universo islamico. Ma, chiunque osservi con attenzione, noterà che sono praticamente solo uomini, per lo più giovani di età compresa tra i sedici e trent’nni. Sono solo una piccola parte della popolazione. Gli altri, la maggioranza, se ne restano chiusi in casa, passivi, impauriti, dietro le finestre serrate. Non li vedi mai per il semplice fatto che non sono visibili. Però, per favore, ricordati di loro, perché loro sono la vera maggioranza”.
Così mi disse quell’ infermiera. E da allora io spero che proprio loro scendano in piazza a manifestare contro gli altri». (...)
[D: Che fare? Al momento tra Russia e America si discute se il presidente siriano Bashar Assad debba essere parte della soluzione o meno]
La questione non è “che fare” contro l’Islam, ma contro i fanatici islamici, che non è la stessa cosa. Io non sono abbastanza esperto sulla Siria. Non so giudicare se Assad debba restare, almeno temporaneamente, oppure venire dimesso subito. Però in questi giorni pochi ricordano il caso di un piccolo Paese arabo del Nord Africa come la Tunisia. Sarebbe invece bene tenere a mente che in Tunisia la parte moderata religiosa e laica della popolazione in ben tre tornate elettorali ha sconfitto il fronte estremista islamico. Perché l’Europa non fa uno sforzo per aiutare economicamente, politicamente e in ogni altro modo a fare della Tunisia un grande modello? Perché non farne un esempio di Islam illuminato che sia ammirato e invidiato dai Paesi vicini? Lo stesso si potrebbe dire della Giordania, dove, lo so bene, la democrazia è meno avanzata, però resta un polo di moderazione. (...)
Quasi settant’anni fa un presidente americano poco carismatico e molto modesto quale era Harry Truman decise che sarebbe stato importante donare una cifra pari a circa il venti per cento del prodotto nazionale lordo del suo Paese per la ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra. Poi passò alla storia come “piano Marshall”, dal nome del suo segretario di Stato. Ma fu lui il motore primo. Truman fece il miglior investimento di tutti i tempi: la Guerra fredda è stata vinta dagli Usa grazie ad esso. Lui non visse tanto a lungo per vedere il suo trionfo. Però, garantì la democrazia, salvò l’Europa dai comunisti, dagli estremisti, ne fece un modello di sviluppo invidiato in tutto il mondo, creò un grande mercato utile anche all’ industria americana. A noi oggi serve un gigante di generosità e capacità di guardare avanti come fu Truman. Ci vorrebbe un piano Truman-Marshall per il mondo islamico che dia forza e coraggio ai moderati. Solo così il bastone della guerra ai fanatici potrà avere prospettive di successo.
*** Amos OZ, scrittore israeliano, Ci vuole un piano Marshall. Ma l'Islam moderato si muova, intervistato da Lorenzo Cremonesi, 'Corriere della Sera', 18 novembre 2015
In Mixtura altri 3 contributi di Amos Oz qui
#LINK / Islam, le 72 vergini del Paradiso (wikiislam)
(...) Nell'islam, il concetto di 72 vergini (houri) si riferisce ad un aspetto del Jannah (Paradiso).
Questo concetto si trova nel testo del Corano che descrive un paradiso sensuale dove gli uomini credenti sono premiati avendo in sposa le vergini con dei seni "cresciuti", "gonfi" o "a forma di pera".
Al contrario, le donne avranno un solo uomo, e "saranno soddisfatte con lui". (...)
*** wikiislam.net, Le 72 vergini)
(da wikiislam.net)
giovedì 26 novembre 2015
#RITAGLI / Terrorismo, e scetticismo (Luigi Ballerini)
Ogni atto terroristico è un attacco al legame sociale. È un attacco alla partnership, a pensare e trattare l'altro come potenziale partner con cui lavorare per un profitto. Il concetto di profitto sia poi il più largo possibile: quello monetario non è che uno, e forse neanche il più rilevante, delle possibile forme che può assumere. È un errore ridurlo a termini puramente economicisti. (...)
Tocca a noi non permettere che i terroristi riescano nel loro intento, nella disgregazione del legame sociale, che ci riescano con noi e con chi amiamo. Glielo permettiamo quando accettiamo di considerare l'altro, ogni altro, come un potenziale nemico, come un soggetto di cui diffidare, da cui tenerci lontano. Glielo permettiamo quando accettiamo di ridurre l'universo allo stretto giro delle nostre conoscenze fidate, sicure e rassicuranti. Glielo permettiamo quando accettiamo di dar credito e ritrasmettere le voci che girano perdendo il senno, senza verificarne la fonte, fidandoci di chi non è affidabile. Glielo permettiamo quando, vivendo così in difesa, induciamo i nostri figli a ritirarsi, a pensare che il reale è maligno, che ogni altro è cattivo. Così, la prudenza che rende accorti lascia il passo al panico che rende ottusi. E il giudizio che permette di discriminare lascia il passo al qualunquismo, che in questo caso criminalizza. (...)
Non induciamo in tentazione il pensiero dei bambini e dei ragazzi che nella loro storia personale si è già orientato alla partnership. Crescere una generazione scettica e cinica è il modo migliore per assicurare il successo a chi ci vuole terrorizzati e pavidi. Ossia senza futuro.
*** Luigi BALLERINI, psicoanalista, Terrore, il rischio di crescere una generazione scettica, 'Avvenire', 25 novembre 2015
#MOSQUITO / Schizofrenico, quando lo sei (Thomas Szasz)
Se parli a Dio, stai pregando; se Dio parla a te, sei affetto da schizofrenia. Se i morti ti parlano, sei uno spiritista; se tu parli ai morti, sei uno schizofrenico.
*** Thomas SZASZ, 1920-2012, psichiatra e attivista statunitense di origine ungherese, The Second Sin, 1973
In Mixtura, 1 altro contributo di Thomas Szasz qui
#CIT / Il sapere del cuore (Carl Gustav Jung)
Carl Gustav JUNG, 1875-1961
1875-1961, medico, psichiatra e psicoanalista, antropologo svizzero
citato da Riccardo Bernardini,
Jung a Eranos. Il progetto della psicologia complessa
FrancoAngeli, 2011
In Mixtura altri contributi di Carl Gustav Jung qui
#IN LETTURA / Gianni Strino, David Oyens, Emile Vernon
Gianni Strino
(womenreading.tumblr.com., via pinterest)
° ° °
David Oyens, 1842-1902
(lalitoutsimplement.com., via pinterest)
° ° °
Emile Vernon, 1872-1919
(books0977.tumblr.com., via pinterest)
#SGUARDI POIETICI / La guerra che verrà (Bertolt Brecht)
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
*** Bertolt BRECHT, 1898-1956, scrittore drammaturgo e poeta, La guerra che verrà, da Poesie di Svendborg, traduzione di Franco Fortini, in Bertolt Brecht, Poesie, 1962, Einaudi, Torino, 1992.
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
*** Bertolt BRECHT, 1898-1956, scrittore drammaturgo e poeta, La guerra che verrà, da Poesie di Svendborg, traduzione di Franco Fortini, in Bertolt Brecht, Poesie, 1962, Einaudi, Torino, 1992.
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#SENZA_TAGLI / Crocefissi e presepi, a scuola contro il terrore? (Alex Corlazzoli)
C’è chi come il quotidiano La Nazione lancia l’iniziativa “Presepiamoci” in difesa dei nostri valori (dicono loro) e chi come, Ilaria Giorgetti, la presidente del quartiere “Santo Stefano” a Bologna chiede dopo i fatti di Parigi di esporre un crocifisso in ogni aula. E poi c’è chi nelle scuole di Travagliato (Brescia) invita i bambini a non portare doni in classe per Santa Lucia “per non turbare chi ha culture o religioni diverse” e ancora chi a Casazza (Bergamo) si preoccupa di far ascoltare “Adeste Fideles” ai suoi ragazzi scatenando i parlamentari leghisti pronti a fare interrogazioni su questa vicenda degna (a detta loro) di interessare un ministro della Repubblica italiana.
Siamo di fronte, in questi giorni di terrore, ad una vera e propria schizofrenia ideologica. Improvvisamente dobbiamo tutti riscoprire la nostra identità, prendere in mano il crocifisso e sbandierarlo ai quattro venti quasi fosse la nostra “arma” oppure al contrario spogliarci, forse per paura, forse per essere più a sinistra della Sinistra (che non c’è più) di ogni tradizione, di qualsiasi occasione in cui c’è di mezzo la parola “santità” per rispetto, per non urtare, per essere più corretti nei confronti di chi non la pensa come noi.
L’iniziativa del Quotidiano La Nazione è l’esempio più significativo di questa improvvisa voglia di valori: “Riscoprire e valorizzare le nostre origini. In un delicato momento – spiega QN – in cui l’Occidente tutto cerca in ogni modo di riappropiarsi della propria identità messa a repentaglio dalle ideologie estreme, La Nazione ha pensato di lanciare un messaggio forte, in particolare alle nuove generazioni”.
Ma a che serve un presepe una volta l’anno? Ma perché rispolverare il crocifisso proprio ora come fa la Giorgetti mettendo in scena un teatrino degno della politica italiana con il sindaco Virgilio Merola che risponde: “Identificare un popolo con una religione è una cosa che appartiene al Medioevo”.
Qui qualcuno sta giocando a strumentalizzare i nostri ragazzi senza accorgersi o facendo finta che in realtà della nostra identità, della nostra cultura sappiamo ben poco. Anzi diciamolo: non ci interessa. L’ha spiegato bene Alessandro Sortino di Tv2000 nel programma “Beato chi esce” dove è andato per strada a chiedere alla gente cosa conosceva del Vangelo. Alla domanda “Quando è nato Gesù?” qualcuno ha risposto “Avanti Cristo” o “Sicuramente è nato” o ancora “E’ nato a Natale ma è risuscitato a Pasqua e a Pasquetta è Santo Stefano”. Sortino ha dimostrato quanto sappiamo poco della nostra religione.
Il problema è proprio la nostra ignoranza. Non basta certo un presepe o un crocifisso a colmare il vuoto dei nostri valori. Il vero problema in Italia è il non sapere, la mancata conoscenza che la politica o chi fa politica attraverso altri canali cerca di raggirare con il simbolismo. Non è certo un crocefisso da togliere o da mettere che ci rende cristiani o meno. Nella mia classe preferisco non avere alcun simbolo religioso eppure quest’anno ho appeso un crocifisso: l’ho preso a Lampedusa, è fatto con i resti dei barconi finiti a fondo portando quegli uomini e quelle donne di ogni religione alla ricerca della salvezza. E quel crocifisso unisce chi è islamico, cristiano, buddista o ateo.
*** Alex CORLAZZOLI, maestro giornalista, Crocefissi e presepi a scuola per combattere il terrore?, blog. ilfattoquotidiano.it', 25 novembre 2015, qui
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#FURTI_PREGIATI / La lezione più importante (Chiara Bottini)
Il secondo anno di università fu quello del professore che indossava la t-shirt con sopra un maiale. A onor del vero, la indossava sotto una camicia rosa trasparente, il che era ancora peggio. La maglietta si coglieva chiaramente: c’era stampigliato il muso di un maiale intento a grugnire. Ce ne accorgemmo tutti a un primo sguardo e l’ilarità iniziò a serpeggiare come solo l’ilarità sa serpeggiare. Il professore di editoria multimediale si presentò così a una classe di circa cento studenti, con un porco sul petto e una cravatta che richiamava le tonalità del porco, più che della camicia o della giacca, il che ci fece pensare subito che non fosse stata una svista, ma una precisa scelta di moda. Non so dire se questo segno distintivo ce lo rese subito molto simpatico o scoraggiò le nostre aspettative di un buon insegnamento, so solo che il secondo anno di università me lo ricordo a causa sua. Pian piano, saltarono fuori altri atteggiamenti bizzarri: per esempio, non usava libri di testo, ma ci invitava a comprare riviste di informatica, arrivava in facoltà a bordo di una jeep nera che pareva appena reduce da un rally nei campi e amava telefonare a sua moglie durante le lezioni. Prendeva il cellulare, componeva il numero e ci chiedeva di salutare la sua signora, poi girava il microfono verso di noi e attendeva un rimbombante: “buonasera signora!”, seguito da un applauso. Soddisfatto del nostro entusiasmo, si riportava il telefono all’orecchio e si accomiatava dalla moglie dicendole: “hai sentito?” Lo faceva sempre, nessuno sapeva perché, ma, considerati il maiale e il resto delle stramberie, avevamo archiviato la faccenda come: “è completamente matto”, e ognuno di noi era tornato a pensare all’esame da superare. Ma non facemmo l’esame con lui, perché la moglie morì. “Buonasera, signora” era malata di cancro e morì. “Buonasera, signora” veniva salutata il più possibile, il più spesso possibile e veniva fatta sorridere il più possibile, indossando abiti sconvenienti, portandola a sgommare su quella strana jeep in campagna o regalandole il coro di un centinaio di studenti, tutti per lei.
Fu la lezione più importante di sempre.
*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, scrittrice, La lezione più importante di sempre, 'linkedin.com/pulse', 25 novembre 2015, qui
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#RITAGLI / Terrorismo, basta con la colpa all'Occidente (Salman Rushdie)
Ovviamente questi pazzi si ritengono dei musulmani, citano il Corano e gridano che Allah è grande. Non si può dire che l’Islam sia la religione dell’amore e della pace se le sue espressioni mostrano esattamente il contrario. Il terrorismo è una mutazione dell’Islam. È dovuto soprattutto all’educazione e all’istruzione, alla diffusione del wahabismo in Arabia Saudita per circa due o tre generazioni. È più legato al denaro e al petrolio che a crimini dell’Occidente e della sua politica estera.
[D: Quindi i Paesi occidentali non sono responsabili del suo sviluppo?]
Ne ho abbastanza di chi dice che dobbiamo incolparci! Se io la faccio arrabbiare e lei mi uccide il mio comportamento non è una scusa, lei è sempre un assassino. Le vittime di Parigi non hanno fatto nulla, come neanche Charlie Hebdo . È nella natura della satira essere offensivi. Come dovrebbe essere una caricatura politica rispettosa? Non esiste. E che cosa hanno fatto di male gli avventori del supermercato ebraico?.
*** Salman RUSHDIE, 1947, scrittore e saggista indiano, intervistato da Britta Heidemann, Salman Rushdie: Vivete la vita «Mai cancellare ciò che amiamo», 'corriere.it', 25 novembre 2015
#SENZA_TAGLI / Adolescenti, perché non ti danno retta mentre giocano con lo smartphone (Simona Marchetti)
La capacità di fare più cose allo stesso tempo (il cosiddetto ''multitasking'') si acquisisce con l’età: ecco spiegato il motivo per il quale gli adolescenti faticano a dar retta ai genitori se stanno giocando col telefonino o guardando la tv.
Questa la conclusione a cui sono giunti i ricercatori dell’University College London Institute of Cognitive Neuroscience al termine di un esperimento condotto su due gruppi di volontarie (il primo composto da ragazze fra gli 11 e i 17 anni e il secondo da donne fra i 22 e i 30 anni): a tutte era stato chiesto di compiere un esercizio mnemonico (ovvero, ricordare un numero di 2 o 3 cifre) mentre venivano distratte da alcuni oggetti in movimento. E alla fine del test, pur ammettendo di aver faticato a far fronte al compito originariamente assegnato a causa dell’imprevisto carico mentale che si era aggiunto, le partecipanti in età adulta erano comunque riuscite ad ottenere prestazioni migliori rispetto alle under 19.
Un risultato che, a detta della dottoressa Kathryn Mills, autrice della ricerca, rafforzerebbe la teoria secondo la quale gli adolescenti non riuscirebbero ad immagazzinare input diversi contemporaneamente, se impegnati a fare altro, perché le funzioni cerebrali che permettono tale capacità si svilupperebbero completamente solo da adulti.
«Le situazioni multitasking che gli adulti riescono ad affrontare in modo efficace possono in realtà essere troppo difficili da gestire per molti adolescenti – sottolinea infatti la Mills sulla rivista Royal Society Open Science - e questo spiega il motivo per cui questi ultimi sono meno abili a compiere attività differenti quando hanno già un compito cognitivo da svolgere e possono quindi accusare un deficit nella prestazione».
*** Simona MARCHETTI, giornalista, Ecco perché gli adolescenti non danno retta ai genitori mentre giocano con lo smartphone, 'corriere.it', 25 novembre 2015, qui
mercoledì 25 novembre 2015
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