domenica 6 dicembre 2015

#RITAGLI / Birra, in Egitto più di 3mila anni fa (Paolo Martini)

La bocca di un uomo perfettamente contento è piena di birra. (Iscrizione egizia risalente all'Età del Bronzo)

Vicino all'odierna Tel Aviv sono stati trovati 17 contenitori di birra, che erano adoperati nell'Età del bronzo dagli Egizi per accumulare e conservare prodotti agricoli: è il più antico birrificio del mondo. dove veniva prodotta, più di tremila anni fa, birra a base di grano.

Su una delle ceramiche ritrovate appare, ben leggibile, la scritta sopra riportata. Del resto, nell'antico Egitto la birra, una cui tazza contrassegnava la paga-base quotidiana del manovale, era considerata anche un medicinale. In precedenza il titolo di più antica distilleria di birra lo aveva un'area archeologica che si trova a Roquepertuse, nel sud-est della Francia, dove le popolazioni celtiche avevano costruito questo impianto birrario, che risalirebbe al quinto secolo prima di Cristo.

*** Paolo MARTINI, giornalista e saggista, Tutti i numeri delle bionde, rubrica 'Cocktail Martini', 'Sette', 18 ottobre 2015


Gli Egizi attribuirono a Osiride, protettore dei morti, l’invenzione della birra ed essendo stretto il legame tra birra e immortalità, i più ricchi si facevano costruire delle birrerie in miniatura per le loro tombe. 
Ai Faraoni erano dovuti come tasse dalle città, dai territori e dalle province, migliaia e migliaia di vasi di birra e, come per i Sumeri, il salario minimo era liquido (due anfore di birra al giorno).
Birra era sinonimo di vita e le sue virtù curative erano famose: il “papiro Ebers” ci offre 600 prescrizioni mediche per alleviare le sofferenze dell’umanità  il cui ingrediente principale è la birra.
Le scuole superiori insegnavano la fabbricazione della birra prima della scrittura e della lettura, la vendita della birra in cambio di oro e argento era proibita  in quanto il venditore poteva solo esigere orzo in quantità uguale alla birra venduta, pena l’essere gettato nel fiume 
(testo e immagine dal sito  'Il Mondo di Aura', L'Egitto: l'alimentazione, qui

#SGUARDI POIETICI / Per caso mentre tu dormi (Antonio Porta)

Per caso mentre tu dormi
per un involontario movimento delle dita
ti faccio il solletico e tu ridi
ridi senza svegliarti
così soddisfatta del tuo corpo ridi
approvi la vita anche nel sonno
come quel giorno che mi hai detto:
lasciami dormire, devo finire un sogno

Antonio PORTA, 1935-1989, Per caso mentre tu dormi, da Tutte le poesie, 1956-1989, a cura di Niva Lorenzini, Garzanti, 2009.

#RITAGLI / Felicità, il diritto (Umberto Eco)

Talora mi viene il sospetto che molti dei problemi che ci affliggono – dico la crisi dei valori, la resa alle seduzioni pubblicitarie, il bisogno di farsi vedere in tv, la perdita della memoria storica e individuale, insomma tutte le cose di cui sovente ci si lamenta in rubriche come questa – siano dovuti alla infelice formulazione della Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776, in cui, con massonica fiducia nelle magnifiche sorti e progressive, i costituenti avevano stabilito che «a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità».

Sovente si è detto che si trattava della prima affermazione, nella storia delle leggi fondatrici di uno Stato, del diritto alla felicità invece che del dovere dell’obbedienza o altre severe imposizioni del genere, e a prima vista si trattava effettivamente di una dichiarazione rivoluzionaria. Ma ha prodotto degli equivoci per ragioni, oserei dire, semiotiche.

La letteratura sulla felicità è immensa, a iniziare da Epicuro e forse prima, ma a lume di buon senso mi pare che nessuno di noi sappia dire che cos’è la felicità. Se si intende uno stato permanente, l’idea di una persona che è felice tutta la vita, senza dubbi, dolori, crisi, questa vita sembra corrispondere a quella di un idiota – o al massimo a quella di un personaggio che viva isolato dal mondo senza aspirazioni che vadano al di là di una esistenza senza scosse, e vengono in mente Filemone e Bauci. Ma anche loro, poesia a parte, qualche momento di turbamento dovrebbero averlo avuto, se non altro un’influenza o un mal di denti.

La questione è che la felicità, come pienezza assoluta, vorrei dire ebbrezza, il toccare il cielo con un dito, è situazione molto transitoria, episodica e di breve durata: è la gioia per la nascita di un figlio, per l’amato o l’amata che ci rivela di corrispondere al nostro sentimento, magari l’esaltazione per una vincita al lotto, il raggiungimento di un traguardo (l’Oscar, la coppa, il campionato), persino un momento nel corso di una gita in campagna, ma sono tutti istanti appunto transitori, dopo i quali sopravvengono i momenti di timore e tremore, dolore, angoscia o almeno preoccupazione.

Inoltre l’idea di felicità ci fa pensare sempre alla nostra felicità personale, raramente a quella del genere umano, e anzi siamo indotti sovente a preoccuparci pochissimo della felicità degli altri per perseguire la nostra. Persino la felicità amorosa spesso coincide con l’infelicità di un altro respinto, di cui ci preoccupiamo pochissimo, appagandoci della nostra conquista. (...)

Quando è al contrario che, siccome non siamo delle bestie senza cuore, ci preoccupiamo della felicità degli altri? Quando i mezzi di massa ci presentano l’infelicità altrui, negretti che muoiono di fame divorati dalle mosche, ammalati di mali incurabili, popolazioni distrutte dagli tsunami. Allora siamo persino disposti a versare un obolo e, nei casi migliori, a impegnare il cinque per mille.

È che la dichiarazione d’indipendenza avrebbe dovuto dire che a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto-dovere di ridurre la quota d’infelicità nel mondo, compresa naturalmente la nostra, e così tanti americani avrebbero capito che non devono opporsi alle cure mediche gratuite – e invece vi si oppongono perché questa idea bizzarra pare ledere il loro personale diritto alla loro personale felicità fiscale.

*** Umberto ECO, 1932, semiologo, saggista, scrittore, Il diritto alla felicità, rubrica 'La bustina di minerva', 'L'Espresso', 26 marzo 2014.

LINK, articolo integrale qui


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#MOSQUITO / Democrazia e impresa, condizione di libertà (Franklin Delano Roosvelt)

La libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di vita accettabile. (...) 
Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l’efficacia dell’impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione più equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta.

*** Franklin Delano ROOSVELT, 1882-1945, 32° presidente Usa, anni 1933-1945, testo del 1938, citato da Luciano Gallino, Democrazia e grande impresa, ‘MicroMega’, n. 4, 2011


sabato 5 dicembre 2015

#PIN / Libri e felicità (MasFerrario)


MOSQUITO / Servitù volontaria, basta smettere (Étienne De la Boétie)

Colui che vi domina così tanto ha solo due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di diverso da quanto ha il più piccolo uomo del grande e infinito numero delle vostre città, eccetto il vantaggio che voi gli fornite per distruggervi. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se voi non glieli forniste? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi, se non le prendesse da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, donde gli verrebbero se non fossero i vostri? Ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come oserebbe attaccarvi se voi stessi non foste d’accordo? Che male potrebbe mai farvi, se voi non fa-ceste da palo al ladrone che vi saccheggia, se non foste complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi? Voi seminate i vostri campi affinché egli li devasti; arredate le vostre case per farvele derubare; allevate le vostre figlie per soddisfare la sua lussuria, nutrite i vostri figli perché nella migliore delle ipotesi li mandi a combattere le sue guerre, li spedisca al macello, li faccia strumenti della sua avidità ed esecutori delle sue vendette. Vi ammazzate di fatica perché egli possa trastullarsi e sguazzare nei suoi turpi piaceri. Vi indebolite affinchè egli diventi più forte e più duro per stringervi la briglia. E da cose cosi spregevoli, di cui le stesse bestie non hanno sentore e che non sopporterebbero, potete liberarvi senza neanche provare a farlo, ma solo provando a volerlo. Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi; non voglio che vi scontriate con lui o che lo facciate crollare, limitatevi a non sostenerlo più, e lo vedrete, come un grande colosso cui sia stata sottratta la base, cadere d’un pezzo e rompersi. 

*** Étienne DE LA BOÉTIE, 1530-1563, filosofo, scrittore, giurista, politico francese, Discorso sulla servitù volontaria, testo clandestino fino al 1572, anno della prima pubblicazione con il titolo II contro uno, Chiarelettere, 2011


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#CIT / Denaro e poveri (Ettore Petrolini)

Ettore PETROLINI, 1884-1936
attore, drammaturgo, scrittore, sceneggiatore italiano
citato da Nicola Cacace, Un contributo dei più ricchi per arginare la crisi
‘l’Unità’, 29 luglio 2011

FAVOLE & RACCONTI / I due Angeli (M. Ferrario)

I due angeli erano in volo dal mattino e ormai il sole stava tramontando. 
Era il loro primo giorno di viaggio. 
L’Angelo del Paradiso aveva invitato un centinaio di angeli a dividersi in coppie e a cominciare a visitare la Terra per conoscere gli uomini e magari, discretamente, aiutare i più bisognosi. 

#SGUARDI POIETICI / Le isole fortunate (Fernando Pessoa)

Quale voce viene sul suono delle onde 
che non è la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace, 
proprio per esserci messi ad ascoltare. 

E solo se, mezzo addormentati, 
udiamo senza sapere che udiamo, 
essa ci parla della speranza 
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo. 

Sono isole fortunate, 
sono terre che non hanno luogo, 
dove il Re vive aspettando. 
Ma, se vi andiamo destando, 
tace la voce, e solo c’è il mare. 

*** Fernando PESSOA, 1888-1935, poeta e scrittore portoghese, Le isole fortunate, in 44 poesie, Miti Mondadori, Milano, 1996.


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#FURTI_PREGIATI / Giovani, futuri pensionati certamente sfigati (Chiara Bottini)

In questi giorni si parla molto del fatto che i nati negli anni 70-80 avranno, forse, una pensione da fame e non si sa bene come sopravviveranno alla dipartita dei propri genitori che, attualmente, li supportano con quei quattro spicci rimanenti dei loro risparmi.

Non è certo una problematica dei pensionati di lusso o degli ex parlamentari, ma di quelli come mia mamma, per esempio, che faceva l’insegnante e andò in pensione col minimo per dedicarsi alla famiglia che aveva bisogno di lei.

Ma questa è un’altra storia. Una storia che oggi vale meno di 900 euro.

Naturalmente, a 40 anni, rientro perfettamente nella categoria dei futuri (o attuali) sfigati, costretti a dare tutto per non avere niente e le mie sensazioni oscillano da un isterico “Paese di merda” a un più razionale “devo agire adesso per cambiare le cose e non trovarmi male se non dovessi crepare presto” a un delirante “machissenefrega, me ne andrò a Termini a fare la barbona, intanto mi sarò spesa tutto e avrò goduto la vita”.

Mentre selezionavo la posizione esistenziale adatta alle grandi occasioni, mi sono ricordata di uno dei miei tentativi di crearmi un cuscinetto economico per il futuro, terrorizzata da questa cosa che è il domani e fortemente intenzionata a capire come muovermi dentro una materia che è talmente tanto – troppo – per addetti ai lavori, da non lasciare alcun margine di comprensione REALE a un piccolo risparmiatore. Forse è questo che fa davvero paura: non riuscire a capire. Non trovare sollievo nelle informazioni, così terribilmente tecniche, sfaccettate, piene di vocaboli oscuri, non essere così fortunati da trovare chi possa consigliarci per il meglio, mettendoci in condizione di scegliere, provando, così, a ridurre la sensazione che non ce la faremo.

Quell’incontro, generò questo post, che ripropongo, con la sola finalità di farci una risata – amara – e trovare in noi stessi la forza di non avere paura. Almeno, non ancora.
« 
Allora, incontro un consulente per stipulare una pensione integrativa.
Il tenore di due ore di conversazione fu, più o meno, questo:
"Ormai, visto che avremo solo quello che ci capita, tocca prendere in mano la situazione e non aspettarsi il 12%, con investimento annuo, ma puntare a un onesto 3%, considerando che lo spread è sceso, ma non si può più mentire e parlare di investimento, ma bisogna parlare di risparmio vincolato che, a partire da 15 anni e con versamenti costanti, si recupera quell’un-per-cento che sarebbe addizionale Irpef, ma non viene più scaricato perché Renzi ha cambiato la legge, se, poi, consideri il prospetto – diapositiva di lui che mi sventola sotto il naso un prospetto simile a formiche a passeggio – vedi? vedi questa colonna? – io non vedo la colonna – questa significa che, quando il tasso si alzerà dello 0,75, il deposito, comunque non inciderà così tanto sulla somma finale. Poi, è chiaro che, se superi i 55 anni e pensi di riprenderli come rendita, va bene. Lo Stato dice che va bene. Certo, ipotizzando una svalutazione di due punti, non sarà mai come per i nostri genitori, ma dovremo considerare un tempo più lungo, tipo 65 anni, perché sei donna. Che ne pensi?"
»
Penso che stasera vado a mangiare al cinese.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, Più che futuri pensionati, attuali spaventati, 'linkedin.com/pulse', 3 dicembre 2015, qui 

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giovedì 3 dicembre 2015

#PIN / Rileggere, rivivere (MasFerrario)


#SPOT / Genocidi


Per genocidio dei nativi americani, detto anche genocidio indiano, olocausto americano (in inglese American Holocaust o Indian Holocaust) o catastrofe demografica dei nativi americani, si intende il calo demografico e lo sterminio dei nativi americani (detti anche indiani d'America, pellerossa o, nel centro-sud America, indios e amerindi), avvenuto dall'arrivo dei bianchi alla fine del XIX secolo, periodo in cui, si ritene che un numero tra i 50 e i 100 milioni di nativi morirono a causa dei colonizzatori, come conseguenza di guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano assolutamente difese, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio, poiché considerati barbari. Per altri la cifra supera i 100 milioni di morti in 500 anni, fino ad arrivare a 114 milioni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_dei_nativi_americani

#MOSQUITO / Serenità, spendere utilmente la giornata (Enzo Biagi)


Ho conosciuto un uomo felice che viveva solo in un villaggio, Pekola, tra i boschi della Finlandia, con un cane al quale aveva insegnato, per divertire i bambini, il salto mortale, e un cavallo orbo, scartato dall’esercito. Il suo nome era Robert De Caluwè, ma i ragazzi lo chiamavano Padre Robert. Parlava otto lingue e sapeva adoperare anche l’accetta e il piccone. La sua casa era fatta con i tronchi d’albero, e anche la piccola chiesa.

Appena si faceva giorno, Padre Robert faceva squillare la campanella, la civetta smetteva di cantare e attaccavano i merli e le ghiandaie.

Lui andava in cappella a celebrare la gloria del Signore. Nei paesi vicini vivevano quattro o cinque cattolici: li vedeva, qualche volta, la domenica e la notte di Natale. Quando Padre Robert diceva: «Andate, la messa è finita», il cagnetto si allontanava scodinzolando. 

Gli piaceva pensare che forse un giorno sarebbe stato possibile andare nel Paese dei comunisti a predicare il Vangelo. È arrivato, ma io non so più nulla di Padre Robert, di quello che è stato di lui. 

Al momento in cui ci congedammo, mi disse: «Vorrei essere sereno come l’operaio che ha speso utilmente la sua giornata, sereno senza orgoglio. Lei conosce Bernanos: “La grazia consiste nel dimenticarsi”».

*** Enzo BIAGI, 1920-2007, scrittore e giornalista, Odore di cipria, Rai-Eri Rizzoli, 1999


#CIT / Mordere la mano che ti nutre (Thomas Szasz)

Thomas SZASZ, 1920-2012
psichiatra e attivista statunitense di origine ungherese
da Schizofrenia, 1976, traduzione di Orio Buonomini, Armando, 1984

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#SGUARDI POIETICI / Notte di dicembre (David Herbert Lawrence)

Togliti la mantella, il cappello
e le scarpe, e fermati al mio focolare
dove nessuna donna si è mai seduta.

Ho fatto il fuoco più vivido; lasciamo
tutto il resto nel buio, e sediamo
accanto alla luce della fiamma.

Il vino è tiepido sul focolare;
riflessi vanno e vengono.
Riscalderò le tue membra con i baci
finché risplendano.

*** David Herbert LAWRENCE, 1885-1930, poeta, scrittore, drammaturgo, pittore statunitense, Notte di dicembre, da Poesie, a cura di Giuseppe Conte, Mondadori, 1987

https://it.wikipedia.org/wiki/David_Herbert_Lawrence

#RITAGLI / Insegnanti, patologie psichiatriche sopra la media (Salvo Intravaia)

(...) in Germania si scopre che gli 800mila docenti in servizio negli anni 2011/2013 conducono uno stile di vita più sano della popolazione generale e, contrariamente agli stereotipi sulla categoria, fanno meno assenze per malattia dal lavoro rispetto ai lavoratori iscritti allo stesso sistema mutualistico sanitario. Ma si ammalano di patologia psichiatrica molto di più di tutti gli altri lavoratori. (...)

Nel nostro Paese, il primo lavoro sul tema è stato condotto nel 2004 dal medico Vittorio Lodolo D'Oria, che all'epoca faceva parte della commissione medica che rilasciava i certificati di idoneità al lavoro in provincia di Milano. D'Oria si accorse che l'incidenza della patologia psichiatrica tra i docenti era superiore a quella di qualsiasi altra categoria. Oggi, gli unici studi italiani condotti in Lombardia e in Piemonte parlano di un 80% di cause psichiatriche per i docenti che vengono dichiarati non più idonei a stare dietro la cattedra. (...)

*** Salvo INTRAVAIA, giornalista, Stress da cattedra, allarme in tutta Europa. Ma l'Italia fa finta che non esista, 'la Repubblica', 28 novembre 2015

LINK, articolo integrale qui

#MOSQUITO / Natale, è andato al supermercato passando per la tv (Paolo Landi)

Tu vorresti 4 regali per Natale: le statistiche dicono che ne ricevi 11. Preferiresti una cosa piccola, una sorpresa. Ricevi invece regali enormi. È una società affetta da gigantismo, la nostra. Dove i regali non si comprano più in un semplice negozio ma all’Ipermercato. E cosa c’è di meglio per un genitore inadem-piente, divorziato o troppo occupato del regalare qualcosa di ‘enorme’, così grande da tacitare, almeno per un po’, la propria coscienza? C’era una volta un bambino che si addormentava la sera con il suono caldo della voce della mamma o del papà. Oggi la mamma, il papà e il bambino si addormentano tutti e tre davanti allo schermo gelido della televisione. 

*** Paolo LANDI, saggista e docente al Politecnico di Milano, Volevo dirti che è lei che guarda te. La televisione spiegata ai bambini, Bompiani, Milano, 2006. 


#RITAGLI / Regali, liberiamoci delle ricorrenze (Edoardo Lombardi Vallauri)

[I regali] hanno una funzione duplice e contraddittoria. Ci sono i doni che avvicinano due persone. E ci sono anche quelli fatti per liberarsi di qualcuno. E forse sono la maggioranza. 

[D: Liberarci?] 
Sono i regali di sdebitamento. Quando riceviamo un favore, avvertiamo una dipendenza: ci sentiamo ‘in debito’. Allora comperiamo un oggetto - non importa quale, basta che abbia un valore un po’ inferiore al costo venale del favore avuto - per liberarci di quel vincolo che ci mette a disagio. C’è una frase spesso pronunciata da chi riceve questo genere di dono: «Ma non dovevi...». Chiaro? Allo stesso modo possiamo fare un regalo per creare nell’altro una dipendenza. Risposta tipica in questi casi è «Mi metti in imbarazzo». Cioè, ora sono in obbligo verso di te. Infatti la frase «Sono obbligato» è un modo di dire ‘grazie’. In portoghese ‘grazie’ si dice ‘obrigado’». 

[D: Questo genere di scambio sarebbe prevalente?] 
La controprova è che, nelle famiglie, nessuno pensa a pareggiare questi conti. Tutti hanno un credito e un debito inesauribile gli uni verso gli altri. Può succedere, però, anche tra parenti o amici che ci si "sdebiti" con un regalo per non rischiare di inquinare l’equilibrio di un rapporto». 

[D: Insomma, esiste o no il dono perfetto?] 
So-no pochi perché possibili solo se riesci a indovinare i desideri di una persona. Provare affetto, conoscersi bene è indispensabile. Il dono perfetto sa creare un ponte tra due individui: quel regalo, che tu volevi, contiene anche un po’ di me, non potevi riceverlo altri che da me. (...) 

[D: Detto questo, lei che regali fa a Natale?] 
Nessuno, e pretendo di non riceverne. Non significa che non faccia regali, ma preferisco che l’occasione sia una libera scelta. Se in questo momento le donassi un mio oggetto, al quale tengo molto, è evidente che avrebbe un senso più vero di uno consegnato a Natale o al suo compleanno, obbedendo a un obbligo sociale.

[D: Che male ci sarebbe?] 
Sa che cos’ha di decisivo una ricorrenza? Segnala che la terra ha compiuto un giro completo attorno al sole. E chi se ne importa! Nel rapporto tra due persone c’è di meglio a cui pensare. 

*** Edoardo LOMBARDI VALLAURI, 1963, glottologo e saggista, docente all’università di Roma 3, intervistato da Manuela Campari, ‘Io Donna’, 22 dicembre 2007

#LINK / Lavoro, meno disoccupati, più scoraggiati (repdata)

Gli ultimi dati Istat: il tasso di senza lavoro p ai minimi da tre anni (11,5%: leggi l'articolo).
Ma le notizie non sono tutte positive: gli occupati calano e molti non cercano neanche più impiego, andando a rimpolpare la schiera di "inattivi"

LINK, I numeri del lavoro: scende il tasso di disoccupazione, ma aumentano gli scoraggiati, 1 dicembre 2015, qui 

#LINK / Anidride carbonica, emissioni nel mondo (repdata)

Emissioni di anidrite carbonica nel mondo.
Il rapporto diffuso da Oxfam Italia.
Clima: "Il 50% delle emissioni globali dipende dal 10% prodotto dal mondo ricco", 2 dicembre 2015

LINK, dati e articolo qui

mercoledì 2 dicembre 2015

#PIN / Libri (MasFerrario)


#VERSETTI SATIRICI / L'elezzione der Presidente (Trilussa)

Un giorno tutti quanti l'animali
Sottomessi ar lavoro
Decisero d'elegge' un Presidente
Che je guardasse l'interessi loro.
C'era la Societa de li Majali,
La Societa der Toro,
Er Circolo der Basto e de la Soma,
La Lega indipendente

Fra li Somari residenti a Roma,
C'era la Fratellanza
De li Gatti soriani, de li Cani,
De li Cavalli senza vetturini,
La Lega fra le Vacche, Bovi e affini...
Tutti pijorno parte a l'adunanza.

Un Somarello, che pe' l'ambizzione
De fasse elegge' s'era messo addosso
La pelle d'un leone,
Disse: - Bestie elettore, io so' commosso:
La civirtà, la libbertà, er progresso...
Ecco er vero programma che ciò io,
Ch'è l'istesso der popolo! Per cui
Voterete compatti er nome mio... -
Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
E allora solo er popolo bestione
S'accorse de lo sbajo
D'ave' pijato un ciuccio p'un leone!
- Miffarolo!... Imbrojone!... Buvattaro!...
- Ho pijato possesso,
- Disse allora er Somaro - e nu' la pianto
Nemmanco si morite d'accidente;
Silenzio! e rispettate er Presidente!

*** TRILUSSA, (Carlo Alberto Salustri), 1871-1950, poeta, scrittore, giornalista, L'elezzione der Presidente, 1930, anche in 'Origami', n. 2, 18 novembre 2015


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#COSE_PASSATE / Cinque lire, cagnolino che si piega, pellicola fotografica

5 lire del 1953
(via pinterest)

° ° °

Cagnolino che si piega
(via pinterest)

° ° °

Pellicola fotografica
(via pinterest)

#CIT / Stupido, ingenuo, saggio (Thomas Szasz)

Thomas SZASZ, 1920-2012
psichiatra e attivista statunitense di origine ungherese
da The Second Sinn, 1973 

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#MOSQUITO / Natale, come l'abbiamo ridotto (Corrado Augias)

Ho scritto che il Natale ricorda una festa pagana per due evidenti caratteristiche che è venuto assumendo diciamo nell’ultimo mezzo secolo. 
La prima è la corsa ai regali e ai consumi alla quale quasi tutti, nei limiti delle rispettive possibilità, s’abbandonano. Anche durante i Saturnali avveniva qualcosa del genere. A Roma le feste in onore di Saturno duravano anche un’intera settimana ed erano un periodo di sovvertimento delle regole e di grandi scambi di regali. Si consentiva perfino agli schiavi di criticare i loro padroni. Circostanza colta da Orazio per una delle sue grandi Satire (11,7) nella quale uno schiavo rimprovera il padrone di essere lui, tra i due, il più asservito in quanto prigioniero delle sue passioni: «Non sai stare un’ora sola con te stesso / come uno schiavo che fugge senza meta / eviti di guardare dentro di te». Rimprovero di attualissimo sapore. 
L’altra caratteristica è la perdita del carattere sacro della ricorrenza diventata ormai occasione di vacanze che la festività del Capodanno (quando si festeggia la cir-concisione di un bambino ebreo) prolunga piacevolmente. Tra i Saturnali e il Natale c’è coincidenza? Gli studiosi sono discordi. E’ un fatto che i Saturnali andavano dal 17 al 23 dicembre ed è un fatto che, soppiantati i Saturnali, i romani festeggiavano il solstizio d’inverno nel giorno del ‘sol invictus’ che cadeva appunto il 25 dicembre. Che quella data sia stata scelta per la nascita di Gesù ha dunque solide ragioni nelle credenze popolari preesistenti al cristianesimo. Che poi noi l’abbiamo ridotta cosi, quella è solo colpa nostra. 

*** Corrado AUGIAS, giornalista e scrittore, rubrica ‘lettere’, ‘La Repubblica’, 4 novembre 2007


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#SGUARDI POIETICI / Solo e niente più che uomini (M. Ferrario)

Pensando alle guerre, al terrorismo, 
al degrado del Pianeta

Mi ha detto:
«Guardati in giro, 
come si fa ad avere ancora fiducia 
nell'uomo?».
Gli ho detto:
«Hai ragione,
come si fa ad avere ancora fiducia 
nell'uomo?».

Mi ha domandato:
«E allora?».
Gli ho domandato:
«In cos'altro possiamo avere fiducia?».

Si è confidato:
«Io sono disperato».
Ho concordato:
«Anch'io, sono disperato».

Ha insistito:
«Non ho più speranza»
Ho confermato:
«Anch'io, non ho più speranza».

Mi ha domandato:
«Quindi anche tu hai smesso di 
sperare?»
Gli ho risposto:
«No, io spero 
- ma senza speranza, disperatamente».

Ha commentato:
«Ti contraddici».
Ho ammesso:
«Sì, mi contraddico».

Ha aggiunto:
«Non è bene contraddirsi».
Ho detto:
«Forse non resta che contraddirsi».

Siamo rimasti in silenzio
- a lungo -
a sentire il male del mondo.

Poi ho parlato a me stesso:
«Siamo uomini 
- solo e niente più che uomini -.
E non abbiamo che gli uomini in cui 
- assurdamente disperatamente -
credere: 
anche quando sembra che non ci sia più 
nulla 
in cui credere e sperare
e l'uomo non meriti
- noi uomini non meritiamo -
la nostra 
speranza».

*** Massimo Ferrario, Solo e niente più che uomini, dicembre 2015, per Mixtura

#RITAGLI / Ambiente, chi più consuma più paghi (Thomas Piketty)

(...) Se ci atteniamo agli obbiettivi di riduzione delle emissioni presentati dagli Stati, i conti non tornano. Siamo avviati lungo una traiettoria che porta verso un riscaldamento superiore ai tre gradi e forse più, con conseguenze potenzialmente cataclismatiche, in particolare per l’Africa, l’Asia meridionale e il Sudest asiatico. Anche nell’ipotesi di un accordo ambizioso sulle misure di mitigazione delle emissioni, è già sicuro che l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature provocherà danni considerevoli in molti di questi Paesi. Si calcola che sarebbe necessario mettere in campo un fondo mondiale da 150 miliardi di euro l’anno per finanziare gli investimenti minimi necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici (dighe, ridislocazione di abitazioni e attività ecc.). Se i Paesi ricchi non riescono nemmeno a mettere insieme una somma del genere (appena lo 0,2 per cento del Pil mondiale), allora è illusorio pretendere di convincere i Paesi poveri ed emergenti a fare sforzi supplementari per ridurre le loro emissioni future. Al momento le somme promesse per l’adattamento sono inferiori a 10 miliardi.

Si sente spesso dire, in Europa e negli Stati Uniti, che la Cina ora è il primo inquinatore a livello mondiale e che adesso tocca a Pechino e agli altri Paesi emergenti fare degli sforzi. Dicendo questo, però, ci si dimentica di parecchie cose. Innanzitutto che il volume delle emissioni dev’essere rapportato alla popolazione di ogni Paese: la Cina ha quasi 1,4 miliardi di abitanti, poco meno del triplo dell’Europa (500 milioni) e oltre quattro volte di più del Nordamerica (350 milioni). In secondo luogo, il basso livello di emissioni dell’Europa si spiega in parte con il fatto che noi subappaltiamo massicciamente all’estero, in particolare in Cina, la produzione dei beni industriali ed elettronici inquinanti che amiamo consumare. 

Se si tiene conto del contenuto in CO2 dei flussi di importazioni ed esportazioni tra le diverse regioni del mondo, le emissioni europee schizzano in su del 40% (e quelle del Nordamerica del 13%), mentre le emissioni cinesi scendono del 25%. Ed è molto più sensato esaminare la ripartizione delle emissioni in funzione del paese di consumo finale che in funzione del paese di produzione. Constatiamo in questo modo che i cinesi emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica l’anno e per persona (più o meno in linea con la media mondiale), contro 13 tonnellate per gli europei e oltre 22 tonnellate per i nordamericani. In altre parole, il problema non è solamente che noi inquiniamo da molto più tempo del resto del mondo: il fatto è che continuiamo ad arrogarci un diritto individuale a inquinare due volte più alto della media mondiale.

Per andare oltre le contrapposizioni fra Paesi e tentare di far emergere delle soluzioni comuni, è essenziale sottolineare anche che all’interno di ciascun Paese esistono disuguaglianze immense nei consumi energetici, diretti e indiretti (attraverso i beni e i servizi consumati). A seconda delle dimensioni del serbatoio dell’auto, della grandezza della casa, della profondità del portafogli, a seconda della quantità di beni acquistati, del numero di viaggi aerei effettuati ecc., si osserva una grande diversità di situazioni. (...)

Per andare sul concreto, i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica per anno e per persona. La metà che inquina meno, 3,5 miliardi di persone, dislocate principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico (le zone più colpite dal riscaldamento climatico) emettono meno di 2 tonnellate per persona e sono responsabili di appena il 15% delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, 70 milioni di individui, evidenzia emissioni medie nell’ordine di 100 tonnellate di CO2 pro capite: da soli, questi 70 milioni sono responsabili di circa il 15% delle emissioni complessive, quanto i 3,5 miliardi di persone di cui sopra.

E dove vive questo 1% di grandi inquinatori? Il 57% di loro risiede in Nordamerica, il 16% in Europa e solo poco più del 5% in Cina (meno che in Russia e in Medio Oriente, con circa il 6 per cento a testa). 
Ci sembra che questi dati possano fornire un criterio sufficiente per ripartire gli oneri finanziari del fondo mondiale di adattamento da 150 miliardi di dollari l’anno. L’America settentrionale dovrebbe versare 85 miliardi (lo 0,5 per cento del suo Pil) e l’Europa 24 miliardi (lo 0,2 per cento del suo Pil). Queste conclusioni probabilmente saranno sgradite a Donald Trump e ad altri. Quel che è certo è che è arrivato il momento di riflettere su criteri di ripartizione basati sul concetto di un’imposta progressiva sulle emissioni: non si possono chiedere gli stessi sforzi a chi emette 2 tonnellate di anidride carbonica l’anno e a chi ne emette 100. (...)

*** Thomas PIKETTY, 1971, econimista francese, L’Occidente inquina di più. Ora paghi per i suoi consumi, 'la Repubblica', 1 dicembre 2015, © Thomas Piketty-Le Monde, traduzione di Fabio Galimberti.

LINK, articolo integrale qui

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#LINK / Stipendi, la classifica delle province (jobpricing)

L'osservatorio JobPricing per Repubblica.it: tra la prima e l'ultima provincia si va da 34mila a 22mila euro

Il cuore della Lombardia ha gli stipendi più alti della Penisola, quello della Sardegna i più poveri. 
E' la provincia di Milano, infatti, a garantire le retribuzioni annue lorde più pesanti, secondo la rilevazione dell'Osservatorio Jobpricing per Repubblica.it, con un livello che supera i 34.500 euro. 
Nel medio-campidano, invece, si scende sotto la soglia di 22.500 euro, per una sforbiciata di oltre un terzo dell'assegno.

*** la Repubblica, Stipendi, la classifica delle province: Milano domina, chiude il Medio Campidano, 'la Repupplica', 30 novembre 2015

LINK, dati statistici qui

#SENZA_TAGLI / Stress, ti toglie 33 anni di vita (Ilaria Betti)

Un ambiente di lavoro ostile e stressante può ridurre (di molto) la nostra aspettativa di vita. 
A dirlo è un gruppo di ricercatori della Harvard University e della Stanford University, che hanno quantificato gli anni che ci verrebbero portati via. Sarebbero 33: un arco di tempo molto vasto che si riduce per determinate categorie sociali, meno a rischio di altre.

Mappando l'aspettativa di vita negli Stati Uniti, gli studiosi si sono resi conto che, in alcune zone, questa era più alta di almeno 33 anni rispetto ad altre. Per qualche motivo? Dal momento che i livelli di stress variano da persona a persona, i ricercatori hanno diviso un gruppo di volontari in 18 parti, secondo l'etnia, il sesso e il grado di educazione. Poi hanno preso in considerazione 10 fattori legati al posto di lavoro (inclusi gli orari, i turni, lo squilibrio famiglia-lavoro, l'assenza di un'assicurazione, gli ipotetici licenziamenti) e li hanno messi in relazione ai dati sulla mortalità annuale e sull'aspettativa di vita.

Analizzando i risultati, gli studiosi si sono resi conto che a subire lo stress maggiore e a finire in posti di lavoro poco raccomandabili sarebbe soprattutto chi ha ricevuto un basso livello di educazione. Secondo uno studio precedente, infatti, gli uomini e le donne con meno di 12 anni di studi alle spalle avrebbero la stessa aspettativa di vita di un adulto vissuto negli anni '50 o '60.

Ma anche altre componenti giocherebbero un ruolo fondamentale: la precarietà, i frequenti licenziamenti o i periodi di stallo alla ricerca di un nuovo lavoro avrebbero, più di tutti, l'effetto di "accorciare" la vita. Sia per gli uomini sia per le donne proprio il non avere un controllo sulla propria vita professionale rappresenterebbe il maggiore ostacolo. Ad "uccidere" il sesso femminile sarebbero soprattutto i turni stancanti, mentre il sesso maschile sarebbe molto più spaventato dal clima di insicurezza generale.

"Abbiamo bisogno di creare ambienti di lavoro più salutari soprattutto per i lavoratori con uno scarso livello di educazione - si legge in un articolo del Washington Post, "Your job is literally killing you", dedicato alla ricerca -. Per fortuna molti di questi problemi, inclusi i turni e le lunghe ore in ufficio, il lavoro non retribuito, possono essere risolti semplicemente modificando le policy negli uffici".

*** Ilaria BETTI, giornalista, "Lo stress al lavoro ti toglie 33 anni di vita". Una ricerca rivela che un ambiente ostile può accorciare l'aspettativa di vita, 'l'Huffington Post', 2 novembre 20015, qui


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martedì 1 dicembre 2015

#LINK / Si avvicina Natale

Lisi MARTIN, 1944
artista disegnatore spagnolo
(via pinterest)


L'anno scorso per Natale, in Mixtura, avevo diffuso alcuni contributi.
Mi piace farli rivivere anche nel 2015.
Chi vuole li trova ai link qui sotto. (mf)

#EXLIBRIS / Natale, una volta (Dino Buzzati)qui
#FILASTROCCHE / Filastrocca di Natale, proviamoci (M. Ferrario)qui
#RITAGLI / Festività di 'precetto' e gli atei (Uaar), qui
#SGUARDI POIETICI / Lettera di Natale (Maria Luisa Spaziani), qui
#VIDEO #CARTONI / Babbo Natale, due chicche (Walt Disney) (1932-1933), qui

#MOSQUITO / Poeti, e versificatori (Philip Sidney)

Non sono la rima e i versi a fare un poeta, non più di quanto una toga faccia di un uomo un avvocato (...) 
[Ciò] che contraddistingue il poeta è invece l'atto di plasmare immagini significative di vizi, virtù o altre passioni, unitamente al loro dilettevole insegnamento. (...)
[La conoscenza suprema consiste] nella conoscenza di sé e nella riflessione etica e politica con lo scopo non solo di ben conoscere ma anche di ben agire. 

*** Sir Philip SIDNEY, 1554-1585, poeta inglese, Elogio della Poesia, a cura di Marco Pustianaz, il melangolo, 1989, citato da Nuccio Ordine, Tra poeti e verificatori c'è una differenza, rubrica 'ControVerso','Sette', 2 ottobre 2015


#SENZA_TAGLI / Camuffare il Natale? (Massimo Gramellini)

Ma che senso ha camuffare il Natale da festa dell’inverno? Chi in coscienza si può considerare offeso o emarginato da «Tu scendi dalle stelle»? Perché la visita di un vescovo a una scuola multietnica di Sassari viene bocciata dal consiglio degli insegnanti con la solita, stucchevole e a questo punto irritante storiella del «rispetto di tutte le sensibilità»? Sulla vicenda aleggia un gigantesco equivoco che porta a confondere la religione con l’identità. Ho conosciuto un mangiapreti formidabile che cantava «Tu scendi dalle stelle» nel coro del quartiere e non passava anno senza che sulle sue guance laiche non si parcheggiasse una lacrima: pensava alla nonna che gliel’aveva insegnata da bambino. E ho ascoltato noti smoccolatori discettare con proprietà e passione di dipinti sacri. Il cristianesimo è una parte fondante della nostra storia. Spiritualmente mi sento molto attratto dalle religioni orientali, ma mi darebbe fastidio se la scalinata del Gange si spostasse sul lungotevere davanti a Castel Sant’Angelo (per quanto, come sporcizia, ormai siamo lì). 

Chi approda in Italia per migliorarsi la vita o per istinto di sopravvivenza può confessare la religione che gli garba, perché anche il liberalismo fa parte della nostra identità. Ma deve accettare senza troppi turbamenti il fatto di non essere precipitato sulla Luna, ma arrivato in una terra che ha alle spalle, e sulle spalle, millenni di memoria. Se le nostre usanze lo irritano, si faccia in modo di spiegargliele, trovando i punti di contatto con le sue. Ma se si rinuncia a farlo per compiacerlo, non si diventa più accoglienti. Soltanto più vili. 

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Non possiamo non dirci, 'La Stampa', 1 dicembre 2015, qui


in Mixtura altri 8 contributi di Massimo Gramellini qui

#SPOT / Se non è amore questo

(paolo, flickr.com, via pinterest)

#VIDEO / The Activist (Chiara Bisconti)


Chiara BISCONTI, assessore al Comune di Milano
The Activist, TedxMilanoWomen, maggio 2015
(video, 15min06)

Un intervento tutto giocato all'interno del motto di Gandhi: 'sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo'. 
Una testimonianza diretta, appassionata e convinta, di quanto questo motto possa ispirare la vita e guidare le azioni. 
Chiara Bisconti, oggi assessore al comune di Milano nella giunta Pisapia, viene da un'esperienza aziendale che le ha consentito di iniziare a giocare il suo ruolo di 'agente di cambiamento'.
Ce ne parla in questo video, fornendo esempi concreti di come si possa cambiare concretamente le cose partendo dalla nostra iniziativa: immaginando di avere 'carta bianca' per modificare la realtà. (mf)

#SENZA_TAGLI / Presepi, Bataclan e leggi speciali: ma che Occidente difendiamo? (Stefano Feltri)

Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.

L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?

Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali. 

Parentesi: ci sono tanti sacerdoti che faticosamente cercano di spiegare che il Natale cristiano non è l’albero, il presepe, Babbo Natale e i regali, che cantare Tu scendi dalle stelle è un modo di dimostrare partecipazione a un evento che per chi crede è l’inizio della storia della salvezza. Le canzoni e le statuine non sono il Natale, ma solo una sua manifestazione esteriore, superficiale, irrilevante. Non capirlo significa indulgere all’idolatria cosa che, stando alla Bibbia, è un peccato piuttosto serio. Chiusa parentesi.

Poi ci sono i fatti: nella sua lettera ufficiale il preside Marco Parma spiega che “l’unico diniego che ho opposto riguarda la richiesta di due mamme che avrebbero voluto entrare a scuola nell’intervallo mensa per insegnare canti religiosi ai bambini cristiani: cosa che continuo a considerare inopportuna”. Due mamme invadenti respinte. E’ scontro di civiltà o buon senso?

In questo clima di ipersensibilità dopo la strage di Parigi è facile vedere fronti della guerra di civiltà ovunque, è un messaggio politicamente semplice quello di nascondere dietro un’azione difensiva – “proteggiamo il nostro Natale” – una propensione violenta, offensiva, di aggressione contro “quelli che ci vogliono togliere anche il Natale”. Quelli, cioè loro, i musulmani, gli arabi, i terroristi, l’Isis, non fa differenza. Quelli. E allora difendiamo il presepe, perché se cade quello, in un attimo ci troviamo nell’Eurabia partorita dal delirio di Oriana Fallaci.

Scambiare i valori dell’Occidente con le sue manifestazioni esteriori, però, non è tipico solo della destra più becera alla Matteo Salvini. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi quando si è affermata la cupa espressione della “generazione Bataclan”. Il sottinteso prevalente è che il Bataclan, cioè una sala concerti, riassume l’Europa di oggi: ragazzi di tutti i Paesi, che vogliono divertirsi, con spensieratezza. E che per questo diventano un bersaglio del nichilismo terrorista. Questa sintesi, però, porta a identificare i valori dell’Occidente con un mero edonismo di superficie, la libertà con la libertà di andare in discoteca, il superamento dei nazionalismi con l’uniformità consumistica e così via.

Parlare di “generazione Bataclan”, in fondo, implica abbracciare il punto di vista dei terroristi, che non vedono un Occidente ricco di valori ma molliccio, superficiale, che pensa soltanto a svagarsi mentre in altre parti del mondo si consumano drammi e lotte cruente. La “generazione Erasmus” era quella che traduceva l’Europa in studio, cosmopolitismo, amicizie, nell’inglese lingua franca. La “generazione Bataclan” si declina invece in una birra dopo l’altra.

I capi di governo non sono da meno: François Hollande ha colto l’occasione della strage per rivendicare flessibilità di bilancio con l’Unione europea, subito si è accodato anche Matteo Renzi per l’Italia, in Francia (ma anche in Belgio) sono partiti arresti dimostrativi, sono state sospese garanzie democratiche. In Italia, dopo una prima sana calma, si è passati ad annunci di intercettazioni sulle Playstation e chissà cos’altro. Per contrastare chi vuole distruggere il nostro stile di vita – che è la democrazia, l’habeas corpus, i diritti civili e non soltanto il calendario Pirelli, l’alcol libero e le droghe tollerate – scegliamo di picconarlo da soli. Inoculare virus serve a vaccinarsi contro le malattie. Ma non sempre le metafore biologiche funzionano in politica.

L’Occidente non è il presepe o Tu scendi dalle stelle, non è il Bataclan, non è la rinuncia alla libertà personale in nome della sicurezza. Siamo meglio di così. E’ ora di ricordarlo a noi stessi. E di dimostrarlo.

*** Stefano FELTRI, giornalista e saggista, Presepi, Bataclan, leggi speciali: ma che Occidente difendiamo?, blog 'ilfattoquotidiano.it', 30 novembre 2015, qui

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#SENZA_TAGLI / Stupratori, della bellezza (Salvatore Settis)

«Dobbiamo augurarci che 
si abolisca la penosa simbiosi 
di cultura e turismo, che produce iniziative deplorevoli e rischiose 
per l’ambiente (...) perché in Italia 
il campo è invaso dal turismo di rapina»: scrivendo nel 1979, Elena Croce non poteva prevedere che nel 2013 il Turismo sarebbe confluito nel ministero dei Beni culturali. Eppure, continua, «questi danni immensi sono riparabili con una pianificazione appena razionale, svezzando i turisti dagli orrendi villaggi sulla spiaggia e da altri abusi e indecenze» (“La lunga guerra per l’ambiente”, che sarà ora riedito da Scuola di Pitagora).

Oggi imperversa sul paesaggio la retorica della bellezza, ma si moltiplicano pinete divelte, dune spianate, coste violate, valli e pianure invase da pretestuose autostrade e Tav. Dilaga l’urban sprawl, la distinzione tra città e campagna non vale più, i paesaggi urbani sono vittima di condoni, 
piani casa, sblocca-Italia. 

Il paesaggio dovrebbe essere per noi il massimo vanto. 
Perché in Italia, secondo Goethe, «le architetture sono una seconda natura, indirizzata a fini civili». Perché la nostra 
vera ricchezza non sono le grandi emergenze monumentali, ma la capillare trama di bellezza diffusa. 
Ha scritto Iosif Brodskij a proposito di Venezia: «Abbondano frivole proposte sul rilancio della città, l’incremento di traffico in Laguna... Tali sciocchezze germogliano sulle stesse bocche che blaterano 
di ecologia, tutela, restauro, paesaggio. Lo scopo di tutto questo è uno solo: lo stupro. Ma nessuno stupratore confessa di esserlo, 
anzi si nasconde dietro alta retorica e fervore lirico».

Per passare dalla retorica ai fatti, investire sulla tutela del paesaggio dovrebbe essere una priorità assoluta, e la convergenza  di Turismo e Beni Culturali in un solo Ministero ne sarebbe la premessa. Ma con quali risorse? Oggi ci sono 240 storici dell’arte nei musei, solo 137 nelle Soprintendenze territoriali (634 gli architetti): la tutela del paesaggio, colpita dal silenzio-assenso, da mancanza di personale e da bilanci ridicolmente inadeguati, è ridotta all’impotenza. E un paesaggio senza tutela è destinato 
a subire ogni stupro. 

*** Salvatore SETTIS, 1941, storico dell'arte, archeologo, già direttore della Scuola Normale di Pisa, Stupratori della bellezza, 'L'Espresso', 22 ottobre 2015, qui


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#MOSQUITO / Indifferenza, non ci sono scuse (Umberto Galimberti)

(...) È vero, la nostra psiche ha un orizzonte limitato, e il sentimento che la percorre reagisce solo a ciò che è vicino. Se muore la mia compagna di vita soffro, talvolta in modo indicibile. Se muore il mio vicino di casa mi limito a fare le condoglianze. Se i mezzi d'informazione mi dicono che in ogni secondo muoiono nel mondo dieci bambini, la notizia finisce essere solo una statistica che non voglio approfondire per non assaporare la mia impotenza. 
Vale anche il contrario: spesso le nostre idee di tolleranza sono decisamente più ampie della nostra capacità di tollerare. Disposti ad accogliere tutti i disperati della terra, registriamo qualche insofferenza se il negozietto sotto casa, che cucina per gli avventori ghyros e kebab, non ci consente di aprire le finestre della nostra abitazione al piano di sopra. Allo stesso modo proviamo un senso di repulsione se ci capita di dover salire in ascensore con uomini di colore dall'igiene incerta. In questi casi le nostre larghe vedute in tema di tolleranza subiscono un rapido restringimento perché la nostra sensibilità non è all'altezza delle nostre idee.
E allora? Allora dobbiamo educare il nostro sentimento, perché, rispetto a quando vivevamo solo tra noi, con informazioni limitate al nostro vicinato, oggi, per effetto della globalizzazione e soprattutto delle notizie che i mass media quotidianamente ci forniscono, come scrive Günther Anders (*): «I compiti del nostro sentire sono aumentati e la frattura tra questi compiti e la capacità di provare sentimenti, che probabilmente è rimasta costante, si è automaticamente ingrandita».
Se non educhiamo il nostro sentimento a portarsi all'altezza di quanto sta accadendo entriamo in quel "nichilismo passivo", denunciato da Nietzsche, che scaturisce dal fatto che il "troppo grande" ci lascia freddi se non addirittura indifferenti: alla distruzione del sistema ecologico, al proliferare delle guerre con le loro atrocità, alla distruzione dei patrimoni artistici, alle condizioni disperate e talvolta inimmaginabili dei migranti, ai loro naufragi nel mare, ai muri e ai fili spinati che tentano di difendere una terra che non è mai stata solo di chi la abita.
Di fronte a questi drammatici eventi, che hanno raggiunto una dimensione che va al di là della nostra capacità di intervento, non possiamo salvarci "sbarazzandoci" dei problemi più grandi di noi come dice Herman Melville (*), perché proprio l'inadeguatezza del nostro sentire rende possibile la ripetizione di questi terribili eventi, facilita il loro accrescersi, inceppando non solo i sentimenti dell'orrore e della compassione, ma anche il sentimento della nostra responsabilità. Che si azzera se, invece di educare il nostro sentre per portarlo all'altezza degli eventi che sono davanti ai nostri occhi, ci affidiamo pigramente a quel meccanismo di inibizione della nostra psiche, la cui sensibilità si arresta non appena gli eventi superano una certa grandezza. E per effetto di questa regola infernale, come scrive Günther Anders, «il mostruoso ha via libera».

*** Umberto GALIMBERTI, filosofo e psicoanalista i matrice junghiana, Non ci sono scuse all'indifferenza, rubrica 'risponde Galimberti', 'D', 3 ottobre 2015.
(*) Günther Anders, 1902-1992, filosofo e scrittore tedesco
(**) Herman Melville, 1819-1891, scrittore, poeta e critico letterario statunitense, Barthleby lo scrivano, 1853: «Come è vero - e tremendo - che fino a un certo punto il pensiero e lo spettacolo della miseria suscitano i nostri sentimenti migliori, ma che, in certi casi, esiste un limite oltre il quale non è più così. E sbaglia chi sostiene che tutto ciò deriva dall'innato egoismo del cuore umano: no, scaturisce semmai dal senso di impotenza che si può provare di fronte a mali troppo gravi e incurabili. Per un essere sensibile, non di rado la compassione coincide con la sofferenza. E quando si giunge finalmente a comprendere che non è sufficiente la pietà per offrire valido soccorso, il buonsenso invita l'anima a sbarazzarsene». 


In Mixtura i contributi di Umberto Galimberti qui
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#RITAGLI / Terrorismo occidentale (Noam Chomsky)

Di solito vengono definite come terrorismo le azioni perpetrate dalla parte avversa alla nostra. Così, quando l’Is decapita qualcuno siamo tutti indignati. Ma lo siamo stati molto meno quando, l’anno scorso, Israele ha invaso e bombardato Gaza, e l’attacco è stato così massiccio e distruttivo che la gente riusciva a stento a trovare pezzi dei cadaveri dei propri cari, tra le macerie delle abitazioni. Quell’attacco fu perpetrato con la scusa del terrorismo di Hamas e con le armi fornite dagli Stati Uniti. E quindi, essendo stato fatto da un nostro alleato, non l’abbiamo considerato come un atto di terrorismo. (...)

[D: Secondo lei la radice di ogni male che ci affligge è in Occidente?]
No. Non tutto il terrorismo e non tutta la violenza sono prodotto occidentale e non tutto il male viene necessariamente dall’Occidente. Nel 1975, il governo indonesiano ha invaso Timor est e ha compiuto uno dei peggiori genocidi dei tempi moderni, e - anche se appoggiato dagli Stati Uniti - l’esecutivo di Giacarta non era l’espressione dell’Occidente. Però il terrorismo jihadista cui assistiamo oggi è conseguenza dell’aggressione americana contro l’Iraq.

[D: L’Occidente ha prodotto il colonialismo, l’imperialismo, ha sterminato intere popolazioni. Però è stato anche molto inclusivo. Basti pensare a scrittori come Salman Rushdie, Hanif Kureishi, Anita Desai: figli di questa “inclusione coloniale”. Senza di loro la letteratura sarebbe più povera...]
La storia è materia complessa e contraddittoria. Pensiamo all’illuminismo, al progresso di cui è stato il portatore, al suo insegnamento etico. Ma nello stesso tempo in America, Paese fondato da illuministi, esisteva la schiavitù. E la schiavitù fu la base dell’economia moderna.

[D: Lei, citando Orwell, parla spesso delle “non persone.” Chi sono oggi le non persone?]
I profughi, i migranti. Sono trattati, non sempre ma spesso, come non-umani, come dis-umani, non degni di compassione. E del resto, sovente, gli apparati gerarchici di potere e di controllo sociale trasformano le vittime in esseri umani di serie B. (...)

[D: Torniamo al libro “Terrorismo Occidentale”. Lei parla di Vaclav Havel, il defunto presidente della Repubblica ceca e dissidente celebre, come di un “cocco dell’Occidente”. Ma Havel era un eroe...]
Havel è stato una persona molta coraggiosa e perfino eroica che si batteva per i diritti suoi e dei suoi compagni di lotta. Ma aveva poca comprensione per coloro che da un’altra parte del mondo soffrivano di regimi ancora più oppressivi. Nel 1998 ha parlato a Washington davanti al Congresso: disse che gli Stati Uniti erano un baluardo della libertà. Forse lo erano davvero, ma non per tutti, visto che una settimana prima, nel Salvador, sei intellettuali dissidenti erano stati assassinati da un’unità d’élite armata dagli Usa il cui comando godeva del sostegno dell’ambasciata americana. Sarebbe inconcepibile che la controparte di Havel, ho in mente gli intellettuali latinoamericani, agisse come lui. (...)

[D: Lei pensa davvero che l’Urss nel passato e l’odierna Russia di Putin abbiano avuto ed abbiano oggi un ruolo positivo, in quanto antidoto all’America e difensore dei popoli vittime dell’Occidente?]
No. Qualche volta poteva succedere, ma per ragioni sbagliate, speculari alle ragioni per cui gli americani appoggiavano le vittime dell’aggressione sovietica o russa. L’Urss era un mostro totalitario. (...)

[D: Quali sono le fonti delle sue speranze?]
Il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Gramsci.

*** Noam CHOMSKY, linguista, intellettuale e attivista statunitense, intervistato da Wlogek Goldkorn, Chomsky contro tutti, 'L'Espresso', 7 ottobre 2015

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