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giovedì 2 giugno 2016

#LINK / Indifferenza, è il risultato (Tiziana Campodoni)

e comunque…
l’indifferenza
che sembrerebbe una causa
è, invece, il risultato.

Sara bruciata viva dall’ex fidanzato. In fiamme ha chiesto aiuto per strada. Nessun automobilista s’è fermato a soccorrerla. Nessuno ha chiamato aiuto per lei.

L’abbiamo chiamata prudenza: “meglio di niente”, son fatti altrui, piuttosto che, io mi faccio i cazzi miei, il male minore (come se un male minore, essendo minore, smettesse miracolosamente d’essere un male) invece si chiamava indifferenza, si chiamava  codardia. (...)

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante elementare, saggista, blogger, ... e comunque l'indifferenza è il risultato, 'bluemoonandart.wordpress', 31 maggio 2016

LINK articolo integrale (con video) qui


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lunedì 18 aprile 2016

#VIDEO / Indifferentismo alla politica, una storiella (Piero Calamandrei)


Piero CALAMANDREI, 1889-1956
politico, avvocato, accademico
L'indifferentismo alla politica
tratto dal Discorso sulla Costituzione agli studenti di Milano, 26 gennaio 1955

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martedì 29 marzo 2016

#MOSQUITO / Indifferenza, e comunità di destino (Eugenio Borgna)

Sí, l’indifferenza è davvero la malattia più crudele e inesorabile della vita psichica, e in essa siamo prigionieri di un deserto della speranza che non consente alcuna reale comunicazione, alcuna sincera relazione, con il mondo delle persone e delle cose. Nella indifferenza siamo immersi in una solitudine arida e pietrificata, che nulla ha a che fare con la solitudine interiore, con la solitudine creatrice, e che diviene isolamento. Nell’isolamento diveniamo monadi senza porte e senza finestre: negati a qualsiasi slancio altruistico, e solo incentrati sui ghiacciai di un individualismo implacabile, e dilagante. Nella indifferenza si inaridisce, e si spegne, ogni possibile comunità di destino che è invece la cifra tematica, la immagine, la metafora palpitante e viva, di una condizione di vita che rende la vita degna di essere vissuta anche nel dolore e nella sofferenza, nell’angoscia e nella disperazione. Avviandomi a una preliminare definizione di comunità di destino non potrei se non dire che in essa si vuole tematizzare una visione del mondo, una Weltanschauung, nella quale si esca dalla nostra individualità, dai confini del nostro egoismo, e non si riviva il dolore, la sofferenza altrui, come qualcosa che non ci interessi, come qualcosa che non ci appartenga, come qualcosa che nemmeno sfiori la nostra ragione di vita, ma invece, e sinceramente, come qualcosa che ferisca anche noi: come qualcosa, cioè, che non ci sia estraneo, o indifferente, e nel quale si sia tutti implicati. Insomma, si forma una comunità di destino, una comunità solo visibile agli occhi del cuore, quando ciascuno di noi sappia sentire, e vivere, il destino di dolore, di angoscia, di sofferenza, di disperazione, di gioia e di speranza, dell’altro come se fosse, almeno in parte, anche il nostro destino: il destino di ciascuno di noi. Orientarsi alla costituzione di una comunità di destino, nel dolore o nella gioia, nella paura o nella speranza, significa sapersi immedesimare nel mondo emozionale dell’altro: cercando di riconoscerne e di valutarne, se sia possibile, le ragioni della angoscia, della disperazione o delle attese. Certo, la comunità di destino è solo visibile agli occhi del cuore, e non ai freddi sguardi della raison cartesiana. Creare una comunità di destino non è nemmeno impossibile, se la si sa rivivere nelle sue radici più profonde, con chi dalla sofferenza sia trascinato a tentare il suicidio come spes contra spem: come ultimo gesto di una speranza perduta, e ancora desiderata.

*** Eugenio BORGNA, 1930, medico, psichiatra, saggista, da Aldo Bonomi e Eugenio Borgna, Elogio della depressione, Einaudi, 2011


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venerdì 18 marzo 2016

#RITAGLI / Lager, basta far finta di nulla (Primo Levi)

(...) [D: Sapevate quello che stava accadendo in Germania?]
Abbastanza poco, anche per la stupidità, che è intrinseca nell’uomo che è in pericolo. La maggior parte delle persone quando sono in pericolo invece di provvedere, ignorano, chiudono gli occhi, come hanno fatto tanti ebrei italiani, nonostante certe notizie che arrivavano da studenti profughi, che venivano dall’Ungheria, dalla Polonia: raccontavano cose spaventose. Era uscito allora un libro bianco, fatto dagli inglesi, girava clandestinamente, su cosa stava accadendo in Germania, sulle atrocità tedesche, lo tradussi io. Avevo vent’anni e pensavo che, quando si è in guerra, si è portati a ingigantire le atrocità dell’avversario. Ci siamo costruiti intorno una falsa difesa, abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato per questo. (...)

[D: Esistono lager tedeschi e russi. C’è qualche differenza?]
Per mia fortuna non ho visto i lager russi, se non in condizioni molto diverse, cioè in transito durante il viaggio di ritorno, che ho raccontato nel libro La tregua. Non posso fare un confronto. Ma per quello che ho letto non si possono lodare quelli russi: hanno avuto un numero di vittime paragonabile a quelle dei lager tedeschi, ma per conto mio una differenza c’era, ed è fondamentale: in quelli tedeschi si cercava la morte, era lo scopo principale, erano stati costruiti per sterminare un popolo, quelli russi sterminavano ugualmente ma lo scopo era diverso, era quello di stroncare una resistenza politica, un avversario politico. (...)

La vita del lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie. Poi venivamo picchiati, quasi tutti i giorni, a qualsiasi ora. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il gelo e quando, nei rari momenti, in cui capitava che le sofferenze primarie, accadeva molto di rado, erano per un momento soddisfatte, allora affiorava la nostalgia della famiglia perduta. La paura della morte era relegata in secondo ordine. Ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera gas. Sapeva che per usanza, a chi stava per morire, davano una seconda razione di zuppa, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato: “Ma signor capo baracca io vado nella camera a gas quindi devo avere un’altra porzione di minestra”. (...)

[D: Quando ha saputo dell’esistenza dei forni?]
Per gradi, ma la parola crematorio è una delle prime che ho imparato appena arrivato nel campo, ma non gli ho dato molta importanza perché non ero lucido, eravamo tutti molto depressi. Crematorio, gas, sono parole che sono entrate subito nelle nostra testa, raccontate da chi aveva più esperienza. Sapevamo dell’esistenza degli impianti con i forni a tre o quattro chilometri da noi. Io mi sono esattamente comportato come allora quando ho saputo delle leggi razziali: credendoci e poi dimenticando. Questo per necessità, le reazioni d’ira erano impossibili, era meglio calare il sipario e non occuparsene. (...)

[D: Questa esperienza ha cambiato la sua visione del mondo?]
Penso di sì, anche se non ho ben chiara quale sarebbe stata la mia visione del mondo se non fossi stato deportato, se non fossi ebreo, se non fossi italiano e così via. Questa esperienza mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare.

*** Primo LEVI, 1919-1967, scrittore, poeta, partigiano, intervistato da Enzo Biagi, trasmissione tv 'Questo secolo', RaiUno, 8 giugno 1982, in 'Il Fatto Quotidiano', “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”, 27 gennaio 2014
https://it.wikipedia.org/wiki/Primo_Levi

LINK intervista integrale qui


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mercoledì 16 marzo 2016

#RITAGLI / Indifferenza, migranti, 'valori non negoziabili' (Pierluigi Di Piazza)

Le radici sono state e sono invocate tante volte in maniera strumentale. Ma non basta evocarle. Le radici hanno un senso quando si è formata su quelle radici una pianta, ma soprattutto la pianta ha dato i frutti di opere buone e l’opera buona fondamentale di questo tempo è quella di superare l’indifferenza. Le vicende delle persone, delle comunità e dei popoli ci devono interrogare dentro e noi dobbiamo acconsentire a essere interrogati e a non essere indifferenti, in modo che le vicende non siano solo dei numeri, ma ci portino sempre a soffermarci su quel volto di donna, di bambino, di uomo. Quei volti che arrivano nelle nostre case oggi dal confine tra Grecia e Macedonia, oppure dal grande accampamento di Calais in Francia, dove sono entrate le ruspe a sgombrare perché le persone se ne andassero. Vale però anche per tutti gli incontri umani che noi viviamo: non voltarsi dall’altra parte. (...)

[D: Lei critica l’assurdità del diritto di asilo riconosciuto nello stato membro che lo ha concesso, così come la distinzione tra migranti economici e profughi di guerra.]
C’è una situazione così evidente dove decine di migliaia di persone scappano dalle guerre e dalla povertà: come facciamo ad accogliere solo i primi? Diventa difficile anche perché uno sguardo alla situazione del mondo e una lettura strutturale del pianeta ci spingono a considerare quali sono le nostre responsabilità del nostro mondo rispetto a quei mondi. Queste persone che fuggono scappano da situazioni che il nostro mondo ha contribuito a determinare e a creare: io sono tra quelli che dicono che bisogna rimuovere le cause, ma anche riconoscere che siamo protagonisti di quelle cause. Sull’impoverimento di tanti popoli siamo coinvolti, sulle guerre siamo coinvolti anche fornendo armi, in Libia, Iraq, Afghanistan, Siria. Quando penso a chi scappa per motivi di impoverimento mi chiedo perché l’Europa non pensi a un progetto a lungo termine con tempi immediati, una sorta di piano Marshall per, ad esempio, i paesi del sud Sahara e coinvolgesse giovani europei dei diversi paesi, persone competenti che hanno studiato e sanno operare e collaborino con i giovani di quei paesi impoveriti. Progetti che riguardino l’agricoltura, le scuole, le professioni, non per un nuovo colonialismo ma una vera cooperazione: ecco secondo me un’Europa dei popoli dovrebbe progettare così: ma di questo non c’è traccia. (...)

[D: Lei polemizza con chi parla di “valori non negoziabili”] 
Io penso che l’incontro con le persone dovrebbe sempre avvenire con il vangelo in mano, nel cuore e con un rapporto veritiero con la persona che ho davanti e incontro. A parte che il termine è molto grossolano, quasi indica una mercificazione, se io dico che ho valori non negoziabili di fronte a una persona che mi presenta una situazione che non avrei mai pensato di incontrare nella mia vita, faccio scattare una pregiudiziale ideologico-religiosa che mi porta a creare immediatamente uno sbarramento. Se ho un pacchetto preconfezionato di parole e di atteggiamenti non incontrerò mai quella persona. C’è stato il tempo in Italia della Chiesa politica, contrassegnata dalla guida Ruini; in quel periodo si invocavano valori non negoziabili, ma nel Vangelo non ci sono valori non negoziabili; papa Francesco ha posto fin dall’inizio il cuore, la rivelazione del Dio misericordia: per lui tutto è negoziabile.

*** Pierluigi DI PIAZZA, prete di frontiera, fondatore del centro “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud), autore di Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo, Laterza, 2016, intervistato da Elisabetta Ambrosi, "L'accoglienza è la nostra salvezza e non esistono valori non negoziabili", 'L'Huffiongton Post', 7 marzo 2016

LINK intervista integrale qui

martedì 1 dicembre 2015

#MOSQUITO / Indifferenza, non ci sono scuse (Umberto Galimberti)

(...) È vero, la nostra psiche ha un orizzonte limitato, e il sentimento che la percorre reagisce solo a ciò che è vicino. Se muore la mia compagna di vita soffro, talvolta in modo indicibile. Se muore il mio vicino di casa mi limito a fare le condoglianze. Se i mezzi d'informazione mi dicono che in ogni secondo muoiono nel mondo dieci bambini, la notizia finisce essere solo una statistica che non voglio approfondire per non assaporare la mia impotenza. 
Vale anche il contrario: spesso le nostre idee di tolleranza sono decisamente più ampie della nostra capacità di tollerare. Disposti ad accogliere tutti i disperati della terra, registriamo qualche insofferenza se il negozietto sotto casa, che cucina per gli avventori ghyros e kebab, non ci consente di aprire le finestre della nostra abitazione al piano di sopra. Allo stesso modo proviamo un senso di repulsione se ci capita di dover salire in ascensore con uomini di colore dall'igiene incerta. In questi casi le nostre larghe vedute in tema di tolleranza subiscono un rapido restringimento perché la nostra sensibilità non è all'altezza delle nostre idee.
E allora? Allora dobbiamo educare il nostro sentimento, perché, rispetto a quando vivevamo solo tra noi, con informazioni limitate al nostro vicinato, oggi, per effetto della globalizzazione e soprattutto delle notizie che i mass media quotidianamente ci forniscono, come scrive Günther Anders (*): «I compiti del nostro sentire sono aumentati e la frattura tra questi compiti e la capacità di provare sentimenti, che probabilmente è rimasta costante, si è automaticamente ingrandita».
Se non educhiamo il nostro sentimento a portarsi all'altezza di quanto sta accadendo entriamo in quel "nichilismo passivo", denunciato da Nietzsche, che scaturisce dal fatto che il "troppo grande" ci lascia freddi se non addirittura indifferenti: alla distruzione del sistema ecologico, al proliferare delle guerre con le loro atrocità, alla distruzione dei patrimoni artistici, alle condizioni disperate e talvolta inimmaginabili dei migranti, ai loro naufragi nel mare, ai muri e ai fili spinati che tentano di difendere una terra che non è mai stata solo di chi la abita.
Di fronte a questi drammatici eventi, che hanno raggiunto una dimensione che va al di là della nostra capacità di intervento, non possiamo salvarci "sbarazzandoci" dei problemi più grandi di noi come dice Herman Melville (*), perché proprio l'inadeguatezza del nostro sentire rende possibile la ripetizione di questi terribili eventi, facilita il loro accrescersi, inceppando non solo i sentimenti dell'orrore e della compassione, ma anche il sentimento della nostra responsabilità. Che si azzera se, invece di educare il nostro sentre per portarlo all'altezza degli eventi che sono davanti ai nostri occhi, ci affidiamo pigramente a quel meccanismo di inibizione della nostra psiche, la cui sensibilità si arresta non appena gli eventi superano una certa grandezza. E per effetto di questa regola infernale, come scrive Günther Anders, «il mostruoso ha via libera».

*** Umberto GALIMBERTI, filosofo e psicoanalista i matrice junghiana, Non ci sono scuse all'indifferenza, rubrica 'risponde Galimberti', 'D', 3 ottobre 2015.
(*) Günther Anders, 1902-1992, filosofo e scrittore tedesco
(**) Herman Melville, 1819-1891, scrittore, poeta e critico letterario statunitense, Barthleby lo scrivano, 1853: «Come è vero - e tremendo - che fino a un certo punto il pensiero e lo spettacolo della miseria suscitano i nostri sentimenti migliori, ma che, in certi casi, esiste un limite oltre il quale non è più così. E sbaglia chi sostiene che tutto ciò deriva dall'innato egoismo del cuore umano: no, scaturisce semmai dal senso di impotenza che si può provare di fronte a mali troppo gravi e incurabili. Per un essere sensibile, non di rado la compassione coincide con la sofferenza. E quando si giunge finalmente a comprendere che non è sufficiente la pietà per offrire valido soccorso, il buonsenso invita l'anima a sbarazzarsene». 


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martedì 8 settembre 2015

#SPILLI / Ideali e indifferenza (M. Ferrario)

Ideologie, ideali, idee: una caduta a cascata. 
Avviene, quando si insegue la tolleranza, di raggiungere l’indifferenza. 
E’ vero: troppe idee hanno fatto divampare il mondo. Ma la soluzione non è la loro abolizione. 
La soluzione è nel trovare le idee che scaldino il mondo. 
Potremmo capire che avere qualcosa per cui vivere, eventualmente da difendere, non significa avere qualcuno da uccidere.

*** Massimo Ferrario, 2000-2015, per Mixtura