venerdì 5 agosto 2016

#SPILLI / Dalla lottizzazione alla renzizzazione (M. Ferrario)

C'era una volta la lottizzazione.
Era una prassi orribile.
Ma era un modo di assicurare spazio e voce a visioni culturali e politiche diverse: a pensieri anche contrapposti di maggioranza e opposizione.
Così, ad esempio, nacque la 'riserva indiana' del Tg3. 
Prima affidata a Sandro Curzi (dal 1987 al 1993, quando venne spregiativamente soprannominato 'Telekabul'), poi via via a tanti altri e dal 2009 ad oggi (nel senso proprio di 'oggi', 5 agosto 2016) a Chiara Berlinguer.

Berlusconi, nonostante censure e messaggi bulgari, del resto perfettamente congruenti con la sua natura padronale e illiberale, aveva lasciato che almeno questa prassi della lottizzazione continuasse.

Ora abbiamo 'cambiato verso'.
E spadroneggia la renzizzazione.

Cioè: un solo pensiero autorizzato. 
Quello che ci racconta le favole messe a punto dal caro Leader Renzi e dai suoi 'spin doctor' (l'inglese, ovviamente, è obbligatorio).

Le 'favole belle che ieri ci illusero e oggi ci illudono'.
Perché ormai le panzane sono state nobilitate: si chiamano 'storytelling' e vanno diffuse a reti e giornaloni unificati.

È la conferma che la retorica del nuovo è appunto una retorica. Vuota e falsa. 
Dato che il nuovo, com'è logico, può essere peggiore del vecchio.

Chi avrebbe detto che avremmo rimpianto persino quel vecchio che ieri ci pareva insopportabile?
Ma forse il rimpianto è cosa, appunto, da vecchi.

Chi cresce nel renzismo non può rimpiangere perché avrà sempre meno possibilità di fare confronti: quando l'unica aria che gira è quella viziata e si è persa la categoria dell'altra aria (se non pura, comunque differente), a nessuno verrà più voglia di aprire la finestra.
E se lo farà, sarà un lamentoso nostalgico. O un veterosovversivo.

Un nemico dell'Italia, del futuro, del progresso: di un Paese che per definizione, 'è in ripresa'.
'Deve' essere in ripresa.
Lo è da quando c'è Lui. Perché finalmente c'è Lui. E ce lo racconta e riracconta Lui.
E se è vero che se una cosa è sempre in ripresa vuol dire che forse quella cosa continua a non andare, credici: è in ripresa, e andrà.
D'ora in poi te lo ripeteranno 'tutti' i Tg. Anzi, 'te la racconteranno' tutti i Tg Rai: più nessuno escluso.

E poi prova a votare no al referendum sulla nuova e salvifica Costituzione e vedrai l'Apocalisse.

*** Massimo Ferrario, Dalla lottizzazione alla renzizzazione, per Mixtura

#GIF / Pensieri calmi


Facebook, luglio 2016
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#MOSQUITO / Comandare, quando è 'caporalismo' (Antonio Gramsci)

Comandare per comandare è il caporalismo; ma si comanda perché un fine sia raggiunto, non solo per coprire le proprie responsabilità giuridiche: «io ho dato l’ordine: non sono responsabile se non è stato eseguito o se è stato eseguito male ecc.; responsabile è l’esecutore che ha mancato».  

*** Antonio GRAMSCI, 1891-1937, filosofo e militante politico, Quaderni del carcere, 8, in Antonio Gramsci. Le opere, Antologia, a cura di Antonio A. Santucci, Edizioni Unità-Editori Riuniti, Roma, 2007.


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#SPOT / Uso intelligente della tv

(via facebook)

#CIT / Incontri (Franco Battiato)

Franco BATTIATO, 1945
compositore, cantautore, pittore, regista cinematografico
(dalla rete)

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#SGUARDI POIETICI / Agosto sfonda l'orizzonte (Nico Orengo)

Agosto sfonda l'orizzonte.
E fa male guardare il volo
indeciso del rondone:
lo riporta in terra l'odore
bianco del fico, una rete che
imbriglia la sua sete di andare
là, dove il mare si appresta a curvare.

*** Nico ORENGO, 1944-2009, giornalista, scrittore, poeta, Agosto sfonda l'orizzonte, da Cartoline di mare, Einaudi, Torino 1984.
Anche in 'il canto delle sirene', 1 agosto 2016, qui

#LINK / Rai, come Renzi promette e non mantiene (Peter Gomzez)

La cosa più sgradevole è la presa per i fondelli. Dopo aver vinto le primarie e aver trionfato alle elezioni europee del 2014 al grido “via i partiti dalla Rai”, Matteo Renzi e i suoi il 4 agosto 2016 occupano pure i telegiornali. Se il premier si fosse presentato agli elettori rivendicando il diritto dell’esecutivo di fare ciò che vuole dell’informazione televisiva le decisioni di oggi, avallate a maggioranza da un consiglio di amministrazione come al solito pavido e lottizzato, sarebbero risultate fastidiose, ma almeno coerenti con un progetto di governo. L’uomo però è quel che è. Ormai lo ha ampiamente dimostrato: trova gli slogan migliori per mettersi in sintonia con l’opinione pubblica, li usa per ottenere consensi e poi, se gli conviene, li disattende in maniera plateale.  (...)

*** Peter GOMEZ, giornalista e saggista, direttore di 'ilfattoquotidiano.it', ‘Via i partiti dalla Rai’, ovvero come Renzi promette ma non mantiene, 'ilfattoquotidiano.it', 4 agosto 2016

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#LINK / Terrorismo, la rivolta generazionale (Ilvo Diamanti)

(...) Gli attentatori sono, infatti, giovani, se non giovanissimi, spesso di origine maghrebina. Ma “francesi”, perché nati e cresciuti in Francia. Non sempre e non necessariamente nelle banlieue. Infatti, come ha osservato lo stesso Koshrokhavar, l’Islam radicale ha attecchito anche fra i giovani musulmani delle classi medie. Olivier Roy, anch’egli sociologo, presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, parla di una generazione perduta e sperduta. Alla ricerca di un’identità che la società e per prima la famiglia non sono state in grado di fornire loro.

Così, il richiamo all’Islam, alla religione della tradizione, diventa una mappa per ritrovare la strada. “Una” strada. Solo che non si tratta dell’Islam “coltivato” dai genitori. Integrato e moderato. Ma dell’Islam mitico, delle origini. L’Islam radicale, predicato da imam “estremisti”. Offre loro motivo e riferimenti per realizzarsi. “Contro” i genitori. Il terrorismo francese, secondo Roy, più che una guerra di civiltà diventa, così, una rivolta generazionale. Perché, osserva Roy, i giovani terroristi sono tutti francesi di seconda generazione. Hanno studiato in Francia, in mezzo ad altri giovani francesi, di cui condividono la lingua, luoghi e stili di vita. Ma sono afflitti da un’identità incompiuta. “Marginale”. Non si sentono e non vengono sentiti francesi. E lo stesso avviene nei Paesi d’origine. In cui non si riconoscono. Dove non vengono riconosciuti. Così vivono in una condizione di non-identità. A differenza dei genitori, che hanno cercato, da sempre, il riconoscimento nel Paese dove sono “migrati”. Il rapporto dei giovani con i genitori si traduce, così, in una rottura, anzitutto, religiosa. E l’Islam radicale diventa il segno, il mezzo per combattere la loro “rivolta generazionale”. Che è, anche, culturale. Sociale. Una rivolta sanguinosa. Perché i giovani francesi di origine maghrebina uccidono i genitori metaforicamente. Di fatto, uccidono persone che non hanno altra colpa se non di essere “francesi”. Occidentali. E se sono, a loro volta, arabi e islamici, non è un problema. Al contrario. Per loro, il problema è l’integrazione degli arabi. E attraverso la versione estrema dell’Islam cercano una risposta all’assenza di riferimenti di valore, al “nichilismo radicale” che li affligge.

Difficile non pensare alla distanza dai “nostri” giovani. Italiani. (...)

*** Ilvo DIAMANTI, sociologo, saggista, La rivolta generazionale che alimenta il terrorismo, 'la Repubblica', 4 agosto 2016

LINK articolo integrale qui


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#QUARTAdiCOPERTINA / Ombre sul lago, di Giovanni Cocco e Amneris Magella

Giovanni COCCO e Amneris MAGELLA
"Ombre su lago"
Guanda, 2013
pagine 316, € 12,00, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni a cura di Mixtura

Sulle montagne sopra il lago di Como, durante i lavori di costruzione di una nuova strada verso il confine svizzero, vengono alla luce dei resti umani. A chi appartengono? Quale identità si nasconde dietro la misteriosa sigla K.D. ritrovata su un portasigarette d’argento? E come è coinvolta in tutto questo la potente famiglia Cappelletti, trincerata nella sua villa e nel suo immenso giardino? L’indagine è affidata al commissario Stefania Valenti, quarantacinquenne, separata, con una figlia di undici anni, ostacolata perché donna, ma molto più determinata e in gamba di tanti suoi colleghi maschi. Tra svolte che si succedono come in un dispositivo a orologeria, sempre accompagnate dal vento leggero di Breva, le ricerche affondano a poco a poco nel passato, quando sulle rive del lago transitavano clandestinamente persone e cose: contrabbandieri, disertori, partigiani, agenti segreti, membri della Gestapo, ebrei in fuga, e quadri, oggetti preziosi, denaro. Perché è qui, ben nascosta, che c’è la soluzione del caso... 
Una doppia indagine che illumina un presente gravato da intrighi famigliari e pressanti ricordi e insieme un brano cruciale della Storia italiana.

«
Ragionavo, semplicemente, sul fatto che spesso le cose sono sotto i nostri occhi e non le vediamo. O meglio, le vediamo senza comprenderle. Ieri, per esempio, ho letto dieci volte l’articolo che ho trovato sul giornale, ma solo adesso mi accorgo di un dettaglio.» (Giovanni Cocco e Amneris Magella, "Ombre su lago", Guanda, 2013)

Giulio tacque. Andò alla finestra e rimase a osservare il viavai delle automobili nell’ora di punta. Poi, inaspettatamente, fu ancora lui a parlare. 
«Fai attenzione, ti prego.» 
Stefania si voltò di scatto. 
«A cosa?» 
«Le tue passeggiate nelle ville sul lago e relative visite di cortesia hanno suscitato un certo fastidio ai piani alti, per così dire. Anche Carboni ha tentato di fartelo capire, ma tu niente. L’inchiesta ti sarà tolta appena Arisi torna dal convegno dei magistrati. Una settimana, quindici giorni, non di più. E forse è un bene.» 
«Perché?» 
«Perché qualcuno, molto autorevole, ha detto a qualcun altro che tu devi smettere di ficcare il naso dappertutto. Non hai nessun elemento concreto ed è già passato troppo tempo. Quanto vuoi andare avanti con questa storia?» 
«Santo cielo, ma non è nulla. Certe inchieste vanno avanti anni. E quel ragazzo è lassù che aspetta giustizia da sessant’anni.» 
«Io ti ho avvisato. Se ti spediscono a Pantelleria in vacanza forzata non prendertela con me, intesi? Hai capito o te lo devo dire in francese?» «Date le circostanze, preferirei in tedesco, grazie.» (Giovanni Cocco e Amneris Magella, "Ombre su lago", Guanda, 2013)
»

giovedì 4 agosto 2016

#SPILLI / Capi & scherani (M. Ferrario)

Dicono che Renzi non c'entra nulla nella indecente sostituzione dei direttori dei telegiornali Rai. 
Lo dicevano anche di Berlusconi. 

I capi non c'entrano mai. 
Per il lavoro sporco, oggi come ieri, ci sono gli scherani: servi a 90 gradi. 
Gli scherani riescono a essere perfino peggiori dei loro capi. 
Ma se gli scherani sono lì, a fare ciò che fanno, è perché i loro capi li hanno messi lì per fare ciò che fanno. Altrimenti li rimuoverebbero. 
E allora gli scherani saranno pure peggiori dei loro capi, ma i loro capi restano peggiori dei loro scherani.

E noi osserviamo senza neppure più vedere. 
Ormai evitando accuratamente anche l'indignazione. 
Per continuare ad accomodarci nella nostra impotenza. 

Per sopravvivere, abbiamo smesso di provare tristezza, e vergogna, per questo miserevole modo di gestire un potere di cui dovremmo essere sovrani. 

Ma questo stava scritto in una Costituzione: che dovrebbe essere rottamata. 
A meno che noi decidiamo di non farcela rottamare.  
-----
Dal dizionario (Treccani): scherano s. m. [dal got. ✻skara "capitano", poi "bandito"], ant., lett. - [uomo violento al servizio di un potente] ≈ bravo, (lett.) cagnotto, giannizzero, (spreg.) pretoriano, (spreg.) scagnozzo, sgherro, tirapiedi. ‖ guardaspalle, killer, sicario. qui

*** Massimo Ferrario, Capi & scherani, per Mixtura

#CIT / Stagioni mutevoli (George Santayana)


in Jack Canfield, Mark Victor Hansen, Amy Newmark, 
Brodo caldo per l'anima: pensa positivo. 
Storie che dimostrano come il pensiero positivo migliori la vita delle persone
2010, Armenia, 2015, traduzione di Roberta Zuppet

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#PROVERBI / Un albero verde nel vostro cuore (proverbio cinese)


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#SPOT / Libri (Andreas Nossmann)

Andreas NOSSMANN, 1962
artista tedesco
(via pinterest)

#GIF / Nowhere


facebook, luglio 2016
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#LIBRI PIACIUTI / Fragili verità, di Bruno Morchio (recensione di M. Ferrario)

Bruno MORCHIO
"Fragili verità"
Garzanti, 2016
pagine 196, € 16,90, € 9.99

Un investigatore, ma non solo
Bacci Pagano è l'investigatore privato di una lunga serie di romanzi polizieschi di successo di Bruno Morchio, un autore genovese che non fa mistero di trarre ispirazione, nella sua attività letteraria, anche dall'esperienza pluriennale di psicologo in un consultorio pubblico.

Ho fatto conoscenza di Morchio e Pagano solo grazie a quest'ultimo libro (Fragili verità) e mi rammarico di non avere incontrato prima sia lo scrittore che il personaggio, perché ambedue meritano attenzione e simpatia. A giudicare dalla quantità dei titoli precedenti, comunque, ben riassunti dalle note di 'quarta di copertina' visibili anche in rete, recuperare il filo della bibliografia precedente richiederà solo di superare l'imbarazzo della scelta.

La storia che vede qui implicato Bacci Pagano è delicata in un duplice senso. 
Intanto perché il caso non è facile da risolvere nei suoi aspetti di sostanza: non basterà infatti ritrovare Giovanni, un adolescente di origine colombiana, con un passato di miseria e di fame forse rimosso ma ancora profondamente sedimentato nell'anima, il quale è scappato di casa perché in duro e rancoroso conflitto con i genitori adottivi, appartenenti alla ricca borghesia di Genova. 
E poi perché il tema di fondo che agita il libro è fragile in sé: come sempre accade per le questioni di disagio esistenziale, quando si tentano ricomposizioni psicologiche a livello individuale e, a maggior ragione, quando sono coinvolte dinamiche intra-familiari con giovani in un'età critica e con un'infanzia drammatica e sofferta come è per la figura qui descritta del giovane. 

Così, una volta ritrovato il ragazzo (cosa che peraltro avviene con rapidità, grazie all'esperienza dell'investigatore e all'aiuto dell'amico, il commissario Pertusiello, ormai in pensione), comincia solo una parte del lavoro di Pagano: indagare su uno spaccio di droga in cui lo stesso Giovanni pare essere coinvolto e cercare di ricostruire il contesto colombiano delle Farc, le forze armate rivoluzionarie, con le quali la storia del giovane si scopre avere una radice dolorosa a causa dell'assassinio del padre naturale, ai suoi tempi diventato un famoso guerrigliero. 

Tuttavia, l'altra parte dell'attività di Pagano, ancora più importante e certo assai più complessa, va ben oltre il suo ruolo specifico. Perché di fatto, senza averlo chiaramente deciso, ma come preso al laccio affettivo dall'evolversi della vicenda del giovane e della famiglia adottiva, l'investigatore si ritrova addosso i panni di 'consulente psicologico': sia verso i genitori (disperati e incapaci di capire cosa sta accadendo e, soprattutto, cosa fare), che verso il giovane (il quale sicuramente nasconde sotto il suo ribellismo aggressivo il disorientamento per non essere riuscito ancora a darsi una identità, sospeso com'è tra passato e presente). 
Se Pagano ce la farà a sgelare la situazione, aprendola a nuovi equilibri, sarà il racconto a farlo capire. Qui si può certamente dire che il supporto fornitogli dall'esperienza dell'autore, in questo caso non in quanto scrittore ma come psicologo, si fa sentire.

Trama a parte, va segnalato lo stile che caratterizza il racconto. 
Direi infatti che il tipo di scrittura che qui si fa particolarmente apprezzare sta nel modo sostanzialmente tranquillo e lineare con cui il libro procede, supportato da un linguaggio semplice ma curato, sempre vivace e mai piatto e convenzionale. L'autore ha costruito una narrazione scandita su capitoli snelli, chiari e conseguenti, che scorrono senza interruzioni, flashback, cambi di scena, divagazioni o intrecci più o meno complicati con altre storie minori. Lo sviluppo c'è, e intriga. Ma colpisce un modo di scrivere, oggi diventato inusuale, che fa maturare il racconto gradualmente, senza affanno, aggiungendo man mano i fatti, pochi ma significativi: senza ingolfare la trama di episodi collaterali, e disseminando la storia, nei momenti 'giusti', di descrizioni colorate (come, ad esempio, quelle che sanno restituire il colore e quasi l'odore dei caruggi genovesi), nonché di mosse e di riflessioni, anche psicologiche, non banali, che aiutano a dare senso a quanto accade e spessore umano ai personaggi.

E' la conferma che se la storia, pur nella sua semplicità, ha una consistenza di per sé capace di incuriosire e attrarre, magari anche in forza di aspetti che, come in questo caso, richiamano fatti in cui è facile identificarsi perché attengono alla complessità, anche sofferta, dell'esistenza e del convivere umano, è possibile mantenere accesa l'attenzione. E senza ricorrere ai fuochi d'artificio dei colpi scena o affidarsi al gioco facile della drammatizzazione, lo scrittore che sa maneggiare con abilità contenuti e forma riesce comunque a coltivare la 'sana' impazienza del lettore nell''inseguire' le pagine alla ricerca della soluzione finale, regalando un piacere e una partecipazione emotiva senza pause: pure con momenti di genuina e commovente empatia anche verso personaggi che, di primo acchito, non sembrano, per la verità, invogliare più di tanto a fare lo sforzo di mettersi nei loro panni.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Morchio

«
Forse mi sta rimproverando, ma avverto nelle sue parole una nota malinconica, il sapore amaro della nostalgia. La pensione non gli ha fatto bene, al mio amico commissario, e per non darlo a vedere si attacca a quanto di più vitale gli è rimasto: la vena polemica e un robusto senso pratico. 
Assaporo un sorso del mio cocktail e lo sento scendere, forte e ghiacciato, in gola e nello stomaco. Ci sono tanti modi per ritrovare sé stessi ma, dopo una giornata torrida come questa, un Negroni preparato a regola d’arte e servito in un gotto appannato dal gelo funziona meglio di qualsiasi altro, specialmente se lo gusti in compagnia d’un bestione che sprizza gioia dagli occhi nel vederti vivo e in buona salute. (Bruno Morchio, "Fragili verità", Garzanti, 2016)

«L’indignazione dei vecchi è sempre sospetta», sentenzia. «E sai perché?» 
«Sono vecchio anch’io, ma dimmelo lo stesso.» 
«Perché puzza di rancido, come la mozzarella andata a male. Quando un vecchio s’indigna non si sa mai se lo fa perché il presente fa schifo, o perché vorrebbe portare indietro le lancette dell’orologio.» Trae un profondo respiro e conclude: «La vecchiaia è una gran brutta bestia. È naturale che la realtà non ci piaccia. Ma, in fin dei conti, è l’età in cui si tirano le somme dell’intera esistenza». 
«Non dirmi che questo mondo ti sta bene così com’è.» 
«Certo che no, Bacci. Ma è quello che abbiamo costruito noi. I soli che hanno il diritto di indignarsi sono i giovani. Peccato che non lo facciano abbastanza.» (Bruno Morchio, "Fragili verità", Garzanti, 2016)

Imbocco il carruggio in ombra di San Bernardo e mi ritrovo in piazza San Giorgio. Le strade sono già tutte un brulicare di gente. Tanti stranieri – soprattutto arabi e africani – che muovono verso via Turati, dove ogni mattina allestiscono un mercatino di ravatti che ha fatto scorrere fiumi di parole sui giornali cittadini e sui social network. È una questione di decoro – parola che mi fa venire l’orticaria – hanno scritto in molti, lo spettacolo della povertà fa scappare i turisti e appanna l’immagine della città. Punti di vista. Quando la povertà non può essere estirpata, bisogna spazzarla sotto il tappeto e renderla invisibile, trattando gli esseri umani alla stregua di acari. (Bruno Morchio, "Fragili verità", Garzanti, 2016)
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#SGUARDI POIETICI / Addii d'ossidiana e ricordi d'ambra (Tiziana Campodoni)

Hai bevuto gelide acque di sorgente
respirato sognanti umide nebbie
Violente schegge a ferire animo e pelle.

Nelle tasche profumi pensieri note lacrime e more
nessuna meta, nessuna mappa,
nessuno cui dar mano.

Avevi freddo e l’hai sfidato
avevi fame e non hai chiesto pane
avevi il cuore spezzato e l’hai amato
avevi paura e hai stretto i pugni.

Hai raccolto pietre e silenzio  e morbidi velluti
sotto lo strato roccioso
e addii d’ossidiana, ricordi d’ambra, brezza e parole alate.

Antica illusione scorreva parallela
ingenua eco
Aggrapparsi ancora

Pallide orme di Luna si muovono
danzando
a passi d’ombra

*** Tiziana CAMPODONI, insegnante, saggista, blogger, Addii d'ossidiana e ricordi d'ambra, 'bluemoonandart', 2 agosto 2016, qui


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#RITAGLI / Jihad, e pensiero dicotomico (Elettra Elisabetta Santori)

(...) «Terroristi o psicopatici? Come se si trattasse di scegliere tra i due», ha dichiarato Bernard Henry-Lévy, saltando d’un balzo le paludi del pensiero dicotomico. I terroristi sono sempre psicopatici, come lo erano le SS, ha però aggiunto. Così, nel tentativo di salvare entrambi gli estremi della dicotomia, la sua sintesi ha finito per identificarli ora et semper, e questo non regge alla prova storiografica. Negli anni in cui le Brigate Rosse colpivano magistrati, politici, industriali e forze dell’ordine, nessuno si chiedeva se i brigatisti fossero terroristi o psicopatici. Quella dei Br era ancora una ferocia selettiva e lucida, che almeno distingueva tra i cittadini comuni da un lato, e i detentori del potere dall’altro, decidendo di colpire solo questi ultimi. Questi distinguo i terroristi islamici non li hanno mai voluti fare, uccidendo sempre all’ingrosso, mandando al macello il cristiano e l’ebreo, il credente e il non credente, militari e civili, sunniti tiepidi e sciiti apostati. Molto più simili in questo, ai nostri terroristi neri, strateghi della tensione, che piazzavano bombe nelle banche, sui treni, nelle piazze per massimizzare la carneficina. In confronto ai jihadisti, i Br, per quanto spietati, paiono quasi terroristi etici. Assassini delicati, direbbe Albert Camus. (...)

*** Eletta Elisabetta SANTORI, riercatrice, sociologa, Le baccanti del jihad e le falle del pensiero dicotomico, 'MicroMega online', 26 luglio 2016

LINK articolo integrale qui

mercoledì 3 agosto 2016

#SPILLI / Solito catechismo, amerikano (M. Ferrario)

(dal web)

Un amico mi ha segnalato l'immagine sopra riportata e si attende un mio commento.

Amo la mescolanze: altrimenti non avrei dato il nome di Mixtura a questo blog.
Però le mescolanze, per quanto di diverso genere e qualità, non dovrebbero comprendere né la fuffa, né le pippe. 
Né dare indicazioni dogmatiche pericolose.

Accade invece nella foto tipicamente americana in testa a questo post. 
Una foto che, tanto per insistere nel trend che piace tanto a chi pensa positivo perché così si risparmia di pensare, vorrebbe, una volta di più, rassicurare e pompare i nostri Io con una facile e veloce fornitura di viagra psicologico. 

Nonostante non ami le prescrizioni, salverei solo un ammonimento tra i cartellini colorati: 'be yourself'. 
Con il conformismo imperante, in Italia ma non solo, un po' di (tentativo di) autentitcità sarebbe benvenuto. 
Ma 'diventare se stessi' (più ancora che 'essere se stessi') non si ottiene certo con un post-it. 
E neppure con un corso in 10 mosse di autoaiuto. 

Jung parlava di 'individuazione': ci vuole una vita. E forse non basta. 
E comunque niente è assicurato.

Ma siamo nel tempo in cui se dici Jung l'altro si chiede 'ma Jung-chi-è' e ci sono 'coach' (?) che ti promettono che diventerai un altro in poche sedute se solo ti convincerai, magari con una visualizzazione dolce e accattivante di te felice domani, che lo diventerai.

*** Massimo Ferrario, Catechismo amerikano, per Mixtura

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#CIT / Uomo saggio, e i nemici (Aristofane)


ARISTOFANE, 450 a.C.circa - 385 a.C. circa
commediografo greco
https://it.wikipedia.org/wiki/Aristofane

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#GIF / Informazione non è conoscenza


Facebook, 28 luglio 2016
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#PROVERBI / Verso il sole (proverbio maori)


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#SGUARDI POIETICI / Ci abituiamo al buio (Emily Dickinson)

Ci abituiamo al buio
quando la luce è spenta;
dopo che la vicina ha retto il lume
che è testimone del suo addio,

per un momento ci muoviamo incerti
perché la notte ci rimane nuova,
ma poi la vista si adatta alla tenebra
e affrontiamo la strada a testa alta.

Così avviene con tenebre più vaste –
quelle notti dell’anima
in cui nessuna luna ci fa segno,
nessuna stella interiore si mostra.

Anche il più coraggioso prima brancola
un po’, talvolta urta contro un albero,
ci batte proprio la fronte;
ma, imparando a vedere,

o si altera la tenebra
o in qualche modo si abitua la vista
alla notte profonda,
e la vita cammina quasi dritta.


*** Emily DICKINSON, 1830-1886, poetessa statunitense, da M. Bulgheroni, a cura, Tutte le poesie, Mondadori, 1997. Anche in 'internopoesia.com', 6 maggio 2014, qui

#MOSQUITO / Per trovare parcheggio (Deborah Zigenis-Lowery)

Proprio quando uscimmo da sotto l’autostrada, un parcheggio comparve alla nostra destra. 
Zia Judy non guardò nemmeno in quella direzione. Un isolato, due… Continuò a guidare fiduciosamente. 
«Eccolo», disse quando l’edificio che ospitava il Jewelry Mart si delineò davanti a noi e alla nostra sinistra. 
Zia Judy mise la freccia e si inserì nella corsia di sinistra, rallentò mentre ci avvicinavamo alla costruzione ed entrò in un posteggio libero proprio davanti all’ingresso principale. Incredibile! 
«Come fai?» esclamai indicando le lucide porte di vetro. 
Rise. «Se non cerchi un posteggio davanti all’ingresso, come puoi pretendere di trovarne uno?». 
Era semplice e ovvio.

*** Deborah ZIGENIS-LOWERY, scrittrice e blogger statunitense, La regina dei posteggi, in Jack Canfield, Mark Victor Hansen, Amy Newmark, Brodo caldo per l'anima. Pensa positivo. Storie che dimostrano come il pensiero positivo migliori la vita delle persone, 2010, Armenia, 2015, traduzione di Roberta Zuppet

#LINK / Multiculturalismo, è fallito (Cecilia M. Calamani)

Il multiculturalismo, così come l’Europa lo ha pensato e applicato negli ultimi decenni, ha fallito. È questa la tesi che Kenan Malik, filosofo britannico di origine indiana, sviluppa nel suo breve saggio Il multiculturalismo e i suoi critici – Ripensare la diversità dopo l’11 settembre, tradotto e pubblicato in Italia (maggio 2016) da Nessun Dogma. Il tema, in questo sanguinario periodo di attacchi terroristici sferrati al cuore laico dell’Europa, è di estrema attenzione e assume il carattere dell’urgenza. (...)

*** Cecilia M. CALAMANI, giornalista, direttore di 'cronachelaiche.it', Il fallimento del multiculturalismo, 'MicroMega on line', 28 luglio 2016

LINK articolo integrale qui



In Mixtura 1 altro contributo di Cecilia M. Calamani qui

#RITAGLI / Guerra all'Isis, azioni o proclami? (Paolo Flores d'Arcais)

(...) Con un ritardo inqualificabile l’Occidente racconta che saprà difendersi. Ma questa guerra, che è di legittima difesa, l’Occidente ha davvero intenzione di combatterla? E l’Islam che si dichiara moderato e “scomunica” i terroristi, ha davvero deciso di parteciparvi? 

Perché la forza del terrorismo islamico è nel suo habitat di fondamentalismo islamico, che funziona da brodo di coltura e di reclutamento. Ma il fondamentalismo islamico è quello dell’islam salafita e di correnti analoghe, l’islam della maggior parte delle moschee, perché finanziate dall’Arabia saudita e altri Stati fondamentalisti del golfo, delle tantissime scuole private islamiche che soprattutto in Germania e Inghilterra si moltiplicano, dei simboli di fondamentalismo che sempre più spadroneggiano in interi quartieri/ghetto delle città europee. 

Perciò, non si combatte questa guerra di legittima difesa contro il terrorismo islamico se non si combatte con la stessa radicalità ogni forma di fondamentalismo islamico, non si pretende che vengano proibiti finanziamenti alle moschee da parte di Stati o associazioni islamiche internazionali (spesso travestite da Onlus) anche solo “in odore” di fondamentalismo, non si esige che tutte le prediche avvengano in lingua locale e siano dunque controllabili, non si decreta che è reato penale grave (con aggravante se si tratta di imam o altra personalità eminente nella “comunità”) ogni omessa denuncia non solo di minacce e progetti terroristici comunque ventilati, ma di ogni diffusone e propaganda di posizioni fondamentaliste, e di ogni comportamento lesivo di diritti civili elementari e dell’eguaglianza della donna rispetto all’uomo: mutilazioni sessuali delle bambine, matrimoni coatti o combinati, intimidazioni per comportamenti sessualmente “liberi”, pressioni per impedire che le ragazze frequentino lezioni di ginnastica o biologia, ecc. (va da sé: essere coinvolti in qualsiasi modo nel crimine di mutilazione sessuale dovrebbe comportare pene altissime). 

E non si combatte questa guerra di legittima difesa, in cui decisivo è l’habitat culturale ed “esistenziale” fondamentalista, se non lo si disinquina liberandolo da ogni simbolo di “soggezione” della donna e ogni discorso di rifiuto dei diritti civili (sessuali compresi) di ciascun individuo: nessun burqa neppure nella strade, niente velo nelle istituzioni pubbliche, diritto delle imprese private a vietarlo insieme ad ogni altro simbolo religioso, proibizione che nelle prediche si attacchino in qualsiasi modo diritti costituzionali e leggi democratiche, divieto di scuole islamiche. 

Ma come è possibile che i nostri establishment facciano davvero questo minimo culturale necessario? Perché è evidente che la libertà religiosa deve restare, ed eguale per tutti, e dunque il divieto di usare luoghi di culto per attaccare diritti costituzionali o leggi democratiche deve valere per ogni confessione, cristianesimi ed ebraismi compresi. Egualmente per il divieto di scuole non laiche/pubbliche, e per i simboli religiosi nelle scuole, ospedali, uffici e luoghi istituzionali, ecc. 

E come è credibile che gli attuali establishment conducano davvero questa guerra di legittima difesa, se restano alleati di Stati (Arabia saudita in primis) dove il fondamentalismo della sharia è legge, e agli atei si taglia la testa, e le adultere vengono lapidate e gli omosessuali vengono impiccati? E tutto questo viene accettato in nome di lucrosissimi affari? 

Non si conduce una guerra (di legittima difesa come è quella contro il terrorismo e il suo habitat fondamentalista) se non si ha il coraggio minimo della coerenza, non si mette il denaro e il profitto almeno al secondo posto rispetto ai valori democratici, e non si trasformano radicalmente i servizi di sicurezza, che sono ancora quelli della guerra fredda e del controllo su possibili oppositori democratici interni (gli elenchi di giornalisti e magistrati “attenzionati” dai servizi “deviati” sono cosa di ieri che certamente prosegue anche oggi) anziché essere focalizzati con tutte le risorse necessarie nel controllo dei fondamentalismi (e delle mafie che con essi trafficano, o delle imprese “pulite”, spesso statali, che trafficano anch’esse: petrolio, armi, droga, migrazioni clandestine, riciclaggio …). Controllo che dovrebbe essere di difficoltà non improba, visto che il reclutamento dei terroristi avviene sui “social”, nelle carceri, nelle moschee e scuole, e insomma in luoghi tutti assai controllabili (ma se nemmeno i braccialetti elettronici funzionano, che senso ha invocare lo “Stato forte”? Funzione di propaganda elettorale reazionaria, come è ovvio). (...)

*** Paolo FLORES D'ARCAIS, filosofo, saggista, direttore di 'MicroMega', Guerra all'Isis: azioni o proclami?, 'Micromega online', 31 luglio 2016

LINK articolo integrale qui


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martedì 2 agosto 2016

#PIN / Curare, e prendersi cura (MasFerrario)

#SCRITTE / Immaginazione e realtà

(starwalls.it, via pinterest)

#CIT / Costituzione (Salvatore Settis)

Salvatore SETTIS,  1941
archeologo e storico dell'arte

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#SPOT / Attenzione a giudicare (Francesca Bertieri)

disegno di Francesca Bertieri (via facebook)

#SGUARDI POIETICI / Siamo al completo (Ferreira Gullar)

Il prezzo dei fagioli 
non è ammesso nella poesia. Il prezzo 
del riso non è ammesso nella poesia. 
Non sono ammessi nella poesia il gas 
la luce il telefono 
la speculazione 
sul latte 
sulla carne 
sullo zucchero 
sul pane 
Il dipendente pubblico 
non è ammesso nella poesia 
con il suo stipendio da fame 
la sua vita chiusa 
negli archivi. 
Così come non è ammesso nella poesia 
l’operaio 
che smeriglia il suo giorno d’acciaio 
e carbone nel buio dell’officina 
- perché la poesia, signori, è chiusa 
“ siamo al completo” 
Nella poesia è ammesso soltanto 
l’uomo senza stomaco 
la donna fatta di nuvole 
la frutta senza prezzo. 
Questa poesia, signori, 
non fa né caldo 
né freddo. 

*** FERREIRA GULLAR (José Ribamar Ferreira), 1930, scrittore e poeta brasiliano, Siamo al completo, traduzione di Julio Monteiro Martins insieme ai suoi studenti dell’Università di Pisa (Andrea Pardi; Cristiano Rocchetta; Eugenia Ciccarelli; Jessica Maghelli; Monica Lupetti e Patrizia Scorziello), in ‘sagarana’, n. 13, ottobre 2003, qui

#LINK / Dare istruzioni e commentare con efficacia (Annamaria Testa)

Ogni tanto i ritmi di lavoro subiscono un’impennata. Succede subito prima delle vacanze. Succede quando si avvicinano scadenze cruciali. Ogni tanto succede perfino senza un motivo apparente. Decisioni rimandate troppo a lungo vengono prese nell’ultimo istante utile, documenti rimasti per settimane a marcire sulle scrivanie vengono affrontati in modo sbrigativo e, per forza di cose, superficiale. Nuove attività vengono varate in maniera sconclusionata. Si sparano a raffica istruzioni contraddittorie, nell’illusione di accelerare i processi e recuperare il tempo perduto.
Risultato: il caos. Gestirlo conservando un minimo di lucidità e di orientamento è un’impresa titanica.

Eppure, proprio nelle situazioni di emergenza sarebbe opportuno investire un po’ di tempo e di attenzione in più nei processi di comunicazione, ottenendo non uno, ma tre risultati positivi: evitare fraintendimenti e conseguenti errori, evitare ulteriori sprechi (tempo, soldi, risorse), non innervosire inutilmente persone innervosite e stanche per proprio conto.

Dunque, considerate che dare istruzioni è una delle capacità più strategiche e sottovalutate di chi gestisce gruppi, governa processi e prende decisioni, in qualsiasi impresa o organizzazione. (...)

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, saggista, Come dare istruzioni e restituire commenti efficaci - Metodo 66, 'nuovoeutile', 28 luglio 2014

LINK articolo integrale qui


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#MOSQUITO / Cliente, non ascoltiamolo troppo (Philip G. Clampitt, Robert J. Dekoch)

Ovviamente, è indispensabile che le aziende ascoltino i propri clienti. Ma occorre evitare di farlo in modo eccessivo. Come ha detto una volta Lee Iacocca, «nessuno ci ha detto di fabbricare una monovolume». 
Ovviamente, le aziende devono monitorare i trend di mercato, ma non in modo troppo rigido, perché così facendo potrebbero lasciarsi sfuggire nuove opportunità. In conclusione: la tentazione di credere che il successo attuale sia sinonimo di successo futuro si dimostra spesso molto seducente, anche quando gli executive ne sono ben consapevoli. 
Data questa prospettiva, la filosofia di Andy Grove, cofondatore e presidente della Intel Corpora-tion, per cui ‘solo il più paranoico sopravvive’, ha un senso. 
I paranoici sono diffidenti e sospettosi. Dubitano. Molte persone, invece, non lo fanno. 

*** Philip G. CLAMPITT, statunitense, specializzato in comunicazione organizzativa e docente all’università del Wisconsin, e Robert J. DEKOCH, statunitense, Chief Operating Officer presso un’importante azienda del settore edilizio e della consulenza, Accogliere l’incertezza, 2001, Guerini, Milano, 2003.


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#SENZA_TAGLI / Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi? (Giulio Cavalli)

Pensa se si trovasse la molla, il dado e la chiave giusta per indirizzare gli istinti più bassi; se si riuscisse a sollevare con le mani le paure più ancestrali e mirarle come se fossero una fionda. Pensa se i soffiatori di paure scegliessero una settimana di servizio civile abbandonando la turpe propaganda per sconvolgere l’agenda delle fobie. Come se da stamattina in Italia fossimo tutti mafiofobi, una cosa così.

Immaginate una rassegna stampa mattutina in cui alla signora della strada si chiede con insistenza se non ha paura per i propri figli e i propri nipoti di una mafia che si infiltra dappertutto, travestita da brava persona, arrivando a danneggiare chiunque senza preavviso e portando violenza come da giuramento in nome di dio o qualche santo (San Michele Arcangelo, ad esempio, nel caso della ‘ndrangheta). Immaginate la signora che risponde ripresa al tg della sera e elenca tutte le proprie insicurezze dicendo che no, che non si può fare i buonisti con questa gente, con Cosa Nostra o ‘ndrangheta o camorra, che se li prendano in casa loro, i buonisti, che siano i buonisti ad ospitare i parenti di Riina, Provenzano, Dell’Utri o Cosentino.

Oppure figuratevi un Paese in cui tutti camminino torvi con il sospetto di avere un corrotto o un corruttore nella stessa carrozza dell’affollatissima metropolitana: gente che tende l’orecchio per carpire dal vicino qualche indicibile accordo che attenti alla sicurezza e all’economia nazionale. Un clima di sospetto per cui viene chiesto a chiunque sia classe dirigente di lavare i piedi ai cittadini sotto un’orda di flash per lanciare un segnale. Immaginate l’Europa che chieda alla Turchia di allestire campi profughi per mafiosi, truffatori e corruttori, con Salvini che prefigura la ruspa sull’archivio di Andreotti, sull’ufficio di Verdini, sulla cella di Riina, per le filiali di Banca Etruria, sugli accordi loschi di Finmeccanica; ruspe sui figli di Bossi, ronde per chiedere i conti di Expo o irruzioni durante riunioni di massoneria.

Immaginate, per un secondo soltanto, se questo diventasse un Paese capace di essere prepotente contro i prepotenti piuttosto che essere forte con i deboli e debole con i forti. Ci sarebbe da ridere, a vederne l’imbarazzo.

*** Giulio CAVALLI, scrittore, giornalista, Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi?, 'left.it', 1 agosto 2016, qui


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#VIDEO / Dentro la Riforma, voto e democrazia (Nadia Urbinati)


politologa, docente della Columbia University
Presidente di Libertà e Giustizia
Dentro la Riforma: ha ancora senso votare?
Reggio Emilia, 16 Luglio 2016, PolitiCamp2016
video 21min34

Brevi cenni storici sul rapporto tra voto e democrazia, a partire dalla Grecia fino a noi.
Come cambia la realtà della politica, e in particolare il momento del suffragio, con la crisi dei partiti e l'affermazione dominante dei media, specie ad opera di internet? 
Il problema non è tanto la leadership, che in sé non è antidemocratica, ma come la leadership viene strutturata, organizzata, alimentata, formata in un contesto sociale di quasi totale disintermediazione e di rapporto sempre più diretto tra leader e cittadini. (mf)


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lunedì 1 agosto 2016

#PROVERBI / Chi davvero desidera cantare (proverbio svedese)



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#CIT / Un mondo differente (Peter Marshall)

Peter MARSHALL, 1902-1949
prete scozzese

#VIGNETTE / Manipolazione televisiva (Patricia Machado)

Patricia MACHADO
(via facebook)

#SPOT /Orizzonti, confini

(via facebook)

#SGUARDI POIETICI / Tra chi dice che tutto cambia (Marina Mariani)

Tra chi dice che tutto cambia 
e chi dice che l’essenziale 
non è mutabile, e mai 
muterà, 
il colloquio non è impossibile, 
la discussione si può fare. 
Bisogna solo lasciare a casa i fucili, 
sedersi sul sedile di pietra 
sotto l’albero di fico, 
bere ogni tanto un bicchiere di vino, 
distrarsi all’andirivieni 
del cane bracco o pointer, 
o al canto d’un uccello, 
all’odore di mosto o di sterco 
o di mentuccia. 
Alla fine ci si saluterà 
con una stretta di mano 
(non è poi tanto grave, 
il cimitero è piccolo e bianco 
e intorno giocano i bambini).

*** Marina MARIANI, 1928, poetessa, Tra chi dice che tutto cambia, da Marina Mariani, In campo lungo, Edizioni Quasar, 2007. Anche in ‘sagarana’, n. 26, gennaio 2007, qui

#GIF / Non conformista


Facebook, 28 luglio 2016
Per vedere il movimento,
cliccare su 'f' di facebook in alto a destra
oppure link a
http://i.giphy.com/l0HlOVXOqWalKkqXK.gif

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#SENZA_TAGLI / Vacanza (Lloyd)


Vita con Lloyd, 'facebook', 1 agosto 2016
Vacanza

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#MOSQUITO / Concavi, un po' depressi ma creativi (Silvia Vegeti Finzi)

A differenza degli individui pieni di sé, ‘convessi’, chi ha fatto tesoro delle proprie parti ‘concave’ è pronto a riconoscere la domanda dell’altro, a contenere le emozioni che gli vengono inviate e restituirle elaborate e condivise. Un buon uso della ‘depressività’ è la condizione primaria, non solo per amare, ma anche per pensare creativamente. 

*** Silvia VEGETTI  FINZI, 1938, psicologa e saggista, docente di psicologia dinamica, rubrica ‘psiche lei’, ‘Io donna’, 27 luglio 2002


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#VIDEO / Dentro la Riforma, la legge elettorale (Gianfranco Pasquino)


Gianfranco PASQUINO
politologo, docente della John Hopkins University
https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Pasquino
Dentro la Riforma, la legge elettorale
Reggio Emilia, 16 Luglio 2016, PolitiCamp2016
video 25min31

Gianfranco Pasquino è politologo di autorevolezza indiscussa.
Qui un suo intervento imperdibile: che fa chiarezza sul tema della legge elettorale, anche ampliando l'analisi a livello internazionale per cogliere l'essenza dei sistemi elettorali dell'area anglosassone e continentale.
Parole importanti: che danno ulteriore conferma di quanto sia pasticciato il nostro Italicum. 
La chiusura è quanto mai efficace: «L'Italicum non cambia la forma di governo parlamentare, ma la deforma e la stravolge»  (mf)


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