martedì 6 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "In te mi specchio. Per una scienza dell'empatia", di Giacomo Rizzolatti e Antonio Gnoli

Giacomo RIZZOLATTI e Antonio GNOLI, "In te mi specchio.
Per una scienza dell'empatia"
Rizzoli, 2016
pagine 115, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Perché comprendiamo le azioni di chi ci sta di fronte? Perché altre volte no? Siamo progettati biologicamente per essere soli o per stare con gli altri? 
Negli ultimi anni un gruppo di scienziati ha rivoluzionato gli studi sul cervello e può darci le risposte più convincenti a queste domande. Giacomo Rizzolatti è il più noto tra loro, per la scoperta di un tipo particolare di cellule, i neuroni specchio, dotate della caratteristica di attivarsi sia quando osserviamo un’azione sia quando la compiamo noi stessi. Insomma, sono i neuroni dell’empatia. Trovano così spiegazione molti dei nostri comportamenti individuali e sociali, e si trasforma il nostro modo di intendere percezione, azione e linguaggio.
Secondo alcuni, la scoperta dei neuroni specchio ha rivoluzionato l’idea che abbiamo della mente umana “come il Dna ha rivoluzionato la biologia”. Secondo altri si azzererebbe la differenza tra ragione ed emozioni.
In questo libro si sfatano molti luoghi comuni e si affrontano sia gli aspetti filosofici e sociali della scoperta sia le grandi prospettive cliniche che i neuroni specchio lasciano intravedere nella cura della malattia più misteriosa di tutte: l’autismo.
Forse una nuova stagione si apre, dopo quella dell’homo homini lupus: ora la scienza ci dice che siamo biologicamente costruiti per stare insieme agli altri, per provare le stesse emozioni degli altri.


«
L’apprendimento richiede tempo. Lo sviluppo di un organo, il suo crescere dentro una funzione, esige educazione e allenamento. Tutto questo accade perché, diversamente dagli altri primati, nasciamo in ritardo, con una velocità di maturazione molto minore rispetto ad altre specie. Ricordo che negli anni Trenta uno scienziato olandese, Louis Bolk, aprì una strada fino ad allora ignorata circa l’importanza della crescita, facendo ruotare le sue riflessioni intorno al concetto di lentezza. 
Bolk cercò di dimostrare, e aveva ragione, che lo sviluppo dell’organismo umano – «ominazione» in linguaggio scientifico – procede con un grado di lentezza che non si riscontra in altri primati. 
Diversamente dal darwinismo, che attribuisce un’importanza fondamentale per l’evoluzione dell’uomo ai fattori esterni (ipotesi dell’adattamento), Bolk pone tutta l’attenzione sui caratteri interni dell’organismo. Non si chiede come e quando abbia avuto luogo l’origine dell’uomo, ma qual è l’essenza della forma umana: «In che cosa il bios umano è essenzialmente diverso da quello delle altre forme animali e affini?». La risposta può discendere solo da un’analisi che prenda in esame fattori endogeni alla natura umana, primo fra tutti il feto. A questo riguardo, dopo aver notato una somiglianza iniziale tra il feto di una scimmia e quello di un uomo, Bolk si concentra sul modo in cui i feti si differenziano nel loro sviluppo. Rileva che, mentre negli altri primati la forma iniziale del feto viene quasi immediatamente abbandonata, nell’uomo tende alla conservazione. L’uomo, in altre parole, è segnato dal ritardo dello sviluppo. È come se crescesse con il freno a mano tirato. Scrive Bolk: «Non esiste un mammifero che cresce così lentamente come l’uomo, né uno che diventa adulto dopo così tanto tempo dal giorno della nascita». 
Lo sviluppo dell’essere umano procede effettivamente con grande lentezza: lunga durata della fase intrauterina, dentatura ritardata (il primo molare compare all’incirca a cinque anni) e soprattutto enorme ritardo nel raggiungere un’autonomia di vita dai genitori. Questa si ottiene solo dopo l’adolescenza. Il ritardo dello sviluppo è responsabile di quello che Bolk chiama la «fetalizzazione della forma». (Giacomo Rizzolatti e Antonio Gnoli, "In te mi specchio. Per una scienza dell'empatia", Rizzoli, 2016)

Non riduco affatto il nostro comportamento al dato biologico. Nasciamo con un meccanismo che fondamentalmente ci predispone a far parte di una società, e quindi ad avere empatia verso gli altri. Poi interviene la cultura. 
Questa è la tua tesi sull’empatia? 
Sì. A me non dispiace sapere che nasciamo con un atteggiamento positivo verso gli altri. Non siamo affatto delle carogne. A scanso di equivoci, non sto sostenendo la tesi alla Rousseau, per cui l’uomo nasce buono e la società lo travia. Noi veniamo al mondo con delle predisposizioni fondamentalmente positive verso gli altri, ma poi deve essere la società a modularle. Se davanti a un ascensore vedi un cartello con sopra scritto «guasto», non sali, no? Hai fiducia in chi lo ha scritto. Non pensi che sia uno scherzo. Ecco, la fiducia è alla base delle nostre scelte. Può diventare conformismo, o peggio ancora ottusità. Ma all’inizio è una risorsa biologica magnifica. È un modo diverso di chiamare l’empatia. Mi fido di te. Tu ti fidi di me. So che posso imitarti o essere imitato. È la nascita del consorzio umano. Delle relazioni tra esseri umani. La vasta tessitura dell’umano. (Giacomo Rizzolatti e Antonio Gnoli, "In te mi specchio. Per una scienza dell'empatia", Rizzoli, 2016)
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#VIDEO / Apple, perché deve pagare 13 miliardi di tasse arretrate (The Guardian)

Perché la Appple deve pagare 13 miliardi di tasse arretrate
'The Guardian'
'internazionale.it', 1 settembre 2016
video, 1min26

Il 30 agosto la Commissione europea ha deciso che la Apple dovrà restituire all’Irlanda 13 miliardi di euro perché ha beneficiato di aiuti di stato illegali sotto forma di sconti fiscali. 
La Commissione ha stabilito che l’accordo tra l’azienda statunitense e l’Irlanda era esclusivo e gli stati membri non possono proporre accordi speciali senza offrire le stesse condizioni a tutte le imprese. 
(dalla presentazione)

lunedì 5 settembre 2016

#SPILLI / Satira, sempre (anche se non ci piace) (M. Ferrario)

Non seguo costantemente la produzione di Charlie Hebdo, ma non ho difficoltà ad ammettere che in genere le sue vignette non mi fanno impazzire. Anzi, alcune proprio non mi piacciono. 
Ma di vignette che non mi piacciono trovo a bizzeffe, da sempre, anche sulla stampa italiana. E lo stesso vignettista che di solito apprezzo può (sempre per i miei gusti) avere una caduta di stile. E’ accaduto e continuerà ad accadere. 
Dunque, nessuna riverenza a priori verso chi fa satira: rozzezza, volgarità, insulsaggine vanno messe in conto. Ci sono vignette che ne possono grondare. Ma anche articoli, magari pure di firme sedicenti autorevoli. O pubblici discorsi. Per non parlare poi di ciò che circola in rete, ad opera dei tanti 'webeti' (copyright Enrico Mentana) che ormai imperversano.
Nessuno, ovviamente, è esente da giudizio. E qualche volta il giudizio può non essere soltanto personale-soggettivo: ci sono casi in cui stupidità e imbecillità sono talmente evidenti che raggiungono la dimensione dell'oggettività.

E con questo? 
Se qualche vignetta non ci piace, abbiamo il diritto di dirlo. Punto. 
Ma nel caso di Charlie Hebdo, di cui riportiamo qui sotto le vignette dello scandalo, siamo Charlie Hebdo solo quando ci fa comodo? Sono questi i valori occidentali di cui ci riempiamo la bocca? 
Un conto è dire che certe vignette non ci piacciono e un conto è invocare, più o meno esplicitamente, la censura o chiedere le pubbliche scuse ufficiali addirittura del governo francese, riempiendoci la bocca di un'indignazione facile, retorica, patriottarda.

Dovrebbe essere banale ricordare che la satira, per sua natura, occupa (deve occupare) una ‘zona franca’. E vorrà dire qualcosa che, da sempre, ogni regime autoritario la reprime, mettendo in galera chi la fa. 
La libertà è cosa seria: se  non c’è sempre, non c’è. 
Chi fa satira, e tutti quelli che sanno usare ironia, dileggio, scherno, derisione, irrisione, sberleffo, sarcasmo, aggressività provocatoria, ce lo ricordano. Sono un ‘bene comune’, e per questo vanno ringraziati. Soprattutto quando dicono, o disegnano, cose con cui non siamo assolutamente d’accordo. 

Direi che, anche da questo punto di vista, viviamo tempi preoccupanti: il tasso di democraticità/libertà presente in Italia sta superando la soglia critica. 
Lo dicono i fatti, non i feeling: ad esempio (uno per tutti) troppi media asserviti e giornalisti minacciati, con la relativa classifica dell’Italia al 77^ posto di Reporter Senza Frontiere, dopo Burkina Faso e Bostwana. 
E tra i fatti ci metto pure la questione, non secondaria, dell'atteggiamento crescentemente ostile verso la satira. 

Ci offendiamo per una vignetta sulla mafia. O perché sono stati insultati i nostri morti. 
Non ci sentiamo insultati dalla mafia che in Italia continua a dilagare. 
O dalla ignavia di istituzioni che, non mettendo in sicurezza un territorio che da sempre sappiamo sismico, così contribuiscono a produrre morti da terremoto con cadenze quasi regolari. 
O da una politica sempre più corrotta, che utilizza anche i terremoti per i propri affari sporchi. 
O da politici che da almeno vent’anni, quanto più ripetono che ci mettono la faccia, tanto più ci prendono per i fondelli. 

Non consola sapere che anche altrove politica e politici hanno raggiunto certi livelli di bassezza. 
Così come non è consolante accettare la definizione di 'postdemocrazia', lanciata qualche anno fa da un famoso politologo britannico (Colin Couch) per qualificare lo stato di regime sociopolitico nel quale ormai molti paesi occidentali si trovano a convivere.  
Perché 'dentro' quel 'post' rischia di esserci qualcosa che è sempre più in contrasto con la democrazia. 
O che addirittura la nega.

A questo dovremmo pensare. 
Altro che manifestare una permalosità che non costa nulla e cerca l'applauso di bandiera, titillando la pancia dell'italico (vuoto) nazionalismo.

*** Massimo Ferrario, Satira, sempre (anche se non ci piace), per Mixtura

#SGUARDI POIETICI / Lieve offerta (Antonia Pozzi)

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo, 
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

*** Antonia POZZI, 1912-1938, poetessa, Lieve offerta, 5 dicembre 1934, da 'antoniapozzi.it/', qui.
Anche in 'losguardopoIetico', n. 382, 8 luglio 2015

In Mixtura altri 2 contributi di Antonia Pozzi qui

#CIT / Parole (Carl Gustav Jung)

Carl Gustav JUNG, 1875-1961
medico, psichiatra e psicoanalista, antropologo svizzero
da 'Il libro rosso'

In Mixtura altri 39 contributi di Carl Gustav Jung qui

#MOSQUITO / Un cavallo, che vuole tirare da solo (Albert Einstein)

In singolare contrasto col mio senso ardente di giustizia e di dovere sociale, non ho mai sentito la necessità di avvicinarmi agli uomini e alla società in generale. Sono proprio un cavallo che vuole tirare da solo; mai mi sono dato pienamente né allo Stato, né alla terra natale, né agli amici e neppure ai congiunti più prossimi; anzi ho sempre avuto di fronte a questi legami la sensazione di essere un estraneo e ho sempre sentito bisogno di solitudine; e questa sensazione non fa che aumentare con gli anni. Sento fortemente, ma senza rimpianto, di toccare il limite dell'intesa e dell'armonia con il prossimo. Certo, un uomo di questo carattere perde così una parte del suo candore e della sua serenità, ma ci guadagna una larga indipendenza rispetto alle opinioni, abitudini e giudizi dei suoi simili.

*** Albert EINSTEIN, 1879-1955, fisico, tedesco naturalizzato svizzero e statunitense, premio Nobel per la fisica nel 1921, Come io vedo il mondo, 1934.
Anche in aforismario, qui


In Mixtura altri 7 contributi di Albert Einstein qui

domenica 4 settembre 2016

#CIT / Insegnare ai bambini (George Carlin)

George CARLIN, 1937-2008
attore, comico, sceneggiatore statunitense

In Mixtura 1 altro contributo di George Carlin qui

#SPOT / Kamil Kotarba

 
Kamil KOTARBA
fotografo polacco

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Kamil KOTARBA
fotografo polacco

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Kamil KOTARBA
fotografo polacco

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Kamil KOTARBA
fotografo polacco

 Foto tratte da keblog.it, qui

#SCRITTE / Solo tu

#SGUARDI POIETICI / Sono parole scritte per restare (Federica Volpe)

Sono parole scritte per restare.
Non importa la stanza o l'angolo
di mondo in cui i tuoi occhi
s'appoggeranno sul mio corpo
fatto carta, più leggero,
a combattere le morti di ogni giorno
e la durevole futura. Passeranno
le stagioni ed io ti aspetterò
su uno scaffale, o in un buio di cantina,
o in una sala d'aspetto di ospedale.
Tu mi troverai, e ciò che importerà
non sarò io, ma il tuo sguardo,
ciò che vedi. Io sono nata per te,
per questo incontro inatteso,
per il tuo rivederti in qualche
svolta delle mie parole, come in una
stanza di specchi che si teme,
a volte, o che si ama.
Sono parole per restare.
Sono parole per restarti.

*** Federica VOLPE, 1991, poetessa Parole per restare, da Parole per restare, Raffaelli editore, 2016.
Anche in 'semplicementepoesia', 25 maggio 2016, qui

#VIDEO / Cina, sta cambiando Internet (Jonah M. Kessel, Paul Mozur)

Come la Cina sta cambiando internet
Jonah M. Kessel e Paul Mozur
'The New York Times', 'internazionale.it'
23 agosto 2016
video 5min45

Chi vive negli Stati Uniti o in Europa probabilmente non conosce le app cinesi. Ma la verità è che la Cina, conosciuta finora per le sue imitazioni scadenti, può indicarci come si evolverà internet: alcune app, come WeChat, sono diventate così innovative che gli occidentali stanno cominciando a copiarle. (dalla presentazione)

#MOSQUITO / Estroverso, l'inconveniente (Carl Gustav Jung)

L'estroverso (...) non si sofferma su nulla e finisce col sorvolare sulla realtà in una specie di ebbrezza, senza più vedere né rendersi conto delle cose, utilizzandole soltanto come stimolanti. Tale capacità, se da un lato ha il vantaggio di risolvere le situazioni più difficili (“Tu sei perduto se credi al pericolo.” Nietzsche), ha nello stesso tempo un grande inconveniente, perché finisce per concludersi con una catastrofe, portando spesso a un caos pressoché inestricabile.

*** Carl Gustav JUNG, 1875-1961, medico, psichiatra e psicoanalista, antropologo svizzero, Tipi psicologici, 1921, Bollati Boringhieri, 2011. Anche in 'aforsimario', aforismario, qui


In Mixtura altri 39 contributi di Carl Gustav Jung qui

#VIDEO / Colombia: Le voci dei guerriglieri delle Farc (Semana)

Colombia. Le voci dei guerriglieri delle Farc
Semana
'internazionale.it', 2 settembre 2016
video 1 min32

Il 24 agosto il governo di Bogotá e il gruppo guerrigliero delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) hanno raggiunto un accordo per mettere fine a più di cinquant’anni di guerra civile. Cinque giorni dopo è entrato in vigore il cessate il fuoco bilaterale e definitivo.

I combattenti dell’organizzazione guerrigliera più antica e numerosa del paese si sono impegnati a deporre le armi, a rispettare lo stato di diritto e ad abbandonare la lotta armata. Le Farc potranno trasformarsi in una forza politica e i suoi affiliati ritornare alla vita civile.

Il prossimo 2 ottobre i colombiani voteranno in un referendum per decidere se ratificare o meno l’accordo di pace. Il conflitto interno colombiano ha provocato quasi 220mila vittime e sette milioni di sfollati.
(dalla presentazione)

#SENZA_TAGLI / Alzheimer, sperimentazione positiva di un farmaco (Claudia Grisanti)

È stato sperimentato con successo un nuovo farmaco contro la malattia di Alzheimer. Tuttavia, i ricercatori sono estremamente cauti. Infatti, la sperimentazione è ancora in una fase molto preliminare. Inoltre, molti altri farmaci, tra cui alcuni basati sullo stesso approccio, hanno dato inizialmente risultati positivi, che non sono stati confermati nella fase di sviluppo.

Nello studio, pubblicato su Nature, è stato sperimentato l’aducanumab, un anticorpo che riduce le placche amiloidi presenti nel cervello dei malati. La malattia di Alzheimer è infatti caratterizzata dalla crescita di queste placche nel cervello, che con il passare degli anni ne causano la degenerazione e ne compromettono le funzioni. Alfred Sandrock e colleghi hanno creato un anticorpo che colpisce in modo selettivo la proteina che forma queste placche. Hanno poi condotto per un anno un test, coinvolgendo 165 malati con una forma lieve di Alzheimer. L’aducanumab sembra dare qualche vantaggio, sia come riduzione delle placche sia come rallentamento del declino cognitivo. Questi risultati positivi devono però essere confermati con una sperimentazione più ampia, che i ricercatori stanno già organizzando.

*** Claudia GRISANTI, giornalista, Buone notizie dalla sperimentazione di un farmaco contro l’Alzheimer, 'internazionale.it', 3 settembre 2016, qui



In Mixtura altri 2 contributi di Claudia Grisanti qui

sabato 3 settembre 2016

#PIN / Dar fiato alla bocca (MasFerrario)

#SORRISI_CONTAGIOSI / Vietnam

Vietnam
(dailymotion. via pinterest)

° ° °

Vietnam
(media-cache-ak0.pinimg.com, via pinterest)

° ° °

Vietnam
(theexposuresgallery.com, via pinterest)

#HUMOR / Sul chi va là

#FAVOLE & RACCONTI / I due semi (M. Ferrario)

Metà mattina di primavera. Un sole giovane che intiepidisce.
Campi a perdita d'occhio.
Quiete e silenzio.
Qui e là qualche casolare, collegato agli altri da viottoli sassosi, larghi quanto basta per farci passare le macchine agricole.  
In lontananza, la strada principale, poco trafficata: ogni tanto, il rumore attutito di qualche auto che passa. 

Su uno spiazzo di terra, due semi, portati da un leggero venticello che ora ha smesso di spirare, si trovano a qualche metro di distanza. 

Si guardano in giro, per capire dove sono capitati.
Annusano il terreno: è grasso e fertile. 
Uno è esuberante, l'altro è timido.
Uno non riesce a trattenere la gioia, l'altro è zitto e pensoso.

Un bambino con in mano un aquilone a forma di drago sta tornando verso la fattoria: è dispiaciuto perché il vento è caduto e non può più far piroettare il suo drago su in alto nel cielo. Ma è anche stanco per tutte le corse che ha fatto e pregusta la merenda preparata dalla mamma.
Proprio ai margini del viottolo, nota i due semi.
Si ferma.
Ha imparato dal papà e decide di provare.
Scava una piccola buca, non troppo profonda, e vi deposita dentro i semi, con cura e quasi con affetto, coprendoli con un leggero strato di terra.
Poi si guarda in giro, per ricordare il punto esatto: nei prossimi giorni verificherà se i semi hanno attecchito.
Quindi, tutto contento, corre a casa per raccontare la sua piccola avventura.

Ora i due semi sono più vicini, nascosti alla vista da quel po' di terra che il bambino gli ha versato sopra.

Il primo seme è felice.
Sa che diventerà una bellissima pianta dai fiori profumati e colorati e vuole cominciare subito a farla nascere.
Lo comunica al suo amico seme che gli sta accanto, con toni entusiastici.
Non ha dubbi su quello lui farà.
«Mi aprirò un varco in profondità: lo farò con forza e determinazione, spingendo giù le mie radici, nella terra che affonda sotto di me. Poi farò spuntare al più presto i miei germogli dallo strato di terra che abbiamo sopra di noi. E' primavera. Me la sento in tutto me stesso e annuncerò la sua energia a chiunque vedrà ciò che diventerò: chi mi passerà accanto rimarrà stupito per tutte le gemme che riuscirò a mettere. Voglio bere al più presto dai miei petali la rugiada del mattino e sentire il calore del sole sui miei fiori. Sì, ho deciso, mi darò subito da fare qui sotto: non attenderò un attimo di più».

Il secondo seme è titubante.
E' pieno di dubbi e invidia la sicurezza dell'altro seme. Si domanda se davvero ha dentro di sé i profumi e i colori che faranno diventare bella la pianta che farà nascere. E, anzi, arriva a mettere in discussione la possibilità stessa di riuscire a far crescere la pianta.
«Tu fai presto a parlare. Ma io ho paura. Non conosciamo la terra che ci sta sotto: è profonda e scura, magari è troppo compatta e, spingendo le radici in fondo, potremmo far loro del male. Ma anche la terra che ci sta sopra, forse, non è lo strato leggero che sembra: potrebbe essere pericolosa per i nostri germogli, che farebbero fatica ad aprirsi. Chi ci assicura che riusciremo a proteggerne la delicatezza? E se una lumaca domani cercasse di mangiarseli? E quand'anche riuscissimo a svilupparci e a far nascere la pianta che abbiamo dentro di noi, se poi proprio quel bambino con l'aquilone che ci ha messo qui sotto volesse cogliere i nostri fiori e nel prenderseli ci strappasse pure le radici?»

Il primo seme non si lascia scoraggiare.
«E' vero, può accadere una delle cose che hai detto. Ma può anche non accadere nulla di tutto ciò. E allora anche tu stupirai tutti per la bellezza dei tuoi colori e il profumo dei tuoi fiori. Non c'è che provare. E io ci provo.

Il secondo seme medita sulle parole appena ascoltate: anche lui avrebbe tanta voglia di provarci, ma il timore è più forte.
«Secondo me è meglio aspettare. Io resterò rintanato qui sotto, al sicuro».

Passano giorni e settimane.
Il primo seme cresce.
E diviene una pianta rigogliosa, facendo la gioia del bambino con l'aquilone, che ogni mattina, tutto orgoglioso, va ad ammirarne i fiori: ne raccoglie tre per volta, sempre con la massima delicatezza, e li porta al casolare alla mamma, che li mette in un vaso al centro della tavola.

Del secondo seme, invece, il bambino con l'aquilone non sa spiegarsi cosa sia accaduto: eppure l'aveva interrato come l'altro, con la stessa attenzione.
In effetti, lì dove lui aveva riposto i due semi, dopo qualche giorno era passata una gallina: tutta intenta a raspare il terreno in cerca di cibo, aveva trovato il seme ancora imbozzolato e se lo era inghiottito in una sola beccata.

*** Massimo Ferrario, I due semi, 2016, per Mixtura. Libera riscrittura di un breve racconto di Patty Hansen, Rischiare, in Jack Canfield e Mark Victor Hansen, Brodo caldo per l'anima - 1, 1999, traduzione di Roberto Sorgo, Armenia, 2016.


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#SGUARDI POIETICI / Il mare scava nella spiaggia (Anna Maria Ortese)

Il mare scava nella spiaggia, 
poi va via.
Quando apparisti pensavo 
che ti saresti fermato:
e ora vai via.
Non è la spiaggia più fredda 
del mio cuore, né vasta e tetra 
più dei deserti
che lasci nell’anima mia.
Sono a forma di te:
ma tu dove sei, mare?

*** Anna Maria ORTESE, 1914-1998, scrittrice e poetessa, Il mare scava nella spiaggia, da La luna che trascorre, Empiria, Roma, 1998. 
Anche in  'losguardopoIetico', n. 125, 27 luglio 2013


In Mixtura altri 2 contributi di Anna Maria Ortese qui

#LINK / Ministra Lorenzin, la fertilità non è un bene comune (Tiziana Campodoni)

E niente, non impara.

La fertilità NON E’ UN BENE COMUNE. I bimbi, invece, lo sono e dovrebbero essere tutelati. Ministra, dovrebbero. (...)

*** Tiziana CAMPODONI, #unfertilityDay … “donne ch’avete intelletto d’amore”, perdonate. Ancora., 'bluemoonandart', 2 settembre 2016

LINK articolo integrale qui

Mauro BIANI
'il manifesto', 2 settembre 2016

In Mixtura altri 8 contributi di Tiziana Campodoni qui

#QUARTAdiCOPERTINA / "Silicon Valley. I signori del silicio", di Evgeny Morozov

Evgeny MOROZOV, "Silicon Valley.
I signori del silicio"
Codice Edizioni, 2016
traduzione di Fabio Chiusi
pagine 115, ebook € 5,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Da alcuni anni le aziende della Silicon Valley promettono prosperità, uguaglianza e una nuova società in cui tutto sarà condivisibile e accessibile, superando le vecchie logiche di mercato. 
Ma le cose stanno davvero così? Siamo sicuri che Google, Amazon, Facebook, Twitter & Co. non siano piuttosto l’ultima incarnazione del capitalismo (ancora più subdolo, perché mascherato dietro la suadente retorica della rivoluzione digitale) e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi? 
In tutto questo, sostiene Morozov, di democratico, rivoluzionario e “smart” c’è ben poco; c’è invece una merce svenduta sull’altare del profitto: i nostri dati personali, la nostra privacy e soprattutto la nostra libertà.


«
Il punto non è che le promesse della Silicon Valley siano false o fuorvianti – spesso lo sono –, ma che quelle promesse possono essere comprese solo se inquadrate in un contesto più ampio: la scomparsa dello Stato sociale, la sua sostituzione con alternative più snelle, rapide e cibernetiche, e poi il ruolo che la libera circolazione dei dati è destinata a ricoprire in un regime commerciale di completa deregulation. Di solito non ci poniamo questi problemi quando parliamo di Facebook, Google o Twitter. E invece dovremmo: proprio come la Silicon Valley ha un futuro solo all’interno del capitalismo contemporaneo, il capitalismo contemporaneo ha un futuro solo all’interno della Silicon Valley. (Evgeny Morozov, "Silicon Valley. I signori del silicio", Codice Edizioni, 2016)

La favola dell’empowerment (“dare potere agli utenti”), uno dei mantra della Silicon Valley, è fatta di promesse di questo tipo. Se lo sfondo è uno Stato sociale al collasso, incapace di far fronte alle promesse fatte alle proprie stesse popolazioni, la Silicon Valley ci offre una nuova rete di protezione sociale: magari dovremo vendere la macchina e saremo sommersi dai debiti, ma avremo sempre accesso a Spotify e Google. La morte per fame è sempre possibile, ma non quella per fame di contenuti. 
Prima che auto e case scompaiano, comunque, la Silicon Valley potrebbe aiutarci a renderle beni produttivi. Grazie a start up come JustPark – un’app alla moda che consente ai proprietari di un posto auto di affittarlo a guidatori disperati in cerca di parcheggio – è possibile colmare perfino i divari dovuti alle disuguaglianze economiche, anche se in piccola parte. I comuni cittadini dovrebbero esserne felici: non solo finirebbero per non pagare nulla per i servizi di base, ma potrebbero anche integrare il modesto reddito di sempre monetizzando capitale finora “inerte”. (Evgeny Morozov, "Silicon Valley. I signori del silicio", Codice Edizioni, 2016)


Gli ipotetici benefici per l’ambiente derivanti dall’economia della condivisione sono altrettanto risibili: se è vero che ci viene chiesto di condividere le nostre auto con i vicini – è più economico, è verde! – è altrettanto vero che i ricchi continuano a godersi i propri yacht, le limousine e i jet privati, il tutto mentre i veri inquinatori – compagnie petrolifere e altri giganti industriali – continuano a farla franca perfino per cose ben peggiori. 
Nessuno nega che la sharing economy possa rendere le conseguenze dell’attuale crisi finanziaria più sopportabili, e magari lo sta già facendo; il fatto è che nell’affrontarne le conseguenze non fa nulla per rimuoverne le cause. È vero che grazie al progresso dell’information technology alcuni di noi possono finalmente cavarsela con meno, affidandosi principalmente a una distribuzione più efficiente delle risorse già esistenti. Ma non c’è niente da festeggiare: è come distribuire tappi per le orecchie contro i fastidiosi rumori stradali, invece di fare qualcosa per ridurli. 
Sensori, smartphone, app: sono questi i tappi per le orecchie della nostra generazione. Il fatto che non riusciamo più ad accorgerci di quanto allontanino le nostre vite da qualunque cosa abbia anche solo un sentore di politica è già di per sé un segnale rivelatore: la sordità – all’ingiustizia e alle disuguaglianze, ma soprattutto a quanto sia disperata la nostra stessa condizione – è il prezzo da pagare per questa dose di benessere istantaneo. (Evgeny Morozov, "Silicon Valley. I signori del silicio", Codice Edizioni, 2016)
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venerdì 2 settembre 2016

#SPILLI / Renzi, come le 3 scimmiette (M. Ferrario)

A proposito di Fertility Day e del 'nostro' (sempre più inqualificabile) presidente del Consiglio...

Ieri: 
Il Consiglio dei ministri ha approvato la proposta del Ministro della salute Beatrice Lorenzin di istituire per il 22 settembre di ogni anno una giornata nazionale dedicata all’ informazione e formazione sulla fertilità umana”. 
(comunicato stampa)

Oggi: 
Renzi dice che non ne sapeva nulla e si accoda alla valanga di critiche che sotterrano l'operato della ministra Lorenzin.

Della serie: non so, non ho visto e se c'ero dormivo.

Bell'esempio di 'scarico'. 
Del resto, visto che a Renzi piace il managerialese, siamo nella migliore tradizione dei capi che in azienda si dicono manager (naturalmente: 'vincenti') e scappano alla prima occasione in cui c'è da rispondere, direttamente o indirettamente, di 'cazzate' messe in atto dai loro collaboratori.
Forse Renzi non aveva preso visione diretta della campagna costruita sulle 4 cartoline predisposte dalla minstra Lorenzin, ma in quanto presidente del Consiglio doveva essere informato e/o informarsi, anche nello specifico, di un'iniziativa tanto importante.

Ormai ci siamo abituati a questi esempi, anche provenienti dai vertici istituzionali, che insegnano la comoda fuga dalle responsabilità quando le cose si mettono male e non c'è da prendersi gli applausi. 
Tanto poi ci sono libri, seminari e convention che inneggiano all'assunzione di responsabilità: e quel che conta è che sia salva la retorica dell'aria fritta. 

E poi, come in questi casi, c'è lo stesso Renzi che ripete un giorno sì e l'altro pure che lui, a differenza di altri, è uno che "ci mette la faccia".
A scelta, naturalmente. Purché sia di una delle 3 scimmiette.

*** Massimo Ferrario, Renzi, come le tre scimmiette, per Mixtura


In Mixtura archivio dei miei oltre 200 #SPILLI qui

#SENZA_TAGLI / Serenità e invidia (Lloyd)


Vita con Lloyd, facebook, 31 agosto 2016
Serenità, invidia

In Mixtura altri 5 contributi di Lloyd qui

#SGUARDI POIETICI / Soprattutto spero (Donatella Bisutti)

Soprattutto spero 
di non rivederti
spero che mai più tu ritorni
Come ho potuto come ho potuto per tanto tempo
sopportarti? per strada spero di non incontrarti
ma nel caso
mi vesto più elegante
mi trucco
vorrei tu mi vedessi 
come sono bella adesso

*** Donatella BISUTTI, 1948, scrittrice, saggista, poetessa, giornalista, Soprattutto spero, da Un amore con due braccia, Lieto Colle editore, 2013. 
Anche in ‘Fili d’aquilone’, n. 31, settembre 2013, qui

#SENZA_TAGLI / Fertility Day, e fertilità (Anna Mallamo)

Che poi quando mi dite "fertilità" chissà perché io - prima che a una nursery - penso a campi da arare e a cespugli di rosmarino e lavanda, a romanzi bellissimi e idee, idee che diventano oggetti, forme, pietanze, parole. 

Fertility day, va bene, ministra. E allora datemi (anche) più musei e più libri. Più orti e più verde. Più grani antichi e varianti di pesche, di broccoli, di patate dolci. Datemi più laboratori per chiudermici dentro con bambini e adulti e svariate latte di colori accesi, per ridipingere il mondo.
Datemi carta e penna, carta e carboncino, bombolette spray e muri grigi da rianimare.

Voglio essere fertile. Voglio partorire un sacco di idee, di parole, di cose. Voglio essere parte di un Paese fertile, dove in ciascuno di noi c'è un frammento di Giotto e di Caravaggio, di Dante e di Leopardi. Ma anche molto meno: c'è un frammento di chi ha dissodato valli e costruito armaceri e potato vigne blu arrampicate sulle alture. Di chi ha costruito aratri, carri, volte romaniche, bifore, rosoni, altalene. 

Voglio essere scrittrice, pittrice, contadina e allevatrice. Voglio allevare gatti randagi, cani abbandonati, piccioni cittadini color cemento. Farfalle. Unicorni, magari. 

Voglio vivere in un Paese fertile, dove si può immaginare qualunque cosa, e poi realizzarla. 
Che i bambini sono solo gli utilizzatori finali del progetto fertilità. E tutte le nostre vite hanno bisogno d'essere costantemente inseminate, impollinate, fecondate. Di parole, di note, di immagini. Di verdure, di musi, di frutti con la buccia o senza, di idee con la buccia o senza. Tutti pieni di semi. Perché la cosa è così: tutto ciò che vale la pena ha semi da reinvestire nel progetto generale. Siamo solo tramite d'una impollinazione cosmica continua. 

Fertility Day. Oggi, sì. E anche domani, e dopo. 
Che se si smette di produrre semi, di cercarli, di farli germinare. Se si smette di fertilizzarsi e fertilizzare. Eh. Se si smette, ci si trasforma in qualche ministro, o in Salvini. Brr.

*** Anna MALLAMO, 'facebook', 1 settembre 2016, qui


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#LINK / Fertility Day, retrogrado, osceno, aberrante (Andrea Scanzi)

Il #fertilityday è aberrante, retrogrado, indecente. Qualcosa di profondamente osceno, bigotto, razzista, sessista. Un abominio autentico, immorale e oscurantista. Ho passato tutta la giornata di ieri a sperare che fosse solo uno scherzo. E invece. Siamo davvero oltre ogni leggenda. (...)

*** Andrea SCANZI, giornalista, scrittore, Il Fertility day? Retrogrado, osceno e aberrante, 'ilfattoquotidiano.it', 1 settembre 2016, qui

#SENZA_TAGLI / Felicità, in 4 parole (greche) (Stefano Greco)

La felicità in 4 parole (greche):

(1) Eutichia = “La buona sorte”, la fortuna. 
Tiche, in greco è la personificazione della dea bendata.
L’ azione-effetto del caso o del destino è la buona o cattiva sorte
Felice è colui il quale è favorito dalla buona sorte

(2) Makarios = felice, nel senso di “benedetto” o “beato”. 
E’ l’uomo che, partecipando della beatitudine divina, riconosce che gli dei sono felici e quindi anche lui si sente felice, sperimentando uno stato di beatitudine.
Una felicità intesa come venatura mistica, sperimentata dalle persone che hanno fede in una qualche religione.

(3) Eutimia = dal greco euthymia, composto di eu- = buono e thymos = animo. 
E’ uno stato d'animo di serenità o neutralità; a differenza dell'atarassia o dell' apatia, essa non consiste però in un distacco o in una negazione delle passioni, ma in una sorta di tranquilla soddisfazione, di appagamento interiore tipico di chi si mantiene lontano sia dai timori che dalle superstizioni. (wikipedia)
Fu anche il titolo di una delle opere di Democrito. In latino, Seneca tradusse il termine con la parola tranquillitas.
In psicologia il termine eutimia trova una sua applicazione odierna in ambito psicologico, per indicare uno stato d'animo tipico della persona non depressa, la quale sperimenta un umore sereno o neutrale. Si differenzia così dall'euforia, dove la felicità è in eccesso, e dalla distimia, che coincide con l'umore depressivo. (wikipedia) E’ una felicità legata al senso di equilibrio emotivo personale

(4) Eudaimonia = possedere un buon “daimon” (genio, nume tutelare o, nell’accezione di Eraclito di Efeso, il “buon carattere”)
Altre successive versioni culturali del “daimon” sono l’angelo custode e lo spirito guida.
Nel caso della antica cultura greca, la felicità eudaimonica “attraversa” la persona stessa perchè coincide con il suo carattere o “genio interiore” che ne diventa addirittura il destino o comunque lo governa.
La persona eudaimonica è contenta di essere se stessa, se rinascesse vorrebbe rinascere per come è e per chi è. 
Di tutti gli esseri del pianeta, vorrebbe essere soltanto quello che già è: se stesso.

*** Stefano GRECO,  consulente, formatore, saggista, La felicità in quattro parole (greche), 'facebook', 1 settembre 2016, qui


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#SENZA_TAGLI / Leader, e passioni primitive (Bino AG Nanni)

Ai leader politici converrebbe esser prudenti nel suscitare passioni primitive nella gente: si tratta di sentimenti che hanno sempre una “doppia faccia”. I nostri genitori (o i nostri nonni) riferiscono che, quando c’era una visita di Mussolini, la gente impazziva dalla gioia. Era la stessa gente che, qualche anno più tardi, si sarebbe assiepata in piazzale Loreto. La moglie di Ceausescu si auto-proclamava “madre di tutti i Rumeni”, ed era venerata come una Madonna. La poveretta non aveva fatto i conti con la fondamentale ambivalenza dell’animo umano.

*** Bino AG NANNI, psichiatra, 'facebook', 30 agosto 2016, qui

Nicolae e Elena Ceausescu

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giovedì 1 settembre 2016

#LINK / Fertility Day e Piano Nazionale per la Fertilità (Sara Alaimo, e altre/altri)

Gentilissima Ministra Lorenzin,
siamo un gruppo di psicologhe e psicologi e leggiamo con stupore dell’iniziativa del “Fertility Day”, stupore che si trasforma in sconcerto alla lettura del Piano Nazionale per la Fertilità (qui). (...)

*** Sara ALAIMO e altre/altri, Lettera aperta al ministro Lorenzin di un gruppo di psicologhe e psicologi, 31 agosto 2016, 'facebook', qui

#SPOT / Schemino per webeti incalliti (Luciano Barone)


Lucio Barone
facebook, 31 agosto 2016, qui

#SPILLI / 'Fertility Day', un insulto (M. Ferrario)


Il Ministro della Salute ha lanciato per il 22 settembre il Fertility Day.

Al di là dell'ennesimo inutile inglesismo con cui ormai anche l'ultimo beota crede di darsi un tono, la campagna, come commenta Roberto Saviano, è un insulto («a tutti: a chi non riesce a procreare e a chi vorrebbe ma non ha lavoro.» (twitter, 31 agosto 2016).
E mentre la volgarità estetica degli spot può essere un dato soggettivo, questo giudizio, che condivido pienamente, è un dato oggettivo.

Sempre Roberto Saviano, su 'facebook' del 31 agosto, aggiunge, analizzando le 4 immagini della campagna:
«
1) "La bellezza non ha età, la fertilità sì"
Vuol dire, semplicemente, affrettatevi a fare figli: non avete un lavoro stabile? Che importa. Non siete certi che il vostro partner sia quello giusto? Mio Dio quanti problemi vi fate. Forza, procreate, fatelo a cuor leggero, ché dove mangiano due mangiano tre.
2) "La fertilità è un bene comune"
Non lo è. Non è come l'acqua. La fertilità è una caratteristica fisica individuale. Il Ministero della Salute dovrebbe fare ricerca e rendere accessibile la procreazione per quelle coppie affette da sterilità e non invitare genericamente a fare figli. Research&development dovrebbe essere la tendenza e invece questi ci riportano al Medioevo.
3) "Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi"
Da ovazione, in un Paese con il tasso di disoccupazione come quello italiano, dove chi ha talento, ambizioni e speranze emigra; dove chi non ha la solidità economica di un famiglia che possa garantire studi e accesso alla professione, lascia il Paese, sembra una presa in giro. Immagino che tutti i neogenitori quarantenni avrebbero voluto avere figli a venticinque anni, ma magari al tempo si stavano facendo le ossa, stavano lavorando gratis per qualche azienda, stavano forse trovando difficoltà a entrare nel mondo del lavoro e quindi, responsabilmente (loro sì, per fortuna) avranno pensato che per un figlio ci sarebbe stato tempo.
(e ultimo, tiriamo un sospiro di sollievo)
4) "La Costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile"
Dove in rosso, evidenziato, non trovate "cosciente e responsabile", ma "procreazione". Per i nostalgici, un tuffo nel passato.
»
La ministra Beatrice Lorenzin si difende: "volevamo solo informare". 
Diciamo allora che la signora non sa cos'è informazione. 
E che confonde informazione con propaganda. 
In linea peraltro con il governo attuale. 
E con i suoi vecchi e nuovi imbonitori. Che hanno accompagnato e accompagnano la sua carriera politica. Felice per lei e infelice per noi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura (ampliamento di un mio post su 'facebook', 1 settembre 2016, qui

#SCRITTE / Bambini, ancora per strada

#SGUARDI POIETICI / L'esercizio di stile non è sempre (Sergio Zavoli)

L’esercizio di stile non è sempre
le indolori, esitanti limature per cavarne
la vampa, il diapason, l’orgasmo;
la grazia di quel dono va trovata
nella franca bellezza del chiarore;
vana è l’idea che un artificio basti
per nutrire un pensiero bisognoso
del lampo che mancava al suo incendio.
Parola è la normalità che si fa rara
quando il suo poco ha l’arte di mostrare
che anche un’ombra fortifica la luce,
e metterla alla prova non vuol dire
scrivere occaso invece di tramonto.
La parola sa come prendere tempo,
non appare e dilegua tra le dita
dell’illusionista.

*** Sergio ZAVOLI, 1923, giornalista, scrittore, da L’infinito istante, Mondadori, 2012.
Anche in 'internopoesia', 11 luglio 2016, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Zavoli

#SENZA_TAGLI / La chiave olandese (Michela Murgia)

- Scusi, mi si è smagnetizzata la chiave della stanza. Me la rifà?
- Avrei bisogno di un suo documento.
- Sono scesa per la colazione, non ho altro che la chiave con me. Se vuole le dico il nome e la data di nascita.
- Non basta. Mi serve un documento. È per la sua sicurezza.
- La sicurezza è importante, ma io non trascurerei l'intelligenza. Cosa non le è chiaro del fatto che per prendere il documento dalla camera mi serve la chiave della camera?
- E come faccio a sapere che lei è ospite in questo albergo? 
- Potrebbe cominciare ricordandosi che mi ha fatto il check-in lei, per esempio.
Devo dire che a guardarli adesso sembra incredibile che quattro secoli fa gli olandesi abbiano potuto dominare mezzo mondo.

*** Michela MURGIA, scrittrice, 'facebook', 31 agosto 2016, qui


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#LINK / Messico, andare in pensione (Julio Gonzalez)

José ha 60 anni e ha lavorato negli ultimi quindici come contabile presso piccole aziende. Nel corso dei conteggi per la pensione, si rende conto che ha contribuzioni effettive nel sistema nazionale di sicurezza sociale solo per 18 anni. Negli ultimi anni, come conseguenza dell’importante crisi economica, ha trovato dei lavori saltuari che oltre a non garantirgli un salario stabile non gli hanno nemmeno garantito il pagamento delle contribuzioni da parte mexico 4dei suoi datori di lavoro. In base alle nuove regole per andare in pensione José non raggiungerebbe i 25 anni di contributi che la legge prevede al giorno d’oggi. José si ritrova purtroppo in compagnia di tanti altri come lui, facendo parte della “generazione della transizione”, il cui futuro pensionistico in Messico è incerto. (...)

*** Julio GONZALEZ, manager internazionale, Messico: senior e nuvole, 'osservatorio senior', luglio 2016, qui


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#SENZA_TAGLI / Apple, e Facebook (Francesco Erspamer)

Senza Steve Jobs la Apple perde colpi. Lasciare che i giornali diano la notizia che in Irlanda ha risparmiato 13 miliardi di euro grazie a vantaggi fiscali illegali (oltre a centinaia di miliardi di vantaggi fiscali legali)! Quando sarebbe bastato donare 500mila euro per il terremoto (e neppure in denaro, andavano bene anche iPhone invenduti di vecchia generazione) e La Repubblica e i media tutti avrebbero celebrato in prima pagina la sua generosità, scordandosi il dettaglio delle tasse non pagate.

*** Francesco ERSPAMER, docente di studi italiani e romanzi ad Harvard, saggista,'facebook', 31 agosto 2016, qui


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#QUARTAdiCOPERTINA / "Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara", di Paco Ignacio Taibo II

Paco Ignacio TAIBO II, "Senza perdere la tenerezza.
Vita e morte di Ernesto Che Guevara"
traduzione di Gloria Cecchini, Gina Maneri, Sandro Ossola
2011, Il Saggiatore, 2012
pagine 1.052, € 25,00, ebook 10,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Questa è la biografìa più riuscita e più letta del guerrigliero e dell'uomo che fu Ernesto Che Guevara. 
Una vita che è già leggenda, dalla giovinezza nomade e ribelle alla rivoluzione castrista, dal periodo di governo a Cuba alla tragica fine sui monti della Bolivia. 
Paco Taibo, con il suo talento di romanziere, riesce a farne una storia palpitante che si svolge davanti ai nostri occhi, tenendone vivo il carattere di "provocazione che viene dal passato" e di simbolo di una rivoluzione latinoamericana che continua a essere necessaria. In equilibrio tra lucidità e passione, svela del Che le mille sfumature, la tenacia, l'idealismo, le idiosincrasie, gli attacchi d'asma, le letture preferite, gli innamoramenti non solo intellettuali.


«
"Si è molto sviluppato in me il senso del collettivo in contrapposizione al privato, sono sempre il solitario che ero, alla ricerca della mia strada senza l’aiuto di nessuno, ma adesso ho il senso del mio dovere storico. Non ho casa, né moglie, né figli, né genitori, né fratelli, i miei amici sono tali finché la pensano politicamente come me, e tuttavia sono felice, sento la presenza di qualcosa nella mia vita, non solo una grande forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di trasmetterla agli altri, e il fatalismo della mia missione mi toglie ogni timore. Non so perché scrivo questo, forse è semplice nostalgia di Aleida. Prendila per quello che è: una lettera scritta in una notte di temporale nei cieli dell’India, lontano dalla mia patria e dalle persone che amo". (Che Guevara, dai suoi diari, in Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 2012)

"Trasformarsi in un informatore costante; non un informatore sulle possibili cospirazioni, abbiamo un intero popolo che vigila e che ci aiuterà, ma un osservatore della reazione popolare alle misure prese da un ministro o dal governo in generale, per sapere persino che cosa si pensa (…). E non per schedare qualcuno, non per punirlo per aver espresso un’opinione: tutto il contrario, per analizzare quell’opinione, per vedere quanto di vero ci sia in quell’opinione sulle nostre azioni e che cosa pensa il popolo di quelle azioni. Il popolo non sbaglia mai, siamo noi che sbagliamo, che dobbiamo rettificare." (Che Guevara, dai suoi diari, in Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 2012)

Il 13 marzo viene decretato un nuovo razionamento di carne, latte, scarpe e dentifricio. Oltuski racconta: «Una volta qualcuno criticò la scarsità di cibo, e lui disse che non era vero, che a casa sua si mangiava in modo adeguato. “Forse ti danno una quota aggiuntiva” dissi un po’ per scherzo e un po’ sul serio. 
«Il Che si accigliò, si avvicinò al telefono che stava su un tavolino a tre metri dalla scrivania dell’ufficio e chiamò casa sua. 
«Il giorno dopo ci chiama per dirci: “Era vero, fino a ieri ricevevamo una quota aggiuntiva”. 
«E informò il suo segretario Manresa: “A partire da ora in casa mia si mangia con la tessera (di razionamento)”». 
E fece di più: non solo a casa sua si sarebbe mangiato con la libreta, ma anche al ministero. Manresa racconta: «Mi disse di parlare con Manuel Luzardo, ministro del Commercio interno, per sapere che cosa si mangiava nei locali pubblici, che cosa mangiava la popolazione, in modo che esattamente quello gli venisse dato al ministero. Per me era un cazzo di problema. Quell’uomo lavorava venti ore al giorno, aveva l’asma, non poteva mangiare uova e non poteva mangiare pesce per via dell’allergia. A volte lo ingannavo per migliorare la sua dieta. A lui piaceva molto la frutta, il brodo di pollo e la carne di manzo, da buon argentino. Per questo ogni tanto gli inventavo una grigliata, e dovevo anche inventarmi una storia. Gli raccontavo che dei compagni latinoamericani volevano fare qualcosa e organizzavo una grigliata sul tetto del ministero dell’Industria». 
Dato che quello dell’alimentazione era uno dei settori più colpiti dalle ristrettezze di cui l’economia cubana cominciava a risentire, il Che era incredibilmente rigido riguardo al cibo. Orlando Borrego ricorda che una volta, dopo che il Che aveva avuto un attacco di asma, il cuoco della mensa collettiva del ministero portò da casa un pezzo di carne e glielo servì, ma appena se ne rese conto il Che ordinò che gli portassero via il piatto e fece una sfuriata terribile. Rimproverato dai suoi più stretti collaboratori, che dicevano che il cuoco aveva portato la carne da casa sua, che era un gesto di stima e che doveva prendersi cura della sua salute, li liquidò con un "si inizia così e poi ci si abitua ai privilegi inaccessibili alla maggior parte delle persone, e si diventa viziati, insensibili ai bisogni degli altri". Gli aneddoti sulla sua battaglia contro qualsiasi privilegio in ambito “alimentare” sono centinaia. (Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 2012)
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