martedì 25 agosto 2015

#LIBRI PIACIUTI / Little Scarlet, di Walter Mosley (recensione di M. Ferrario)

Walter MOSLEY, Little Scarlet, 2004, Einaudi, 2014
traduzione di Wu Ming 1
pagine 298, € 16,50, formato ebook € 6,99

Il 'noir' americano, per lo stile e i contenuti 'hard boiled' che lo hanno reso famoso, non è tra i miei preferiti. 
E forse anche per questo solo oggi mi è capitato di incontrare Walter Mosley, un autore afroamericano autorevole e pluripremiato, che ha scritto parecchi romanzi, ma ha acquisito un successo particolare con le avventure seriali di un investigatore nero, Easy Rawlins. 

Incontro felice, lo ammetto: non solo per la vicenda specifica (intensa e coinvolgente), ma perché il protagonista, che si rivela figura complessa e accattivante per sensibilità umana ed equilibrio di visione politica, ci offre uno sguardo non banale sulla cultura dei neri statunitensi, che ovviamente ben conosce per la sua appartenenza orgogliosa e convinta, benché resistente alle lusinghe della violenza  

Il contesto ci immerge nelle rivolte razziali di Los Angeles degli anni 60. L'obiettivo assegnato a Easy Rawlins, l'investigatore 'senza licenza' cui la polizia (bianca) si affida, in segreto, per scoprire l'omicida della trentaquattresima vittima (nera) dei disordini, è particolarmente delicato, tanto che la notizia di questa ennesima morte è tenuta segreta: il rischio infatti è quello di scoprire che l'autore sia un bianco; il che potrebbe gettare nuova benzina sul fuoco. 

I personaggi che muovono la storia sono tanti: a parte un poliziotto bianco 'anomalo', che suscita simpatia in Easy Rawlins per la capacità rara di sottrarsi ai pregiudizi razziali e che si rivela un supporto importante per l'indagine, tutti gli altri sono amici o conoscenti afroamericani dell'investigatore, più o meno implicati in attività criminali di sopravvivenza. E che spesso fanno riferimento a storie che l'autore ha intrecciato nei numerosi romanzi precedenti. E poi, c'è la famiglia, intrigante, del protagonista: la moglie hostess, che vola per il mondo ma ha sempre il cuore a casa, con i figli adolescenti, costituisce per Rawlins un porto sicuro e stabile di affetto e sostegno: un fattore decisivo, questo, per contrastare le sottili tentazioni con le quali spesso le donne incontrate durante le varie attività di indagine lo sottopongono a prova. 

Il linguaggio secco, nervoso, svelto, ma ben costruito e capace di rendere con incisività descrizioni e atmosfere, invita a far correre le pagine. Storia e stile offrono una lettura leggera, ma saporita e mai distratta: una trama che prende e non ti lascia indifferente. Si avverte con piacere la presenza non neutrale, ma 'impegnata', dell'autore nel far vivere i grandi temi delle relazioni sociali e di potere tra la maggioranza bianca e la minoranza nera: povera, disprezzata e angariata.
Sappiamo che anche a distanza di quasi cinquant'anni dall'epoca qui rievocata, la questione dell'integrazione resta irrisolta (non solo tra bianchi e neri e non solo in Usa): il romanzo, restando dentro i canoni tradizionali di un 'noir', non la pone al centro, ma lo sfondo 'acceso' su cui è tutto costruito sembra, per certi versi, ancora più parlante e provocatorio e non può non suggerire qualche pensiero utile anche per l'oggi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Guardavo un servizio sulla rivolta al notiziario di seconda serata, col volume tutto basso. Quei poveracci, per le strade, combattevano un nemico che anch’io conoscevo bene. Avevo letto i quotidiani e sentito le opinioni degli anchormen bianchi, ma opinioni come la mia non le trasmettevano mai. Odiavo le devastazioni e la violenza, ma a che servivano legge e ordine, se tutti ignoravano che vita facevano i nostri bambini, trattati da teppisti e puttanelle? La mia pazienza era ormai piú sottile di un nichelino, ma stavo ancora in casa, con l’intenzione di proteggere la mia famiglia acquisita. Per quello mi ero messo a piangere. Ma come potevo spiegarlo a una bambina di nove anni? 
– Ero triste perché le persone non si capiscono tra loro, – dissi. 
– È per questo che fanno a botte. 
– Perché? – mi chiese lei, poi appoggiò la testa alla mia guancia, e tutto il dolore si dissolse.
– Perché non sanno com’è stare nella pelle di un altro. 
– Ho fame, papà, – disse, e capii che avevo trovato le parole giuste. (Walter Mosley, Little Scarlet, Einaudi, 2014)

Bonnie aveva avuto la sua parte di sofferenza, nella vita. Lo sapevo bene, e non volevo rivangare, ma sentivo l’urgenza di spiegarmi. 
– Ma il fatto di avere subito un torto, – disse lei, e in ogni parola si sentiva quella sofferenza, – non rende giusta ogni mia azione. Non potremmo decidere, una volta tanto, di lasciar correre e andare oltre? 
– Non puoi lasciarti alle spalle una cosa del genere. Ci pensi quando vai a letto, e ci pensi quando ti svegli. La stavo guardando negli occhi. Avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma non lo fece. 
– Ed è anche peggio di così. A molte persone il dolore che hanno provato rimane dentro, e da fuori non si vede. Se io ti do un pugno in testa, rimane tra me e te. Dopo tu puoi lasciarmi, trovarti un altro uomo e andare a lavorare senza vedere altre donne con bernoccoli in testa. Ma se sei di Watts o di Harlem o di Fifth Ward, ogni anima che incontri è stata minacciata, picchiata, messa in galera. Se hai figli, prima o poi verranno picchiati. Per quanto tu vada indietro coi ricordi, troverai sempre una storia di violenza. E allora, quando vedi un tizio portato via dagli sbirri e sua madre che piange, la cosa riguarda anche te. Magari la donna non la conosci, e il tizio chissà che ha fatto per essere arrestato, ma non importa, perché ci sei passato anche tu. E ci sono passati anche quelli intorno a te. E fa caldo, e non hai il becco di un quattrino, e queste cose le hai subite per il colore della tua pelle, per più anni di quelli che tua nonna può ricordare. 
C’erano lacrime, nelle mie parole, se non nei miei occhi, e anche Bonnie stava piangendo. Mi mise le mani sugli avambracci. Il suo calore mi attraversò la pelle. Rimanemmo in silenzio. (Walter MosleyLittle Scarlet, Einaudi, 2014)
»

#VIGNETTE / Amore di mamma (Costanza Prinetti)

Costanza PRINETTI, 1980, illustratrice, traduttrice, sceneggiatrice
Amore di mamma
'stateofmind.it', 14 maggio 2015, qui

#LINK / Scortesia, in aumento (Oliver Burkeman)

Sembra che in quest’era moderna molte persone non abbiano più il tempo per essere educate”, borbottava il New York Observer nel 1899, ma non è difficile immaginare che queste parole le possa pronunciare qualsiasi attempato e scorbutico editorialista di oggi, categoria dalla quale non me la sento di escludermi. “Il fatto è che viviamo in un’epoca frettolosa e distratta in cui il massimo che molti sembrano essere in grado di fare è correre a prendere un treno… senza sprecare tempo in formalità e frasi gentili”.

In realtà, sembra proprio che la maleducazione sia in aumento. Come ha scritto di recente la ricercatrice Christine Porath in un suo articolo pubblicato dal New York Times: rispetto agli anni novanta, oggi le probabilità di osservare comportamenti sgarbati nei posti di lavoro sono raddoppiate. Ma la spiegazione che ne dà non è diversa da quella del 1899. Lo studio di Porath dimostra che circa il 40 per cento di noi, in tutti i settori, sostiene di essere sgarbato perché non ha tempo per essere gentile. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista, inglese, La scortesia non fa risparmiare tempo, 'internazionale.it', 14 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Oliver Burkeman qui

#LINK / Europa, cosa pensano gli europei in 5 grafici (Jacopo Ottaviani, Eurobarometer)

I dati dell’ultima pubblicazione di Eurobarometer (numero 83) sono divisi in cinque parti. 
La prima analizza l’opinione dei cittadini sulle istituzioni nazionali ed europee. 
La seconda parte riguarda le preoccupazioni dei cittadini europei. 
La terza prende in considerazione le sensazioni nei confronti della situazione economica attuale e della moneta unica. 
La quarta sezione si dedica all’identità europea dei cittadini, mentre la quinta mette a fuoco alcuni temi rilevanti per l’Ue, come industria, investimenti, commercio, energia e immigrazione.

I cinque grafici che seguono visualizzano una selezione dei dati contenuti nell’ultimo rapporto Eurobarometer. 

*** JacopoOTTAVIANI, giornalista, Cosa pensano i cittadini europei dell’Europa, in cinque grafici, 'internazionale.it', 23 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

lunedì 24 agosto 2015

#PIN / Memoria e futuro (MasFerrario)


#VIGNETTE / Il mio problema (Massy)

MASSY, vignettista
Nessuno mi prende in considerazione
da 'happyblog.it', 18 novembre 2009

#SPILLI / Spiegare, comprendere (M. Ferrario)

Più invecchio più capisco che sempre meno si può spiegare e sempre più si dovrebbe comprendere
Le spiegazioni possono essere mille, tutte giuste e nessuna vera. La comprensione, invece, è una. 
Ed è l'unica che - anche, forse - potrebbe spiegare. 
Ma per attuarla ci vorrebbe, più che un atteggiamento o una capacità, un sentimento - l'empatia -, spesso poco favorito proprio dal crescere degli anni. 
La presa di distanza dal mondo, o peggio l'acidulità implicita negli eterni sospiri che accompagnano i quotidiani 'o tempora o mores', fa alzare il sopracciglio. 
E con il sopracciglio alzato, non si vede meglio: si sentenzia.

*** Massimo Ferrario, 2002-2015, per Mixtura


Cicerone al Senato, caricatura di John Leech, 1817-1864

#LINK #VIDEO / Amazon, l'inchiesta del New York Times (intenrazionale.it)

Una recente inchiesta del New York Times ha scatenato un dibattito sulle condizioni degli impiegati di Amazon, l’azienda statunitense di commercio online. 
Secondo il New York Times, che ha intervistato più di cento dipendenti ed ex dipendenti, Amazon costringe i cosiddetti “colletti bianchi” a ritmi massacranti di lavoro e ha adottato una cultura del lavoro definita “darwinista”, che non tiene conto della vita privata e perfino delle condizioni di salute dei lavoratori, ma solo della produttività in ufficio.

*** (non firmato), L’inchiesta del New York Times su Amazon apre un dibattito sulle condizioni dei lavoratori  'internazionale.it', 18 agosto 2015

LINK articolo integrale qui

*** VIDEO, I commenti dei lettori all’inchiesta del New York Times su Amazon, in 'internazionale,it', 19 agosto 015

LINK, qui
L’inchiesta del New York Times sulle condizioni degli impiegati di Amazon ha provocato migliaia di commenti online dei lettori sullo stress nei posti di lavoro. 
Il giornale ha selezionato in un video alcuni dei più interessanti. (dalla presentazione)

#CIT / Miti e sogni (Joseph Campbell)



Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Joseph Campbell qui

#RITAGLI / Trappole, per farci comprare ciò che vogliono (George Akerlof)

[D: Siamo abituati a pensare al 'phishing' come alla sottrazione di informazioni riservate su Internet, come il numero di carta di credito, per usi fraudolenti. Lei però intende il termine in senso più ampio...]
«Più in generale mi interessa come aziende e organizzazioni sfruttino i nostri momenti di irrazionalità o la nostra mancanza di informazioni per farci abboccare alle esche che disseminano sul mercato».

[D: A proposito di mancanza di informazione: oggi cosa è cambiato di più nel rapporto tra consumatori e aziende?]
«Pensiamo ai nostri acquisti tipici: sono per lo più abitudinari. Quando siamo al supermercato non confrontiamo ogni volta tutti i vari prodotti tra loro, ma compriamo "il solito", ossia la marca abituale. Però esistono momenti nei quali prendiamo decisioni "nuove": cogliere questi momenti è importante per le aziende che vogliono conquistarci come consumatori. Ad aiutarle sono i big data, ossia i veri e propri dossier digitali che le aziende raccolgono su di noi, mettendo insieme le informazioni che disseminiamo su Internet e altrove. Un esempio: nel 2012 la catena di supermercati Target, applicando modelli statistici agli acquisti di una ragazza del Minnesota, tra i quali cotone e integratori minerali, «intuì» che la ragazza fosse incinta e le mandò a casa pubblicità per future mamme, con lo stupore dei suoi genitori che ne erano all'oscuro».

[D: Le aziende, insomma, ci conoscono meglio di noi stessi...]
«Pensi alle palestre. Studi mostrano che in media gli americani vanno in palestra circa 5 volte al mese, e cosi facendo finiscono per pagare in media 17 dollari a ingresso. Quando esisterebbero anche ingressi unici a 10 dollari. Preferiamo sottoscrivere abbonamenti annuali per non stare a pagare di volta in volta, ma in genere così facendo regaliamo soldi alle palestre, che d'altra parte sanno bene quanto siamo pigri e ci incentivano agli abbonamenti "lunghi"».

[D: Comunque, anche quando ci costa troppo, la palestra è salutare. Molto meno bene, invece, fa il gioco...]
«In Nevada - dove le slot machine sono ammesse ovunque: supermercati, negozi, stazioni di servizio - ogni adulto in media spende 1.200 dollari all'anno nel gioco: oltre il 4% del reddito pro-capite, 9 volte in più della media americana. Quando si ammorbidiscono le regole, possono formarsi incentivi dannosi per la società».

Perché una grande differenza tra ciò che le aziende sanno e ciò che i consumatori sanno è dannosa non solo per le nostre tasche, ma anche per l'economia?
«Diventa un danno soprattutto in mercati di un certo tipo. Certi beni che - come le auto usate - hanno una qualità molto variabile, e per di più molto difficile da valutare a occhio al momento dell'acquisto, incentivano i venditori a vendere esemplari di scarsa qualità a prezzo più alto di quello che valgono. Questo porterà i compratori a orientarsi verso prodotti di prezzo medio, per ridurre il rischio. Ma allora i venditori saranno ancora meno incentivati a mettere sul mercato beni di buona qualità, perché, per venire incontro alla percezione dei consumatori, dovrebbero venderli a prezzo inferiore al loro valore. Così, a lungo andare, la competizione tra venditori farà rimanere sul mercato soprattutto quelli che vendono beni di cattiva qualità, con danno anche per i consumatori». 

[D: A proposito di beni di cattiva qualità: e i prodotti finanziari?]
«Non è molto diverso dal caso delle auto usate: siamo arrivati alla crisi del 2008 perché le agenzie di rating, per compiacere i clienti, sopravvalutavano prodotti finanziari scadenti. Così era diventato più conveniente mettere sul mercato prodotti finanziari rischiosi, come le obbligazioni garantite da mutui subprime, contando che le agenzie di rating li avrebbero fatti sembrare più sicuri con le loro valutazioni generose. E' un altro esempio di incentivi sbagliati che portano un mercato al collasso».

[D: Nel libro lei mostra che le asimmetrie informative tra chi «vende» e chi «compra» esistono anche in politica...]
«Pensiamo alla strategia elettorale più scaltra. Innanzitutto fare pubblici proclami su argomenti che stanno a cuore all'elettore medio, e sui quali è sufficientemente informato. Poi invece, su quegli argomenti che sfuggono al grande pubblico ma stanno a cuore ai gruppi di interesse, il politico americano tende a rivolgersi con una certa discrezione alle lobby per farsi finanziare la campagna elettorale rivolta al grande pubblico».

[D: Comunque siamo bravissimi ad autoingannarci, anche senza influenze esterne...]
«Lo facciamo soprattutto per esorcizzare pensieri sgradevoli. Studi degli anni Settanta mostrarono che i dipendenti di centrali nucleari erano restii a indossare dei badge utili a raccogliere informazioni sull'esposizione alle radiazioni. Si è anche visto che molti di coloro che vivono in zone a rischio di terremoto o alluvione sono restii ad assicurarsi contro quelle minacce. Chi si comporta così lo fa per autoconvincersi che tutto andrà bene. È la stessa ragione per cui è bene che gli accantonamenti previdenziali siano obbligatori: se lasciati del tutto liberi, molti di noi non risparmierebbero abbastanza perché non desiderano immaginarsi vecchi».

*** George A. AKERLOF, economista statunitense, premio Nobel per l'economia nel 2001, autore con Robert J. Shiller (economista e premio Nobel per l'economia nel 2013) di Phishing for phools: the economics of manipulation and deception (A pesca di sciocchi: l'economia della manipolazione e dell'inganno), Princeton University press, 2015,  intervistato da Giuliano Aluffi, Tutte le trappole per far comprare anche quello che non serve, 'Il Venerdì', 31 luglio 2015



domenica 23 agosto 2015

#PIN / Decidere, banale eppure (MasFerrario)


#MOSQUITO / Dire no, la passione luciferina (Quirino Principe)

[D: Ma che cos'è questa passione luciferina?]
«È la disobbedienza. È dire no. Lucifero pronuncia il primo no. È provare a ribellarsi alle convenzioni e al conformismo; alle imposizioni e all'oltraggio».

[D: E lei lo ha fatto?]
«Ci ho provato. Ho detto molti no nella mia vita. E l'ho capito proprio quando la prima volta non ebbi il coraggio di pronunciarlo, quel fatidico no».

[D: Cosa accadde esattamente?]
«Fu durante una vacanza estiva non lontano da Trieste. In quei giorni nacque un idillio con una ragazza. Mi innamorai e, cosa ancora più sorprendente, lei si innamorò di me. Quando comunicai la cosa a mio padre. Rispose: bene, finalmente. E poi volle sapere il nome: Nevenka, gli dissi. Si precipitò da me e mi schiaffeggiò e mi portò via, in macchina. E mi ordinò di non vederla mai più. E sa perché? Perché era slava. E io non ebbi il coraggio di dire no. Subii il suo razzismo e becero nazionalismo».  



*** Quirino PRINCIPE, 1935, musicologo, traduttore, saggista, intervistato da Antonio Gnoli, "Odio me stesso e odio ubblidre. Coltivo l'arte luciferna di dire no", rubrica 'straparlando', 'la Repubblica', 26 luglio 2015


         

#SCRITTE / Spegnete facebook

(da 'starwalls.it', via pinterest)

#HUMOR / Conosci lo spagnolo?

Conosci lo spagnolo?
(da 'incondivisione.altervista.comì, via pinterest)

#SCRITTE / Revolution

(da 'fromupnorth.com', via pinterest)

#MOSQUITO / Avere, o essere (Erich Fromm)

L'aut-aut tra avere ed essere non è un'alternativa che si imponga al comune buon senso. Sembrerebbe che l'avere costituisca una normale funzione della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo avere oggetti. Inoltre, dobbiamo avere cose per poterne godere. In una cultura nella quale la meta suprema sia l'avere - e anzi l'avere sempre più - e in cui sia possibile parlare di qualcuno come una persona che «vale un milione di dollari», come può esserci un'alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario, che l'essenza vera dell'essere sia l'avere; che, se uno 'non ha' nulla, 'non è nulla'. (...)

Gli studenti che fanno propria la modalità dell'avere si prefiggono un'unica meta: conservare ciò che hanno appreso», registrandolo esattamente nella propria memoria oppure conservando accuratamente le annotazioni. Non devono né produrre né creare qualcosa di nuovo. In effetti, gli individui del tipo «avere» mostrano la tendenza a sentirsi turbati da nuovi pensieri o idee su questo o quell'argomento, e ciò perché il nuovo mette in questione l'insieme cristallizzato di informazioni che già possiedono. In effetti, per una persona agli occhi della quale l'avere costituisce la forma principale di relazione con il mondo, idee che non possano venire facilmente incamerate (o registrate per iscritto) sono preoccupanti, al pari di qualsiasi altra cosa cresca e si trasformi, e che pertanto sia incontrollabile. 

*** Erich FROMM, 1900-1980, sociologo e psicoanalista tedesco, Avere o essere, 1976, Mondadori, 1977




Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Erich Fromm qui

#VIDEO / Innovazione, i 7 peccati (Massimo Russo)


Massimo RUSSO, giornalista, direttore di Wired
I 7 capitali dell'Innovazione (o degli Innovatori), FiordiRisorse
video, 3min37

In modo calmo e piano, un elenco breve e argomentato di cosa non è (e di cosa è) innovazione. 
Degli errori che possono fare gli Innovatori e dei comportamenti che facilitano l'Innovazione. (mf)

#RITAGLI / Italiani, sempre fregati dal senso di appartenenza (Tim Parks)

Perché si ripete sempre lo stesso problema In Italia? La difficoltà nel fare sistema; gli albergatori piccoli che non vanno d'accordo con quelli grandi, tutti e due che non s'intendono con i tour operator. Per lo straniero è un mistero. Nel piccolo il Paese funziona benissimo. Il bar dove chi viaggia va a fare colazione è una meraviglia di organizzazione e efficienza. Idem l'albergo che trova su Booking.com. Talento e preparazione non mancano. Ma se per caso il turista si mette a parlare con i protagonisti di queste realtà virtuose, gli diranno che raggiungono i loro obiettivi non grazie alle infrastrutture statali ma loro malgrado, lottando contro ogni tipo di ottusità, sorvolando su qualche regola. Poi trova il museo chiuso, lo sciopero dei mezzi, in generale una grande difficoltà a combinare visite e percorsi. E magari gli viene da pensare che questa sarà la sua ultima vacanza italiana. (...)
Ecco l'ipotesi che dopo trentatré anni in Italia sono giunto faticosamente a elaborare.
Nella stragrande maggioranza dei casi, il primo valore per l'italiano è l'appartenenza. Fare parte di una famiglia, un gruppo di amici, una categoria, essere accettati e rispettati dagli altri è il bene supremo. Più importante di essere buoni, o indipendenti e coraggiosi, più importante ancora di essere vincenti e avere successo, conta essere ben integrati nel proprio gruppo di riferimento. L'esclusione da quel gruppo verrà vissuta come un incubo, così come, all'inverso, la minaccia di abbandonare famiglia o amici è una carta pesantissima da giocare. (...) 
La situazione ha il suo lato positivo. Gli italiani fanno di tutto per sostenere chi del loro gruppo rischia di finire in mezzo a una strada. Quasi non è permesso fallire. Qualche lavoretto comunque ti troveranno. O una pensione d'invalidità. In questo l'Italia è lontana anni luce dall'America, dove sia il successo plateale, come pure il fallimento rovinoso, il morire da mendicante nel gelo newyorkese, fanno parte della narrativa collettiva più consueta, essendo gli americani più attaccati al sogno di vincere, di riuscire personalmente, che non all'appartenenza. Si parla molto dell'individualismo italiano, ed effettivamente molti italiani se ne infischiano allegramente delle regole della vita civile. Ma lo fanno perché forti della loro appartenenza a una famiglia o a un gruppo che non tradiranno mai. Non esiste, in Italia, la figura del "whistlebiower", che denuncia le malefatte del gruppo in favore del bene collettivo. Non esiste perché non solo sarà escluso dal proprio di gruppo, ma anche da ogni gruppo che si rispetti. È questo il guaio italiano. L'appartenenza è il valore dominante, ma il gruppo di riferimento non corrisponde mai alla nazione. (...)

*** Tim PARKS, 1954, giornalista e saggista inglese, Ma il senso di appartenenza vi fregherà sempre, 'L'Espresso', 10 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui