lunedì 21 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / La farfalla che non vola (Massimo Ferrario)

Per la bambina era la prima volta. 

Non era mai stata in campagna dallo zio contadino e non finiva di girare per la fattoria. Era interessata a tutto e perlustrava ogni angolo.
Fu colpita da una strana cosa, là nella parte in ombra della legnaia. 

Collegò soltanto dopo che quella cosa doveva essere un bozzolo: e al momento si avvicinò incuriosita, con circospezione. Scoprì che dentro, oltre il buchino che appariva in cima, c’era vita. Si dimenava un animaletto, in forma di minuscole zampine. Fu allora che si ricordò: a scuola la maestra aveva raccontato delle farfalle. Di come facessero fatica a diventare ciò che erano e a spiccare il volo dopo il loro stato di bruchi. 
Si fermò a fissare il movimento inconcludente di quell’essere minuscolo che doveva diventare una farfalla. Ci stava provando con tutte le sue forze, ma il bozzolo non si apriva. E la farfalla restava prigioniera.

Provò una pietà affettuosa. 
Spettava a lei aiutare il bozzolo ad aprirsi. Cercò in giro, corse in casa in cucina, trovò un coltellino, ritornò nella legnaia. Mise la massima attenzione: con la punta del coltellino, allargò il foro. Piano piano. Delicatamente. E a quel punto la farfalla uscì dal bozzolo.

La bambina sospirò, felice: è fatta, si disse.
Invece non era fatta per nulla. 
Perché la farfalla, appena capitata fuori dal bozzolo, provava a spiegare le piccole ali, ma non ci riusciva. Erano tentativi continui, però senza successo. Faceva passettini fuori dal bozzolo, ma restava a terra. I suoi muscoli non erano abbastanza forti: le era stato risparmiato lo sforzo di uscire dal bozzolo e ora questo mancato sforzo non le dava la forza di volare.

La bambina corse dallo zio, piangendo: stava arando nei campi. E lo costrinse a venire subito a vedere.
- Fai qualcosa, zio. La farfalla deve poter volare: non so perché non vola. Cosa le è successo?
Raccontò del bozzolo e del coltellino. 

Lo zio cercò di essere più delicato possibile con la nipotina.
- Qualche volta aiutare fa male, piccola. Perché impedisce a chi deve fare di fare. Tu volevi essere buona con la farfalla, lo so. Ma quello che adesso stai imparando vale anche per gli esseri umani. Nascere e crescere richiede sforzi che nessuno può fare al nostro posto. Nessuno meglio della natura ce lo insegna. Anche con la durezza spietata che è tipica proprio della natura. La farfalla che non riesce a volare la terrò qui al riparo, nella legnaia: e la curerò personalmente fino a quando sarà in vita, facendo in modo che abbia sempre vicino qualche fiore fresco da cui possa suggere il nettare. Quello che però nessuno può fare è darle il volo che le manca. 
Lo zio abbracciò la bambina: capiva che il suo pianto era necessario.

- Mi spiace, piccola. Oggi hai imparato una cosa molto importante: dilla a scuola. Sarà un grande insegnamento per tutti.

*** Massimo FERRARIO, La farfalla che non vola, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura di un testo di autore anonimo

In Mixtura ark #Favole&Racconti di M. Ferrario qui

domenica 20 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / La mano a cucchiaio (Massimo Ferrario)

Un tramonto dolce e rosso su un mare calmo che invita a rilassare l’anima. 
Una mamma e un bambino camminano sulla spiaggia sabbiosa.
- Mamma, sto crescendo. Oggi conosco tanti bambini e domani conoscerò tanti uomini e tante donne. Avrò anch’io, come te e papà, amici che non sono semplici conoscenti. E magari troverò una bella donna come papà ha trovato te. Oppure, chissà, un uomo con cui mi piacerà vivere. Insomma, mi capiterà quello che capita a tutti: di provare amicizia e affetto. E di essere oggetto, a mia volta di amicizia e di affetto. Ti chiedo: c’è una cosa che è utile sapere per conservare un affetto con un’altra persona, maschio o femmina che sia?

La mamma si ferma, stupita.
- Sì, stai crescendo, figlio mio. Lo dice anche la domanda che mi hai fatto.
Leo sorride: un po’ perché gli piace essere ritenuto già un ragazzino e un po’ perché non vuole essere preso troppo sul serio.
- Ho fatto una domanda troppo da adulti?
- Sì. E’ una domanda intelligente. E per le domande intelligenti, come imparerai, non c’è sempre risposta. O, meglio: non c’è risposta chiara, precisa, sicura. Il tipo di risposta che in genere vogliamo. Sono i casi in cui è bene resti sempre aperta la domanda: utile per non smettere di interrogarsi.
- Quindi non mi risponderai?
Stavolta è la mamma a sorridere. 
- Ci provo. A modo mio: se no, non sarei la mamma che conosci. 

Il bambino lancia un segnale di affettuosa complicità alla mamma, stringendole più forte la mano.
- Ahi… E’ proprio il momento che me la lasci, la mano: usala per raccogliere un po' di sabbia. 
- Perché?
- Fa parte della risposta che sto per darti.
Leo si china e mostra una manciata di sabbia finissima. 
- Ora stringi il pugno... 
Il bambino esegue: più stringe, più la sabbia gli esce dalla mano. 
- La sabbia scappa.  
- Infatti. Ora tieni la mano più aperta...
- La sabbia se ne va ancora più velocemente e in maggiore quantità.
- Perfetto. Ora raccogline un altro po' e tienila sempre in mano, ma apri la mano a cucchiaio... così... abbastanza chiusa per custodirla e abbastanza aperta per non stringerla. 
Il bambino obbedisce: si china, raccoglie la sabbia e dispone la mano imitando il gesto della mamma. 

La mamma conclude:
- Ecco. Adesso hai visto come può funzionare un’amicizia. Il problema però è che con le persone, se pure il principio può essere lo stesso, è tutto più difficile: perché le persone non sono come la sabbia. La sabbia è inerte, passiva: se non la fai scivolare via, sta appunto nelle nostre mani. Buona e ferma. Le persone, invece, per fortuna, sono attive. E possono andarsene anche quando noi abbiamo verso di loro un’attenzione giusta, equilibrata, attenta. Magari cercando di imitare la mano ‘a cucchiaio’. Anche perché la mano che può essere ‘a cucchiaio’ per noi, per altri può essere troppo aperta o troppo chiusa. Segnalando indifferenza, nel primo caso. E costrizione, nel secondo caso. E poi, a qualcuno solo l’idea di essere in mano ad altri, per quanto questi altri mostrino una 'giusta cura', può dare fastidio. Legittimamente. Non nasciamo per stare in mani altrui: non siamo sabbia.

*** Massimo FERRARIO, La mano a cucchiaio, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura di un testo di autore anonimo di spirito zen

In Mixtura l'ark di #Favole&Racconti di Massimo Ferrario qui

sabato 19 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / La sete della rosa (Massimo Ferrario)

In una terra lontana, a tratti desertica, cresceva un tempo una bellissima rosa rossa, orgogliosa delle sue forme e del suo colore sgargiante. La sua unica lamentela era che aveva accanto a un cactus: brutto e pungente. 

Ogni giorno, la rosa insultava e derideva il cactus per il suo aspetto, ma il cactus rimaneva tranquillo e silenzioso. 

Le piante vicine avevano cercato di far vedere alla rosa un significato in questa strana vicinanza, ma lei era troppo presa dalla sua bellezza e non capiva altro che pavoneggiarsi al sole, magnificando sé stessa.

Quell’anno, però, fu un’estate torrida e la terra si fece secca: le ultime piogge erano un ricordo lontano. Ogni segno di umidità nel terreno era sparito e la rosa iniziò rapidamente ad appassire. I suoi bellissimi petali persero il colore rosso lussureggiante: si piegavano ogni giorno di più verso il terreno.

La rosa guardava il cactus, sempre tranquillo e silenzioso. Conservava la sua bruttezza, ma era vivo, incurante del caldo: eretto quasi a sfidare i raggi del sole con gli aculei delle foglie. 

Un passero atterrò dal cielo. Zampettò fino al cactus: lo guardò, come a chiedergli il permesso. Poi immerse il becco in una delle sue tante foglie per bere un po’ dell’acqua che sapeva c’era al suo interno. 

La rosa seguì vogliosa la bevuta del passero: che dopo essersi dissetato volò via, ringraziando la pianta con la piccola ala. Il cactus non aveva dato segni di risposta all’uccellino, ma l’uccellino sapeva che era stato contento che lui avesse potuto bere. Come se la sua vita di cactus, brutto e irto di spine, avesse trovato un senso.

La rosa per un po’ si trattenne. Poi, non resistette alla sete e domandò al cactus se poteva regalarle un po’ della sua preziosa acqua. Glielo chiese sottovoce: un po’ perché era sfinita e un po’ perché si vergognava.

Anche stavolta il cactus rimase silenzioso. Ma parlò con il comportamento: facendo un certo sforzo, perché le piante non si muovono facilmente come gli animali e gli uomini, avvicinò lentamente alla rosa la sua foglia migliore, quella che conservava più acqua. 

La rosa bevve quel giorno e tutti i giorni che seguirono. E i suoi petali ripresero colore e vigore. 

Il cactus non la sentì più magnificare la sua bellezza. E soprattutto non venne più insultato per la sua bruttezza. 

Allora la rosa ricordò e capì quando le altre piante, lì vicino, l’avevano invitata a vedere un significato nel loro strano accoppiamento.

*** MASSIMO FERRARIO, La sete della rosa, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, The Proud Rose, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


In Mixtura ark #Favole&Racconti di Massimo Ferrario qui

venerdì 18 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / L'acqua del pozzo (Massimo Ferrario)

Lu Kao aveva bisogno di utilizzare una nuova fonte d’acqua per la sua fattoria e comprò un pozzo dal suo vicino, Dang Lin. 

Il giorno dopo aver concluso l’affare, il contadino si recò dal vicino per prelevare l’acqua. Ma il vicino glielo impedì. 
- Ti ho venduto il pozzo, - si giustificò Dang Lin, - non l’acqua. 
Lu Kao insistette, ma non riuscì a ottenere nulla. 
Come poteva essere? Lui aveva comprato il pozzo per per poter usare l’acqua che faceva parte del pozzo. Se no, a che gli serviva il pozzo?

Decise che si sarebbe rivolto ai funzionari del distretto. 
Il capo dei funzionari chiese consiglio a Lin Po, uno dei saggi più autorevoli. 

Lin Po si offrì di incontrare il vicino del contadino e si fece ricevere da Dang Lin. 
Gli chiese perché non lasciasse attingere l’acqua al contadino cui aveva venduto il pozzo. E lui rispose, come aveva già detto a Lu Kao, che aveva appunto venduto il pozzo, non l’acqua che stava nel pozzo. 

Lin Po ascoltò con attenzione. Poi domandò Dang Lin: 
- Ma tu adesso paghi un affitto a Lu Kao per l’acqua che consideri tua e che è nel pozzo che gli hai venduto? 
Dang Lin si mostrò stupito. 
- No, non gli pago nessun affitto. Ci mancherebbe pure che dovessi pagare Lu Kao: adesso il pozzo è suo.
Allora Lin Po concluse: 
- È semplice, Dang Lin: devi decidere. Hai tre possibilità. Due facili e concrete,  una difficile  e improbabile. La prima è lasciare che Lu Kao, che ha comprato il tuo pozzo, usi l’acqua, che fa parte integrante del pozzo. La seconda è pagare un affitto a Lu Kao per l’acqua che tu consideri tua ma sta nel pozzo che lui ha comprato da te. La terza possibilità è che tu tolga l’acqua dal pozzo. Ma questa possibilità non è di facile realizzazione: primo, perché l’acqua, per sua natura, sta dentro un pozzo e qualunque pozzo, se non è secco, comprende l’acqua. E secondo perché, se anche fosse tecnicamente possibile togliere l’acqua, per intervenire sul pozzo dovresti chiedere il permesso a Lu Kao, che ha comprato da te il pozzo e che ora ne è legittimo proprietario. 

Dang Lin dovette cedere. Capì che altrimenti avrebbe dovuto pagare un mucchio di soldi al vicino: Lu Kao, infatti, che aveva bisogno di acqua per i suoi campi, non avrebbe accettato facilmente altre soluzioni al di fuori di quella, ovvia, di poter usare il pozzo, ormai diventato suo a tutti gli effetti.

Dal giorno seguente, quindi, Lu Kao, poté attingere l’acqua. 
Se ne bevve subito un bicchiere. Era limpida e fresca: e ovviamente era senza sapore. Ma lui trovò che aveva un sapore che non aveva mai trovato in un bicchiere d’acqua .

*** Massimo FERRARIO, L’acqua del pozzo, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, The Farmer and the Well, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


In Mixtura ark #Favole&Racconti di M. Ferrario qui

giovedì 17 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / I tre insegnamenti dell'uccellino (Massimo Ferrario)

Un ricco signore passeggiava, calmo e contento, nel giardino della sua villa: amava la natura e la giornata era bella. 
Improvvisamente notò un piccolo uccello caduto in una retina predisposta dai servitori per catturare i roditori che rovinavano alcune piantine cui era molto affezionato. 

Prese in mano il piccolo animale con delicatezza ed ebbe una reazione sbigottita quando l’uccellino cominciò a parlare: 
- O caro signore, ti prego, liberami. A che ti serve chiudermi in una gabbia? Guardarmi non ti piacerà, perché non ho piume colorate e splendenti che stupiscono. Non posso intrattenerti, perché non ho il canto melodioso che affascina. E non posso esserti di nutrimento, perché sono troppo piccolo, tutto ossa e poco grasso. Se invece mi libererai, potrò compensarti con tre saggi insegnamenti.

L’uomo, superata la sorpresa, guardò con attenzione e simpatia la piccola creatura e commentò: 
- Dici la verità, mio sfortunato uccellino: in realtà sei piccolo e ossuto, hai penne grigie e comuni. E se non canti, ovviamente non puoi intrattenermi. Fammi allora sentire la tua saggezza: e se mi insegnerà qualcosa che merita, ti darò la libertà.

L'uccellino non si fece ripetere la promessa e fu pronto a sentenziare i suoi tre avvertimenti.
- Allora, ecco, caro signore. Come prima cosa, ti dico: non piangere per cose già accadute. Aggiungo, come secondo monito: non desiderare ciò che è irraggiungibile. E la mia terza massima è: non credere in ciò che non è possibile.

Il ricco signore continuava a essere stupefatto: non solo l’uccellino parlava, ma sapeva dire cose profonde.
- Confesso che mi hai davvero insegnato, uccellino. Manterrò la promessa e ti renderò libero. Ecco: ti slego la zampina e la trappola non è più una trappola.

Mentre l'uccello se ne volava via, l’uomo ripensava seriamente alle parole appena ascoltate. 
Ma proprio in quel momento sentì che l’uccellino se la rideva allegramente. La sua risata, schietta e irrefrenabile, proveniva da un albero lì vicino: si era posato sul ramo più alto e da lì guardava il ricco signore che aveva alzato la testa proprio per individuarlo. 
- Caro uccellino, immagino tu sia giustamente contento di essere tornato a volare libero tra gli alberi. Ma c’è qualche altra ragione per cui ora stai ridendo in modo tanto sguaiato e senza freni? - chiese l'uomo, fissando dal basso, incuriosito, il suo interlocutore. 

L’uccellino ricacciò in gola l’ultimo singulto di risata e non si fece pregare a dare spiegazioni: 
- Sì, caro signore, hai colto bene: c’è una ragione. Rido, come tu supponevi, perché sono felice della mia libertà ritrovata. Ma rido soprattutto perché questa libertà me la sono conquistata molto facilmente. E ancora di più, rido per la follia di voi uomini che credete di essere più intelligenti di tutte le altre creature.

Il ricco signore non capì. E si sentì anche offeso. 
- Spiegami: secondo te io sarei un uomo stupido?
L’uccellino annuì, scuotendo il capino su e giù: 
- Non ti arrabbiare. Ma se tu fossi stato intelligente almeno quanto me, ora saresti un uomo ricco.
- Ma io sono già ricco -, precisò il signore. 
- Bene. Lo saresti ancora di più. 
- E come sarebbe stato possibile? - chiese il padrone del giardino.
- Semplice -, affermò con convinzione l’uccellino, che voleva dimostrare di essere più furbo dell’uomo. - Se invece di ridarmi la libertà, mi avessi tenuto prigioniero, avresti scoperto alla mia morte che io ho in corpo un diamante delle dimensioni di un uovo di gallina.

Il ricco signore era come pietrificato. 
L’uccellino nascondeva un diamante così grosso in corpo? 
In effetti, chi, anche se già ricco, avrebbe potuto rifiutare una pietra tanto preziosa di quelle dimensioni?

Dopo essersi ripreso dalla sorpresa, l’uomo non rinunciò a mantenere aperto il dialogo con il suo strano interlocutore. 
- Tu, caro il mio uccellino, pensi di essere felice perché io ti ho ridato la libertà. Puoi aver ragione. Ma forse, più probabilmente, te ne pentirai tra breve. Amaramente. Perché l’estate sarà presto finita e arriverà l'inverno con le sue tempeste. I ruscelli si congeleranno e allora tu non sarai in grado di trovare una sola goccia d'acqua per dissetarti. I campi saranno coperti di neve e non troverai nulla da mangiare. Io invece ti avrei dato un posto caldo e un luogo come questo giardino dove ogni tanto, fuori dalla grande gabbia che potevo predisporre per te, avresti potuto volare liberamente. E poi, naturalmente, avresti avuto in ogni momento tutta l'acqua e tutto il cibo che ti potevano servire. Ma sei ancora in tempo, caro uccellino: scendi dall’albero e ti mostrerò che stai meglio con me che con la tua libertà.

Per tutta risposta l'uccellino rise ancora più forte della prima volta. Ormai non era una risata, la sua, era uno sghignazzo:  e questo fece arrabbiare il ricco signore. 
- Non ti sei stancato di ridere? - chiese l'uomo. - Oltre che saggio, ti credevo buono e gentile. Ma evidentemente mi sono sbagliato: mi accorgo ora che i tuoi modi sono insopportabili.
- Può darsi -, rispose l'uccello. - Ma ti dico solo poche: così vedi tu se non ho ragione di divertirmi ascoltando le tue parole. Mi hai concesso la libertà perché mi hai detto di aver apprezzato i miei insegnamenti; eppure sei così sciocco che li hai subito dimenticati. Ti ho detto: non devi piangere per le cose che sono accadute; eppure sei già dispiaciuto di avermi concesso la libertà. Ti ho detto: non devi desiderare cose che non puoi ottenere; eppure vuoi che io, che considero la libertà la cosa più importante della mia vita, accetti volontariamente di entrare in una prigione. E per finire, ti ho detto: non devi credere a ciò che è impossibile; eppure credi che io stia nascondendo davvero dentro il mio corpo un diamante grande come un uovo di gallina, anche se io stesso, con tutto il mio corpo, misuro solo la metà delle dimensioni di un uovo di gallina. Penso tu abbia materia abbondante per riflettere, caro signore.

Il ricco signore non trovò parole per rispondere, ma, se anche le avesse avute, le avrebbe ascoltate solo lui: l’uccellino, dopo essersi prodotto nell’ultima risataccia denigratoria, con un frullo d’ali, era già volato lontano. 

*** Massimo FERRARIO, I tre insegnamenti dell’uccellino, per ‘Mixtura’ - Libera riscrittura di un racconto di origine polacca di Otto Knoop, 1853-1931, floklorista polacco Die drei Sprüche, in Ostmärkische Sagen, Märchen und Erzählungen (Lissa: Oskar Eulitz' Verlag, 1909), no. 72, pp. 147-149, traduzione in inglese di DL Ashliman, pubblicato online in DL Ashliman (a cura), 1938, scrittrice e folclorista statunitense, 'Folklore and Mythology Electronic Texts', Università di Pittsburg


In Mixtura ark #Favole&Racconti di M. Ferrario qui

martedì 15 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Un bicchiere di latte e due panini (Massimo Ferrario)

Era un ragazzo povero: passava le mattinate andando di porta in porta a vendere giornali per pagarsi la scuola. Ma quello che guadagnava non bastava: nonostante fosse attento e parsimonioso, le spese per i libri, per l’affitto di casa, per i vestiti e per il cibo erano sempre maggiori delle entrate e lui spesso era costretto a saltare i pasti. 

Quel giorno si sentiva molto debole: non mangiava da almeno tre giorni e aveva la testa che gli girava. 
Mentre consegnava il giornale ad una ragazza che gli aveva aperto la porta, all’improvviso svenne. 
La ragazza si spaventò: se lo caricò in spalla e lo condusse in camera, sdraiandolo sul letto. 
Appena adagiato, il ragazzo si riprese e fece per alzarsi, chiedendo scusa per il disturbo che aveva arrecato. La ragazza lo costrinse a restare sdraiato: andò in cucina e gli prese un bicchierone di latte. Lui lo trangugiò e lei, che aveva capito che lui aveva bisogno urgente di sfamarsi, gli preparò due panini, uno al formaggio e uno con un hamburger croccante. 

Il ragazzo divorò tutto in pochi minuti, vergognandosi per la figuraccia. Poi, quando si rese conto di essersi ripreso, promise che sarebbe tornato appena possibile per sdebitarsi. Ma la ragazza, con un sorriso che però faceva intuire quasi l’offesa, disse che non gli avrebbe più aperto: non gli aveva offerto latte e cibo per essere pagata.

Molti anni dopo, la ragazza, diventata adulta, si ammalò gravemente. Andò di dottore in dottore, ma nessuno riusciva a curarla. Alla fine, un’amica le suggerì di provare un medico anziano della città vicina: molti pazienti ne lodavano la competenza e la disponibilità alla relazione. 
La donna si lasciò convincere e ci andò, anche se ormai sperava poco in una terapia risolutiva. 

Il medico si prese cura di lei per un mese, vedendola due volte a settimana: le face fare esami che non aveva mai fatto e le prescrisse medicine che non aveva mai assunto. 
E la guarì. 

L’ultimo giorno, prima dei saluti e degli auguri rituali per il futuro, la donna era al settimo cielo per essersi finalmente liberata della malattia, ma assai preoccupata. 
Per difficoltà economiche non aveva potuto stipulare nessuna assicurazione sanitaria e negli ultimi tempi, dopo anni di lavoro come segretaria di direzione, quando era stata licenziata per chiusura dell’azienda, era passata da un rapporto precario all’altro. Temeva di non riuscire a pagare l’onorario.

Con molta apprensione, quindi, chiese al medico quanto gli doveva. 
Lui non disse nulla. Serio e impassibile, le consegnò una busta. 
Lei aprì e lesse: "Tutto già abbondantemente pagato. Con un bicchiere di latte e due panini”.

*** Massimo FERRARIO, Un bicchiere di latte e due panini, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, A Glass of Milk, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


In Mixtura ark #Favole&Racconti di Massimo Ferrario qui

lunedì 14 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Pietre per il vecchio avaro (Massimo Ferrario)

C'era una volta un vecchio che viveva a piano terra di un grande palazzo lussuoso, con un giardino enorme, ricco di piante rare e fiori anche esotici. 
Era padrone dei tanti appartamenti che formavano il palazzo, alto dieci piani ed ereditato dai genitori: la sua fortuna, oltre al valore dell’immobile, era data dalle decine di affitti che gli fruttavano un conto corrente sempre crescente. 

Il vecchio era un campione di avarizia. Chi lo conosceva diceva che nessun avaro fosse come lui, perché lui davvero batteva tutti. 
Era la sua malattia per il denaro che lo portava ad accumulare, ma la sua particolare mania era data dal fatto che lui non teneva in casa le sue tantissime monete d’oro, comprate con i soldi degli affitti ad ogni compleanno. Per paura che gli venissero rubate le nascondeva sotto delle pietre in un punto segreto del giardino.

Ogni sera, prima di andare a letto, al buio naturalmente per sfuggire a ogni eventuale sguardo di intrusi, l’avaro usciva in giardino per contare le monete. Naturalmente sapeva benissimo quante erano e quanto valevano. Ma lui, ogni volta, godeva nel prenderle in mano una a una: le accarezzava, qualcuna perfino la baciava, e poi le contava e le ricontava e di nuovo le contava. Alla fine le riponeva con cura, sempre guardandosi in giro per evitare che qualcuno scoprisse il suo nascondiglio segreto. 

Però una notte accadde ciò che non doveva accadere ma che era logico che accadesse. 
Fu visto da un ladro, appostatosi dietro un albero del giardino fin dalla mattina presto, quando aveva scavalcato la recinzione. Quando il vecchio rientrò in casa, la sera, dopo il rito della conta delle monte, il ladro si rubò tutte le monete d’oro. 
La notte seguente il vecchio uscì come al solito per amoreggiare con le sue monete e fece la terribile scoperta. 
Ebbe quasi un infarto. Cadde al suolo, rantolando. Poi cominciò a urlare e piangere, rotolandosi nel vialetto di ghiaia del giardino. 

Accorse una guardia che stava facendo il giro di sorveglianza nel quartiere: non conosceva il vecchio avaro, perché era appena stata assunta ed era al suo primo servizio. La società di vigilanza aveva le chiavi dei proprietari della zona e l’uomo le usò per entrare in giardino. 
Si chinò sul vecchio ancora a terra e gli chiese spaventato cosa fosse successo. E il vecchio, un po’ farfugliando perché ancora scosso dalla spaventosa scoperta, raccontò tutto. 

La guardia fece fatica a credere a quanto ascoltava: monete d’oro? nascoste in giardino? 
“Scusi, signore”, non si trattenne, “ma perché non custodiva le monete in casa, magari ben chiuse in una cassaforte a muro con tripla chiave cifrata? Oltre alla sicurezza si sarebbe assicurato di avere a portata di mano le monete: in qualunque momento, senza dover andarle a recuperare di notte in giardino, con il rischio, come è avvenuto, di essere scoperto e poi derubato, avrebbe potuto portarle in banca e convertirle in valuta per comprarsi, lei che è ricco, tutto quello che voleva…”. 

Il vecchio a quel punto si riebbe: come colpito da una frustata. 
“Usare quelle monete d’oro? Fare acquisti? Ma lei sa quello che mi sta dicendo? Le mie monete crescevano ad ogni mio compleanno: mai le avrei usate per stupide spese inutili. Il loro destino era di essere sempre di più, mai di meno. Erano il mio tesoro. La cosa più preziosa e bella che avevo”.

La guardia, incredula, scosse il capo: davvero c’erano persone bizzarre al mondo. 
Raccolse una delle pietre che erano nel nascondiglio, con le quali il vecchio copriva le monete d’oro e la offrì al vecchio. 
“Allora prenda questa”, disse, con un po’ di irritazione. 

Il vecchio guardò la pietra, senza capire: “Questa? E’ una pietra. Che me ne faccio?”. 
La guardia si incamminò verso l’uscita, pensando di avere già perso troppo tempo.
“La mette insieme alle altre e poi le conta, come mi ha raccontato che faceva con le monete d’oro. Usa le pietre come usava le monete d’oro. O meglio: non usava quelle e continua a non usare queste: che differenza c’è?”.

*** Massimo FERRARIO, Pietre per il vecchio avaro, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, The Miser and His Gold, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


In Mixtura ark #Faole&Racconti di Massimo Ferrario qui

sabato 12 novembre 2022

#SGUARDI POIETICI / A chi so io (Massimo Ferrario)

Quando sbagliamo, 
capita raramente che lo facciamo.
Ma, 
se siamo abituati a non farlo, 
sarebbe bello 
- e soprattutto finalmente umano -
imparare a dire tre parole: 
"Ho sbagliato, scusa". 
Se proprio non ci riusciamo, 
in genere all'altro 
possono bastare le prime due.

Naturalmente 
esiste una precondizione assoluta:
le due o tre parole
devono essere sincere:
altrimenti è questa finzione 
che diventa lo sbaglio più grave.
Per il quale non ci sono 
scuse.

*** Massimo Ferrario, A chi so io, per 'Mixtura'


In Mixtura ark #SguardiPoietici qui
In Mixtura i contributi di Massimo Ferrario qui

mercoledì 9 novembre 2022

#MOSQUITO / Quella intossicazione vischiosa (Piero Calamandrei)

Bisogna fare di tutto perché quella intossicazione vischiosa non ci riafferri: bisogna tenerla d’occhio, imparare a riconoscerla in tutti i suoi travestimenti. In quel ventennio c’è ancora il nostro specchio. Solo guardando ogni tanto in quello specchio possiamo accorgerci che la guerra di Liberazione, nel profondo delle coscienze, non è ancora terminata.

*** Piero CALAMANDREI, 1889-1956, politico, avvocato, accademico, Il fascismo come regime della menzogna, Laterza, 2014


In Mixtura i contributi di Piero Calamandrei qui

lunedì 7 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il vecchio gufo che osservava (Massimo Ferrario)

C'era una volta un vecchio gufo che viveva in una cavità di una vecchia quercia. 
Ogni giorno osservava tutto quello che accadeva lì intorno. 
Vedeva tante cose e persone e animali. 

Ad esempio: 
# Un ragazzino che aiutava un vecchio a trasportare un pesante cesto. 
# Una ragazza che urlava contro sua madre e le diceva brutte parole di cui domani si sarebbe pentita. 
# Un elefante che barriva mentre correva e faceva spaventare tutti gli animali. 
# Un vecchio che si vantava di non aver mai commesso un errore nella sua lunga vita. 
# Un uomo e una donna che si erano amati su una stuoia stesa alla base della quercia: tanto innamorati che a chiunque avrebbero fatto venire la voglia di far l’amore.
# Un uomo che confidava a un amico di aver sbagliato molto con il figlio, così che il figlio se n’era andato senza salutarlo: e non si vedevano da anni. 
# Una mamma che camminava con un cesto pesante sulla testa e un neonato a tracolla. 
# Una rana che saltava, tutta contenta, nello stagno che costeggiava la quercia. 
# Un uomo che chiedeva perdono alla sua donna che lo voleva lasciare.
# Due ragazzi che litigavano: e prima avevano fatto a pugni e poi si erano abbracciati.
# Un gruppo di scimmie che giocavano a farsi gli scherzi tra i rami dell’albero di fronte: e sembrava che cadessero e mai non cadevano. 
# Un bambino che piangeva perché aveva perso il suo animaletto di stoffa che si portava sempre a letto la notte: e correva a cercarlo ma non sapeva dove.
# Una vecchia che trascinava delle sporte che pesavano tanto che per l’età non riusciva più a trasportare. 
# Un nonno che giocava a palla col nipotino: e il nipotino lo prendeva in giro perché non riusciva a parare mai un tiro.
# Un leone che passava con in bocca la preda appena cacciata: e non era proprio un bel vedere tutto il sangue che gli colava sul muso.
# Una coppia che non si prometteva mai eterno amore: però ogni anno passava proprio sotto la quercia per dirsi che si amavano.

Il vecchio gufo vedeva e sentiva tutto. Ma stava zitto. E ascoltava. Amava ascoltare le persone. Ma anche gli animali: di ognuno dei quali conosceva i linguaggi. 
Per ogni persona, una storia. In una storia tante persone. E animali di ogni tipo. 
Bambine e bambini, ragazze e ragazzi, donne e uomini, vecchie e vecchi. Madri e padri, figlie e figli. Bianchi, neri, rossi, gialli. E poi rane, elefanti, tigri, scimmie. E ogni altro animale.

Nel tempo notò che, tra gli umani, c’erano stati miglioramenti. Ma anche peggioramenti. E forse gli animali, che erano sempre restati animali, potevano insegnare agli umani.

Lui, vecchio gufo sempre più vecchio, stava sull’albero. Mai una parola. Zitto proprio come un gufo saggio. E ogni giorno diventava più saggio.

*** Massimo FERRARIO, Il vecchio gufo che osservava, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, A Wise Old Owl, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


In Mixtura ark #Favole&Racconti di Massimo Ferrario qui

domenica 6 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Legni e fascine (Massimo Ferrario)

Un vecchio, vedovo da anni, viveva in un villaggio con i tre figli, ormai adulti. I tempi economici non erano propizi ed era difficile trovare lavoro. Il vecchio aveva una misera pensione e i giovani dovevano accontentarsi di lavoretti precari: si poteva sopravvivere solo aiutandosi reciprocamente. 

Invece i tre giovani non facevano che litigare. Per tutto. Ma soprattutto per i pochi soldi che entravano in casa, che non bastavano mai per i loro divertimenti, peraltro sempre necessariamente misurati. 
Il vecchio invitava i figli a essere uniti. A non dividersi. A fare fronte comune alle difficoltà. Ma le sue parole non avevano molto successo. 

Trascorsero mesi e il vecchio si ammalò.  
E convocò i tre ragazzi nella sua camera. 
Accanto al letto, aveva posto un cesto che conteneva venti legni sciolti, di dimensioni uguali. 
Disse ai figli. “Prendete ogni legno e spaccatelo in almeno tre pezzi. Alla fine dovreste avere una sessantina di piccoli pezzi di legno. Chi completerà il compito per primo si sarà  guadagnato una fetta di torta per la cena di stasera.”

I giovani accettarono. Ci misero pochissimo. Fecero subito a pezzi ogni legno e litigarono per stabilire chi aveva terminato per primo. Avevano capito che la fetta di torta, grazie ai loro litigi, non avrebbe premiato nessuno e stavano per andarsene. 

Intervenne il vecchio: fece un urlo che faticò a far uscire dalla gola per il poco fiato che ormai gli era rimasto. 
“Non è finita. Vi do un ultimo compito”. 
I figli frenarono le loro proteste e obbedirono. 
Il vecchio indicò tre fascine disposte lungo la parete della camera. 
Precisò: “Ogni fascina è uguale all’altra e tiene insieme, legati stretti con lo spago, una decina di legni. Che hanno dimensioni, peso e robustezza uguali. Non dovete smembrare le fascine. Ognuno di voi prenda una fascina e cerchi di spezzarla in due. Chi ci riesce vince non una fetta di torta, ma una torta intera.”  

I giovani si precipitarono ad afferrare le fascine. E subito iniziarono a cercare di spezzarle. Provarono più volte. Ma non ci riuscirono. Eppure avevano tutti muscoli potenti, di giovani vigorosi. Niente: lanciando vari improperi, dovettero arrendersi. 
“Non ci riusciamo, padre. I legni non si spezzano.“

Il vecchio sorrise. 
“Prima li avete spezzati senza il minimo sforzo: erano separati. Ora non ci riuscite: i legni, intatti, sono tutti lì, legati nelle fascine come prima che voi provaste a romperle. Le fascine, e i legni che le compongono, si fanno beffe di voi. Non c’è bisogno di essere molto intelligenti per capire il senso di ciò che vi ho voluto dimostrare. L’unione fa la forza non è solo un vecchio motto buono per chi ama la retorica: è un fatto, preciso e concreto, che chiunque può constatare. Ora sta a voi decidere. Io non ci sarò più, ma vi lascio una sola domanda: vorrete essere tre legni o una fascina?”. 

Il vecchio si tirò la coperta al mento e si addormentò. Era sereno. Perché era consapevole di aver fatto ciò che andava fatto.

*** Massimo FERRARIO, Legni e fascine, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, The Bundle of Sticks, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


In Mixtura ark #Favole&Racconti di Massimo Ferrario qui

sabato 5 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / E la vecchia a 80 anni finalmente capì (Massimo Ferrario)

Nel villaggio viveva una Vecchia. 
Pensava di essere una delle persone più sfortunate del mondo e si lamentava in continuazione della sorte e dei tanti problemi che le capitavano.
Non le andava mai bene nulla. E forse pure per questo le cose continuavano a non andarle bene.
Stava sempre in disparte, anche perché nessuno voleva sopportare il suo cattivo umore e il suo carattere acido, scontroso, odioso.
Aveva parole velenose per tutti. E anche il volto era sempre atteggiato a mostrare fastidio per il mondo e per chiunque, anche solo da lontano, la guardasse. 
La gente la evitava: diceva che portava disgrazia e infelicità. E ovviamente tutti l’avevano soprannominata ‘la strega’. Ma per fortuna erano finiti i tempi in cui le streghe, giovani e vecchie, belle o brutte, venivano bruciate in piazza.  

Un giorno accadde una cosa incredibile. 
E subito girò la voce che la vecchia aveva sorriso. Una volta. Poi due. Poi tre. 
E ora sorrideva sempre. Aveva il viso rilassato. Si  era messa pure a cantare. E anche a ballare. E adesso usava rossetto e cipria ed era sempre pettinata. E guardava le persone con interesse. E salutava. E rispondeva al saluto. 

Nel villaggio la gente si passava la parola: “La Vecchia è cambiata. Ora è una vecchia buona, gentile, alla mano, simpatica. Parla e scherza. E non dice più che lei il mondo lo odia e che se finisce domani è contenta perché il mondo se lo merita di finire all’inferno.”
All’inizio nessuno voleva crederci, ma poi in molti avevano verificato di persona: incontrandola nelle vie del villaggio. Non era più lei: era un’altra. 

Una bambina la vide seduta su una panchina nella piazza del villaggio, mentre canterellava, del tutto stonata, una canzoncina ispirata al Natale che stava arrivando.
Le si avvicinò, senza un filo di timore, e le chiese: 
- Nonna, ma che ti è successo?
Lei le diede una carezza.  
- E’ successo quello che mai avrei immaginato. Fino ad oggi ho inseguito la felicità. E l'altro ieri, proprio nel giorno in cui ho compiuto 80 anni...
La bambina la interruppe:
- Hai trovato finalmente la felicità…!
- No, assolutamente. Non l’ho trovata, cara la mia piccola.
La bambina fece un salto, sorpresa e stupita. 
- Non hai trovato la felicità? E allora, nonna, perché sei felice?
- Perché, piccola mia, c’ho messo 80 anni, ma alla fine ci sono arrivata. E adesso, il segreto, te lo svelo. Così magari anche tu non impieghi 80 anni per fare la scoperta che ho fatto io. Ho capito che lei, la felicità, non la devo cercare. Viene quando vuole venire e se ne va quando se ne vuole andare. Lo so, sembra semplice, ma è questo che ho imparato. Una cosa banale. Ma per nulla banale. Perché è la verità che può trasformare la vita. E a me, come vedi, l’ha trasformata. Tardi, troppo tardi, ma mi ha fatto fare una svolta. Anzi, ‘la’ svolta. Per questo sono felice, tesoro mio. Adesso finalmente posso dire: “Felicità, ci sei, non ci sei? Fa’ quel che vuoi. Io non ho bisogno di te. Anzi, te lo urlo proprio in faccia: cara felicità, chissenefrega!, vai a ossessionare tutti quelli che si lasciano ancora ossessionare da te, io, per mia misteriosa fortuna, sono guarita!”.

*** Massimo FERRARIO, E la vecchia a 80 anni finalmente capì, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un testo di autore non identificato, che circola da tempo in internet su siti italiani e stranieri. 


In Mixtura ark #Favole & Racconti di M. Ferrario qui

venerdì 4 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Noi dentro l'acqua che bolle (Massimo Ferrario)

Emma, sempre più infelice e depressa, si rivolge a un amico fidato perché la aiuti a superare il brutto momento. 

L’amico la invita una sera a cena, anticipandole che le avrebbe proposto un’esperienza su cui avrebbe potuto riflettere. 
Chiarisce che non ha bacchette magiche: né è uno psicologo che scrive libri sulle dieci mosse per vincere la depressione.

Lei sorride: “Non ami gli psicologi?”
Lui è netto: “Dipende. Quando sono 'psicofili', mi piacciono.”
“Psicofili”, chiede lei senza capire. “Chi sono?”
Lui le risponde con piacere: è un tema cui è affezionato. 
“E’ un termine che mi sono inventato io. Significa ‘amici della psiche’. Il contrario di quelli che catalogano, definiscono, razionalizzano, fissano. Come chi infilza le farfalle per conservarle in una teca. Un’etimologia di ‘psichè’, parola che viene dal greco antico, rimanda appunto a ‘farfalla’. Io amo le farfalle: vive. Che volano. E ancor più amo chi le lascia vivere e non pretende di farle volare dove lui vuole. Sono per il rispetto, vero e non solo proclamato, del ‘volo libero’ di noi umani. Un supporto discreto, indiretto, va bene. Se l’interessato lo vuole, naturalmente. E niente aiuti invasivi, men che meno ‘a fin di bene’. Che prescrivono in base a modelli precostituiti. Ma il discorso sarebbe lungo. Ne riparliamo a cena, se vuoi.” 

E infatti, a cena, ne parlano a lungo.
Al termine l’atmosfera è calda e accogliente, anche perché favorita da giusti calici di vino e qualche bicchierino di wikskey torbato. 
Poi la ragazza si ricorda della promessa: l’esperimento annunciato. L’amico confessa che stava per dimenticarsene. O forse voleva che fosse lei a ricordarglielo: così da essere sicuro che davvero fosse interessata.

Vanno entrambi in cucina. E lui prende dalla dispensa tre cose: un uovo, due foglie di tè e una patata. Poi accende l’acqua sotto tre pentole differenti. Quando l’acqua bolle, in una pentola mette l’uovo, in un’altra due foglie di tè e nella terza la patata. 
“Adesso tieni d’occhio la bollitura e il tempo”, lui avverte Emma. “Tra una decina di minuti, spegni e togli tutto dalle pentole.”
Emma esegue. Allo scadere del tempo, estrae uovo, foglie di tè e patata dall’acqua  che bolle e pone tutto con cura in tre piatti piani sul tavolo.

“E adesso?”, chiede l’amica curiosa.
“Semplice”, dice l’amico. “Non c’è che da guardare. I tre oggetti hanno ‘goduto’ della stessa circostanza: l’acqua bollente ne ha condizionato la cottura. Quindi ne ha favorito la risposta. Puoi notare tu stessa la differenza: l’uovo era morbido e ora è duro. La patata era dura e ora è morbida. Per le foglie di tè, osserva l’acqua rimasta nella pentola: ne è cambiato il colore ed è diventata tè.” 

Emma rimane in silenzio. 
Poi pone all’amico una domanda: che peraltro suona un po’ retorica, come quelle che studiava in latino al liceo, con il ‘nonne’ che andava tradotto con il rituale ‘non è forse vero che…?”.
“Vuoi dire che noi rispondiamo alla realtà nello stesso modo? E che sta a noi essere uova, patate o foglie di tè?”
“Infatti. Magari non è tutto così facile e meccanico: perché non sempre ci è dato decidere cosa e chi vogliamo essere, più o meno pesantemente influenzati come siamo dalla nostra identità (il noi più profondo) e perché non siamo solo condizionati dal contesto esterno (l’acqua che bolle). E poi perché, più spesso di quanto crediamo, siamo degli ibridi: più cose insieme. Uova e patate e foglie di te e tanto altro. Sia chiaro: non sono tanto ottuso da 'prescriverti' nulla, facendo bollire tre cose dentro una pentola. Però l’esperimento può comunque far pensare: grazie a una metafora sulla cottura ci domanda se siamo, o tendiamo a voler essere, uova, patate o foglia di tè. O altro ancora. E ci ricorda pure una cosa importante: che la foglia di tè non ‘risponde’ solo all’acqua, come fanno uova e patate, ma ‘agisce’: cambiando l’acqua in tè. Dunque la foglia di tè potrebbe essere un bel riferimento: anche per chi non è un fan britannico o un innamorato ‘perso’ dell’oriente…”.

*** Massimo FERRARIO, Noi dentro l’acqua che bolle, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un racconto famoso, di autore anonimo, diffuso in rete da parecchi siti, sia italiani che stranieri.


In Mixtura ark #Favole&Racconti qui

giovedì 3 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il sogno della povera vecchia (Massimo Ferrario)

Una vecchia, povera da una vita, mentre trasportava il latte al mercato in un grande vaso di terracotta, iniziò a pensare in che modo avrebbe potuto diventare ricca. 

Immaginava. Certo, avrebbe venduto il latte, ma stavolta non più per quattro monete, almeno per cinque, perché il suo latte veniva da una mucca che mangiava un’erba particolare, che cresceva in un posto segreto, e il latte per questo era nutriente come nessun altro e aveva un sapore che nessun altro aveva; poi, con queste cinque monete, avrebbe comprato una giovane gallina che avrebbe fatto tante uova; poi, con le uova della giovane gallina, avrebbe allevato una batteria di polli, che poi avrebbe venduto per comprare un maialino; poi, il maialino, una volta cresciuto e ben ingrassato, avrebbe fatto tanti maialini, che lei avrebbe venduto per acquistare un puledro, però non un cavallo qualunque, proprio un purosangue, da allevare con cura e devozione fino a quando non fosse stato adatto a essere cavalcato. 

Sognava. Sì all’inizio un puledrino. Che però sarebbe diventato il più bel cavallo del mondo. E sarebbe stata lei, solo lei, a cavalcarlo. Con lui avrebbe percorso in lungo e in largo tutta la pianura. E lo avrebbe incitato a correre… correre… correre. Gli avrebbe urlato hip hip e hop hop nelle orecchie e lui e lei non avrebbero smesso di galoppare nella prateria… Lei con i capelli liberi, finalmente sciolti e scompigliati, non più pochi e brutti e imprigionati nel velo da contadina come una vecchia, ma tornati tanti e fluenti e freschi e biondi come erano da ragazzina, e lui, il più bel cavallo del mondo, focoso ma obbediente alla padrona, con la criniera al vento… Ambedue felici nel sole tiepido della sera... Lei spensierata, non più povera e finalmente ricca come i più ricchi… Perché quel cavallo, un purosangue di razza, era un animale da ricchi e lui ormai era suo ed era solo per lei…

Mentre sognava tutto questo, si fermò, poggiò a terra il vaso di terracotta e cominciò a muovere i piedi e i talloni come se calzasse gli speroni e a battere le mani per la gioia, sempre gridando hip hip e hop hop… E batteva piedi e mani sempre più forte, mentre incitava il cavallo a galoppare… a galoppare… a galoppare… via per i campi… nel vento…

Fu così che, mentre lei immaginava di spingere il cavallo con lo sperone ad un galoppo sempre più sfrenato, e lei gli era in sella e lui e lei galoppavano sempre più veloci, tra i suoi continui hip hip e hop hop, dal piede della vecchia partì un calcio che lanciò lontano lo zoccolo e lo zoccolo colpì la brocca, e la brocca andò in mille pezzi e in un attimo tutto il latte si sparse per terra, e né il cavallo, né il maiale, né i polli, né la gallina, né le cinque monete, né il latte… niente di tutto questo rimase nelle mani della vecchia che sognava di essere diventata ricca perché cavalcava il più bel cavallo del mondo, che era un purosangue che solo i ricchi potevano possedere. 

*** Massimo Ferrario, Il sogno della povera vecchia, per 'Mixtura', libera riscrittura di un racconto famoso, nella versione europea più antica. Fonte: Jacques de Vitry, 1165 ca-1240, predicatore, teologo, storico, vescovo e cardinale francese, da The Exempla; oppure, Thomas Frederick Crane (a cura), Illustrative Stories from the Sermones Vulgares, London: Folk-Lore Society, 1890, n. 51, pp. 154-55, in DL Ashliman (a cura), 1938, scrittrice e folclorista statunitense, Story of an Old Woman, Carrying Milk to Market in an Earthen Vessel, ‘Folklore and Mythology Electronic Texts’, Università di Pittsburg, online


In Mixtura ark #Favole&Racconti di M. Ferrario qui

mercoledì 2 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il giovane caduto dal cielo (Massimo Ferrario)

Un’anziana contadina, un'anima buona e semplice, stava tornando dal mercato, carica di borse per la spesa appena fatta al paese a qualche chilometro di distanza. 
Era quasi arrivata a casa, quando per strada incontrò un giovane: lui l’aveva vista da lontano mentre lei camminava lenta e affaticata e si era fermato a guardare fisso il cielo, col naso all’insù. 
“Che cosa significa questo?”, pensò la vecchia. 

Quando fu vicina al giovane, lo salutò e gli chiese: 
- Amico mio, perché stai guardando in aria? È successo qualcosa lassù?
- Cara donna -, rispose il ragazzo, - sono appena caduto dal cielo e ora non riesco a ritrovare il buco per rientrarvi.

La donna non si mostrò stupita più di tanto. 
Ripeté solo: 
- Caduto dal cielo? Ho capito bene?

Il giovane confermò, con forza. 
- Esatto, Donna. Hai capito benissimo. Sono arrivato sulla terra senza difficoltà. Ma ora non so come rientrare. 

La vecchia neppure per un attimo mise in dubbio le parole del giovane: la sua naturale buona fede, frutto del suo animo candido, era automaticamente attribuita a chiunque incontrasse.
Pensò subito a suo figlio. 
- Quindi -, commentò la vecchia, - se sei appena caduto dal cielo, devi conoscere bene come stanno le cose lassù…
- Certo -, disse il giovane. - Visto dove abito, ormai sono diventato un esperto di cielo e conosco tutto quello che c’è lassù: cose e persone. 
- Allora forse conosci anche mio figlio Kees, morto quasi due anni fa?
- Kees? -, chiese il ragazzo con foga. - Kees, hai detto? È tuo figlio? E mi chiedi se lo conosco? Mia cara donna, è il mio amico più caro!
- E' meraviglioso -, disse la vecchia, - e dimmi... dimmi: come sta?
- Abbastanza bene! Anche se… sì, insomma, la settimana scorsa un po’ si lamentava che le sue calze sono ormai piene di buchi. E anche le camicie e i pantaloni cominciano a  essere consumati. E poi, la salsiccia, il prosciutto e il burro non riesce più a mangiarli: spariti dalla tavola. Però, a parte questo, sta bene. E’ allegro. E chiacchieriamo spesso. Siamo ottimi amici. Sei fortunata ad avere avuto un figlio come lui.
- Oh, amico mio, ma è fantastico: dunque conosci Kees. E siete amici…

La donna lasciò trascorrere qualche secondo di silenzio. Ebbe un attimo di commozione. 
Poi si riprese. 
- Mi dicevi delle sue calze consumate. E dei vestiti. Ma non c'è nessuno lassù che possa prendersi cura di queste cose?
- No -, disse l'uomo, - in cielo ognuno bada a sé stesso.
- E poi mi dicevi che lui non riesce più a mangiare salsiccia, prosciutto e burro? Ma come mai? Soprattutto le salsicce erano la sua passione. Non si trovano in cielo?
- Sì, sono in vendita, ma lassù è tutto terribilmente costoso e lui cibi così non se li può permettere.
- Oh caro il mio figliolo, è un peccato che anche adesso che è morto debba soffrire per dei bisogni elementari che non riesce a soddisfare. Ma io, pur essendo una povera contadina, potrei benissimo permettermi di fargli arrivare qualcosa… qualche vestito... un po’ di quel cibo che so gli piace…

La donna voleva sapere tutto e non finiva di chiedere. E l'uomo raccontò con ogni dettaglio come stava Kees, e cosa stava facendo, e dove e come esattamente viveva. 

Alla fine però disse che doveva tornare in cielo, altrimenti sarebbe stato in ritardo e c’era il rischio che venisse punito. 
- Torni in cielo ora? - chiese la vecchia.
- Sì, certo. Devo solo ritrovare il buco da cui passare - , rispose il giovane.
- Allora, poiché conosci così bene Kees, saresti così gentile da farmi un grande favore? 
- Se posso, volentieri, buona donna. Vedo che sei una mamma affettuosa: te lo meriti.
La vecchia sorrise. 
- Vieni a casa mia: ti preparo una valigia, con alcune cose che mi piacerebbe potessi portargli.
- D’accordo -, disse. - Oltre che per te, lo farò perché Kees è Kees: gli sono molto legato. Ma se non ci affrettiamo, poi mi tireranno le orecchie per essere stato via così a lungo.

Il giovane raccolse le borse pesanti che la donna si trascinava con fatica dal mercato e insieme andarono alla fattoria. 
Qui la vecchia confezionò due bei pacchi: uno per il giovane caduto dal cielo, perché era stato così gentile e disponibile, e uno per Kees. Il pacco per Kees era naturalmente molto più grande e la donna disse che dentro c’era anche un sacchetto pieno di soldi, così che il figlio potesse comprarsi tutte le salsicce che voleva. 

Poi il giovane si congedò: doveva sbrigarsi a ritrovare l’entrata del cielo. 

La vecchia guardò il giovane che se ne andava a passo svelto con i due pacchi, con la testa alta che scrutava il cielo alla ricerca del punto giusto per rientrarvi. E non smise di guardarlo, mentre si allontanava sul sentiero, fino a quando fu una figurina piccola piccola. 
Pensava: “Chissà come sarà felice Kees quando il suo amico tornerà e gli racconterà che è stato qui”. 

La donna non seppe mai se Kees ricevette il pacco che lei gli aveva preparato con tanto affetto.
Del resto, a tutt’oggi, nessuno neppure sa se il giovane caduto dal cielo, abbia trovato, lassù in alto, il buco da cui rientrare.

*** Massimo Ferrario, Il giovane caduto dal cielo, per 'Mixtura', libera riscrittura di un testo olandese, registrato a Rotterdam nel 1894 e tradotto in americano nel 2014 da DL Ashliman, 1938, scrittrice e folclorista statunitense -  Fonte: Gerrit Jacob  Boekenoogen, 1868-1930, linguista olandese, Van den man die uit den hemel gevallen was, Volkskunde: Tijdschrift voor Nederlandsche Folklore, vol. 15 (1903), no. 41, pp. 187-88, in DL Ashliman, a cura, Folklore and Mythology Electronic Texts Università di Pittsburg, online


In Mixtura ark #Favole&Racconti di Massimo Ferrario qui

giovedì 20 ottobre 2022

#SPILLI / Quando il demos se ne va (Massimo Ferrario)

Quando sentiamo dire, per lo più urlare, che 'gli italiani ci hanno votato' e 'noi abbiamo la maggioranza', ricordiamoci solo tre cifre: 26,8%, 15,9%, 10,3%. 
Scolpiamocele bene in mente: sono tre percentuali cruciali dei voti espressi dagli italiani aventi diritto al voto.

La prima cifra riguarda il totale Centro-Destra (26,8%), la seconda riguarda FdI (15,9%) - il partito del nuovo fenomeno Giorgia, sempre più osannato da chi è abituato a correre, con la velocità di un olimpionico,  sul carro dei vincitori - e la terza cifra (10,3%) riguarda la somma di Lega (5,35%) e FI (4,95%).

Sarebbe bene girare sempre con un biglietto in tasca che ci riportasse questi numeri: da consultare in caso cominciassimo davvero a credere nel successo travolgente della destra, chiamata a fuor di popolo a salvare la nazione (parola che ha sostituito quella di Paese, termine ritenuto non abbastanza patriottico). 
Un biglietto da conservare come anticorpo: che naturalmente non inficia il diritto della destra di governare, ma ne circoscrive (dovrebbe) gli entusiasmi e i deliri di onnipotenza. 

Perché c'è un dato che, come sempre, viene velocemente accennato alla chiusura dei seggi e poi è subito rimosso. Ed è un numero: in picchiata drammatica. 
E' il dato degli astenuti: 36,2%. Che si conferma di gran lunga il primo partito. 
Cioè, tanto per essere sicuri di mettere il dito nella piaga e capirci ancor meglio: è andato alle urne soltanto il 63,8% degli italiani. 

Il primo grafico qui sotto segnala la progressiva caduta negli anni, da quando i nostri genitori sono morti per consegnarci la Repubblica antifascista che oggi abitiamo: cioè quella Repubblica, questa, che stiamo sempre più rendendo, se non anti-antifacista, quanto meno a-fascista. 
Come si vede, la curva manca poco che cada dritta in verticale verso il basso.

Ancora più parlante è l’immagine che mette a confronto, dal 1948 al 2022, i voti assoluti espressi dal ‘primo’ e ‘secondo partito’ (i due partiti più votati, rispettivamente in blu e giallo) e il ‘partito del non voto’ (in verde): comprendente astenuti e schede bianche. 

Il 25 settembre 2022 17 milioni 159.014 italiani hanno così espresso la loro ‘assenza’. Ripetiamolo: oltre 17 milioni.  
E questi 17 milioni sono ben oltre i 12,3 milioni del centro-destra che complessivamente rappresentano il 26,7% dell'elettorato.

Questo, alla data odierna, è lo stato della nostra ‘demo-crazia’

Il ‘demos’ se ne sta andando a rotta di collo: ad ogni elezione sempre di più. Quel che resta, imperturbabile, è la ‘crazìa’. 

La domanda, ovvia, è: ma se la 'crazìa' (il governo) non è più del popolo, che non si sente più rappresentato e manda segnali, disperanti, di protesta e/o disinteresse, di chi è? 
Resta una ‘crazia’ per cosa, per chi, in nome di chi?

Solo per completezza di informazione, riportiamo anche il quadro, miserevole, dei voti degli aventi diritto espressi per gli altri partiti non di destra:
* Centro-Sinistra: 14,42% (Pd: 11,6%; Verdi-Sinistra: 2,21%; +Europa: 1,7%; Impegno Civico: 0,6%)
* 5Stelle: 9,4% 
* Calenda-Renzi: 4,7%
* Schede bianche: 1,1% (pari a oltre 900mila)

*** Massimo Ferrario, Quando il demos se ne va, ‘Mixtura’, 20 ottobre 2022 - I dati sono tratti da Openpolis, L'astensionismo e il partito del non voto, 11 ottobre 2022, qui



In Mixtura ark #Spilli di Massimo Ferrario qui

martedì 18 ottobre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Essere ciò che si è (Massimo Ferrario)

L’angelo era sul portone del Paradiso, pronto a ricevere  i nuovi venuti con un sorriso benedicente.
- Benvenuto, amico. Come ti chiami?
- Giovanni Rossi.
- Anche tu?
- Già. Me lo dicono da una vita. Ma io sono io, te l’assicuro.

L’angelo scartabellò il registro.
- Lo vedo: queste pagine non sbagliano. Ogni tua caratteristica è descritta minuziosamente. E dicono anche qual è il tuo posto riservato. Il mio angelo collaboratore ti ci condurrà subito.
Giovanni Rossi viene accompagnato: in fondo al paradiso, in un angolo defilato.

Dopo mezz’ora il neovenuto torna dall’Angelo guardiano: è un po’ irritato e molto dispiaciuto.
- Che c’è, amico?
- Ti confesso che mi aspettavo qualcosa di più. 
- In che senso?
- Il posto che mi hai assegnato, certo, è in Paradiso. Ma il panorama non è niente di speciale. Ho visto altri sistemati assai meglio. Forse mi meritavo qualcosa di più. Ho passato la vita a cercare di somigliare a Mosè. Non è che per caso il registro ha confuso il mio nome, così comune, con qualche altro Giovanni Rossi?

L’angelo sorrise.
- Vedi? Qui nel librone c’è la conferma di quello che tu stesso dicevi: tu sei tu. Nessuno sbaglio. E’ vero, per tutta la vita ti sei sforzato di essere Mosè: lo dice anche il registro. Qui sta il punto: non sei stato Giovanni Rossi.

*** Massimo Ferrario, Essere ciò che si è, per ‘Mixtura’, breve racconto ispirato a un testo contenuto in Alejandro Jodorowsky, Cabaret mistico, 2006, Feltrinelli, 2008, traduzione di Michela Finassi Parolo


In Mixtura ark #Favole&Racconti di M. Ferrario qui

lunedì 17 ottobre 2022

#SPILLI / Democrazia e voto elettorale (Massimo Ferrario)

Giorgia Meloni: «Gli attacchi sono un insulto agli elettori». 

Se questa fosse l’interpretazione autentica della democrazia, per i prossimi cinque anni, o comunque fino alle prossime elezioni, non dovrebbe essere più possibile dare giudizi sul governo in carica e sul personale politico uscito vincente dalle elezioni. 

È evidente che così non è e non può essere. 
Gli elettori non sono il Verbo. Hanno deciso chi è maggioranza. Punto. Non hanno decretato ‘la’ Verità, né sono ‘la’ Verità. 

Senza contare che il 25 settembre ha votato Meloni&soci il 28% degli aventi diritto. Cioè il 72% degli italiani non ha votato questa coalizione vincente. 

Sarebbe il caso che questa maggioranza, che ha legittimamente diritto di esserlo, avesse consapevolezza di essere comunque una minoranza. Importante fin che si vuole. Ma minima.

Meno hybris e più realismo farebbero bene a tutti. (mf)

*** Massimo Ferrario, Democrazia e voto elettorale, 'Facebook', 16 ottobre 2022, qui


In Mixtura ark #Spilli di M. Ferrario qui

domenica 16 ottobre 2022

#SPILLI / Cariche istituzionali, destra e sinistra (Massimo Ferrario)

Nulla da dire sulla scelta di cariche istituzionali di destra da parte di una coalizione di destra vincente alle elezioni. Il punto è il paragone con i precedenti della sinistra. 

C’è una differenza che non è un dettaglio: tutte le scelte istituzionali della sinistra, per cariche di tale importante peso istituzionale, hanno avuto per comune denominatore la discriminante antifascista. Che è una caratteristica qualificante della nostra Carta costituzionale. 

Perciò, fare un parallelo, come avanzato in queste ore dalla destra, politica o mediatica, piccata per gli attacchi che arrivano dall’opposizione, tra Nilde Iotti o Fausto Bertinotti o Laura Boldrini e la coppia La Russa-Fontana è quanto meno insulso. 

È infatti un dato oggettivo, non opinabile, che i due neo presidenti delle camere, almeno fino a questo momento, non si sono mai dichiarati antifascisti nella loro storia personale politica. Ma restano, a voler essere generosi, nettamente anti-antifascisti. O al più a-fascisti. 
E questo fa una differenza. Che non può essere ignorata. 

Senza contare che anche a destra si trovano profili più o meno divisivi. E scegliere, in questo caso, chi si è scelto è una scelta, evidentemente voluta, che conta. 

Meravigliarsi delle reazioni da parte delle opposizioni (almeno di quella parte di opposizione che non ha votato in modo decisivo e osceno per La Russa), pare dunque quanto meno stravagante. 

*** Massimo Ferrario, Cariche istituzionali, Destra e Sinistra, 'Facebook', 15 ottobre 2022


In Mixtura ark #Spilli di M. Ferrario qui