lunedì 7 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il vecchio gufo che osservava (Massimo Ferrario)

C'era una volta un vecchio gufo che viveva in una cavità di una vecchia quercia. 
Ogni giorno osservava tutto quello che accadeva lì intorno. 
Vedeva tante cose e persone e animali. 

Ad esempio: 
# Un ragazzino che aiutava un vecchio a trasportare un pesante cesto. 
# Una ragazza che urlava contro sua madre e le diceva brutte parole di cui domani si sarebbe pentita. 
# Un elefante che barriva mentre correva e faceva spaventare tutti gli animali. 
# Un vecchio che si vantava di non aver mai commesso un errore nella sua lunga vita. 
# Un uomo e una donna che si erano amati su una stuoia stesa alla base della quercia: tanto innamorati che a chiunque avrebbero fatto venire la voglia di far l’amore.
# Un uomo che confidava a un amico di aver sbagliato molto con il figlio, così che il figlio se n’era andato senza salutarlo: e non si vedevano da anni. 
# Una mamma che camminava con un cesto pesante sulla testa e un neonato a tracolla. 
# Una rana che saltava, tutta contenta, nello stagno che costeggiava la quercia. 
# Un uomo che chiedeva perdono alla sua donna che lo voleva lasciare.
# Due ragazzi che litigavano: e prima avevano fatto a pugni e poi si erano abbracciati.
# Un gruppo di scimmie che giocavano a farsi gli scherzi tra i rami dell’albero di fronte: e sembrava che cadessero e mai non cadevano. 
# Un bambino che piangeva perché aveva perso il suo animaletto di stoffa che si portava sempre a letto la notte: e correva a cercarlo ma non sapeva dove.
# Una vecchia che trascinava delle sporte che pesavano tanto che per l’età non riusciva più a trasportare. 
# Un nonno che giocava a palla col nipotino: e il nipotino lo prendeva in giro perché non riusciva a parare mai un tiro.
# Un leone che passava con in bocca la preda appena cacciata: e non era proprio un bel vedere tutto il sangue che gli colava sul muso.
# Una coppia che non si prometteva mai eterno amore: però ogni anno passava proprio sotto la quercia per dirsi che si amavano.

Il vecchio gufo vedeva e sentiva tutto. Ma stava zitto. E ascoltava. Amava ascoltare le persone. Ma anche gli animali: di ognuno dei quali conosceva i linguaggi. 
Per ogni persona, una storia. In una storia tante persone. E animali di ogni tipo. 
Bambine e bambini, ragazze e ragazzi, donne e uomini, vecchie e vecchi. Madri e padri, figlie e figli. Bianchi, neri, rossi, gialli. E poi rane, elefanti, tigri, scimmie. E ogni altro animale.

Nel tempo notò che, tra gli umani, c’erano stati miglioramenti. Ma anche peggioramenti. E forse gli animali, che erano sempre restati animali, potevano insegnare agli umani.

Lui, vecchio gufo sempre più vecchio, stava sull’albero. Mai una parola. Zitto proprio come un gufo saggio. E ogni giorno diventava più saggio.

*** Massimo FERRARIO, Il vecchio gufo che osservava, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, A Wise Old Owl, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


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domenica 6 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Legni e fascine (Massimo Ferrario)

Un vecchio, vedovo da anni, viveva in un villaggio con i tre figli, ormai adulti. I tempi economici non erano propizi ed era difficile trovare lavoro. Il vecchio aveva una misera pensione e i giovani dovevano accontentarsi di lavoretti precari: si poteva sopravvivere solo aiutandosi reciprocamente. 

Invece i tre giovani non facevano che litigare. Per tutto. Ma soprattutto per i pochi soldi che entravano in casa, che non bastavano mai per i loro divertimenti, peraltro sempre necessariamente misurati. 
Il vecchio invitava i figli a essere uniti. A non dividersi. A fare fronte comune alle difficoltà. Ma le sue parole non avevano molto successo. 

Trascorsero mesi e il vecchio si ammalò.  
E convocò i tre ragazzi nella sua camera. 
Accanto al letto, aveva posto un cesto che conteneva venti legni sciolti, di dimensioni uguali. 
Disse ai figli. “Prendete ogni legno e spaccatelo in almeno tre pezzi. Alla fine dovreste avere una sessantina di piccoli pezzi di legno. Chi completerà il compito per primo si sarà  guadagnato una fetta di torta per la cena di stasera.”

I giovani accettarono. Ci misero pochissimo. Fecero subito a pezzi ogni legno e litigarono per stabilire chi aveva terminato per primo. Avevano capito che la fetta di torta, grazie ai loro litigi, non avrebbe premiato nessuno e stavano per andarsene. 

Intervenne il vecchio: fece un urlo che faticò a far uscire dalla gola per il poco fiato che ormai gli era rimasto. 
“Non è finita. Vi do un ultimo compito”. 
I figli frenarono le loro proteste e obbedirono. 
Il vecchio indicò tre fascine disposte lungo la parete della camera. 
Precisò: “Ogni fascina è uguale all’altra e tiene insieme, legati stretti con lo spago, una decina di legni. Che hanno dimensioni, peso e robustezza uguali. Non dovete smembrare le fascine. Ognuno di voi prenda una fascina e cerchi di spezzarla in due. Chi ci riesce vince non una fetta di torta, ma una torta intera.”  

I giovani si precipitarono ad afferrare le fascine. E subito iniziarono a cercare di spezzarle. Provarono più volte. Ma non ci riuscirono. Eppure avevano tutti muscoli potenti, di giovani vigorosi. Niente: lanciando vari improperi, dovettero arrendersi. 
“Non ci riusciamo, padre. I legni non si spezzano.“

Il vecchio sorrise. 
“Prima li avete spezzati senza il minimo sforzo: erano separati. Ora non ci riuscite: i legni, intatti, sono tutti lì, legati nelle fascine come prima che voi provaste a romperle. Le fascine, e i legni che le compongono, si fanno beffe di voi. Non c’è bisogno di essere molto intelligenti per capire il senso di ciò che vi ho voluto dimostrare. L’unione fa la forza non è solo un vecchio motto buono per chi ama la retorica: è un fatto, preciso e concreto, che chiunque può constatare. Ora sta a voi decidere. Io non ci sarò più, ma vi lascio una sola domanda: vorrete essere tre legni o una fascina?”. 

Il vecchio si tirò la coperta al mento e si addormentò. Era sereno. Perché era consapevole di aver fatto ciò che andava fatto.

*** Massimo FERRARIO, Legni e fascine, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, The Bundle of Sticks, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


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sabato 5 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / E la vecchia a 80 anni finalmente capì (Massimo Ferrario)

Nel villaggio viveva una Vecchia. 
Pensava di essere una delle persone più sfortunate del mondo e si lamentava in continuazione della sorte e dei tanti problemi che le capitavano.
Non le andava mai bene nulla. E forse pure per questo le cose continuavano a non andarle bene.
Stava sempre in disparte, anche perché nessuno voleva sopportare il suo cattivo umore e il suo carattere acido, scontroso, odioso.
Aveva parole velenose per tutti. E anche il volto era sempre atteggiato a mostrare fastidio per il mondo e per chiunque, anche solo da lontano, la guardasse. 
La gente la evitava: diceva che portava disgrazia e infelicità. E ovviamente tutti l’avevano soprannominata ‘la strega’. Ma per fortuna erano finiti i tempi in cui le streghe, giovani e vecchie, belle o brutte, venivano bruciate in piazza.  

Un giorno accadde una cosa incredibile. 
E subito girò la voce che la vecchia aveva sorriso. Una volta. Poi due. Poi tre. 
E ora sorrideva sempre. Aveva il viso rilassato. Si  era messa pure a cantare. E anche a ballare. E adesso usava rossetto e cipria ed era sempre pettinata. E guardava le persone con interesse. E salutava. E rispondeva al saluto. 

Nel villaggio la gente si passava la parola: “La Vecchia è cambiata. Ora è una vecchia buona, gentile, alla mano, simpatica. Parla e scherza. E non dice più che lei il mondo lo odia e che se finisce domani è contenta perché il mondo se lo merita di finire all’inferno.”
All’inizio nessuno voleva crederci, ma poi in molti avevano verificato di persona: incontrandola nelle vie del villaggio. Non era più lei: era un’altra. 

Una bambina la vide seduta su una panchina nella piazza del villaggio, mentre canterellava, del tutto stonata, una canzoncina ispirata al Natale che stava arrivando.
Le si avvicinò, senza un filo di timore, e le chiese: 
- Nonna, ma che ti è successo?
Lei le diede una carezza.  
- E’ successo quello che mai avrei immaginato. Fino ad oggi ho inseguito la felicità. E l'altro ieri, proprio nel giorno in cui ho compiuto 80 anni...
La bambina la interruppe:
- Hai trovato finalmente la felicità…!
- No, assolutamente. Non l’ho trovata, cara la mia piccola.
La bambina fece un salto, sorpresa e stupita. 
- Non hai trovato la felicità? E allora, nonna, perché sei felice?
- Perché, piccola mia, c’ho messo 80 anni, ma alla fine ci sono arrivata. E adesso, il segreto, te lo svelo. Così magari anche tu non impieghi 80 anni per fare la scoperta che ho fatto io. Ho capito che lei, la felicità, non la devo cercare. Viene quando vuole venire e se ne va quando se ne vuole andare. Lo so, sembra semplice, ma è questo che ho imparato. Una cosa banale. Ma per nulla banale. Perché è la verità che può trasformare la vita. E a me, come vedi, l’ha trasformata. Tardi, troppo tardi, ma mi ha fatto fare una svolta. Anzi, ‘la’ svolta. Per questo sono felice, tesoro mio. Adesso finalmente posso dire: “Felicità, ci sei, non ci sei? Fa’ quel che vuoi. Io non ho bisogno di te. Anzi, te lo urlo proprio in faccia: cara felicità, chissenefrega!, vai a ossessionare tutti quelli che si lasciano ancora ossessionare da te, io, per mia misteriosa fortuna, sono guarita!”.

*** Massimo FERRARIO, E la vecchia a 80 anni finalmente capì, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un testo di autore non identificato, che circola da tempo in internet su siti italiani e stranieri. 


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venerdì 4 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Noi dentro l'acqua che bolle (Massimo Ferrario)

Emma, sempre più infelice e depressa, si rivolge a un amico fidato perché la aiuti a superare il brutto momento. 

L’amico la invita una sera a cena, anticipandole che le avrebbe proposto un’esperienza su cui avrebbe potuto riflettere. 
Chiarisce che non ha bacchette magiche: né è uno psicologo che scrive libri sulle dieci mosse per vincere la depressione.

Lei sorride: “Non ami gli psicologi?”
Lui è netto: “Dipende. Quando sono 'psicofili', mi piacciono.”
“Psicofili”, chiede lei senza capire. “Chi sono?”
Lui le risponde con piacere: è un tema cui è affezionato. 
“E’ un termine che mi sono inventato io. Significa ‘amici della psiche’. Il contrario di quelli che catalogano, definiscono, razionalizzano, fissano. Come chi infilza le farfalle per conservarle in una teca. Un’etimologia di ‘psichè’, parola che viene dal greco antico, rimanda appunto a ‘farfalla’. Io amo le farfalle: vive. Che volano. E ancor più amo chi le lascia vivere e non pretende di farle volare dove lui vuole. Sono per il rispetto, vero e non solo proclamato, del ‘volo libero’ di noi umani. Un supporto discreto, indiretto, va bene. Se l’interessato lo vuole, naturalmente. E niente aiuti invasivi, men che meno ‘a fin di bene’. Che prescrivono in base a modelli precostituiti. Ma il discorso sarebbe lungo. Ne riparliamo a cena, se vuoi.” 

E infatti, a cena, ne parlano a lungo.
Al termine l’atmosfera è calda e accogliente, anche perché favorita da giusti calici di vino e qualche bicchierino di wikskey torbato. 
Poi la ragazza si ricorda della promessa: l’esperimento annunciato. L’amico confessa che stava per dimenticarsene. O forse voleva che fosse lei a ricordarglielo: così da essere sicuro che davvero fosse interessata.

Vanno entrambi in cucina. E lui prende dalla dispensa tre cose: un uovo, due foglie di tè e una patata. Poi accende l’acqua sotto tre pentole differenti. Quando l’acqua bolle, in una pentola mette l’uovo, in un’altra due foglie di tè e nella terza la patata. 
“Adesso tieni d’occhio la bollitura e il tempo”, lui avverte Emma. “Tra una decina di minuti, spegni e togli tutto dalle pentole.”
Emma esegue. Allo scadere del tempo, estrae uovo, foglie di tè e patata dall’acqua  che bolle e pone tutto con cura in tre piatti piani sul tavolo.

“E adesso?”, chiede l’amica curiosa.
“Semplice”, dice l’amico. “Non c’è che da guardare. I tre oggetti hanno ‘goduto’ della stessa circostanza: l’acqua bollente ne ha condizionato la cottura. Quindi ne ha favorito la risposta. Puoi notare tu stessa la differenza: l’uovo era morbido e ora è duro. La patata era dura e ora è morbida. Per le foglie di tè, osserva l’acqua rimasta nella pentola: ne è cambiato il colore ed è diventata tè.” 

Emma rimane in silenzio. 
Poi pone all’amico una domanda: che peraltro suona un po’ retorica, come quelle che studiava in latino al liceo, con il ‘nonne’ che andava tradotto con il rituale ‘non è forse vero che…?”.
“Vuoi dire che noi rispondiamo alla realtà nello stesso modo? E che sta a noi essere uova, patate o foglie di tè?”
“Infatti. Magari non è tutto così facile e meccanico: perché non sempre ci è dato decidere cosa e chi vogliamo essere, più o meno pesantemente influenzati come siamo dalla nostra identità (il noi più profondo) e perché non siamo solo condizionati dal contesto esterno (l’acqua che bolle). E poi perché, più spesso di quanto crediamo, siamo degli ibridi: più cose insieme. Uova e patate e foglie di te e tanto altro. Sia chiaro: non sono tanto ottuso da 'prescriverti' nulla, facendo bollire tre cose dentro una pentola. Però l’esperimento può comunque far pensare: grazie a una metafora sulla cottura ci domanda se siamo, o tendiamo a voler essere, uova, patate o foglia di tè. O altro ancora. E ci ricorda pure una cosa importante: che la foglia di tè non ‘risponde’ solo all’acqua, come fanno uova e patate, ma ‘agisce’: cambiando l’acqua in tè. Dunque la foglia di tè potrebbe essere un bel riferimento: anche per chi non è un fan britannico o un innamorato ‘perso’ dell’oriente…”.

*** Massimo FERRARIO, Noi dentro l’acqua che bolle, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura creativa di un racconto famoso, di autore anonimo, diffuso in rete da parecchi siti, sia italiani che stranieri.


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giovedì 3 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il sogno della povera vecchia (Massimo Ferrario)

Una vecchia, povera da una vita, mentre trasportava il latte al mercato in un grande vaso di terracotta, iniziò a pensare in che modo avrebbe potuto diventare ricca. 

Immaginava. Certo, avrebbe venduto il latte, ma stavolta non più per quattro monete, almeno per cinque, perché il suo latte veniva da una mucca che mangiava un’erba particolare, che cresceva in un posto segreto, e il latte per questo era nutriente come nessun altro e aveva un sapore che nessun altro aveva; poi, con queste cinque monete, avrebbe comprato una giovane gallina che avrebbe fatto tante uova; poi, con le uova della giovane gallina, avrebbe allevato una batteria di polli, che poi avrebbe venduto per comprare un maialino; poi, il maialino, una volta cresciuto e ben ingrassato, avrebbe fatto tanti maialini, che lei avrebbe venduto per acquistare un puledro, però non un cavallo qualunque, proprio un purosangue, da allevare con cura e devozione fino a quando non fosse stato adatto a essere cavalcato. 

Sognava. Sì all’inizio un puledrino. Che però sarebbe diventato il più bel cavallo del mondo. E sarebbe stata lei, solo lei, a cavalcarlo. Con lui avrebbe percorso in lungo e in largo tutta la pianura. E lo avrebbe incitato a correre… correre… correre. Gli avrebbe urlato hip hip e hop hop nelle orecchie e lui e lei non avrebbero smesso di galoppare nella prateria… Lei con i capelli liberi, finalmente sciolti e scompigliati, non più pochi e brutti e imprigionati nel velo da contadina come una vecchia, ma tornati tanti e fluenti e freschi e biondi come erano da ragazzina, e lui, il più bel cavallo del mondo, focoso ma obbediente alla padrona, con la criniera al vento… Ambedue felici nel sole tiepido della sera... Lei spensierata, non più povera e finalmente ricca come i più ricchi… Perché quel cavallo, un purosangue di razza, era un animale da ricchi e lui ormai era suo ed era solo per lei…

Mentre sognava tutto questo, si fermò, poggiò a terra il vaso di terracotta e cominciò a muovere i piedi e i talloni come se calzasse gli speroni e a battere le mani per la gioia, sempre gridando hip hip e hop hop… E batteva piedi e mani sempre più forte, mentre incitava il cavallo a galoppare… a galoppare… a galoppare… via per i campi… nel vento…

Fu così che, mentre lei immaginava di spingere il cavallo con lo sperone ad un galoppo sempre più sfrenato, e lei gli era in sella e lui e lei galoppavano sempre più veloci, tra i suoi continui hip hip e hop hop, dal piede della vecchia partì un calcio che lanciò lontano lo zoccolo e lo zoccolo colpì la brocca, e la brocca andò in mille pezzi e in un attimo tutto il latte si sparse per terra, e né il cavallo, né il maiale, né i polli, né la gallina, né le cinque monete, né il latte… niente di tutto questo rimase nelle mani della vecchia che sognava di essere diventata ricca perché cavalcava il più bel cavallo del mondo, che era un purosangue che solo i ricchi potevano possedere. 

*** Massimo Ferrario, Il sogno della povera vecchia, per 'Mixtura', libera riscrittura di un racconto famoso, nella versione europea più antica. Fonte: Jacques de Vitry, 1165 ca-1240, predicatore, teologo, storico, vescovo e cardinale francese, da The Exempla; oppure, Thomas Frederick Crane (a cura), Illustrative Stories from the Sermones Vulgares, London: Folk-Lore Society, 1890, n. 51, pp. 154-55, in DL Ashliman (a cura), 1938, scrittrice e folclorista statunitense, Story of an Old Woman, Carrying Milk to Market in an Earthen Vessel, ‘Folklore and Mythology Electronic Texts’, Università di Pittsburg, online


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mercoledì 2 novembre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il giovane caduto dal cielo (Massimo Ferrario)

Un’anziana contadina, un'anima buona e semplice, stava tornando dal mercato, carica di borse per la spesa appena fatta al paese a qualche chilometro di distanza. 
Era quasi arrivata a casa, quando per strada incontrò un giovane: lui l’aveva vista da lontano mentre lei camminava lenta e affaticata e si era fermato a guardare fisso il cielo, col naso all’insù. 
“Che cosa significa questo?”, pensò la vecchia. 

Quando fu vicina al giovane, lo salutò e gli chiese: 
- Amico mio, perché stai guardando in aria? È successo qualcosa lassù?
- Cara donna -, rispose il ragazzo, - sono appena caduto dal cielo e ora non riesco a ritrovare il buco per rientrarvi.

La donna non si mostrò stupita più di tanto. 
Ripeté solo: 
- Caduto dal cielo? Ho capito bene?

Il giovane confermò, con forza. 
- Esatto, Donna. Hai capito benissimo. Sono arrivato sulla terra senza difficoltà. Ma ora non so come rientrare. 

La vecchia neppure per un attimo mise in dubbio le parole del giovane: la sua naturale buona fede, frutto del suo animo candido, era automaticamente attribuita a chiunque incontrasse.
Pensò subito a suo figlio. 
- Quindi -, commentò la vecchia, - se sei appena caduto dal cielo, devi conoscere bene come stanno le cose lassù…
- Certo -, disse il giovane. - Visto dove abito, ormai sono diventato un esperto di cielo e conosco tutto quello che c’è lassù: cose e persone. 
- Allora forse conosci anche mio figlio Kees, morto quasi due anni fa?
- Kees? -, chiese il ragazzo con foga. - Kees, hai detto? È tuo figlio? E mi chiedi se lo conosco? Mia cara donna, è il mio amico più caro!
- E' meraviglioso -, disse la vecchia, - e dimmi... dimmi: come sta?
- Abbastanza bene! Anche se… sì, insomma, la settimana scorsa un po’ si lamentava che le sue calze sono ormai piene di buchi. E anche le camicie e i pantaloni cominciano a  essere consumati. E poi, la salsiccia, il prosciutto e il burro non riesce più a mangiarli: spariti dalla tavola. Però, a parte questo, sta bene. E’ allegro. E chiacchieriamo spesso. Siamo ottimi amici. Sei fortunata ad avere avuto un figlio come lui.
- Oh, amico mio, ma è fantastico: dunque conosci Kees. E siete amici…

La donna lasciò trascorrere qualche secondo di silenzio. Ebbe un attimo di commozione. 
Poi si riprese. 
- Mi dicevi delle sue calze consumate. E dei vestiti. Ma non c'è nessuno lassù che possa prendersi cura di queste cose?
- No -, disse l'uomo, - in cielo ognuno bada a sé stesso.
- E poi mi dicevi che lui non riesce più a mangiare salsiccia, prosciutto e burro? Ma come mai? Soprattutto le salsicce erano la sua passione. Non si trovano in cielo?
- Sì, sono in vendita, ma lassù è tutto terribilmente costoso e lui cibi così non se li può permettere.
- Oh caro il mio figliolo, è un peccato che anche adesso che è morto debba soffrire per dei bisogni elementari che non riesce a soddisfare. Ma io, pur essendo una povera contadina, potrei benissimo permettermi di fargli arrivare qualcosa… qualche vestito... un po’ di quel cibo che so gli piace…

La donna voleva sapere tutto e non finiva di chiedere. E l'uomo raccontò con ogni dettaglio come stava Kees, e cosa stava facendo, e dove e come esattamente viveva. 

Alla fine però disse che doveva tornare in cielo, altrimenti sarebbe stato in ritardo e c’era il rischio che venisse punito. 
- Torni in cielo ora? - chiese la vecchia.
- Sì, certo. Devo solo ritrovare il buco da cui passare - , rispose il giovane.
- Allora, poiché conosci così bene Kees, saresti così gentile da farmi un grande favore? 
- Se posso, volentieri, buona donna. Vedo che sei una mamma affettuosa: te lo meriti.
La vecchia sorrise. 
- Vieni a casa mia: ti preparo una valigia, con alcune cose che mi piacerebbe potessi portargli.
- D’accordo -, disse. - Oltre che per te, lo farò perché Kees è Kees: gli sono molto legato. Ma se non ci affrettiamo, poi mi tireranno le orecchie per essere stato via così a lungo.

Il giovane raccolse le borse pesanti che la donna si trascinava con fatica dal mercato e insieme andarono alla fattoria. 
Qui la vecchia confezionò due bei pacchi: uno per il giovane caduto dal cielo, perché era stato così gentile e disponibile, e uno per Kees. Il pacco per Kees era naturalmente molto più grande e la donna disse che dentro c’era anche un sacchetto pieno di soldi, così che il figlio potesse comprarsi tutte le salsicce che voleva. 

Poi il giovane si congedò: doveva sbrigarsi a ritrovare l’entrata del cielo. 

La vecchia guardò il giovane che se ne andava a passo svelto con i due pacchi, con la testa alta che scrutava il cielo alla ricerca del punto giusto per rientrarvi. E non smise di guardarlo, mentre si allontanava sul sentiero, fino a quando fu una figurina piccola piccola. 
Pensava: “Chissà come sarà felice Kees quando il suo amico tornerà e gli racconterà che è stato qui”. 

La donna non seppe mai se Kees ricevette il pacco che lei gli aveva preparato con tanto affetto.
Del resto, a tutt’oggi, nessuno neppure sa se il giovane caduto dal cielo, abbia trovato, lassù in alto, il buco da cui rientrare.

*** Massimo Ferrario, Il giovane caduto dal cielo, per 'Mixtura', libera riscrittura di un testo olandese, registrato a Rotterdam nel 1894 e tradotto in americano nel 2014 da DL Ashliman, 1938, scrittrice e folclorista statunitense -  Fonte: Gerrit Jacob  Boekenoogen, 1868-1930, linguista olandese, Van den man die uit den hemel gevallen was, Volkskunde: Tijdschrift voor Nederlandsche Folklore, vol. 15 (1903), no. 41, pp. 187-88, in DL Ashliman, a cura, Folklore and Mythology Electronic Texts Università di Pittsburg, online


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giovedì 20 ottobre 2022

#SPILLI / Quando il demos se ne va (Massimo Ferrario)

Quando sentiamo dire, per lo più urlare, che 'gli italiani ci hanno votato' e 'noi abbiamo la maggioranza', ricordiamoci solo tre cifre: 26,8%, 15,9%, 10,3%. 
Scolpiamocele bene in mente: sono tre percentuali cruciali dei voti espressi dagli italiani aventi diritto al voto.

La prima cifra riguarda il totale Centro-Destra (26,8%), la seconda riguarda FdI (15,9%) - il partito del nuovo fenomeno Giorgia, sempre più osannato da chi è abituato a correre, con la velocità di un olimpionico,  sul carro dei vincitori - e la terza cifra (10,3%) riguarda la somma di Lega (5,35%) e FI (4,95%).

Sarebbe bene girare sempre con un biglietto in tasca che ci riportasse questi numeri: da consultare in caso cominciassimo davvero a credere nel successo travolgente della destra, chiamata a fuor di popolo a salvare la nazione (parola che ha sostituito quella di Paese, termine ritenuto non abbastanza patriottico). 
Un biglietto da conservare come anticorpo: che naturalmente non inficia il diritto della destra di governare, ma ne circoscrive (dovrebbe) gli entusiasmi e i deliri di onnipotenza. 

Perché c'è un dato che, come sempre, viene velocemente accennato alla chiusura dei seggi e poi è subito rimosso. Ed è un numero: in picchiata drammatica. 
E' il dato degli astenuti: 36,2%. Che si conferma di gran lunga il primo partito. 
Cioè, tanto per essere sicuri di mettere il dito nella piaga e capirci ancor meglio: è andato alle urne soltanto il 63,8% degli italiani. 

Il primo grafico qui sotto segnala la progressiva caduta negli anni, da quando i nostri genitori sono morti per consegnarci la Repubblica antifascista che oggi abitiamo: cioè quella Repubblica, questa, che stiamo sempre più rendendo, se non anti-antifacista, quanto meno a-fascista. 
Come si vede, la curva manca poco che cada dritta in verticale verso il basso.

Ancora più parlante è l’immagine che mette a confronto, dal 1948 al 2022, i voti assoluti espressi dal ‘primo’ e ‘secondo partito’ (i due partiti più votati, rispettivamente in blu e giallo) e il ‘partito del non voto’ (in verde): comprendente astenuti e schede bianche. 

Il 25 settembre 2022 17 milioni 159.014 italiani hanno così espresso la loro ‘assenza’. Ripetiamolo: oltre 17 milioni.  
E questi 17 milioni sono ben oltre i 12,3 milioni del centro-destra che complessivamente rappresentano il 26,7% dell'elettorato.

Questo, alla data odierna, è lo stato della nostra ‘demo-crazia’

Il ‘demos’ se ne sta andando a rotta di collo: ad ogni elezione sempre di più. Quel che resta, imperturbabile, è la ‘crazìa’. 

La domanda, ovvia, è: ma se la 'crazìa' (il governo) non è più del popolo, che non si sente più rappresentato e manda segnali, disperanti, di protesta e/o disinteresse, di chi è? 
Resta una ‘crazia’ per cosa, per chi, in nome di chi?

Solo per completezza di informazione, riportiamo anche il quadro, miserevole, dei voti degli aventi diritto espressi per gli altri partiti non di destra:
* Centro-Sinistra: 14,42% (Pd: 11,6%; Verdi-Sinistra: 2,21%; +Europa: 1,7%; Impegno Civico: 0,6%)
* 5Stelle: 9,4% 
* Calenda-Renzi: 4,7%
* Schede bianche: 1,1% (pari a oltre 900mila)

*** Massimo Ferrario, Quando il demos se ne va, ‘Mixtura’, 20 ottobre 2022 - I dati sono tratti da Openpolis, L'astensionismo e il partito del non voto, 11 ottobre 2022, qui



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martedì 18 ottobre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Essere ciò che si è (Massimo Ferrario)

L’angelo era sul portone del Paradiso, pronto a ricevere  i nuovi venuti con un sorriso benedicente.
- Benvenuto, amico. Come ti chiami?
- Giovanni Rossi.
- Anche tu?
- Già. Me lo dicono da una vita. Ma io sono io, te l’assicuro.

L’angelo scartabellò il registro.
- Lo vedo: queste pagine non sbagliano. Ogni tua caratteristica è descritta minuziosamente. E dicono anche qual è il tuo posto riservato. Il mio angelo collaboratore ti ci condurrà subito.
Giovanni Rossi viene accompagnato: in fondo al paradiso, in un angolo defilato.

Dopo mezz’ora il neovenuto torna dall’Angelo guardiano: è un po’ irritato e molto dispiaciuto.
- Che c’è, amico?
- Ti confesso che mi aspettavo qualcosa di più. 
- In che senso?
- Il posto che mi hai assegnato, certo, è in Paradiso. Ma il panorama non è niente di speciale. Ho visto altri sistemati assai meglio. Forse mi meritavo qualcosa di più. Ho passato la vita a cercare di somigliare a Mosè. Non è che per caso il registro ha confuso il mio nome, così comune, con qualche altro Giovanni Rossi?

L’angelo sorrise.
- Vedi? Qui nel librone c’è la conferma di quello che tu stesso dicevi: tu sei tu. Nessuno sbaglio. E’ vero, per tutta la vita ti sei sforzato di essere Mosè: lo dice anche il registro. Qui sta il punto: non sei stato Giovanni Rossi.

*** Massimo Ferrario, Essere ciò che si è, per ‘Mixtura’, breve racconto ispirato a un testo contenuto in Alejandro Jodorowsky, Cabaret mistico, 2006, Feltrinelli, 2008, traduzione di Michela Finassi Parolo


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lunedì 17 ottobre 2022

#SPILLI / Democrazia e voto elettorale (Massimo Ferrario)

Giorgia Meloni: «Gli attacchi sono un insulto agli elettori». 

Se questa fosse l’interpretazione autentica della democrazia, per i prossimi cinque anni, o comunque fino alle prossime elezioni, non dovrebbe essere più possibile dare giudizi sul governo in carica e sul personale politico uscito vincente dalle elezioni. 

È evidente che così non è e non può essere. 
Gli elettori non sono il Verbo. Hanno deciso chi è maggioranza. Punto. Non hanno decretato ‘la’ Verità, né sono ‘la’ Verità. 

Senza contare che il 25 settembre ha votato Meloni&soci il 28% degli aventi diritto. Cioè il 72% degli italiani non ha votato questa coalizione vincente. 

Sarebbe il caso che questa maggioranza, che ha legittimamente diritto di esserlo, avesse consapevolezza di essere comunque una minoranza. Importante fin che si vuole. Ma minima.

Meno hybris e più realismo farebbero bene a tutti. (mf)

*** Massimo Ferrario, Democrazia e voto elettorale, 'Facebook', 16 ottobre 2022, qui


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domenica 16 ottobre 2022

#SPILLI / Cariche istituzionali, destra e sinistra (Massimo Ferrario)

Nulla da dire sulla scelta di cariche istituzionali di destra da parte di una coalizione di destra vincente alle elezioni. Il punto è il paragone con i precedenti della sinistra. 

C’è una differenza che non è un dettaglio: tutte le scelte istituzionali della sinistra, per cariche di tale importante peso istituzionale, hanno avuto per comune denominatore la discriminante antifascista. Che è una caratteristica qualificante della nostra Carta costituzionale. 

Perciò, fare un parallelo, come avanzato in queste ore dalla destra, politica o mediatica, piccata per gli attacchi che arrivano dall’opposizione, tra Nilde Iotti o Fausto Bertinotti o Laura Boldrini e la coppia La Russa-Fontana è quanto meno insulso. 

È infatti un dato oggettivo, non opinabile, che i due neo presidenti delle camere, almeno fino a questo momento, non si sono mai dichiarati antifascisti nella loro storia personale politica. Ma restano, a voler essere generosi, nettamente anti-antifascisti. O al più a-fascisti. 
E questo fa una differenza. Che non può essere ignorata. 

Senza contare che anche a destra si trovano profili più o meno divisivi. E scegliere, in questo caso, chi si è scelto è una scelta, evidentemente voluta, che conta. 

Meravigliarsi delle reazioni da parte delle opposizioni (almeno di quella parte di opposizione che non ha votato in modo decisivo e osceno per La Russa), pare dunque quanto meno stravagante. 

*** Massimo Ferrario, Cariche istituzionali, Destra e Sinistra, 'Facebook', 15 ottobre 2022


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sabato 15 ottobre 2022

#PIN / Passaggio d'epoca (MasFerrario)


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#SPILLI / Camera & Senato, i responsabili (Massimo Ferrario)

Non vorrei rovinare  il processo di beatificazione del nuovo fenomeno Meloni, iniziato da tempo anche ad opera di molti media ‘liberali’ che fanno credito alla suddetta di intelligenza politica e accorto moderatismo, ma se abbiamo un inequivocabile (post?)fascista alla seconda carica dello Stato e un integralista reazionario, omofobo e misogino, alla terza carica dello Stato, ciò è tutto dovuto alla futura Presidente del consiglio, orgogliosa alleata della Spagna di Vox e amica di Trump e di Orban. 

Lei, infatti, e non altri, è alla guida della coalizione di estrema destra e lei infatti, e non altri, ne sta consentendo, con i primi due fatti avvenuti, in potente e perfetta sinergia tra Senato e Camera, la deriva più cupamente restauratrice. 

Quanto sopra peraltro non toglie che se la suddetta ha vinto le recenti elezioni, anche grazie ad una legge elettorale immodificata che consente di avere la maggioranza dei seggi di coalizione a chi è votato dal 28% degli aventi diritto, il merito non è solo della pessima e suicida campagna elettorale di chi doveva contrastarla e si è arreso prima di combattere, ma anche e soprattutto di decenni (decenni!) di politica ‘assente’ o ‘parolaia’ da parte di chi aveva il compito, e non l’ha fatto, di rappresentare certi valori con scelte precise e concrete a difesa di ultimi e penultimi, a evitare che i ‘dimenticati’ si rifugiassero nell’astensione o si lasciassero illudere, ogni volta, dal pifferaio, maschio o femmina, di turno.

*** Massimo Ferrario, Camera & Senato, i responsabili, ‘Facebook’, 14 ottobre 2022 e ‘Mixtura’, 15 ottobre 2022

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venerdì 14 ottobre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Chi sei? (Massimo Ferrario)

Un discepolo, verso metà mattina, andò a bussare alla porta del Maestro.

- Chi è? -, chiese il Maestro.
- Rinzo.
Il Maestro gli urlò di andarsene.
Rinzo andò via, sorpreso e senza capire. 

Ritornò nel pomeriggio e bussò di nuovo alla porta, ma più timidamente.
- Chi è?, - chiese il maestro.
- Rinzo.
Anche stavolta il Maestro gli urlò di andarsene.

Rinzo si avviò verso casa, molto rattristato e sconcertato. 
Passò tutta la notte insonne, a soffrire e riflettere. Perché il Maestro non l’aveva ricevuto? E perché era stato così sgarbato?

Il giorno dopo, all’alba, con gli occhi gonfi e il cuore incerto, andò per la terza volta a bussare alla porta del Maestro.
- Chi è?

Rinzo stette zitto per qualche secondo. Stava per andarsene.

Il Maestro, con voce un po’ risentita, richiese: 
- Chi è?
- Non lo so… sono confuso... -, rispose con un fil di voce il discepolo.
- Ah, Rinzo, sei tu…! -, disse il Maestro. - Spingi la porta, entra!

*** Massimo Ferrario, Chi è?, 2013, ‘Mixtura’, 7 ottobre 2022. Riscrittura di un famoso testo zen, ripreso da più autori (anche riportato in Jean-Claude Carrière, Il circolo dei cantastorie. Storie, storielle e leggende filosofiche del mondo intero, 1998, Garzanti, Milano, 1998).


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martedì 11 ottobre 2022

#SPILLI / Finale annunciato (Massimo Ferrario

Continuare a stramaledire il Mostro, lanciandogli gli insulti più obbrobriosi come bambini che godono nel ripetere le parolacce, e affermare ad ogni secondo che “vedi, non c’è alternativa ai missili” e “unica soluzione è la sconfitta del Pazzo”, anziché sforzarsi di costruire, con pazienza e determinazione, un tavolo internazionale che costringa al negoziato i grandi del mondo, Europa compresa (se capirà che finalmente può esistere in autonomia e non in postura da serva turbo-atlantista), soddisfa l’erezione impotente da divano dei troppi parolai e pennaioli da tifo, ma determina il finale. 

Già scritto. Univoco. Senza scampo. 

Perché missile contro missile chiama bomba. Contro bomba. 

È solo questione di tempo. E della contingenza ‘giusta’ che ‘giustifichi’ la pressione del bottone. 

Ma sarà una giustificazione che non servirà a nessuno. Perché avvierà la caduta in un Abisso che nessuna Storia studierà. 

Mancando i posteri. 

*** Massimo Ferrario, Finale annunciato, ‘Mixtura’, 11 ottobre 2022, e ‘Facebook’, 11 ottobre 2022


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#FAVOLE & RACCONTI / L'augurio agli stupidi (Massimo Ferrario)

Nonno e nipotino camminano sul ciglio della strada, fuori dall'abitato del paese. 
Il nonno zoppica e si aiuta con un bastone; il nipotino, appena uscito da scuola, gli trotterella al fianco, con la cartella sulle spalle.

Tutt'a un tratto, in lontananza, dietro di loro, si sente il rombo di un'auto. 
Il nonno si volta e stringe la mano ancora più forte al nipotino: gli basta uno sguardo veloce per rendersi conto che la macchina sta avanzando a gran velocità, il clacson suonato a intermittenza, due passeggeri che cantano a squarciagola e si sbracciano fuori dai due finestrini, quello a fianco dell'autista e quello posteriore. Il terzo giovane, al volante, procede a zigzag, divertendosi a invadere la corsia opposta.

Il nonno si blocca sul margine della strada, stringendo a sé il bambino: ambedue si schiacciano contro il muro di una casa che in quel punto confina con la strada.  

Il giovane al volante li vede: smette di zigzagare e sembra proprio puntare di proposito su di loro. 
Il fracasso di clacson e schiamazzi dei due giovani passeggeri, che si sporgono dai finestrini fino a rischiare di cadere, è al massimo. C'è da sperare che l'uomo al volante non sia sbronzo, magari abbia solo bevuto qualche bicchiere di troppo, ma loro che si sbracciano dalle portiere hanno decisamente ecceduto con l'alcol.

L'auto è un missile. 
Proprio all'ultimo momento, quando tutto sembrava portare ad un assurdo investimento, l'autista imprime una sterzata e l'auto si butta dall'altra parte della strada, sempre proseguendo a velocità folle.

I due giovani passeggeri si voltano indietro mentre la macchina riprende a zigzagare a clacson spiegato: fanno gesti osceni, contenti di aver spaventato a morte uomo e bambino.

Il nonno riapre gli occhi. E rilascia libero il nipotino che aveva stretto a sé, coprendolo con il suo pastrano e nascondendolo tra le braccia. 

Il bambino guarda il nonno, che in paese conoscono tutti come un vecchio saggio: difficilmente si arrabbia e sa sempre mostrare comprensione per tutto e tutti. Però, stavolta, il piccolo immagina che non si frenerà e avrà uno scatto d'ira: forse un insulto gli uscirà dalla bocca.

In effetti, il viso del vecchio, in genere sorridente, è scuro e corrucciato. Ma la reazione si ferma qui.

Il bambino non si trattiene: i genitori gli hanno insegnato a non dire parolacce e a non insultare, ma stavolta l'eccezione dovrebbe essere ammessa.
- Nonno, ma hai visto quegli stupidi?
- Già. Hai detto bene: stupidi. Meriterebbero una denuncia alla polizia stradale. Avrei dovuto memorizzare il numero di targa.
- Ma è pazzesco. Come si fa a comportarsi in questo modo?
- Si divertono così.
- Però non è giusto: andrebbero fermati e puniti.
- Sono d'accordo, piccolo. Ma senza il numero di targa è inutile telefonare alla polizia stradale.
- E allora che facciamo?
- Niente. 
- Come niente?
- Gli facciamo gli auguri.
- Gli auguri che si vadano a schiantare contro un muro?
- No, caro. Questi non sono auguri: sono maledizioni. E un essere umano che voglia essere, e restare, umano  le maledizioni le ha eliminate dalla mente. Io invece intendo auguri veri. Quello che io auguro loro è di trovare un po' di felicità.
- Felicità? Tu auguri felicità a tipi come questi? Nonno, ma stai scherzando?
- No, davvero: ne hanno bisogno urgente. Se non ne hanno bisogno loro...

Il bambino non sa spiegare la reazione del nonno: va bene essere pazienti e cercare di comprendere sempre i comportamenti degli altri. Ma questo francamente gli sembra troppo.
- Nonno, non ti capisco. Per poco non ci mettono sotto. E tu dici che dobbiamo far loro gli auguri di felicità?

Il nonno aveva recuperato il suo abituale volto, aperto e rilassato: sorrideva.
- Ti sembro strano, vero piccolo? Eppure, fermo restando che quei tre, come anche tu hai giustamente detto, andrebbero sicuramente puniti per il loro comportamento incosciente, poiché noi non siamo poliziotti e loro in questo momento chissà dove sono a continuare a fare gli stupidi, che ci resta se non fare loro gli auguri? La loro anima, anche se quei tre certamente non lo sanno, deve soffrire molto. Cantano, urlano, schiamazzano; violano il codice stradale e godono nel prendere per birilli, con un'auto lanciata a tavoletta, un vecchio e un bambino, rischiando di ucciderli. Sono probabilmente convinti di essere al colmo dell'allegria e di avere in mano il mondo: ma probabilmente sono solo sbronzi. Forse sono costretti a bere per sfuggire alla vita. Non li conosciamo e non abbiamo elementi per dirlo: né sta a noi qualificare il loro stato. Una cosa però è certa: ti pare che se fossero felici andrebbero in giro a comportarsi come si sono comportati?

*** Massimo Ferrario, L'augurio agli stupidi, per 'Mixtura'. Libera riscrittura di un testo riportato in Rafael Santandreu, Essere felici controvento. Trasforma le avversità in occasioni di crescita con la psicologia cognitiva, Vallardi, 2018. 
 

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lunedì 10 ottobre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il cucciolo di leone (Massimo Ferrario)

Giornata rovente in piena savana africana. 

Un cucciolo di leone si smarrisce: si attarda, mentre il branco prosegue, a osservare un piccolo animale che non aveva mai visto e che si stava arrampicando su un grande albero. Quando si rende conto di essersi distratto, si mette alla ricerca dei suoi simili: la mamma, il papà, i fratelli e gli altri leoni che componevano il gruppo. 

Niente: tutti spariti nel nulla.

Il leoncino vaga disperato per due giorni. Il sole a picco non dà tregua e lui è affamato e assetato. Ha paura di essere stato definitivamente abbandonato e ha esaurito ogni forza.  
Finalmente, scorge in lontananza uno stagno. Si trascina fino a riva, desideroso almeno di dissetarsi. Poi, certo, dovrà dare la caccia a qualche piccolo animale, come ha visto fare dalla mamma che gli aveva sempre procurato del buon cibo. Ma senz’acqua è esausto e non potrà neppure tentare di cacciare.

Si avvicina allo stagno e accostando il muso alla superficie sta per bere. Ma vede un altro leone che lo osserva: non è grande, eppure gli pare abbia uno sguardo minaccioso. 

Il piccolo leone fa un balzo indietro: non ha certo le forze per combattere, meglio allontanarsi dallo stagno e nascondersi. Il leone che ha appena visto è evidentemente il proprietario del territorio.

Dopo un’ora, mentre sta accucciato immobile dietro una pianta, il cucciolo sente però che il bisogno di bere è irresistibile. Se vuole procurarsi da mangiare, prima deve dissetarsi. E decide di rischiare. 
Lentamente, guardandosi in giro con circospezione, si riavvicina alla riva dello stagno. 

Nessun leone nei dintorni.

Almeno fino a quando il cucciolo, come prima, non sta per bagnare il muso nell’acqua. Perché allora, per la seconda volta, il leone ricompare. 
Ma stavolta il cucciolo non ha tempo per avere paura: al leone penserà dopo. Ora ha solo sete: tuffa la testa nell’acqua e beve come mai aveva fatto. 

E’ in quel momento che il leone scompare. 
L’immagine, che gli faceva tanta paura, altro non era che il suo riflesso: ingrandito proprio per la paura.
 
*** Massimo FERRARIO, Il cucciolo di leone, libera riscrittura di un testo di autore anonimo, diffuso in rete e presente in vari siti, per 'Mixtura'


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domenica 9 ottobre 2022

#SGUARDI POIETICI / Il motto latino (Massimo Ferrario)

Se anche fossimo 
gli eroi virtuosi e innocenti che non siamo
e non avessimo fatto nella Storia,
magari nel nome della Libertà 
- nostra -
con prepotenza, inganno e voglia di dominio,
tutto quello che di mostruoso abbiamo fatto
contro chiunque non fosse come noi,

oggi stiamo caparbiamente per realizzare
il vecchio motto latino 
che inneggia alla Giustizia
anche quando questa può uccidere il mondo.

La cosa incredibile è che,
arrogantemente convinti di essere i Migliori,
stiamo allestendo il suicidio collettivo 
in cui noi sedicenti Migliori moriremo 
insieme con tutti i Peggiori.

Quel che è certo è che senza ‘homo sapiens’, 
il pianeta sarà 
Migliore.

*** Massimo Ferrario, Il motto latino, per 'Mixtura'

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venerdì 7 ottobre 2022

#SPILLI / 1 contro 7,9 miliardi (Massimo Ferrario)

Inimmaginabili, fino a ieri, la facilità e la velocità con cui abbiamo superato il tabù della guerra nucleare. 
Dopo Hiroshima e Nagasaki, per oltre 70 anni, fino a prima dell'invasione russa dell'Ucraina, la bomba atomica era una possibilità impossibile. Anche chi non era pacifista metteva in conto ogni scelta, ma non quella. Guerra sì, ma convenzionale. Carneficine sì, di civili oltre che di militari: ma limitate, localizzate, controllate. Meglio se fuori dall'Occidente. E mai più mondiali. 
Del resto bisognava ci accontentassimo: far introiettare il tabù della guerra ad ogni umano del pianeta è sempre stata una speranza vana di pochi inguaribili utopisti. 

Oggi, invece, abbiamo 'sdoganato' la follia: l'abbiamo normalizzata. E abbiamo fatto un ultimo passo verso il bordo estremo dell'Abisso. 
Infatti, non si parla più di come rifiutare la guerra atomica, ma si pensa a come rispondere al lancio della prima bomba nucleare. Tattica, naturalmente. Anche se l'aggettivo, che pare dolce e seducente per la minimizzazione degli effetti che (non) assicura, significa decine di volte la potenza distruttiva, di uomini e cose, di Hiroshima e Nagasaki. E le simulazioni che filtrano sui media dicono, ad esempio, che nell'immediato si potrebbero stimare fino a 90 milioni di morti.
Senza contare, naturalmente, il 'dopo'. 
Perché è ovviamente impensabile che 'dopo' il lancio della prima bomba e la risposta di una seconda bomba il 'gioco' si blocchi. 
E saranno cento volte Hiroshima e Nagasaki. Dappertutto.

L'incredibile si è fatto credibilissimo. 
L'Europa ha appena bocciato qualunque negoziato di pace. L'Ucraina, qualche giorno fa, ha vietato con un decreto a firma Zalensky, qualunque eventuale trattativa con la Russia. Gli eurodeputati italiani di FdI, FI, IV e parte del Pd hanno votato contro un emendamento (di sinistra) che "invita tutti gli Stati membri a vagliare tutte le potenziali vie per la pace e a proseguire gli sforzi per porre immediatamente fine alla guerra.". 

Siamo 7,9 miliardi di persone al mondo. E siamo tutti appesi alle decisioni di un singolo. 
7,9 miliardi contro 1 persona. 
Se uno avesse ancora un grammo di razionalità depositato in qualche ultimo neurone di cervello dovrebbe dire che è impossibile che 7,9 miliardi di esseri umani siano nelle mani di 1 singolo.
Cioè: che 7,9 miliardi di persone si siano auto-consegnate nelle mani di una singola persona. 
Eppure questo, con la scelta di impotenza nei fatti quotidianamente riaffermata (gridata, direi) da tutti i governanti del mondo (e il silenzio, salvo minime e ininfluenti eccezioni, di ognuno di noi), stiamo ripetendo da mesi a tutto il mondo. Lui, Putin, il Pazzo, l'Assassino, il Mostro è 'il' responsabile della situazione presente e futura: e da lui, solo da lui, dipende tutto. 
Come fosse una consolazione sapere che il destino perverso, forse tombale, di miliardi di individui dipende da un Grande Unico Cattivo che ha deciso tutto: colpa sua, il Maledetto, noi non c'entriamo e la nostra innocenza è intatta.

A noi, che lasciamo che si realizzi l'assurdo di ciò che si sta realizzando, resta la retorica delle armi:  incessante, ossessionante e, ad ogni minuto che passa, sempre più ottusa e imbesuente.
Le armi vere: con cui inondare un Paese, ogni giorno più devastato e distrutto, che si crede (e crediamo) sempre in procinto della vittoria definitiva. 
E le armi metaforiche: ribadite e cantilenate fino allo sfinimento. Da tutti noi: che parliamo e scriviamo, con voce sovrapposta e tastiere unificate, lo stesso pensiero pensato da tutti, così inorgogliendo il nostro idiota e arrogante occidentalismo, malato di priapismo: l'elmetto in testa, a soffocarci il cervello, e il mitra 'eretto h. 24', brandito spavaldamente come nei peggiori film di Rambo che ci facevano venire i primi orgasmi viriloidi da piccoli.

Anche per chi come me non crede in un dio, non resta che alzare al cielo una prece per l'umano che non è più in noi. 
Cervello e anima sono altrove, in altre faccende affaccendati: se già non lo siamo, assomigliamo a zombi. Ma anche i corpi, se non saremo toccati presto (subito) da un miracolistico colpo di consapevolezza illuminante, ci rimarranno in dotazione per poco. 

Io ho superato i 76 anni: potrei dire 'menefrego', in linea con certa cultura arrembante, in Italia e fuori. Ma ho nipotini. E poi, non essendo un 'familista' (né morale, né amorale), che ha gli occhi fissi sull'ombelico suo e dei congiunti stretti, guardo oltre. A un futuro che dovrebbe essere di tutti e per tutti. E che è invece messo a serio e drammatico repentaglio dall'imbecillità irrazionale di chi governa 7,9 miliardi di abitanti di questo povero pianeta. Un'imbecillità almeno mostruosa quanto quella del singolo Mostro contro cui gratuitamente spariamo, h. 24, le nostre bombe di comodo e inutile blabla.

*** Massimo Ferrario, 7,9 miliardi contro 1, per 'Mixtura'


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mercoledì 5 ottobre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Il test del panorama (Massimo Ferrario)

Una coppia di innamorati, insieme da poco più di un mese, si trova su un’altura che domina una grande e lunga vallata. E’ accoccolata su una coperta in uno spiazzo che offre un panorama incredibile: ti senti sospeso, in balia dell’infinito. 

La notte è chiara, stellata. Una brezza frizzante invita a godere della vista. Lo spettacolo del mondo, visto da lassù, apre l’anima e dà un senso di struggimento.

Lei si avvicina a lui. Si sente invasa da un sentimento come di appartenenza cosmica. E di tenerezza umana. Presa da una dolce pulsione di intimità, ha voglia di baciare e di essere baciata. 

«Guarda, caro, tutte quelle luci!» esclama. «Pensa, sono altrettante persone che vivono, amano, mangiano, dormono, sognano... Come noi: sperano, fanno progetti…»

Lui butta uno sguardo nella direzione indicata da lei: giù nella vallata e in cielo. 

Lei riprende:
«E poi, pensa, dietro quelle luci, c’è chi soffre e si augura domani di star meglio. Un brulichio di umanità: questo siamo». 

Lui non sembra molto coinvolto.

«Sì cara… Anche se...»

«Anche se...?»

«Be', francamente: devo dire che io vedo solo un mucchio di puntini luminosi: grandi e piccoli. Un grande sfoggio di luci elettriche. Tutto esteticamente pregevole, per carità, ma pensa quanta energia si sta consumando…».

La ragazza avverte spegnersi in lei il moto di lento e affettuoso avvicinamento a lui: la voglia di bacio se n’è andata. 

Si alza, come a comunicare che è ora di tornare a casa e si rassetta l’abito.

Lui coglie il messaggio e raccoglie lo zainetto. 

«Sì, fa freschetto. Forse è bene rientrare: c’è troppo vento, vero?».

Lei non si trattiene: «No, non c’entra il vento».

Lui non capisce: «C’è qualcosa che non va, cara?».

«Forse tu, caro. O forse io. Anzi, noi.» 

«Noi?»

«Già. Stiamo sperimentando un problema di assortimento che stride: una chimica che non funziona. Qualche segnale l'avevamo già avuto, in questo mese, da quando ci siamo messi insieme. Ma stasera il segnale è più forte. Capita: non facciamone un dramma. Consiglierò anche alla mie amiche una gita notturna di coppia qui in cima alla valle: si potrebbe chiamare il test del panorama. Può far male. Però qualche volta il dolore è necessario. Aiuta a decidere».

*** Massimo Ferrario, Il test del panorama, per 'Mixtura' - Racconto liberamente ispirato ad uno spunto contenuto in Alejandro Jodorowsky, Cabaret mistico, capitolo Anatomia di una coppia, 2006, Feltrinelli, 2008, traduzione di Michela Finassi Parolo


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domenica 2 ottobre 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Le rane nel pozzo (Massimo Ferrario)

Una ventina di rane erano amiche inseparabili. Tutto il giorno saltavano e ballavano e si godevano la vita andando per i campi e bagnandosi nelle pozzanghere.

Un giorno si allontanarono dai loro percorsi abituali: volevano esplorare un nuovo territorio.  

Tra un salto e l’altro, tre di loro finirono in un piccolo pozzo: non era molto profondo, però era basso quanto bastava per rendere assai difficile la risalita. Tutte e tre, subito dopo la caduta, si affannarono in ogni modo per recuperare l’uscita. Dall’alto, però, le amiche, spaventate per la loro caduta, erano disperate: guardavano i loro tentativi ripetuti di venire fuori e commentavano: “E’ inutile, non ce la potranno fare mai. Il pozzo è troppo profondo: purtroppo le abbiamo perse.”

In effetti le tre rane provavano e riprovavano, ma le loro zampette scivolavano ogni volta lungo le pareti.  

Sembravano esauste.

Due di loro, anche sentendo i commenti pessimistici delle amiche, si arresero.

La terza insistette. 

E alla fine trovò miracolosamente un appiglio: riuscì a darsi la spinta decisiva e finì nell’erba fuori dal pozzo.

Le amiche applaudirono, incredule. 

“Ce l’hai fatta, ce l’hai fatta, sei stata bravissima”.

Una rana le chiese come avesse fatto a non arrendersi. 

Lei non rispose. 

Sì, era senza fiato per lo sforzo. 

Ma soprattutto era sorda. 

*** Massimo Ferrario, Le rane nel pozzo, libera riscrittura di un testo di autore anonimo, diffuso in rete e presente in vari siti. 

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