mercoledì 9 agosto 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'Orso e i due amici (Massimo Ferrario)

Due amici stanno camminando nella foresta. 

Sanno che la foresta è un posto pericoloso, in cui può accadere di tutto. Quindi, si sono solennemente promessi di rimanere vicini l’uno all’altro in caso di pericolo.

All’improvviso, un grande orso sbuca da un piccolo boschetto. 

Proprio l’amico che più aveva voluto il patto di aiuto reciproco individua l’albero più vicino e vi si arrampica in un baleno: una scimmia non sarebbe stata più agile e veloce nel raggiungere la cima. 
L’altro amico, che a scuola non aveva mai saputo salire la pertica nell’ora di ginnastica, segue il buon senso. Si appiattisce a terra: rigido, immobile, trattenendo il respiro e fingendosi morto. 

L’orso si avvicina lentamente. 
Guarda l’uomo sull’albero, abbracciato a uno dei rami più alti e scuote ripetutamente il muso, quasi volesse comunicare una sua disgustata disapprovazione. 
Poi si dirige verso l’uomo sdraiato. 
Lo annusa. Un po’ dappertutto, ma poi si sofferma in particolare su un orecchio. Lo lecca e pare gli sussurri qualcosa. E l’interessato, che trattiene il respiro, fa fatica a non reagire al leggero solletico prodottogli dalla grande bestia. 

Dopo secondi che paiono eterni, soprattutto all’uomo che a terra maledice gli anni in cui da ragazzo non aveva imparato a fare ginnastica, l’orso, sempre caracollando, se ne va. Forse ha creduto che lì per terra ci fosse un cadavere, e gli orsi non toccano i morti.
 
L’amico, sempre guardandosi in giro per controllare che l’orso non abbia cambiato idea, scende con cautela dall’albero. 
L’uomo fintosi morto, un po’ barcollando per l’emozione, si rialza, pulendosi l’abito dalla terra che gli era rimasta appiccicata addosso. 

I due ora sono vicini 
L’uomo fuggito sull’albero è un po’ imbarazzato, ma riesce a fare una domanda. 
- Posso chiederti cosa ti ha sussurrato l’orso quando si è avvicinato al tuo orecchio?
- Mi ha dato un consiglio.
- Un consiglio?
- Già. Gli animali sono migliori di noi: mi ha detto di guardarmi dai falsi amici.

*** Massimo FERRARIO, L'orso e i due amici, per ‘Mixtura’. Libera riscrittura di un breve racconto tratto da Shannon Serpette, scrittrice ed editor statunitense, The Bear and The Two Friends, da 20 Good Short Moral Storie for Kids, in ‘momlovesbest.com’, 1 febbraio 2021


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martedì 8 agosto 2023

#FAVOLE & RACCONTI / La passeggera (Massimo Ferrario)

La donna, appena se ne accorse, rimase in piedi, ferma e ritta nel corridoio. L’uomo, immaginando che dovesse passare per infilarsi nel posto a fianco, stava per alzarsi, come si fa in questi casi, per favorire l’ingresso alla poltrona attigua. 

La donna notò il comportamento cortese, ma fece finta di non vedere. La sua attenzione era tutta rivolta al fondo del corridoio: cercava un’hostess come fosse il problema unico della sua vita. Ma erano tutte indaffarate a seguire l’entrata dei passeggeri e a farli accomodare dopo aver sistemato il bagaglio a mano nelle cappelliere. 

Alla fine, sbuffando, schiacciò il pulsante della plafoniera situato sopra l’uomo seduto: che cominciò a immaginare cosa volesse la donna. 

Lei era bianca, 50 anni, guanti candidi, cappellino, sguardo superbo e altezzoso, un trolley iperfirmato. Lui era nero, 30 anni, distinto, il computer ancora chiuso sulle ginocchia in attesa di poterci lavorare durante il volo, il sorriso sereno e accogliente. 

Finalmente arrivò l’hostess. 
“Ci sono problemi, signora?”.
“Ovviamente. Mi è stato assegnato un posto che non gradisco. Esigo un cambio”. 
L’hostess capì subito la situazione: non aveva bisogno di ulteriori argomenti, ma finse di non aver capito. 
“Un cambio, signora? E perché?”
“Non ho nessuna intenzione di sedere accanto a persone che non gradisco. Ho dimenticato di dirlo all’accettazione perché non volo spesso, ma quando volo pretendo di essere trattata come una signora cui si deve rispetto.”

L’hostess dovette contenersi.
“Lei parla di rispetto, signora?”
“Certo. Ha qualcosa in contrario, per caso?”

Il giovane nero non proferiva parola: manteneva il sorriso e attendeva, con curiosità, che la cosa si risolvesse. Del resto faceva intuire che non si meravigliava più di tanto: conosceva il mondo da trent’anni.

“Ora vedo cosa si può fare”,  commentò l’hostess. E si allontanò verso la cabina del comandante. 

Dopo due minuti, l’hostess tornò. Si rivolse alla signora bianca e al giovane nero insieme. 
“Come prevedevo, non ci sono altri posti se non in prima classe. In via eccezionale possiamo procedere a uno spostamento: non è politica della compagnia pretendere che un passeggero faccia un viaggio sgradevole solo perché seduto accanto a una persona sgradevole”.

La signora rilassò il volto: ormai visibilmente soddisfatta. Si chinò per impugnare il trolley e seguire l’hostess verso il nuovo posto. 
L’hostess, con la mano, le fece cenno di restare ferma in piedi. A scanso di equivoci, con l’altra mano mosse un dito che significava un no scritto nell’aria a tutte maiuscole.

Poi, mostrando un sorriso raggiante, fissò negli occhi il giovane nero, che continuava a stare tranquillamente seduto al suo posto. 
“Mi spiace disturbarla, signore, e le chiedo scusa a nome della compagnia. Ma se lo desidera, la accompagno volentieri nella poltrona di prima classe che, data la situazione, è suo diritto occupare”.

*** Massimo FERRARIO, La passeggera, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura di un breve racconto di autore ignoto.



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lunedì 7 agosto 2023

#FAVOLE & RACCONTI / Wu Zhi, essere o apparire? (Massimo Ferrario)

“Voglio essere un grande re, mio saggio Wu Zhi: venire ricordato anche in futuro per la mia insuperabile regalità. Cosa devo fare?”
“Semplice, mio re. Praticate una buona vita: le buone azioni fanno bene agli altri e a sé stessi. Avrete la reputazione assicurata per l’eternità.” 

Il re scosse la testa. 
“Temevo questa risposta, Wu Zhi. Ciò che dite è da saggi, ma gli uomini non sono saggi: gli uomini sono attratti dall’apparire, non sono interessati da chi cerca di essere. Anzi, chi è genuino li spaventa: perché mette in discussione la loro maschera.”

Wu Zhi dovette riconoscere che il re non aveva torto. 
“Anche a guardare attorno a voi, maestà, gli adulatori non si contano. E chi adula, finge: non dice la verità, la fa soltanto apparire. Ma quella che appare non è la verità. Mio re, viviamo in un mondo capovolto. La persona che vale non vale nulla e la persona che non vale nulla è l’unica che vale. Proprio per questo, però, se il mondo è capovolto, lo si può capovolgere ancora: così torna dritto”.

Il re reagì stizzito. 
“Mi sembra uno scioglilingua, Wu Zhi. Adesso mi dovrai dimostrare ciò che dici. Altrimenti darai ragione ai cortigiani che sparlano di te.”

Il vecchio saggiò non si intimidì. 
“Seguitemi fuori dalla reggia, maestà. Ma prima vestitevi come un mendicante. Non dovete essere ciò che siete: agirete in incognito.” 

Il re, incuriosito, obbedì e insieme andarono al mercato. 
“Adesso, maestà, avvicinatevi alla bancarella del fruttivendolo e chiedete un chilo di ciliegie per soddisfare l’esigenza di un moribondo. Ditegli che è il suo ultimo desiderio”.
Il re eseguì.

Il fruttivendolo cominciò a urlare, insultando il mendicante, e rivolgendosi ai colleghi di bancarelle. “Per truffare noi poveri mercanti, si sono inventati anche questo: un moribondo finto che vuole delle ciliegie gratis. Vergogna! Vattene via, brutto straccione, e non farti più vedere in questo mercato: la prossima volta troverai i bastoni”.

Il re, deluso e offeso per le brutte parole e le minacce che gli erano arrivate, trattenne la sua voglia di rivelarsi e si lasciò a fatica condurre via da Wu Zhi, che invece non era per nulla sorpreso dalla reazione suscitata. 
Insieme arrivarono vicino al fiume, nella parte alta della città: accanto al ponte era disteso un mendicante, che si beveva un goccetto di baijiu, un’acquavite che era riuscito a procurarsi al mercato nero.
All’improvviso, nel punto più vicino all’aqua, Wu Zhi diede uno spintone al re: che cadde nel fiume. Poi, si mise a urlare, chiamando aiuto. 
Accorsero in parecchi, ma tutti guardavano l’acqua scorrere con una certa impetuosità e il re che tentava di nuotare per raggiungere la riva. 
Solo il mendicante, subito alzatosi da terra, dopo aver visto quello che era accaduto, si buttò in acqua senza pensarci un secondo: raggiunse il re e lo trascinò a riva. Non solo: prese le coperte che gli servivano per difendersi dal freddo notturno e con quelle asciugò il re ancora gocciolante. 

Wu Zhi si avvicinò al re. 
“Mi spiace, maestà, ma ho dovuto farlo: per dimostrarvi che non mi diverto con gli scioglilingua. Voi non eravate la persona preziosa che siete, ma apparivate un mendicante: non valevate nulla agli occhi del fruttivendolo e siete stato cacciato a male parole. Lui, la persona che vi ha salvato, appare un mendicante, quindi una persona senza valore: eppure vale più di tutti, perché è stato l’unico che si è gettato in acqua per salvarvi. Diteglielo ai vostri miserevoli cortigiani: conta l’essere, non l’apparire. E chi è, quasi mai appare ciò che è. Volevate che vi indicassi la strada per far ricordare ai posteri la vostra regalità: è la stessa che riguarda ogni essere umano. Si chiama umanità. Non è retorica e non c’è nessuna morale della favola. Questo mendicante che vi ha regalato anche le sue coperte per riscaldarvi esiste: toccatelo, è concreto, non è una massima saggia, è qui accanto a voi. E onorate il suo essere che lo ha spinto a fare ciò che ha fatto”. 

Il re, avvolto nelle coperte ma ancora percorso da qualche brivido di freddo, tentò di sorridere. 
E provocò: “E se il mendicante non si fosse buttato, Wu Zhi?”
“Dimenticate un dato fondamentale. La gente mi chiama saggio e lo fa impropriamente. Ma il titolo di campione di nuoto non ha nulla di improprio: le tante gare che ho vinto in passato non sono un’invenzione. Potete controllare il mio medagliere: me la cavo con l’acqua. E salvare la vita di un re è una medaglia che vale più di una medaglia: sarebbe stata mia anche questa”.

*** Massimo FERRARIO, Wu Zhi, essere o apparire, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura di un breve racconto di autore ignoto.


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domenica 6 agosto 2023

#FAVOLE & RACCONTI / Un contabile per il Sultano (Massimo Ferrario)

Il Sultano era disperato: non solo perché aveva perso un amico fedele, ma perché lui, l’amico fedele, era anche il contabile più onesto che mai avesse conosciuto. E ora era preoccupato per la gestione delle finanze dell’impero.

Fu fissata una riunione urgente del Consiglio dei Saggi e si discusse a lungo su come procedere per individuare il nuovo contabile. Il problema non era tanto trovare la persona competente, ma avere la certezza della sua integrità.

Fu emesso un bando: il posto era ovviamente molto ambito e furono almeno una cinquantina le persone che si presentarono e fecero colloqui approfonditi con i tecnici di corte. Il Consiglio dei Saggi condusse una prima selezione e presentò al Sultano dieci candidati: nove uomini e una donna. La mentalità del Sultano era nota per la sua apertura al nuovo e molti scommisero sulle probabilità della donna di essere scelta. Comunque, l’intera rosa proposta era composta di persone di provata e approfondita competenza. Quello che il Sultano avrebbe dovuto scoprire era la loro onestà: e questo, naturalmente, era un problema di non facile soluzione.

Il Sultano accolse i dieci candidati nella grande Sala degli Arazzi. Parlò con ognuno e subito sembrò conquistato dalla grazia e dalla bellezza della donna.
I Saggi si scambiarono un sorriso complice: era fatta, pensarono.

Invece il Sultano stupì tutti, con un breve annuncio.
“Ho un impegno di corte indifferibile e vi prego di scusarmi. Ne avrò per l’intera giornata. Intanto, vi chiedo di accomodarvi nella stanza del tesoro. Mi attenderete lì. Ho dato ordine ai camerieri di servirvi il pranzo. Per qualunque esigenza, chiedete loro: hanno l’ordine di soddisfare ogni vostro bisogno. Quando ritornerò, procederemo a ultimare la selezione. Vi ringrazio.”
 
Trascorsero almeno due ore.
Al primo pomeriggio, il Sultano fece ingresso nella stanza del tesoro. E anche stavolta spiazzò tutti con una decisione incomprensibile.

“Ho chiesto al trio dei musicisti di corte di venire qui a suonare per noi. Vi esorto a ballare la migliore danza di cui siete capaci. E’ la prova definitiva che vi chiedo per decidere chi sarà il supremo contabile dell’Impero.”

I Saggi si guardarono sbigottiti: capivano sempre meno.
Il trio suonò e i dieci candidati improvvisarono una danza.
Al termine il Sultano invitò la donna a sedersi di fianco a lui. I Saggi, anche stavolta, si sorrisero, sornioni: avevano avuto ragione, la bellezza della candidata aveva conquistato il Sultano. 

Invece non era finita. 
Il Sultano ordinò alle guardie che stavano ritte in piedi ai lati della stanza di avvicinarsi ai nove uomini. Poi, con voce imperiosa e sguardo serio, comandò ai nove candidati di svuotarsi le tasche e consegnare le monete d’oro alle guardie.

I Saggi si guardarono sbalorditi: il Sultano era impazzito? 
I candidati, protestando, tentarono un rifiuto, ma la presenza delle guardie li convinse che era meglio obbedire. Ogni candidato consegnò almeno una decina di monete d’oro. Le aveva sottratte a un mucchio di monete raccolte in un vaso, aperto e trasparente, che era stato appositamente collocato, dal Sultano stesso, su un tavolo in un angolo riparato della stanza. 

Il Sultano sentì il dovere di spiegare.
“Ogni uomo danzava impacciato, come avesse le tasche piene e temesse di far cadere quello che vi aveva inserito. Solo la donna ha ballato sciolta: con movimenti aggraziati e liberi. Certo: si può pensare che una donna, per sua natura, sia favorita nel disegnare un ballo armonioso e flessuoso. E, soprattutto quando ha lineamenti dolci e leggiadri, colpisca particolarmente chi guarda. Ma io, quando voglio, so resistere al fascino femminile. E la mia scelta, in questo caso almeno, non deriva da alcun pregiudizio favorevole. E’ solo la prova di un giudizio basato sui fatti. Amari: perché dicono, come abbiamo visto, che esistono ladri talmente sciocchi e avidi che non sanno resistere alle contingenze e perdono l’occasione della vita per poche miserevoli monete. Ma meglio così: ora l’impero può contare su una persona onesta”. 

I nove contabili furono condotti in prigione e la donna fu nominata responsabile degli affari economici e finanziari dell’impero. 
Col tempo si confermò, agli occhi di tutti, integerrima. E così furono messi definitivamente a tacere quei non pochi tradizionalisti che, con un maschismo mal celato, ripetevano che le monete lei non le aveva in tasca semplicemente perché vestiva una deliziosa veste senza tasche.

*** Massimo FERRARIO, Un contabile per il Sultano, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura di un breve racconto di autore ignoto.


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sabato 5 agosto 2023

#FAVOLE & RACCONTI / La medicina e la suocera (Massimo Ferrario)

Capelli d’Aurora, esasperata, andò dallo stregone, da tutti chiamato Vecchio Spirito degli Avi.

“Non ne posso più, Stregone. Mia suocera mi odia: dice che le ho portato via il figlio, che sono falsa, che non lo amo: mi tormenta in continuazione, non le va mai bene ciò che faccio, non so cucinare, non so accudire la tenda, sono egoista. Insomma, per lei sono il peggio del peggio tra le donne. Dammi una ‘medicina cattiva’: ormai è anziana, in fondo la sua vita l’ha vissuta, ti chiedo solo di farla morire dolcemente, in modo che non se ne accorga e non abbia a soffrire. Sarebbe una liberazione, per me: altrimenti dovrò lasciare mio marito, che pure amo e con cui voglio avere dei figli.”

Vecchio Spirito degli Avi non dedicò neppure un minuto per cercare di dissuadere la donna: rovistò nella tenda, tra i barattoli innumerevoli disseminati ovunque.
“Ecco, ragazza: prendi questo flacone. Ogni mattina, a colazione, versi nella tazza di latte di tua suocera un cucchiaio di questo liquido. E’ insapore: non se ne accorgerà. Poi, però, e questa è la cosa più importante, devi praticarle un massaggio: lungo e dolce, a tutto il corpo. La fronte, la nuca. E poi le braccia, le gambe, i piedi, la schiena. Per almeno un’ora. E intanto parlale.”
“Le parlo?”
“Sì. Le racconti ciò che vuoi. Le parli di quello che stai facendo. Dei tuoi sogni, dei desideri. Di quando eri piccola. Del tuo amore per tuo marito… Dovrai attendere almeno tre mesi. Poi sarà quel che sarà. Però mi raccomando: non solo la medicina, anche e soprattutto il massaggio e il racconto.”

Capelli d’Aurora non era proprio convinta: il massaggio al corpo, il racconto? Sperava soprattutto nella medicina. Ma, per tre mesi, eseguì scrupolosamente, ogni giorno, quanto indicato dallo stregone: tutti lo stimavano e i suoi consigli ottenevano sempre gli effetti desiderati.

Al secondo mese della terapia prescritta da Antico Spirito degli Avi, si produsse un mutamento incredibile. I cuori di suocera e nuora smisero di battere uno contro l’altro: la suocera capiva la nuora e la nuora provava compassione per la suocera. Le due donne si conobbero. Anche la suocera fu invogliata a raccontare: la sua storia, i suoi momenti felici e infelici, le disgrazie, le sofferenze, l’amore per il marito e per i figli, la fatica di essere madre e moglie. Il massaggio faceva bene al corpo, ma anche e soprattutto alle anime: la giovane e la vecchia divennero amiche. Entrambe si apprezzarono e facevano a gara per mostrarsi reciprocamente generose.

Scoccò il terzo mese. La suocera, una notte, chiamò la nuora e gli confidò che sentiva vicina la morte: la ringraziava per tutto ciò che aveva fatto e le chiedeva perdono per il male che le aveva procurato, prima dei massaggi che avevano inaugurato la nuova relazione.

Capelli d’Aurora si precipitò dallo stregone.
“Ti supplico, Stregone, ho sbagliato, oh quanto ho sbagliato! Dammi subito un nuova medicina: una ‘medicina buona’, che tenga in vita mia suocera e combatta la ‘medicina cattiva’ che ti chiesi tre mesi fa. Ora noi donne ci vogliamo bene. Non voglio che muoia.”

Lo Stregone sorrise.
“E’ stato quel che doveva essere, Capelli d’Aurora. La malattia di tua suocera sono i tanti anni che ha: nessuno è eterno e lo Spirito ora chiama lei come domani chiamerà tutti noi. Il farmaco che ti diedi è semplice acqua di ruscello d’alta montagna: del tutto ininfluente. La terapia che ti ho prescritto, invece, il messaggio e il racconto, è stato l’antidoto al veleno che tu e tua suocera covavate dentro di voi. Con il massaggio tu l’hai toccata e lei si è lasciata toccare. Con le parole vi siete guardate negli occhi. Con messaggio e parole avete dedicato tempo ai voi stesse. Così l’odio ha ceduto. E’ una ricetta semplice. Ma forse per questo viene poco seguita. Ora ti resta l’ultimo compito con cui dimostrare a tua suocera il tuo nuovo affetto sincero: accompagnarla all’ultimo passo. Non c’è miglior finale per la relazione che avete avuto. E anche grazie a ciò che hai imparato, so che avrai buona vita per il futuro.”

*** Massimo FERRARIO, La medicina e la suocera, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura creativa di un breve racconto di autore ignoto di ispirazione zen



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giovedì 3 agosto 2023

#FAVOLE & RACCONTI / Amore filiale (Massimo Ferrario)

La domanda era di quelle salottiere: quando si cerca un argomento, più o meno futile, per accendere la conversazione tra sconosciuti che si cerca di conoscere. 
Nell’altra camera giocavano i bambini delle quattro coppie che stavano per sedersi a cena: i figli, in armonia perfetta, erano tutti intenti a costruire i binari del trenino elettrico. Ci avrebbero passato felicemente la serata.

Chiese un ospite: “Secondo voi, in caso di un improvviso disastro, qual è la prima cosa che la gente mette in salvo?”.
Due risposte arrivarono subito. “Il libretto degli assegni!” rispose il manager della multinazionale. “Gli oggetti preziosi!” suggerì la moglie del grande avvocato. 
Poi, dopo qualche secondo, una madre si ricordò: “I figli!”.
“Sì, i figli”, ripeterono tutti con partecipazione. E aggiunsero subito, quasi a voler far dimenticare le precedenti risposte: “I figli sono la cosa più preziosa. Come si farebbe a non pensarci?”.

Stava per arrivare l’ora di cena. 

Un’esplosione fece saltare tutti sulle poltrone e una lunga scia di fumo uscì dalla cucina. 
Le quattro coppie si alzarono all’unisono, spaventatissime, precipitandosi fuori in giardino: nella fuga avevano rovesciato le bottiglie e i bicchieri sul tavolino.
Tutti avevano pensato a un terremoto, a un attentato al palazzo, a una bomba. 
Ma era semplicemente  saltata, in cucina, la pentola a pressione: la valvola non aveva funzionato, una cosa rarissima, eppure era accaduto.

I figli continuavano a giocare in cameretta. 

Nessuno si era ricordato di loro.

*** Massimo Ferrario, Amore filiale, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura di un breve racconto di autore ignoto.


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#FAVOLE & RACCONTI / Cattiva Stampa (Massimo Ferrario)

Il Grande Cantante di musica lirica, osannato dalle folle di tutto il mondo, è ammalato.

Da oltre un mese vive ritirato nella sua villa sontuosa di oltre cinquanta stanze, collocata su un promontorio inaccessibile ai comuni mortali.

Un giornale lancia la notizia a caratteri cubitali: “Nessuna malattia, ma semplice pigrizia. Il Grande Cantante è troppo ricco, non ha più voglia di lavorare e snobba i fan.”

Il Grande Cantante legge. Si offende. Contro il parere del medico accetta un contratto.

La serata resta indimenticabile. Il Grande Cantante raccoglie un trionfo record. Tutti concordano: una delle sue migliori esibizioni.

Ma la malattia non perdona. E lui paga lo sforzo cui si è sottoposto per compiacere i fan.

E muore.

Lo stesso giornale che il mese prima negava la malattia apre così la prima pagina:

“Morto il Grande Cantante. Malato da tempo, ha cantato contro il parere del medico. Non ha saputo resistere alla voglia di fama e di soldi”.

*** Massimo FERRARIO, Cattiva Stampa, per ‘Mixtura’ – Libera rielaborazione di un testo di autore anonimo.


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mercoledì 2 agosto 2023

#FAVOLE & RACCONTI / La scimmia che voleva tutto (Massimo Ferrario)

Una scimmia affamata aveva notato che un po’ di grano era caduto in una piccola cavità creatasi in una roccia su cui stava camminando in cerca di cibo. 
Si bloccò e fece un saltello di gioia: finalmente avrebbe mangiato qualcosa. 

Si chinò, occhieggiò con attenzione nel buco e vi introdusse a fatica la mano. I chicchi erano lontani, molti proprio in fondo alla fessura, ma con un po’ di sforzo e di pazienza li avrebbe raggiunti. 
Trafficò con le dita, agguantandoli uno per uno, e riuscì a raggiungerne molti, raccogliendoli poco per volta in un pugno.
Dopo una decina di minuti aveva messo insieme un bel mucchietto di chicchi e se li pregustava: non mangiava da giorni. 
Allora cercò di estrarre la mano. Ma la fessura era troppo stretta e la mano, serrata a pugno, risultava troppo grossa: non passava.
Per farla uscire, avrebbe dovuto aprirla. Ma questo voleva dire perdere sicuramente molti chicchi. E lei, invece, li voleva tutti. 
Provò e riprovò, forzando l’uscita della mano attraverso la fessura. Ovviamente la pietra era dura e irremovibile e lei si ritrovò la pelle sbucciata per il continuo tentativo.

La scimmia, ostinata, non voleva rinunciare. 
Alla fine, arrabbiata ed esausta, decise: aprì la mano all’interno del piccolo buco e con forza e fastidio la scrollò, disperdendo tutti i chicchi che aveva raccolto con pazienza fino a quel momento.

A quel punto estrasse la mano: era tornata snella e uscì con facilità. 
Ma sarebbe stata completamente vuota se solo un chicco non vi fosse rimasto appiccicato, bloccato tra un dito e l’altro.
La scimmia, con disprezzo, gettò via anche questo. 
Aveva rinunciato a tutto per non aver voluto accontentarsi di poco. 
Se ne andò, più affamata che mai.

*** Massimo FERRARIO, La scimmia che voleva tutto, per ‘Mixtura’ - Libera riscrittura di un racconto di origine pakistana, di Charles Swynnerton, 1843-1923, folklorista pakistano, The Greedy Monkey, in Indian Nights’ Entertainment; o, Folk-Tales from the Upper Indus (Londra: Elliot Stock, 1892), n. 4, p. 7, in DL Ashliman (a cura), 1938, scrittrice e folclorista statunitense, ‘Folklore and Mythology Electronic Texts’, Università di Pittsburg, online


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domenica 30 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'etica della nonna (Massimo Ferrario)

Non ricordo esattamente cosa avevo fatto. Però ricordo con precisione quello che mi disse mia nonna. Ero piccolo e passavo molto tempo con lei, perché mia mamma lavorava tutto il giorno. Mia nonna, sempre sorridente, quella volta divenne seria. Con dolcezza, ma con fermezza, mi ripeté due volte il suo rimprovero: «Questo non devi farlo più. Ricordati: assolutamente non devi farlo più. Hai capito?».

Io chiesi: «Ma perché?».
Lei rispose: «Perché non sta bene».
Io insistetti: «Ma perché non sta bene?».
«Non sta bene perché non è bello».
«Non è bello a vedersi?».
Lei rifletté un attimo: «Anche».
Io non mi accontentai di quell'anche. «Hai detto 'anche'. E poi, perché non è bello?».

Trascorsero parecchi secondi. Mia nonna probabilmente stava valutando se farmi un ‘discorso da grandi’. Avrebbe potuto chiudere il dialogo come si fa spesso con i piccoli: è così perché è così. Ma lei credeva che tutto si può, e si deve, spiegare. E che i bambini, se spinti a capire, capiscono. 

«Perché non è bello per chi si comporta così: non è bello per te, in questo caso. Devi sapere una cosa importante: sia che gli altri ci vedano, sia che gli altri non ci vedano, quando noi ci comportiamo male, ci facciamo male. Perché rompiamo la bellezza che noi siamo. Ognuno di noi, dentro se stesso, è bello. Noi tutti, all’origine, siamo belli. E dobbiamo rispettare questa bellezza che abbiamo. Che noi siamo». 

Io rimasi silenzioso. Non avevo mai pensato al fatto che potesse esistere una bellezza dentro ognuno di noi. «Ma come facciamo ad accorgerci che dentro siamo belli?».
Mia nonna sorrise. «Te l'ho detto. Quando facciamo qualcosa che non dovremmo fare, ci accorgiamo che abbiamo rotto l’armonia che sta dentro di noi. E abbiamo perso almeno un pezzo di bellezza. Che poi, però, dobbiamo, e possiamo, ricostituire. Per esempio non facendo più quello che abbiamo fatto». 

Io rimasi zitto per un po': rimuginavo.
«Non ti convince, vero?»
«No, nonna. È che io, facendo quello per cui tu adesso mi stai rimproverando, non mi sono accorto di rompere questa bellezza di cui tu parli».  
« Perché non senti ancora la voce che ti può mettere in guardia».
«Una voce? Quale voce, nonna?».
«Quella che pian piano si forma in ognuno di noi. E ci fa diventare adulti. Possibilmente ‘buoni e belli’. Io, per esempio, in questo momento, dicendoti ciò che ti sto dicendo, sto aiutando questa tua voce a crescere dentro di te. E a farsi sentire. Così non avrai più bisogno di me. Ti basterà ascoltarla. E lei ti aiuterà a decidere come comportarti. E a sgridarti, al posto mio, quando io non ci sarò più, se ti sarai comportato male. In modo che la prossima volta tu sia invogliato a comportarti meglio».

Mia nonna mi scrutava in silenzio, con sguardo benevolo e affettuoso. Intuiva che il mio cervellino era in movimento: magari non avrei capito tutto quella volta. Ma intanto aveva lanciato un seme. 
Dopo qualche minuto le feci l’ultima domanda: «Ma ha un nome questa voce?».
«Certo. Si chiama coscienza. Ed è quella cosa che rende umani gli umani. Quando ce ne dimentichiamo perdiamo umanità. Al punto che possiamo  diventare disumani». 

Mia nonna è morta da almeno vent’anni. Per sua fortuna. Perché oggi continuerebbe a essere capita dai bambini, ma verrebbe certamente irrisa dagli adulti. 
A me quella volta iniziò a insegnare (perché le cose cruciali della vita non si finisce mai di insegnarle e non si finisce mai di apprenderle) la fondamentale corrispondenza tra ‘etica’ e ‘estetica’: il ‘kalòs-kai-agatzòs’ dei Greci. 
Mia nonna non aveva una laurea in filosofia. Aveva la terza elementare, era figlia di nn, era stata trovata sulla ruota di un convento ed era stata allevata in una famiglia di contadini insieme ad almeno una decina tra fratellini e sorelline.

*** Massimo Ferrario, 1946, L’etica della nonna, 'Mixtura' (masferrario.blogspot.com), 30 luglio 2023



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venerdì 28 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / I miei occhi e il mio pensiero (Massimo Ferrario)

Il Maestro era attorniato dagli allievi. Tutti bramavano esibirsi e dimostrare di essere i migliori.
Il bersaglio era alla giusta distanza. Grande, sul tronco di un albero al limitare della radura, mostrava un cartello di legno quadrato. Al centro, su sfondo bianco, un piccolo cerchio rosso.

Si offrì il primo allievo. Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Vedi i grandi alberi che ci circondano?”
“Certo, Maestro”.
“Allora lascia l’arco e torna tra i compagni”. 

Si offrì il secondo allievo. Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Sono qui accanto a te. Mi vedi?
“Certo, Maestro”.
“Allora lascia l’arco e torna tra i compagni”. 

Si offrì il terzo allievo. 
Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Vedi i grandi alberi che ci circondano?”
“No, Maestro. Non li vedo.”
“Sono qui accanto a te. Mi vedi?”
“No, Maestro. Non ti vedo.” 
“Vedi gli uccelli che sorvolano il bosco?”
“No, Maestro. Non li vedo.” 
Vedi l’albero su cui è inchiodato il bersaglio?”
“No, Maestro. Non lo vedo. 
Vedi il bersaglio grande di legno?”
“No, Maestro. Non lo vedo. 

Tutti gli allievi proruppero in una risata collettiva di scherno: non vedeva il bersaglio e pretendeva di tirare la freccia?

Il Maestro, con un gesto stizzito, impose il silenzio. Poi fece l’ultima domanda.
“Dimmi allora cosa vedi, ragazzo.”
“Vedo un cerchio rosso. Solo un cerchio rosso. Occupa tutti i miei occhi e il mio pensiero. Tutto me stesso è dentro il cerchio rosso”.

Il Maestro allora fece cenno di tirare. E il ragazzo tirò.
La freccia sibilò e si piantò esattamente al centro del cerchio rosso.

*** Massimo FERRARIO, I miei occhi e il mio pensiero, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura di un breve testo di autore anonimo.


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giovedì 20 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / Il paradiso frainteso (Massimo Ferrario)

L'indomani sarebbe stato il suo compleanno e il bilancio degli anni, a quel momento, era più che positivo. Aveva vissuto la vita che desiderava: non si era fatto mancare un divertimento, un'avventura, una follia. Soldi e donne a volontà: i giorni per lui erano solo piacere. Mai una sofferenza. Mai un dolore.

Poi, quella notte, ci fu il sogno.
Si ritrovò soffuso da una nuvola soffice. Dal biancore lattiginoso, se ne uscì un angelo, che si diresse dritto a una piccola cesta. Abbandonata da qualcuno, che nel sogno non si vedeva, riportava un cartello inequivocabile: a caratteri cubitali, campeggiava la scritta 'sofferenze'. Il giovane ovviamente capì subito che il proprietario della cesta non era lui. Pensò invece alla vita di stenti di suo padre, che ogni giorno lo incitava a mettere la testa a posto, a capire che esistono anche i doveri e i sacrifici. Magari quella cesta era la sua. L'angelo, lentamente, la svuotava: per ogni piccolo sasso, che l'angelo riponeva in un porzione di nuvola accanto alla cesta, compariva e si moltiplicava un lingotto d'oro. Oro puro, a 24 carati. 
Quando il giovane vide la piccola montagna d'oro, decise di abbandonare il sogno e si svegliò. 

"Ho capito", si disse. "E per fortuna sono ancora in tempo". 
Dall'indomani cambiò vita. E con costanza, quotidianamente, adottò comportamenti opposti a quelli tenuti sino a quel momento.
 
Il giovane invecchiò. 
Rifiutando ogni momento di gioia e ricercando solo privazioni e sacrifici, era diventato un uomo insopportabile: abbandonato da tutti, coltivava una solitudine rancorosa. 
Ormai gli era rimasta soltanto la speranza di essere presto liberato dalla morte e di poter finalmente meritarsi l'oro del Paradiso che aveva sognato in gioventù.

Ci pensava tanto che ogni notte, prima di addormentarsi, pregava di rivedere l'Angelo: ora, pensava, la sua cesta era colma. E lui era pronto.

Fu così che una notte sognò il sogno di allora. 
Era esattamente lo stesso: quello che lui aveva interrotto, quando aveva visto la montagna di lingotti d'oro che cresceva e si moltiplicava ad ogni piccolo sasso che l'angelo toglieva dalla cesta. 
L'angelo, stavolta, lo accolse con un sorriso che sapeva di rimbrotto. 
"Te ne sei andato troppo presto."
Il vecchio non capì: "Me ne sono andato troppo presto?"
"I sogni non si lasciano. Ci parlano se li seguiamo sino alla fine".

L'angelo riprese i fotogrammi del sogno interrotto. 
Metteva mano al mucchio di uova d'oro impilate: con calma prendeva ogni lingotto e lo riponeva in una nuova cesta, assai più grande di quella che aveva contenuto i sassi. Alla fine, quando la cesta era colma e quasi impossibile da portare, caricava la cesta sulle spalle della stessa persona indefinita del sogno di tanti anni fa. Le indicava la strada del ritorno e la salutava. 

Il vecchio non si trattenne.
"Ma come, mandi via così quella persona con tutto quello che ha sofferto?"
L'angelo ebbe quasi un moto di stizza. 
"Mi spiace per il fraintendimento. Ma il Paradiso non è questo. Siete voi che spesso vi costruite l'Inferno per amore del Paradiso. Noi angeli vi possiamo solo mettere in guardia. Sempre che vi prendiate tempo per ascoltarci. Ma voi, quando vedete l'oro..."

*** Massimo Ferrario, Il Paradiso frainteso, per 'Mixtura'. Libera riscrittura creativa di un racconto anonimo.


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mercoledì 19 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'inferno più infernale (Massimo Ferrario)

La fila è lunga e si ingrossa sempre più. Ma tutti, disciplinati e impauriti, attendono in silenzio il loro turno. 

Attorno, piccoli diavoli, di color rosso incandescente, controllano con i forconi: ogni tanto, una scudisciata a caso. 
“Tanto”, grida il Capo Demonio, tra una bestemmia e l’altra, “ogni violenza è ben data e nessuno è innocente”. 

Fa un caldo infernale. Ma è logico: è appunto l’inferno. L’anticamera, per l’esattezza. Il punto in cui viene decisa la pena: perché l’inferno non è tutto uguale e anche i tormenti, comunque tutti terribili e insopportabili, possono essere, nella loro fissità eterna, più o meno dolorosi, continui, estenuanti. Dipende dal comportamento tenuto in vita: che viene passato al setaccio dal Capo Diavolo, su un librone che registra ogni peccato prima dell’assegnazione alla postazione ritenuta più ‘giusta’.

Ad un certo punto, il silenzio è rotto dalla protesta lamentosa di un nuovo arrivato, che viene spintonato e messo in riga da uno dei tanti diavoli vigilanti.
Interviene subito il Capo Demonio, con una sferza impietosa che getta per terra il malcapitato e lo fa rotolare per decine di metri lungo la fila: per terra, accanto ai compagni, che si ritraggono, atterriti, e si abbracciano per farsi coraggio. 

L’urlo, sovrumano, è seguito da una maledizione.
- Che hai da lamentarti, piccola nullità dell’universo? Non hai ancora capito che sei diventato un pulviscolo di materia solo buona per alimentare l’inferno? 
- E’ un errore, sono innocente. Io non ho fatto nulla, c’è uno sbaglio, vi prego, aiutatemi.

Il Capo Demonio si fa dire il nome e sfoglia le pagine del librone: può capitare l’errore e lui è lì anche per assicurare che sia fatta giustizia. 

In effetti il dannato appena giunto, almeno stando all’elenco riportato nelle pagine, non sembra sia un dannato. Ma forse le registrazioni sono in ritardo: anche i diavoletti insipidi, di color grigio tetro, che stanno sempre a digitare sui computer degli uffici non riescono a tener dietro agli arrivi. 

Il Capo Demonio decide di procedere ad un veloce interrogatorio.
- Vediamo: dimmi le tue ragioni. Davvero sostieni di non aver fatto nulla di male?
- Nulla, assolutamente nulla, signor Capo Demonio. Eppure, giù in terra, mi è capitato di vivere in mezzo all’inferno. Ho visto ogni possibile violenza: ho partecipato a guerre, ho assistito a omicidi e massacri, ho conosciuto assassini, ladri, truffatori. Ho vissuto in mezzo a gente losca, capace di ogni turpitudine: dittatori, torturatori, uomini che stupravano ragazzine. Ma io nulla: sempre pulito, irreprensibile, neppure un piccolo peccato.
- Mi stai dicendo che hai visto tutto il male possibile e tu sei stato sempre un angioletto.
- Infatti. Non ho le ali, ma potrei averle. Ho visto altri praticare ogni male, ma io mi sono sempre tenuto in disparte.

Il Capo Diavolo ne ha abbastanza: chiama un assistente e gli si rivolge in modo perentorio.
- Ok, ultimo piano girone A. Nella parte in ristrutturazione, che stiamo allargando per i troppi arrivi quotidiani. E’ la zona più infernale dell’inferno. E tra le postazioni ancora libere scegli la peggiore, mi raccomando. Quella dedicata a chi vede il male e non fa nulla di male se non guardarlo senza intervenire: sono i peggiori, quelli che si credono innocenti.

*** Massimo FERRARIO, L’inferno più infernale, per ‘Mixtura’, 19 luglio 2023 – Libera riscrittura di un breve racconto di autore ignoto.

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martedì 18 luglio 2023

#MOSQUITO / Un anno di calendario (Massimo Ferrario)

Secondo i più recenti studi scientifici, l’Universo  ha un’età di 13,8 miliardi di anni e i primi segnali di vita sulla Terra risalgono a 3,8 miliardi di anni fa. 
Homo Sapiens pare essere comparso circa 200 mila anni fa: prima in Africa e poi, con migrazioni successive, in ogni punto del globo.

13,8 miliardi. 3,8 miliardi. 200mila. 

Sono numeri difficili da fare propri: le loro dimensioni ce li rendono troppo lontani. Concettualmente inafferrabili.

Per visualizzarli meglio, possiamo riportare tutto al calendario di 1 anno.
Con questa metafora possiamo fissare almeno 5 eventi storici fondamentali:
* il Big Bang dell’intero Universo si colloca al 1 gennaio;
* il 20 settembre si hanno i primi germogli di vita sulla Terra: batteri unicellulari e alghe azzurre;
* il 25 dicembre si diffonde Homo Sapiens;
* il 31 dicembre, 1 minuto prima della mezzanotte, si affermano industrializzazione e capitalismo;
* sempre il 31 dicembre, 5 secondi prima della mezzanotte, Internet fa i suoi primi passi sui nostri computer.

Il calendario di 1 anno sarebbe un riferimento utile da non dimenticare. Anche per tentare di tenere sotto controllo, ogni volta che ci ricordassimo questi pochi dati, l’hybris onnipotente che ci caratterizza e che a troppi fa anteporre la D al proprio Io.

Già: siamo esseri insignificanti. 
Come umani, abbiamo fatto e facciamo cose incredibili. 
Ma siamo un pulviscolo invisibile nel Tutto: immersi in un Universo dal diametro di 93 miliardi di anni luce.
E questo almeno per quella parte di Universo che riusciamo ad osservare. 
Perché alcune speculazioni teoriche sul Multiverso di cosmologi e fisici ipotizzano che il nostro Universo sia solo uno tra i molti che possono esistere. 

Un Tutto che non finisce mai. 
E noi un infinitesimale, miserevole e trascurabile, di cui.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Un anno di calendario, ‘Mixtura (masferrario.blogspot.com’), 18 luglio 2023


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lunedì 17 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / La signora con 25 euro (Massimo Ferrario)

In coda alla cassa, la signora - sui 40 anni, vestita in modo modesto, ma decoroso, non truccata, con un volto stanco che fa trasparire una vita di sacrifici - guarda il display con un filo di preoccupazione. 
Una bambina di cinque anni e un bambino di tre le sono attaccati alla gonna.

“26,80 euro”, dice la cassiera. 

La signora cerca di nascondere l’imbarazzo. 
"Mi scusi, ho dimenticato il bancomat a casa, ho solo 25 euro: devo togliere qualcosa". 

Nel carrello non ci sono prodotti inutili: pane, pasta, latte, pomodori, pesche, carta igienica. Niente carne e niente pesce.
In fila gli altri clienti osservano la scena con qualche disagio. 
La signora è indecisa: non sa a cosa rinunciare.

Subito dietro di lei un signore le tocca con discrezione un braccio: 
"Guardi, signora, che le è caduto qualcosa". 
Lei è sorpresa: ai suoi piedi giace una banconota da 10 euro. Sa bene che non le appartiene: nel borsellino, uscendo da casa, aveva messo esattamente due banconote da 10 e una da 5 euro. 
Sta per dirlo. Ma lo sguardo, caldo e complice, dell'uomo la trattiene. 
Il signore si piega, raccoglie la banconota, gliela offre e le dice: 
"Probabilmente è successo quando ha aperto il borsellino".

Lei continua a titubare: non sa che fare. 
Il signore insiste: la guarda sorridendo e commenta. 
“Capita: a me è successo proprio l’altro giorno, mentre pagavo il pieno di benzina. Per fortuna esistono ancora persone oneste: se n’è accorto il garzone”.

La donna desiste. Ora, ha un sorriso che le illumina il volto: come una bambina felice. 
Paga. 
Poi fissa gli occhi del signore e gli sussurra un grazie che dice tutto. 

Il signore le restituisce il sorriso: solo un attimo, poi volta la faccia verso la cassiera, come a voler far dimenticare subito a tutti l’episodio. E inizia a mettere nei sacchetti la sua spesa. 
Cerca di nascondere il turbamento: il ‘grazie’ della signora è uno dei più intensi e sinceri ricevuti in tutta la sua lunga vita. 
E' contento. Ha salvaguardato la dignità di quella donna: agli occhi di se stessa, dei figli e di tutti i presenti. 

Il testo è una libera riscrittura di una storia che gira da anni su internet: è spacciata per vera ed è attribuita a una fantomatica cassiera che sarebbe stata testimone dell’episodio. 
Specie di questi tempi, sarebbe bello non fosse solo una fantasia.

*** Massimo FERRARIO, La signora con venticinque euro, ‘Mixtura’, 17 luglio 2023. 


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giovedì 15 giugno 2023

#SPILLI / Fuori (Massimo Ferrario)

Dopo lo sconcio, previsto ma andato oltre le attese più pessimistiche, della santificazione generalizzata di Berlusconi, attraverso tv a canali unificati e quotidiani a testata unica, ho la conferma di far parte di quella minima minoranza di cittadini cui ormai 'fanno male' l'Italia e gli italiani.

Con questa 'nazione', con questa 'patria', non ho nulla da spartire. E nulla voglio condividere.

Questo è un paese culturalmente pervertito: incapace di opporre un'etica pubblica e individuale, che sanzioni anche socialmente la disonestà e la illegalità, allo scempio in atto almeno dagli anni 80 del craxismo. Del resto nessuno poteva fare ciò che ha fatto Berlusconi, con l'aiuto dei suoi servili eredi, se non ci fosse (stata) complicità con il dna caratteriale profondo di noi italiani.

Come il fascismo, così il berlusconismo (e quanto accaduto in questi giorni) è l'autobiografia di una nazione.
E, almeno nell'immediato, non c'è nulla da fare.
Perché il punto non è cambiare i governi: che pure è un'impresa ardua, se si vuole davvero proporre una seria alternativa e non alternare figurine sulle poltrone del potere. Il problema è intaccare l'antropologia di un Paese ridotto a come è ridotto: riorientandola di 180 gradi. E l'antropologia non si cambia se non con lunghi processi (di tutti) e una ferrea determinazione (di tutti) a essere diversi da come si è, anche dopo autoanalisi (dolorose) su chi si è diventati.

E' già stato detto: se si vuole distruggere qualunque convivenza che voglia essere comunità civile, basta trattare i disonesti come persone rispettabili, o addirittura padri ed eroi della patria, e trattare gli onesti come fessi che non sanno vivere.

E' di moda la 'parificazione'. Ma io non sono né per questa né per altre.

Mi rendo conto di essere 'fuori': e del resto dichiaro disgusto per i 'vincenti' che hanno come fine unico vincere a qualunque costo, affermando con ogni mezzo la propria insultante egolatria.
Sono orgoglioso di provare questa dolorosa, lontanissima estraneità. Dall'Italia e dagli italiani. 

*** Massimo FERRARIO, Fuori, per 'Mixtura'


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martedì 13 giugno 2023

#SPILLI / Vergogna, come sempre ma più di sempre (Massimo Ferrario)

Negli ultimi quarant'anni sono infinite le volte in cui mi sono vergognato di avere come concittadino un figuro come Berlusconi al vertice delle più alte cariche dello Stato. 
Ho provato fastidio, irritazione, incazzatura. Avrei voluto non essere italiano. E la cosa mi ha fatto male: un vero e proprio male fisico. 
So di non essere stato solo, ma non per questo il male si è mai tramutato in gaudio, neppure a metà. Anzi, si è esponenzialmente moltiplicato. 

Ora, con la morte di Berlusconi, la vergogna, con il relativo dolore, ritorna, più acuta e disgustante che mai. Ma stavolta, lui, Berlusconi, c'entra solo indirettamente. I primi responsabili sono altri. 

Non è una novità. Devo ammettere, se ben ci penso, che anche in passato questi responsabili erano presenti. Oggi però, sarà la potenza del presente che li porta in primo piano, non riesco a non vederli giganteggiare come causa prima della mia nausea. 

Sono almeno due, questi responsabili: lo Stato e il ceto mediatico di stampa e tv.

(1) - Lo Stato ha deciso che mercoledì, giorno dei funerali di Berlusconi, sia 'lutto nazionale'. 
Ora: il lutto è una cosa seria. E la nazione (espressione che peraltro non amo particolarmente) altrettanto: le sue dimensioni vanno (dovrebbero andare) oltre la stretta cerchia familiar-parentale e il condominio. 'Lutto nazionale' significa quindi certificazione di un dolore che riguarda (almeno) la maggioranza degli italiani. Dire che mi pare una decisione spropositata, soprattutto se applicata a un personaggio mai come altri così divisivo, è usare un eufemismo. 
I ‘funerali di Stato’, per chi è stato presidente del Consiglio, sono previsti dalla legge: che non ha immaginato (per l'assurdità dell'ipotesi) l'esclusione per condanne, ad esempio per frode fiscale, per chi abbia occupato cariche così alte. Ritengo che stonino, i funerali con onori pubblici in Duomo a Milano, ma sono legittimi. E' invece una scelta del tutto discrezionale dell'attuale governo decretare il ‘lutto nazionale’. 
Credo che, come me, milioni di italiani non ritengano di essere in lutto, eppure tutti facciamo parte della stessa nazione che, per mano del sottosegretario alla presidenza del consiglio e quindi di Giorgia Meloni,  ha decretato il pianto collettivo, per tre giorni, per Berlusconi. 
Non essere in lutto non significa godere per la morte di Berlusconi: tra l'altro un evento naturale avvenuto a 86 anni. Significa solo, non essendo parte della cerchia degli intimi, non provare né dolore né tristezza. 
Ogni giorno muoiono al mondo 140 mila persone (2mila in Italia), tra queste un'infinità di gente sicuramente (più) meritevole di essere pianta: e a loro non dedichiamo neppure un secondo. 
Il mio atteggiamento verso questo evento, per nulla sorprendente e improvviso, è dunque quanto mai semplice: nessun brindisi, solo una presa d'atto della naturalità della morte. E il diritto di continuare a dire, del morto, ciò che si pensava e si diceva del vivo. Nel bene e nel male. E quando il male supera il bene (o almeno così si ritenga), dire del male ancor più che del bene. Anche perché il male, in personaggi che hanno occupato ruoli di vertice come il de cuius, non resta isolato, ma si espande a raggera, pure oltre i reati oggetto di processo penale. Perché tocca tutti. Avendo pervertito, in questi quarant'anni di vita pubblica, in chiave profondamente antropologico-culturale, l'intera struttura psico-sociale che fonda una ‘comunità’: i suoi principi i suoi valori, la sua visione del mondo.

(2) - Qui entra in gioco il secondo responsabile della mia personale e insopportabile vergogna: il ceto intellettual-giornalistico, che ci impone, a reti e giornali unificati, la sua comunicazione sempre più propagandistica.
Siamo abituati alla servitù volontaria e all'oceano di bava prodotta da lingue che si affannano nell'osannare il potere e i potenti. Si dice che tutto debba avere un limite. Invece la realtà, almeno qui, smentisce: i fatti dimostrano che non c'è limite, o che il limite, ogni volta ignominiosamente superato, è sempre più basso. Ore e ore di trasmissioni tv e paginate intere di quotidiani unificati all'insegna della santificazione del defunto: un processo iniziato con le dirette quotidiane di tutti i tg, pubblici e privati, per oltre un mese durante la prima degenza al San Raffaele e che ha avuto il suo culmine alla notizia della morte. 
Non servono molte parole per stigmatizzare il fenomeno che ci perseguita da sempre: siamo quello che siamo anche perché abbiamo questo ceto mediatico, che, in Italia più che altrove, ha sempre confuso il 'cane da guardia' con il 'cane da salotto'. 
'Democrazia' significa, come precondizione, mantenere una postura da ‘schiena diritta’: vale per i cittadini, senz’altro. Ma ancor più per i giornalisti: i quali, se non dimenticassero che è il ‘pensiero critico’ il fondamento del loro mestiere, aiuterebbero i 'cittadini' a contrastare la deriva, comoda ma liberticida, che ogni giorno che passa degrada noi a 'sudditi' e svuota le 'democrazie' trasformate in 'democrature' senza che neppure ce ne accorgiamo.

*** Massimo Ferrario, Vergogna, come sempre ma più di sempre, per 'Mixtura'


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lunedì 12 giugno 2023

#SPILLI / La morte, saggiamente (Massimo Ferrario)

La morte non santifica. 
Se un delinquente muore, muore un delinquente. 
Il rispetto non viene dalla morte, ma dalla vita. 

E' in vita che ognuno può distinguersi: per esempio scegliendo di essere onesto o disonesto. 

La morte rende tutti uguali: onesti e disonesti. E non c'è nessun merito a morire: non si guadagnano punti. Ciò che siamo stati, restiamo. 

I politicanti, morendo, non diventano politici e men che meno statisti. Gli affaristi e i delinquenti, vanno onorati se in vita decidono di smettere di fare ciò che  fanno. Se è la morte che li costringe a smettere, non meritano nessun onore. 

Il merito, se mai, va tutto alla natura: che, saggiamente, non ci ha fatti immortali. 

*** Massimo Ferrario, La morte, saggiamente, per 'Mixtura'


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