martedì 9 maggio 2023

#SPILLI / Siamo il 10% (Massimo Ferrario)

Sul Pianeta vivono 8 miliardi di persone. 

Noi occidentali (UE + Usa) siamo poco più di 800 milioni. E pretendiamo di dominare il mondo. 
Cioè: ad oggi, il 10% del Pianeta pretende di prescrivere la propria visione e i propri valori al 90% del Pianeta. 
E tutto ciò sotto il comando dell'impero Usa: che ha istituito nel mondo 700 basi militari, con 200mila soldati armati di tutto punto, bombe nucleari comprese. 

Ma consideriamo le previsioni demografiche, pur contrastanti, al 2100

L'Onu dice che la popolazione mondiale salirà a sfiorare gli 11 miliardi, ma l'istituzione mondiale è stata recentemente contraddetta da nuovi studi che prevedono una netta decrescita, addirittura rispetto al dato attuale di 8 miliardi, fissata a poco più di 6 miliardi. (qui)

Nel caso abbia ragione l'Onu, il peso occidentale, a fine secolo, scenderebbe, dal 10%, a poco più dell'8%
Nel caso abbiano ragione le ultime previsioni, il dominio dell'Occidente salirebbe al 15%.

In ogni caso (10% o 15%), anche proiettandoci al 2100, resta difficile definire 'democratica' la pretesa occidentale di comandare sulla popolazione mondiale. Dovremmo quanto meno concludere che noi Occidente siamo malati di 'hybris'. 

Ma forse una definizione più appropriata dovrebbe essere di tipo psichiatrico. 
E' la psichiatria infatti che ha a che fare con la follia.


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mercoledì 26 aprile 2023

#SPILLI / Antifascisti dentro (Massimo Ferrario)

Sì, ormai il giochino è stucchevole. 

Non c'è la parola 'antifascista', dovete dirla, cosa vi costa dirla, perché non la dite, non l'avete ancora detta. 

E se finalmente venisse detta? La vorremmo in grassetto. E poi a tutte maiuscole. E poi... 

Basta. Prendiamo atto di quello che sappiamo e non vogliamo sapere: come volessimo consolarci/rassicurarci per averli mandati al governo. 'Loro' sono quello che sono perché vengono da dove vengono. Nella migliore delle ipotesi sono 'a-fascisti'. Nella peggiore, se non sono fascisti (solo qualche squinternato potrebbe credere di avere un 'progetto di regime fascista' da realizzare), sono beatamente e beotamente preda, e spesso orgogliosi di esserlo, di 'pulsioni fascistoidi'. Ambiscono a ispirare, con queste pulsioni, i 'camerati', loro colleghi a-fascisti, e le cose che fanno e vogliono fare: le politiche già in atto e quelle che attueranno. 

Si collocano nella Costituzione? Giuridicamente, per ragioni di ovvia convenienza politica, fanno e faranno il possibile per esserci: lo deciderà, come sempre, su questioni singole, se e quando verrà interpellata, la Corte Costituzionale. Politicamente, sono e saranno sempre 'borderline': più centrifughi che centripeti. 

La ragione è scontata: non hanno dentro di sé la Costituzione. Alla cui scrittura, peraltro, i loro padri non hanno partecipato (non a caso erano fuori dal cosiddetto 'arco costituzionale') e alla quale si sentono in qualche modo soltanto costretti a obbedire sul piano formale se vogliono continuare a sopravvivere.

Facciamocene una ragione. Perché, 'loro', è vero che rappresentano una minoranza minima di italiani, essendo stati votati da poco più del 25% degli aventi diritto, ma è un fatto che sono stati mandati al governo non dallo spirito santo, ma da italiani 'a-fascisti' come e più di loro.

Quindi? 

Mantenere alta la guardia; incalzare il loro 'a-fascismo' sui fatti e sui valori o disvalori in questi incarnati; pretendere una costante e ferrea congruenza dei loro atti alla Carta Costituzionale; abbandonare l'antifascismo di maniera, celebrativo e ripetitivo, e immettere, finalmente, i principi antifascisti della Costituzione nelle politiche sempre declamate e poco attuate (diritti civili, ma soprattutto diritti sociali). Insomma: più che invocare la Costituzione ad ogni piè sospinto o dai palchi delle giornate che commemorano la Resistenza, far vivere Costituzione e Resistenza ogni giorno, ridando all'una e all'altra corpo e spirito, nell'attualità dei tempi che stiamo vivendo.

E poi, se non si è d'accordo con il loro rozzo e volgare 'a-fascismo', smettere di votarli. Chiedendo a noi stessi di essere, una buona volta e sul serio, 'anti-fascisti'

Non dobbiamo firmare nulla, in grassetto o in maiuscolo. Ma, semplicemente e finalmente, senza gridare a tutti l'atto che compiamo, dovremmo scriverci 'antifascisti' dentro: anche in piccolo, ma a caratteri indelebili. Nell'anima. Perché poi si veda, nitido e brillante, in ogni nostro comportamento.

Banale. Eppure. Un salto di cultura che non abbiamo ancora fatto.

*** Massimo Ferrario, Antifascisti dentro, per 'Mixtura'

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domenica 23 aprile 2023

#SPILLI / Elly Schlein, un film che promette male (Massimo Ferrario)

Quando torneremo a parlare 'parole piene', cominceremo finalmente a creare le condizioni per fare quel cambiamento che è 'parola vuota' da decenni. 

Intanto, per non prenderci per i fondelli, basterebbe imitare l'onestà intellettuale di Margaret Thatcher e ripetere il suo 'tina' (there is no alternative: non c'è alternativa). Una lettura della realtà fastidiosa finché vogliamo, ma che almeno non inganna: niente strane aspettative, la realtà è questa, tenetevela. 

Non basta che una neo-leader di una sinistra-che-continua-a-non-esserci giustifichi la sua incoerenza rispetto alle promesse di cambiamento fatte durante tutta l'intera sua vita di impegno politico adducendo l'argomento che sono state ereditate scelte di altri: come la guerra in Ucraina e il termovalorizzatore di Roma. Le scelte ereditate diventano nostre. A meno che le rifiutiamo. Cambiandole. 

E' tanto ovvio e logico che stupisce che non venga capito. E poiché, anche nel caso specifico, come in molti altri, l'intelligenza logica in certi personaggi pubblici non difetta, allora la deduzione è che viene perfettamente capito.

Ma se viene capito, c'è una conseguenza altrettanto ovvia e logica: anche la neo-leader è entrata a buon diritto nella onnipresente categoria dei ciarlatani. Di coloro che, etimologicamente, 'ciarlano-ciarlano' senza mai dare importanza a quel che dicono. Rendendo tutto vano e futile: provvisorio, vuoto, contingente. Oggi così, domani chissà: il tempo, il contesto, le forze in campo, insomma tutto buono per gettare via le parole di ieri 

Ieri Elly Schlein stigmatizzava, con giusto cipiglio e dito indice puntato, chi si comportava da ciarlatano; oggi, sempre lei, è sul palco con loro. E ha deciso di concorrere al campionato di chi più e meglio e più velocemente tradisce gli impegni assunti con chi l'ha fatta salire sul palco.

Si potrebbe dire: il film è agli inizi. Vero. Ma anche gli inizi condizionano il futuro. E finora i fotogrammi - soprattutto sulla questione sempre più tragica della guerra - fanno pensare che la pellicola non verrà rotta tanto facilmente. 

Si obietta che l'apparato di un partito, peraltro mai diventato un mix culturale capace di una visione comune, offre muri di resistenza di cemento armato. Ma questo non era un segreto per nessuno e se non si ha la forza e il coraggio di rompere con il passato, anche rischiando una profonda disunità iniziale dentro una comunità che non è mai stata comune, non si ciancia di rivoluzione e di rinascita. Invece è stato fatto. E adesso quelle parole si rivelano ciò che erano. 
Ciance.

*** Massimo Ferrario, Elly Schlein, un film che promette male, per 'Mixtura'


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#MOSQUITO / L'estrema destra ha fame (Alessandro Gilioli)

Un giorno si dice che i rastrellatori nazisti nella Roma occupata erano solo musicisti in pensione.

Un altro giorno si dice che i martiri delle Fosse Ardeatine sono stati uccisi perché italiani, e non perché antifascisti ed ebrei.

Un altro giorno si dice che bisogna preservare l’Italia da persone di etnia diversa.

E un altro giorno ancora si diluisce il 25 aprile in una data come tante altre, la proclamazione del Regno sabaudo, la strage di Acca Larenzia, il ricordo delle foibe e così via.

Potremmo prendere il tutto come una catena casuale di gaffe, di “sgrammaticature istituzionali”, di errori storici e di semplice ignoranza, come quella rivendicata dal ministro Lollobrigida.

Oppure possiamo intuire quello che è più probabile: l’estrema destra, andata al potere, ha  fame.

Fame di liquidare il 25 aprile come un giorno qualsiasi, fame di sdoganare una pari dignità politica tra partigiani e nazifascisti, fame di riscrivere la storia assolvendo chi va condannato.

Avrebbero potuto chiedere scusa del ventennio e tentare di essere una destra moderna, come provò a fare Gianfranco Fini.

Hanno preferito la rivendicazione delle loro radici, dei loro busti e dei loro miti; hanno preferito ingaggiare una battaglia quotidiana di dichiarazioni e revisionismi. E nascondono ipocritamente il tutto sotto l’ombrello della parola "riconciliazione", fingendo di ignorare che ogni riconciliazione parte dalla distinzione chiara delle ragioni e dei torti.

E no, i nazifascisti di ragioni non ne avevano.

*** Alessandro GILIOLI, giornalista, direttore di radiopopolare.it, 'Facebook', 21 aprile 2023


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venerdì 21 aprile 2023

#SPILLI / Satira, ma democrazia non è democratura (Massimo Ferrario)

Chiunque ha diritto di dissentire. Chiunque ha diritto di dire che non gli piace una vignetta. Anche chi fa parte di quel Potere che è oggetto di satira. Ma nessuno, e men che meno chi è e rappresenta il Potere, ha il diritto di attaccare la satira, uccidendone la carica canzonatrice, caricaturale e surrealmente sovversiva che ne costituisce lo spirito essenziale e senza il quale la satira non c'è più. Chi ha Potere e lo rappresenta, se lo fa, mette in atto un’azione censoria e intimidatrice, ancor più se accompagnata da un attacco diretto al vignettista e al giornale che ha pubblicato la vignetta. 

Questi assunti dovrebbero costituire i fondamentali intangibili di una democrazia. Di una democrazia che voglia essere tale nella sostanza e non solo nella forma. Altrimenti siamo in una 'democratura'. 

Opporsi a tutto ciò è scegliere di non essere né Polonia, né Ungheria, né Russia. 

E’ logico che tutto questo non sia chiaro alla destra, specie se (post)fascista – oppure, proprio per questo, sia chiarissimo: ed è infatti ciò che con determinazione questa destra persegue. 
Meno logico, ma purtroppo sempre più miserevolmente logico, è che la sinistra non lo capisca. 

Anche questo è un segnale di quanto la destra sia viva e vegeta e la sinistra sia moribonda.

*** Massimo Ferrario, Satira, democrazia non è democratura, ‘Mixtura’, 21 aprile 2023


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giovedì 20 aprile 2023

#RACCONTId'AUTORE / Eros è Rivoluzione (Enrico Finzi)

Lucia è una ragazza di circa 40 anni. Appare carina, con un fondo di malinconia: sembra un po' triste, non depressa ma forse insoddisfatta della sua esistenza. Ha avuto successo come consulente d'azienda, mentre ha affiancato a quell'impegno un'attività di assistente sociale in una seria cooperativa 'non profit'. Non ha figli ma il suo matrimonio dura da due decenni. Nell'insieme può vantare una notevole auto-realizzazione, favorita da un buon tenore di vita, una bella casa, una grande stabilità. 

E allora, da cosa deriva quell'ombra malinconica sul suo bel volto? Forse proprio dal successo, che a un certo punto appare vacuo, incapace di riempire la vita, specie se costruito con regolare fatica quotidiana. Certo, in teoria ha potere su di sé, è empowered, emancipata, moderna. Ma la sua esistenza è senza senso, serve agli altri ma non a sé stessa. Non è abitata dall'Eros, non è stravolta da desideri incontenibili, si sente ed è prevedibile. 

Va da un Saggio: "Lasciati amare", le suggerisce. Aggiungendo un accento al titolo del celebre libro di Herbert Marcuse, "Eros è rivoluzione", le dice. 

Lei muta lo sguardo su di sé, inizia a cambiare il mondo. Non solo il suo, poiché desiderare, sperare, amare muovono le montagne.

*** ENRICO FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, per ‘Mixtura’ – Foto di Tina Modotti (1896-1942, fotografa, attivista, attrice)


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mercoledì 19 aprile 2023

#MOSQUITO / Congiura ebraica e sostituzione etnica (Enrico Finzi)

Sì, lo riconosco: sono ebreo. Non religioso e non sionista ma al 100% ebreo: con 2 genitori, 4 nonni, 8 bisnonni, 16 trisavoli, 32 tataranonni. Un ebreo purissimo, senza matrimoni misti alle spalle. E sono favorevole alla sostituzione etnica: come Soros (che non conosco), peggio di Soros. 

Non me la sento, infatti, di difendere un'inesistente etnia italiana, figlia di un guazzabuglio di 'razze', invasori, staterelli, mescolanze varie.
E non credo al valore dell'omogeneità: sin dagli studi di genetica e di antropologia ho appreso che l'umanità ha progredito grazie ai frequenti incroci di diversi.

So che la storia è stata ed è vicenda di meticciati, di contaminazioni di DNA e di culture.
So che il mix di etnie distinte (e in genere esse stesse 'impure') garantisce un miglior sviluppo dell'umanità, talché ho fatto figli - come mio fratello - con donne non ebree, evitando l'endogamìa, tanto cara anche agli israeliti ortodossi.
Vedo con favore, di conseguenza, un'Italia con tanti immigrati: neri, gialli, olivastri, albini e bianchi; cristiani, islamici, giudei, animisti, buddisti, shintoisti, atei, incerti; biondi, castani, rossi, neri, calvi.
E l'identità? La sogno multipla, cangiante, confusa e perciò più sana, ricca, imprevedibile, talora indefinibile.

Pochi ricordano che dal 1938 il fascismo cercò di non far più cantare "Faccetta nera", pur popolarissima, perché lasciava ipotizzare coiti e figli color caffelatte tra i cosiddetti italiani e le "belle abissine", portate a Roma per civilizzarle e amarle. E così mi trovo a non dispiacermi per questo motivetto, pur colonialista: sono per sostituire quelli dei barconi ai Lollobrigida e ai Salvini poiché può darsi che i nuovi esponenti dell'Italia meticcia saranno migliori di coloro che ci governano. 

Scusate, devo smettere: mi sta chiamando l'ebreo Soros...

*** Enrico FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, Congiura ebraica e sostituzione etnica, per 'Mixtura'


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venerdì 14 aprile 2023

#RACCONTId'AUTORE / Billi Peri (Enrico Finzi)

Girava sempre a capo coperto. Non con uno dei tanti cappelli, ma con una variante civile del basco detta - non so perché - Billi Peri. Non era rossa o verde o blu come quella di certi corpi militari e della polizia penitenziaria: era una variante grigia, non portata inclinata, ma sempre col classico pirolino al centro della testa.

Aveva a che fare col movimento operaio, poiché molti proletari lo calzavano, anche perché si poteva tenere piegato in tasca e serviva girando in bicicletta, unico mezzo di trasporto degli operai. Era legato alle manifestazioni del Front Populaire nella Francia della seconda metà degli anni '30, alla lotta di classe in Europa, alle brigate internazionali antifranchiste, così come a certi personaggi di Simenon.

Lui, socialista, lo portava come Pietro Nenni: quale un segno silenzioso di appartenenza anti-fascista, diverso dal ridicolo fez dei gerarchi del regime. Non era proibito, solo tollerato: gli mancavano le tese dei Borsalino borghesi, così come il ridicolo pon pon delle camicie nere.

Giacomo, chiamato così perché nato dopo l'omicidio Matteotti (pure questo veniva sopportato per via di San Giacomo), era uscito di casa molto presto, per distribuire manifestini per lo sciopero che si sarebbe tenuto alla Breda dopo due giorni, nel marzo del 1943. Faceva in modo di essere ai cancelli di Sesto San Giovanni prima delle sei del mattino, ancora in pieno nebbione.
Fu a causa della nebbia che crepò, investito da un camion tedesco dell'anti-aerea in servizio a Bresso.
Morì sul colpo. Alla famiglia restituirono solo i documenti, la tessera annonaria, il Billi Peri: "era uno di noi, un compagno" diceva la gente al funerale, dove in chiesa l'organo suonò poche note dell'Internazionale, capite solo da chi la conosceva. 

Ogni anno, per anni, la sezione socialista di San Giovanni Rondò issò il basco di Giacomo De Giorgi sulla sua bandiera rossa.

*** ENRICO FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, Billi Peri, testo inedito

Enrico Finzi, dopo una intera vita professionale trascorsa a realizzare ricerche sociali e di mercato (Intermatrix e Astraricerche), ha fondato e dirige Sòno, oggi associazione aps che aiuta ad accrescere l’autorealizzazione personale attraverso il metodo del Narrative Mirror (Racconti di sé, ecomunicare edizioni, 2019). Ha pubblicato saggi sulla felicità ed è coautore, con Virginio Colmegna e Chiara Francesca Lacchini, di Una vocazione controcorrente. Dialogo sulla spiritualità e sulla dignità degli ultimi, Il Saggiatore, 2019. Nel dicembre 2022 è stata diffusa la ricerca demoscopica, promossa da Sòno e realizzata da Astraricerche, Gli italiani, la felicità, il disagio esistenziale.

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giovedì 13 aprile 2023

#RACCONTId'AUTORE / Le pesche della speranza (Enrico Finzi)

Negli anni ‘30 e ‘40 del Novecento molte ragazze ferraresi della piccola e media borghesia si mantenevano agli studi partecipando alla raccolta delle barbabietole e delle pesche: due mesi di duro lavoro nei campi, a fianco delle contadine, pagavano l’iscrizione alle università emiliane o venete (Padova anzitutto).

Ciò valeva anche per le giovani antifasciste della ‘congiura della maestra Costa’, che mobilitò un centinaio di operai, contadini, artigiani, impiegati, insegnanti, intellettuali (incluso il futuro scrittore Giorgio Bassani).

Dall’inizio della guerra di Mussolini una delle attività consisteva nell’inserimento nelle cassette di frutta destinate all’esportazione di bigliettini (manoscritti in italiano, francese, inglese) volti a informare circa l’esistenza di gruppi ostili al regime, il clima politico interno, gli spostamenti di truppe, talune richieste d’aiuto.

Si trattava dell’equivalente di migliaia di messaggi in bottiglia gettati nel vasto oceano dell’Europa in battaglia. La speranza di un ascolto utile era quasi nulla: ma la speranza era la cifra stilistica della resistenza già nel 1941 e nel 1942, prima della caduta del Duce.

Poi il gruppo fu arrestato dall’Ovra e liberato il 28 luglio del ‘43.

Un salto nel tempo: nel giugno del 1944 Roma fu liberata dagli anglo-americani, che avviarono una sistematica ricerca dei nuclei della Resistenza armata in montagna e nelle città del nord, per favorire il coordinamento tra i partigiani in armi e le truppe alleate dirette alla pianura padana.

Uno dei ‘target’ fu l’irreperibile gruppo denominato dagli inglesi "Ferrara peaches", ritenuto composto da migliaia di antifascisti: almeno una delle cassette di pesche era finito in buone mani e aveva suscitato attenzione e speranze. 

Speranze color di pesca, le ultime a morire, la base di ogni opposizione gravida di futuro malgrado tutto.

[ P.S. - Mia madre, Matilde Bassani, era una delle ragazze delle pesche. È stata un anno in carcere coi congiurati della maestra Costa. Ha fatto a Roma la partigiana in armi, ferita dalle SS. Ha visto il suo primo amore, come lei resistente, preso dalla brigate nere e poi massacrato alle Fosse Ardeatine. È stata decorata di medaglia d’oro dal governo inglese per il suo impegno nella liberazione , prima con le pesche e poi col mitra. ]

*** ENRICO FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, Le pesche della speranza, ‘Narratur-in1pagina', n. 152, 3 aprile 2023 (si tratta di comunicazione quinque-settimanale a cura di Massimo Ferrario, riservata a un gruppo di amici e inviata via-email).

Enrico Finzi, dopo una intera vita professionale trascorsa a realizzare ricerche sociali e di mercato (Intermatrix e Astraricerche), ha fondato e dirige Sòno, oggi associazione aps che aiuta ad accrescere l’autorealizzazione personale attraverso il metodo del Narrative Mirror (Racconti di sé, ecomunicare edizioni, 2019). Ha pubblicato saggi sulla felicità ed è coautore, con Virginio Colmegna e Chiara Francesca Lacchini, di Una vocazione controcorrente. Dialogo sulla spiritualità e sulla dignità degli ultimi, Il Saggiatore, 2019. Nel dicembre 2022 è stata diffusa la ricerca demoscopica, promossa da Sòno e realizzata da Astraricerche, Gli italiani, la felicità, il disagio esistenziale.


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venerdì 7 aprile 2023

#SPILLI / Zeitgeist, sarà anche una parolaccia, ma non cade dal cielo (Massimo Ferrario)

Immagino che sarò presto severamente multato se insisterò nell’uso di 'Zeitgeist' al posto di 'Spirito del Tempo'. Colpa, appunto, di ‘questo' attuale Spirito del Tempo. 

Lui si crede nuovo e fulgido e finge di non sapere, invece, che è vecchio e cialtrone: se non altro perché, non avendo neppure il coraggio di essere originale, si ispira a pappagallo alle veline dell’altro secolo che, tra un gagliardetto e l’altro, imponevano 'diporto' per 'sport', ‘fine di pasto’ per ‘dessert’, ‘torpedone’ per ‘pullman’, ‘tassellato’ per ‘parquet’, ‘alt’ per ‘stop’. E via seguitando con altre amenità linguistiche di stampo patriottardo. 

Ci si potrebbe consolare credendo che l’idea becera di imporre per legge il lessico ‘nuovo-vecchio’ e tutto il resto che ad esso si accompagna (dove ‘tutto il resto’ è ben più serio e inquietante dell’idiotismo di una legge sulla lingua italiana) lo voglia questo stupido Spirito del Tempo e quindi a noi siano consentite solo due scelte: o un inchino ossequioso, accompagnato da uno squillante signorsì, o un virile alalà, gridato a braccio alzato. Ma non è vero: sarebbe, tanto per stare nella dimensione psicologica, una ‘proiezione’. Sarebbe cioè ripetere ciò che facciamo continuamente: gettare altrove una colpa che è nostra. 

Perché quanto ci sta accadendo non ci sta accadendo per un ‘destino cinico e baro’: non ci piove addosso dal cielo. Ce lo siamo approntati noi: negli anni. Vuoi con intenzione precisa e consapevole, e quindi, come si direbbe in presenza di un reato, con dolo. Vuoi per indifferenza, disinteresse, ignoranza: e quindi adottando un comportamento pienamente colposo. E non solo. Tuttora noi stiamo nutrendo questo orrido Zeitgeist: per esempio non proponendoci, con forza condivisa e chiarezza sufficiente, un destino alternativo. 

L’oggi è stato incubato in tanti modi: tutti culturali. E attenzione: è proprio il nesso connaturato con la pratica che evita alla cultura il viraggio nell’accademia, chiamata (questa sì giustamente) a speculare e non ad agire. Per esempio, ciò che oggi accade è stato incubato con un antifascismo, più di parole e che di fatti, dimentico del messaggio potentemente trasformativo-rivoluzionario insito nella Costituzione (basterebbe che tutti i cittadini, e soprattutto chi vuol fare Politica e non politica, avessero scolpito nel cervello l’art. 3: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…”). Oppure è stato incubato con un antifascismo stucchevolmente di maniera, confinato nelle cerimonie pubbliche grondanti retorica patriottarda (prima ancora dell’avvento dei sedicenti patrioti attuali). Oppure ancora, questo becero Spirito del Tempo, ce lo siamo costruiti noi con un atteggiamento/sentimento di ‘afascismo orgoglioso’ (anticostituzionale, certo: ma chissenefrega), che voleva impudentemente indicare a tutti che ormai, finalmente, ci affrancavamo da quei tempi oscuri e volevamo essere il nuovo futuro pacificato, dimentico della distinzione tra chi fu vittima e chi fu carnefice. 

E poi, non più tardi di qualche mese fa, a determinare ciò che oggi ci accade è stato il voto alle politiche 2022. Certo, si tratta di un voto di solo il 28% degli aventi diritto a favore della ‘destra-destra-centro’, ma sappiamo che chi non vota, non conta: anche se dovrebbe contare, soprattutto quando segnala, con una percentuale record nella nostra storia (36% di astensionismo), dissenso, protesta, rancore, distanza, indifferenza, inviando un grido di possibile vicino pre-collasso di una democrazia. 

Quindi: sull’incubazione, e sull’incubo, di questo Zeitgeist, mettiamo uno stop (o, più italianamente, un alt) alla sorpresa o alla lamentazione. Se la parolaccia tedesca disturba (una volta tanto non è americana), traduciamola pure in italiano. In qualunque lingua si dica, comunque, basta sapere che lo Spirito del Tempo, di ‘questo’ asfissiante e, per certi versi, anche ridicolo Tempo che stiamo abitando, siamo noi. Ripetiamocelo: NOI. E la maiuscola non è scritta in nostro onore, ma per scalpellarci bene in mente la responsabilità cui non possiamo sfuggire. 

*** Massimo Ferrario, Zeitgeist, sarà anche una parolaccia, ma non cade dal cielo, per Mixtura


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venerdì 17 marzo 2023

#MOSQUITO / Come neutralizzare la politica critica (William Davies)

 Al giorno d’oggi, numerosi psicologi positivi consigliano alle persone di provare a cambiare il modo in cui reagiscono e quello che provano, se non riescono a modificare la causa della propria sofferenza. È stato anche il modo in cui la politica critica è stata neutralizzata. Con questo non si vuole affermare che modificare le strutture economiche e sociali sia semplice. È frustrante, imprevedibile e, spesso, profondamente deludente. 

Tuttavia, è difficile negare che ciò diventi praticamente impossibile da fare se le istituzioni e gli stessi individui sono così ossessionati dalla misurazione e dalla manipolazione dei sentimenti e delle scelte individuali. Se ci devono essere soluzioni sociali e politiche ai problemi che causano l’infelicità, allora il primo passo deve essere quello di smettere di considerarli in termini esclusivamente psicologici. 

Eppure le visioni utilitaristiche e comportamentiste di un individuo prevedibile, malleabile e controllabile (finché sia data una sorveglianza sufficiente), non hanno trionfato solo grazie al crollo delle alternative collettiviste. Sono state ripetutamente promosse da élite scientifiche, in nome di precisi scopi politici ed economici, e in questo momento stanno godendo di un’ulteriore e importante raccomandazione politica.

*** WILLIAM DAVIES, 1976, giornalista e saggista inglese, L’industria della felicità. Come la politica e le grandi imprese ci vendono il benessere, 2015, Einaudi, 2016, edizione digitale, estratto, posizione 3.661, traduzione di Chiara Melloni


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giovedì 16 marzo 2023

#SPILLI / Coscienza della coscienza (Massimo Ferrario)

Di fronte a fatti gravi che chiamano in causa la nostra responsabilità sono possibili due atteggiamenti.

Il primo è di chi si chiede, con qualche dubbio e tremore, se ha la coscienza a posto: forse costui (o costei) la coscienza ce l’ha a posto davvero. 
Il secondo è di chi afferma, con iattanza e sicumera, che la sua coscienza è sicuramente a posto: spesso costui (o costei) fatica a capire cosa sia la coscienza. 

Ovviamente ogni riferimento a persone, e soprattutto a politici (e politiche), è voluto. 
E' la conferma che la 'coscienza della coscienza' non è una funzione umana generalizzabile. 
Può apparire uno stucchevole gioco di parole. Ma se è un gioco, lo è solo perché si è giocato, e in futuro si continuerà disumanamente a giocare, con la vita delle persone.
 
Intanto, visto che abbiamo già archiviato, può essere utile ricordare che la strage di Cutro ha contato, ad oggi, 86 morti. Di cui 35 minori: 26 tra 0 e 12 anni. (vedi qui)
Ripetiamolo, a noi che abbiamo la coscienza a posto: 86 morti. E, tra questi, 26 bambini. 
Sono finiti tra i 25mila annegati nel Cimitero Mediterraneo dal 2014 ad oggi.

*** Massimo Ferrario, Coscienza della coscienza, per ‘Mixtura’


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giovedì 2 marzo 2023

#SPILLI / Un po' di 'sana disunità', il test per Elly Schlein (Massimo Ferrario)

E' gara a insegnare a Elly Schlein, la neosegretaria PD, come fare la segretaria.
Tutti ci provano.
Da sinistra, perché la neosegretaria finalmente dia espressione alla radicalità che nel partito brilla per assenza dalla fondazione: non a caso, quando nacque, il PD si presentò senza la 's' di 'sinistra' dei precedenti 'formati', alla ricerca di un amalgama informe e insipido che avrebbe dovuto accontentare tutti e ha subito fatto fuggire ogni precisa e netta identità possibile.
Ma soprattutto ci provano da destra: perché, in politica estera, la neosegretaria non annacqui il turboatlantismo lettiano, che sta dando il suo perverso contributo ad una guerra senza fine, e, sul tema dei diritti civili e sociali, mantenga il blabla insistito dei sedicenti riformisti più o meno renziani, preferendo, al di là della retorica contraria che si bea di parole vuote, il popolo ztl al popolo delle periferie e degli ultimi, da tempo gettatosi, per disperazione, vuoi a destra, nell'illusione di trovare lì una risposta che altri non gli davano, vuoi nell'astensionismo più cupo, astioso e antipolitico.

Io, per mia fortuna, non ho nulla da insegnare. Sono in attesa: curiosa e partecipata. Simpatetica, direi.
Non ho votato Elly Schlein perché non ho mai votato PD e non mi sono bastate delle primarie - confuse, pasticciate e infinite -, giocate dopo cinque mesi dal suicidio del partito, per convincermi a mutare abitudine: le differenze personali contano, ovviamente, e tra Bonaccini e Schlein non ci sono solo distanze di genere, ma avrei preferito, anche in forza della mia età non più verde, grazie alla quale posso ricordare altri modi di fare partito, un congresso su temi e contenuti: in cui si ragionasse, una buona volta, delle ragioni delle disfatte inanellate negli anni, per poi individuare, prima, una visione, poi delle politiche congruenti e infine dei candidati che, in linea con le decisioni di un congresso, proponessero davvero un punto a capo.

Non nego tuttavia che la positività della sorpresa fornita da elettori che capovolgono l'indicazione degli iscritti (una condanna drastica del 'fuori' contro il 'dentro': il vento esterno che prorompe e turbina per una 'rimessa in discussione' di uno 'stare insieme' ormai solo difensivo-burocratico, adagiato nello sterile continuismo di tribù accomunate dalla spartizione di potere) ha scosso anche un pessimista incallito come me.
Dunque stiamo a vedere.

Mi permetto solo di annotare un punto.
Tra le tante raccomandazioni del momento, quella della 'unità' del partito prevale: è il mantra ripetuto da chiunque, da dentro e da fuori. Anche da Elly Schlein.

Condivido. Ma solo a un patto. Che questa unità non resti il feticcio che ha sempre impedito la chiarezza e blocca ogni vero cambiamento.
L'unità è un mezzo: importante, ma non decisivo. Ciò che conta, mi sembra ovvio, è il fine: la missione, la visione, la direzione, le azioni da mettere in campo e con le quali si intende rappresentare chi si è scelto di rappresentare. Solo dopo aver individuato il fine e le politiche ad esso correlate, l'unità diventa decisiva: ma resta pur sempre uno strumento per aiutare il fine nella sua realizzazione e mai deve diventare fine.
Finora le dirigenze PD hanno cercato di tenere insieme anche ciò che insieme non può stare. Ed è così che, scontentando tutti, si sono spinti milioni di elettori verso la destra e, soprattutto, verso l'astensionismo più rancoroso e solitario. Ora è questo il popolo che deve essere prima riconquistato e poi tenuto unito.

Credo che Elly Schlein abbia vinto le primarie perché molti sperano che ciò avvenga.
Se chi ha lavorato in questi anni per far diventare centro (quando non destra) la sinistra, se ne va dal Pd, non è una perdita. E' un guadagno: perché cessa, finalmente, la confusione.
Fondamentale sarà attirare e unire dirigenti e elettori di sinistra. Spalancare le porte a chi vuole fare una politica di sinistra in un partito che abbia deciso, consapevolmente e unitariamente, di essere di sinistra. Una sinistra vera: 'radicale'. Che vada finalmente 'alla radice' dei problemi da cui siamo sommersi e dia riposte chiare e nette, non occhieggianti a destra. E già il fatto che, per questo, qualcuno paventi un (pericoloso) slittamento all''estrema sinistra' del PD, dice tutto: siamo così abituati a non avere una 'sinistra-che-sia-sinistra', che quando qualcuno (qualcuna) tenta di farcela balenare all'orizzonte, la scambiamo per l'evocazione di una ridotta massimalista del vetero Novecento.

Certo, è un compito immane che Elly Schlein si è posta. Nessuna 'donna sola al comando' può farcela. Perché nessun cambiamento di 180 gradi è opera di un leader: nel PD come ovunque, e nel PD ancor più che ovunque. Servono una leadership collettiva e una partecipazione, non di facciata, convinta, leale, diffusa. Maggioritaria.
Perché in gioco è un partito che, per risorgere, deve rinascere. Dando finalmente a dirigenti, iscritti e elettori, un'anima davvero condivisa e finalizzata, con valori e principi praticati, e non solo enunciati, trasformati in atti coerenti, concreti, determinati. Che facciano vedere, presto per non dire da subito, la massima coerenza possibile tra il dire e il fare.

C'è un test che dirà se il processo decollerà: il silenziamento, definitivo, totale e immediato, di quella retorica parolaia che fin qui ha tenuto insieme tutto e tutti, bestemmiando nei fatti i valori proclamati nei comizi. Ci vorrà tempo per apprezzare i risultati, ma soltanto da questo nuovo atteggiamento passerà il recupero di chi, da decenni, si è sentito ingannato e ha dovuto imparare, purtroppo, cosa è il disgusto amaro per la politica.
Se questo decollo si intravvederà, nessuno piangerà per eventuali abbandoni: si leveranno alti lamenti dagli interessati e da chi, anche da fuori, ha interesse che tutto resti come ora. Ma queste reazioni saranno la dimostrazione che un'epoca sta chiudendosi e qualcosa di sperabilmente nuovo sta per accadere.

Insomma, un po' di 'sana disunità' sarà il prezzo da pagare perché la politica, almeno in questo partito, riprenda la maiuscola: e finalmente una comunità organizzata in partito riesca a dire, nei fatti, e non solo dai pulpiti o nei manifesti, che ha deciso di fare Politica.

*** Massimo Ferrario, Un po' di 'sana disunità', il test per Elly Schlein, per 'Mixtura'


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martedì 14 febbraio 2023

#SPILLI / Democrazia in coma (Massimo Ferrario)

I giornali parlano di trionfo della destra. Citano, più o meno di sfuggita, l'astensionismo al 60% e poi, dimenticandosene, ci propinano paginate con dettagli statistici su 'vincitori' e 'sconfitti'. 

La tendenza degli elettori a non andare a votare, netta da anni, in queste elezioni regionali ha avuto un picco: e la democrazia denuncia il suo essere sempre più in coma. 

A questo proposito, almeno in questo caso, basterebbe fare tre calcoli, banalissimi, per evidenziare il degrado.  1) Lazio, Rocca: 53%. Ma l'80% non lo vota. 2) Lombardia, Fontana: 55%. Ma il 77% non lo vota. 3) Lombardia 2018: Fontana vince con il 49,7% e non lo vota il 64%. Lombardia 2023: Fontana, rispetto alle precedenti regionali, perde il 13% dei voti dei lombardi aventi diritto. 

Fino a quando, nelle analisi post voto, non useremo le percentuali dei voti espressi non in assoluto, ma  strettamente riferite alla specifica affluenza (e non inizieremo a fare confronti storici con queste percentuali per cogliere i 'veri' andamenti), procederemo, beotamente indifferenti, allo svuotamento della democrazia: arriveremo a discutere di chi ha trionfalmente superato il 50% dei voti espressi quando a votare sarà il 10% degli aventi diritto. 

*** Massimo Ferrario, Democrazia in coma, per 'Mixtura'


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martedì 31 gennaio 2023

#MOSQUITO / L'uomo d'affari e lo statista (Harold J. Laski)

E' significativo che in tutta la storia della democrazia parlamentare non ci sia stato in alcun paese un grande statista che fosse un uomo d'affari. 

Uomini come Bonar Law in Inghilterra, Loucheur in Francia hanno coperto dei posti elevati, e magari altissimi, ma non si sa che ve ne siano stati i quali siano riusciti ad esercitare sui loro contemporanei l'influsso che esercitarono uomini della statura Washington, Lincoln, Gladstone, Bismarck, o Cavour. 

La ragione, io direi, è semplicemente questa, che l'opinione pubblica non ha mai potuto ammettere la pretesa del capitalista di essere il fiduciario dell'interesse pubblico. Essa l'ha sempre considerato per quello che è, come uno specialista nel far danaro, e non ha mai effettivamente creduto che abbia senso di responsabilità fuor dell'ambito ristretto della sua classe. Egli non ha mai considerato la legge come un complesso di principi che stanno al di sopra del gretto interesse che lo concerne, ed ha sempre cercato, con mezzi leciti o illeciti, di farla interpretare ai suoi propri fini. Certo, per la sua strada egli ha dimostrato di essere tutto dedito al suo compito e coscienzioso, e non v'è ragione di dubitare della sua sincerità quando crede che il suo benessere privato combaci col bene pubblico. Quando, come in America, egli ha comprato giudici, governatori di Stato, e magari i presidenti stessi, l'ha fatto convinto che il renderli pieghevoli strumenti ai suoi fini era per il popolo americano il meglio. Egli si difese nell'unico modo che credeva adatto, perché egli credeva effettivamente nel suo diritto divino di comandare.

*** Harold J. LASKI, 1893-1950, esponente della sinistra del Labour Party e professore alla London School of Economics, Democrazia in crisi (George Allen & Unwin, 1933), 1935. Citato da Maurizio Viroli, La libertà dei servi, Laterza, 2010, nota p. 18


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lunedì 23 gennaio 2023

#MOSQUITO / Oh i bei cretini di una volta! (Leonardo Sciascia)

E' ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. Ma di intelligenti c'è stata sempre penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in aretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l'olio e il vino dei contadini. 

*** Leonardo SCIASCIA, 1921-1989, scrittore, giornalista, saggista, Nero su nero, Einaudi 1979, Adelphi, 2014. 


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domenica 15 gennaio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'arco e il potere del pensiero (Massimo Ferrario)

Kao Pin era il campione dei campioni di tiro con l’arco: nessuno ricordava un suo tiro sbagliato. 

Quel giorno il Maestro era con uno dei suoi allievi prediletti, a quattrocento passi dal bersaglio. Credeva nel giovane: leggeva in lui un grande potenziale, ma lo giudicava dispersivo, spesso sconcentrato, troppo disimpegnato.

“Bendami”, disse Kao Pin al ragazzo porgendogli un fazzoletto nero di seta.

Il ragazzo eseguì. Il Maestro sollevò l’arco e incoccò la freccia. Attese qualche secondo. Poi tirò.
Mentre si toglieva la benda dagli occhi, chiese al ragazzo se aveva fatto centro.
Il giovane era imbarazzato. Aveva assistito per la prima volta nella storia a un tiro fallito del Maestro: come dirglielo? 
“Allora?, non mi rispondi?”, insistette Kao Pin.

“E’ terribile Maestro, ma avete fallito”.
“Davvero ho fallito, ragazzo?”

L’allievo non capiva: e non aveva parole. La freccia era finita nella boscaglia: il bersaglio era rimasto intatto. Come poteva Kao Pin sostenere di non avere fallito?
“Quante volte mi hai visto colpire il bersaglio da questa distanza?”
“Sempre, Maestro. Tutti sanno che ogni tuo tiro è un bersaglio colpito. Per questo sono costernato. Pensavo mi volessi dimostrare che con la forza del pensiero si centra qualunque bersaglio. Tutti sappiamo che sei un mago: quando ti concentri, puoi tutto”.
“Infatti. E’ appunto questo che ti ho voluto mostrare”.

Il giovane non riuscì a trattenersi.
“Ma non hai colpito nulla, Maestro. Non sappiamo neppure dove sia finita la freccia.” 

Kao Pin, benevolmente, mise una mano sulla spalla dell’allievo.
“Ti ho sempre parlato del potere del pensiero, ragazzo: se ti concentri, il pensiero si unisce alla freccia e la orienta, con una forza insuperabile e irresistibile, al centro del bersaglio. Oggi ti ho insegnato la lezione più importante. Quando vuoi conquistare un obiettivo, devi concentrarti solo su questo. Ci dev’essere solo l’obiettivo nella tua testa: tutto il mondo diventa quell’obiettivo. Ma per concentrarti su quell’obiettivo, devi vederlo, l’obiettivo: perché nessuno potrà mai colpire un bersaglio che non vede. Troppi dei tuoi tiri sono come il mio di prima: non hai la benda sugli occhi, ma è come se l’avessi. Non vedi, sei distratto, non ti concentri. E non concentrandoti, non piloti la freccia: non le dai né la spinta potente né la direzione esatta. E la freccia va dove è andata la mia. Nel bosco, fuori bersaglio. L’unica magia è la concentrazione, ragazzo: ricorda”.

*** Massimo Ferrario, L’arco e il potere del pensiero, ‘Mixtura’, 15 gennaio 2023 – Libera riscrittura di un breve testo di autore anonimo.

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giovedì 12 gennaio 2023

#MOSQUITO / Scuola (George Bernard Shaw)

Ciò che non può l'iniziativa privata dei genitori, può essere fatto ben più efficacemente per mezzo di educatori organizzati in grandi istituzioni create a tale scopo. Poiché, quando se lo possono permettere, i genitori consegnano i figli alla scuola. Ma non c'è, nel complesso, niente al mondo, per dei poveri innocenti, tanto orribile quanto la scuola. Tanto per cominciare è una prigione, ma sotto certi aspetti è anche più crudele. In prigione, per esempio, non siete obbligati a leggere libri scritti da secondini e direttori (che naturalmente non sarebbero secondini e direttori se sapessero scrivere libri leggibili), né siete picchiati o altrimenti tormentati se non sapete ricordarne il contenuto, del tutto impossibile da mandare a memoria. In prigione non siete obbligati a sedere e ad ascoltare carcerieri che trattano, senza fascino o interesse, argomenti che non capiscono e non apprezzano, e sono pertanto incapaci di farveli capire o apprezzare. In prigione possono tormentare il vostro corpo, ma non torturano il vostro cervello e potete difendervi dalla violenza e dall'oltraggio dei compagni di prigione. A scuola non avete questi vantaggi. Con gli scaffali di tutto il mondo, carichi di libri affascinanti e ispirati, vera manna mandata dal cielo per nutrire le vostre anime, voi siete forzati a leggere l'odiosa impostura chiamata «testo scolastico», scritto da un uomo che non sa scrivere; un libro da cui nessun essere umano può imparare alcunché, un libro che, sebbene lo possiate decifrare, non sapete leggere con altro profitto se non questo, che lo sforzo che vi viene imposto vi farà detestare la semplice vista di un libro per tutto il resto dei vostri giorni. Con i milioni di acri di boschi, di valli e colline, con il vento, l'aria, gli uccelli, i ruscelli, i pesci e ogni genere di cose istruttive e sane facilmente accessibili, o con alla porta le strade, le vetrine dei negozi, le folle, i veicoli e ogni tipo di delizie cittadine, voi siete forzati a sedere, non in una stanza abbellita con una certa grazia e confortevolmente arredata, ma in un serraglio con un mucchio di altri bambini, puniti se parlate, puniti se vi muovete, puniti se non vi è possibile dimostrare, rispondendo a una domanda idiota, che anche quando siete scappati dal canile e dallo sguardo del carcere eravate ancora agonizzanti su finti libri detestabili, invece di osare a vivere. 

*** George Bernard SHAW, 1856-1950, scrittore e drammaturgo irlandese, premio Nobel per la Letteratura nel 1925, estratto da School, Prefazione a Misalliance, 1910, in George Bernard Shaw, Manuale del rivoluzionario. Libertà significa responsabilità. Ecco perché la maggior parte degli uomini la teme, estratto da Il taccuino del rivoluzionario, II, Sull’educazione, Piano B Edizioni, 2014, traduzione di Alessandro Miliotti 


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mercoledì 11 gennaio 2023

#SGUARDI POIETICI / Vita e sapere (Massimo Ferrario)

Il sapere dà gioia: 
amplia le conoscenze, 
dilata l’orizzonte, 
dà vita all’altro da sé. 

Il sapere dà dolore: 
squaderna le contraddizioni e le sofferenze 
del mondo, 
impossibili da ignorare 
se non rinchiudendosi
in una bolla 
ombelicale
che le neghi. 

Governare questo ossimoro 
è il prezzo ineludibile di una vita 
non amputata.
Che integri e tenga insieme 
gioia e dolore
e, a entrambi riconoscendo pari dignità,
da gioia e dolore si faccia 
attraversare:
egualmente, ma non equamente,
a tutti regalando godimento 
e dispensando sofferenza. 

E' il corollario implicito e inesorabile 
di una vita che sia vita, 
e non sopravvivenza. 
Una vita che sia esistenza consapevole, 
e non cieco 
- magari anche confortevole - 
meccanico funzionamento.

Una vita scrutinata:
viva e in ogni momento 
vissuta, 
feccia compresa

*** Massimo Ferrario, Vita e sapere, per Mixtura


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domenica 1 gennaio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / Tre metafore per la serenità (Massimo Ferrario)

“Wu Zhi: ti chiediamo della serenità. Come si raggiunge? Quando si raggiunge?” 

Il vecchio saggio era abituato a essere interrogato dagli allievi. Più volte si era schernito: “Non sono il saggio che credete. Saggio è chi ancora domanda; invece chi ha le risposte, credendo appunto di averle e di sapere, forse sa qualcosa, ma difficilmente è saggio.”

Ma i giovani discepoli avevano ragione a insistere. Chi è giovane brama un sapere che ‘bruci’ l’esperienza: quella risorsa che un giovane avrà solo ‘dopo’, quando se la sarà fatta. Ma intanto?

Wu Zhi cedette alle loro richieste. E indicò un’ape.
“Sentite il ronzio? Quando smette questo brusio del volo?”
“Quando l’ape si posa sul fiore”, rispose un allievo.
“Esatto. Allora l’ape sugge il nettare. E il ronzio cessa”.

Poi Wu Zhi prese una brocca d’acqua. L’avvicinò al rubinetto, lo aprì e vi versò dentro un filo d’acqua.
“Sentite il gorgogliare dell’acqua nella brocca? Quanto dura?”
“Finché la brocca è tutta piena.”
“Esatto. Allora l’acqua si quieta e ogni rumore cessa.”

 Wu Zhi invitò il gruppo degli allievi a spostarsi verso la cucina.
Accese il fuoco. Mise dell’olio nella padella. Sul tavolo, già infarinati e pronti, erano di-stesi dei pesci.
“Ne basta uno, per ora. Mettetelo nella padella”.
Si alzò un leggero sfrigolio.
“Quando smetterà?” chiese Wu Zhi.
“Quando il pesce sarà pronto: ben cotto”, rispose un discepolo.

“Esatto. Cosa ci dicono, in modo banale, questi tre esempi? Che le cose raggiungono la calma quando ‘si compiono’. Quando arrivano alla ‘giusta fine’. E’ il 'ben fatto', potremmo dire: fare bene le cose, secondo il loro fine intrinseco, significa far raggiungere loro la tranquillità. Non è molto diverso per noi umani: la tranquillità è la serenità di quello che portiamo a compimento. Una suggestione di pace: di stabilità ‘secondo natura’. Ecco, non vi ho dato la risposta chiara e netta che voi vorreste avere. Anch’io la vorrei: ma non ce l’ho. Vi ho segnalato solo tre metafore: l’ape, l’acqua, il pesce che cuoce. Ispiratevi a queste: è il massimo che ho saputo fare.”

*** Massimo FERRARIO, Tre metafore per la serenità, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura creativa di un breve racconto di autore ignoto di ispirazione zen


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#BIGLIETTI AUGURALI / 30 anni di Pensieri Augurali (Massimo Ferrario)

Ripropongo qui di seguito la cronologia dei miei 30 anni di 'pensieri augurali' (da dicembre 1993 a dicembre 2022), inviati ogni fine anno a un gruppo selezionato di amici e conoscenti.

Possa un dio qualche volta / mentre percorri diritta l’autostrada / suggerirti all’orecchio / la tortuosa bellezza dei viottoli: / che errano per i campi /e tornano alle case, / tra gli uomini. 
(dicembre 1993)

Lasciati sedere / sulla soglia di casa / ad assaporare il molle tepore / del sole novello: / forse non sarai primo / al traguardo, / ma vedrai, anche quest’anno, / la primavera verrà da sé / e l’erba crescerà verde, /come sempre. 
(dicembre 1994)

Ci sia di orientamento una bussola, / ma sia una ruota / a darci spinta e pace. / A rammentarci che l’andata / può essere ritorno, / pur se il ritorno è sempre altrove. / E che il compito dovuto è esplorazione, / ma anche attesa: / che il giro si compia. / Per ricominciare. 
(dicembre 1995)

Propizio ci sarà / il dio che ci abita / se ogni tanto, / anziché cilici e penitenze, / ci offriremo / con un fiore di campo / l’intimo sorriso della riconoscenza: / ricorderemo così, / finalmente, / di volerci bene / e più dolce e sereno / disporremo il nostro cuore / aperto all’altro. 
(dicembre 1996)

Venga un re / a stringere la mano al buffone: / un acrobata renderà possibile / l’impossibile; / e un nano svelerà l’ultimo / mistero; / e un folle, baciandolo, guarirà / il sano / dalla sua normalità.
(dicembre 1997)

Proveremo / a dare tempo al tempo. / Scopriremo / che è come dare vita alla vita. / E capiremo /- così, finalmente - / che appunto questa è la / vi(t)a. 
(dicembre 1998)

Ci aiuti / il nuovo vecchio tempo che verrà / a prendere e lasciare / le tante strade / che ci portano a stare /sulla nostra unica / vera giusta strada. 
(dicembre 1999)

Chini / ad ascoltare il respiro delle cose / metteremo amore nel farle. / E le cose / ci riusciranno bene / anche perché / ci vorranno bene. 
(dicembre 2000)

Calerà la sera / e siederemo davanti al fuoco:/ brucerà il ceppo nel camino / e cento faville cercheranno le stelle, / mentre fuori, come in cartolina, / saranno fiocchi di neve nell’aria. / Risentiremo, dentro, / il bambino che siamo (stati): / faremo pace e staremo bene. / Saranno i nostri auguri. 
(dicembre 2001) 

... riflettere analizzare capire / decidere pianificare agire / monitorare ascoltare problematizzare / sentire intuire /immaginare fantasticare sognare... // Vivere // Voci del verbo ‘Prendersi Tempo’. 
(dicembre 2002)

Mettiamo comodi i cuori: / ci sorprenderemo nel risentirli / battere.
(dicembre 2003)

Se metteremo anima / nei nostri pensieri / potremo ragionare meno / e vedere di più. 
(dicembre 2004)

Sogniamo. / Ancora. / Finalmente. /Ma che siano sogni / nostri. 
(dicembre 2005)

Due parole / che non siano parole, / non da dire, ma da attuare. / ‘ti ascolto’. / Promettiamoci di / provare. 
(dicembre 2006)

Non chiediamo al mondo / di volersi bene. / Se ci impegneremo /- noi con noi - / a volerci meno male, / forse il futuro sarà meno cattivo: / perfino abbastanza buono. 
(dicembre 2007)

Togliamo la ‘esse’ alle cose / s-contate. / Allora le cose, / di nuovo tenute in conto, / torneranno a contare. 
(dicembre 2008)

Smetteranno di correre, / gli anni che passano, / quando smetteremo di corrergli dietro. / Se gli faremo compagnia, / ci faranno compagnia. 
(dicembre 2009)

I pensieri ci sono / e possono ancora farci pensare. / Dobbiamo solo ritrovarli: / facciamogli spazio e torneranno / a respirare. / Hanno bisogno /- abbiamo bisogno - / di aria. 
(dicembre 2010)

Avvolti da parole che fanno / rumore: / urgono parole che facciano / silenzio. / E nuovamente siano parole / che non dicano solo parole. / Se ci toccheranno / (qui dentro), / forse riusciremo a trasformarle in fatti  / (là fuori). 
(dicembre 2011)

Coltiva / la tua anima / di sogni / se un giorno vorrai dare / anima / al tuo sogno. 
(dicembre 2012)

Siamo in attesa /che i nostri sogni si sveglino. / E comincino a camminare / con noi: / per terra, / sui marciapiedi, tra i sentieri / Aiutiamoli: / apriamo gli occhi. 
(dicembre 2013)

Ti auguro di ‘de-siderare’. / Tanto. / Di godere di una / lunga / ‘attesa attiva’. / Tanto lunga e tanto attiva / da far cadere / dal cielo / la stella che ti è destinata. / E allora la stella resterà con te in tasca / - accesa - / tutto l’anno. / E oltre. 
(dicembre 2014) 

Auguriamoci / di nutrire sempre in cuore / almeno un sogno sognato da noi: / anche per non rischiare / di incontrare domani qualcuno  / che ci spinga a sognare i suoi. 
(dicembre 2015)

Auspico giorni che siano ‘tuoi’: / (s)pensierati, se vorrai. / Ma se cancellerai la esse, / ti auguro di poter pensare / solo pensieri ben pensati, / che dentro te si sentano a casa: / facciano anima alla tua anima / e la aiutino a generare cose buone / per il domani che desideri. 
(dicembre 2016)

Riempire di vita la vita: / allora la vita ci vorrà bene / e ci regalerà vita. // Più facile dirlo che farlo: / ma provarci è forse aver trovato la / vi(t)a. 
(dicembre 2017)

Ce lo ricorda il piccolo segreto / che mantiene vitale la vita: / non è mai troppo tardi / per legare un progetto / al volo del nostro aquilone. 
(dicembre 2018)

Scambiamoci l’augurio / di saper coltivare progetti fecondi: / ispirati dal desiderio / e scaldati dal cuore. / Degli altri diffidiamo: / anche se producono risultati, / sono sterili. 
(dicembre 2019)

Di nuovo ci verremo incontro: / deporremo circospezione e diffidenza / e abbandoneremo al vecchio anno / distanze e mascherine. / Ci faremo prossimi: / per ritrovare la vicinanza / dei fiati che affiatano gli umani ancora umani. / Subito reimpareremo / ad abbracciare ed essere abbracciati. / E dolce riassaporeremo, / nelle strette di chi ci vuol bene, / l’incanto del mondo /che grati ci accoglie. 
(dicembre 2020)

Una testa salda: / che ci aiuti a far tesoro dei sogni / e sappia convertire le buone utopie in progetti. // Un cuore generoso: / che ci spinga oltre la ‘vista piccola’ / e risvegli quel pensare ‘largo-e-lungo’ / che troppo spesso giace assopito in noi. // E un’anima mai pacificata: / che in ogni momento ci rammenti, / ispirandosi al Cielo, / che è nostro compito / fecondare e trasformare e migliorare / la Terra. 
(dicembre 2021)

Se per l’anno che verrà / ci prenderemo l’impegno / - semplice e perciò difficilissimo - / di essere diversi / - almeno un po’ e per quel che possiamo - / da come siamo stati nell’anno che se ne va, / daremo più probabilità / all’Anno Nuovo / di essere / un Nuovo Anno. 
(dicembre 2022)
Jamie Perry, 1962
artista statunitense

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