giovedì 3 marzo 2016

#SPILLI / Insulti, no: e non solo perché lo dice la Cassazione (M. Ferrario)

Non è una cosa molto originale notare la frequenza di insulti che esondano dai vari social network, twitter e facebook soprattutto. 

Tuttavia, ciò che da un po' di tempo mi colpisce come fenomeno crescente è la 'qualità' degli insultatori. 
In passato erano quasi tutti riconducibili alla specie detta dei troll: gente, tuttora abbandonante in rete, che si caratterizza per una rozzezza culturale triste e desolante, prigioniera com'è di pulsioni narcisistiche incontinenti e in genere poco attrezzata sul piano linguistico, oltre che della logica argomentativa. 

Oggi mi pare ci sia stato un salto di passo, che non è certo un progresso: chi insulta può far trasparire anche intelligenza, talvolta non sembra sprovveduto (o si è fatto notare altre volte per non esserlo) e magari fa intuire pure qualche filo di pensiero dietro la sintesi dispregiativa dell'ingiuria. 
Solo che ama andar veloce, secco, per le spicce. Non è interessato a far capire, ma a sparare
E, come un bambino che deve ancora imparare a crescere, cancella con parolacce chi non la pensa come lui. Soprattutto se questo gli consente di esibire il suo egotismo rampante, dissacrando a destra e a manca. 
E se poi l'oggetto della violenza (verbale) va per la maggiore nel pensiero dominante, o comunque mantiene un suo considerevole fascino per un pubblico non di nicchia, tanto meglio: della serie 'lo distruggo e vi faccio vedere chi sono io'. 
Così, senza alcuna remora, gode nel lasciarsi andare a dare del cretino, pubblicamente, facendo nomi e cognomi: e sbeffeggiando con tracotanza Tizio, Caio e Sempronio.

Naturalmente, se no non c'è gusto, oggetto dell'irrisione diffamante sono personaggi pubblici, che la maggior parte degli interlocutori conosce - non importa se di 'oggettiva' autorevolezza o di dubbia fama -, per i quali la critica, pure dura e spietata, può essere appropriata. E naturalmente certi comportamenti mostrati, o certe affermazioni pronunciate, da questi signori, possono di per sé dare (più) che ragione alla valutazione negativa. Ma un conto è stigmatizzare la 'cretinata' e un conto è dare del 'cretino': perché il comportamento, benché ovviamente discenda dalla persona, non è la persona. E comunque, anche in caso di persona che ripeta sempre comportamenti cretini, un conto è qualificarla cretina parlandone con un amico in un contesto privato e un conto è sparare alla intera blogosfera l'epiteto offensivo.
Banale. Eppure.

Tra l'altro, al di là delle conseguenze da codice civile o penale (la Cassazione ha appena stabilito che l'insulto sui social è 'diffamazione aggravata', equiparando il social al 'mezzo stampa' - vedi qui) e al di là della cosiddetta buona educazione insegnata (una volta) dalla mamma, mi pare una pratica che ritorna addosso a chi la attua: svalorizzando anche gli eventuali minimi argomenti portati, o che potrebbero essere portati, a supporto del giudizio negativo sul personaggio incriminato.

Chi mi conosce sa che sono lontano anni luce dalla piaggeria e non mi faccio problema nel valutare, anche pesantemente, cose e persone, senza farmi intimorire da nessun 'ipse dixit'. 
Ma esercitare 'pensiero critico', per quanto duramente, significa argomentare: magari pure 'sparare' a idee e azioni che non si approvano, ma facendo attenzione a non superare una certa soglia oltre la quale c'è la persona che mantiene il diritto alla dignità e al rispetto. 
Ora, se serve, lo dice anche la sentenza della Cassazione

Cose ovvie, mi pare. 
Ma pare non troppo ovvie per troppi che amano scribacchiare come me le proprie idee e i propri giudizi sul mondo. 
E ancora non hanno capito almeno due cose essenziali: che la rete è più grande del bar sotto casa; e che le parole dette al bar volano, mentre quelle scritte sul web restano.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#VIDEO / Censurare le idee offensive, non rende la società migliore (Julie Bindel)

Julie BINDEL
Perché censurare le idee offensive non rende la società migliore
The Guardian, 'internazionale.it', 1 marzo 2016
video, 1min58

“Vietare a Donald Trump di entrare nel Regno Unito non impedirà agli statunitensi di votare per lui, perché vietare a una persona di esprimere pubblicamente le sue idee non le fa scomparire”, dice Julie Bindel. 
La censura sta diventando la risposta normale delle nostre società contro chi sostiene idee offensive. 
Però movimenti come quello per i diritti civili e quello per i diritti delle donne hanno fatto progressi proprio perché potevano giudicare le persone in base alle loro prese di posizione. 
Per questo la libertà di espressione va difesa sempre.
Julie Bindel è una giornalista freelance britannica e fondatrice dell’associazione Justice for Women. Ha scritto Straight expectations (Guardian Books, 2014) e collabora con il Guardian.
(dalla presentazione del video)

#SENZA_TAGLI / Diritti, dell'amore e dei bambini (Concita De Gregorio)

Dipende. Vorrei vivere in un mondo dove fosse ancora possibile rispondere così a chi ti chiede - continuamente qualcuno ti chiede - cosa pensi della medicina naturale della riforma del Senato dell'accesso ai tracciati telefonici di un morto, delle donne che portano in grembo un bambino che sarà poi figlio di altri. Dipende, vorrei poter rispondere e invece non si può perché non c'è tempo, non c'è voglia di capire e di ascoltare, di distinguere: puoi solo votare adesso, mettere un mi piace, un pollice verso, scrivere un wow - oppure tacere. Finché un Salvini non dice "disgustoso egoismo" del fatto che Nichi Vendola e il suo compagno Ed Testa hanno avuto un figlio.

E allora cosa pensate dell'opinione di Salvini, su quale spalto sedete, in quale tifoseria vi iscrivete. Avanti, votate. No, non voto, vorrei poter dire. E poi non essere obbligata a tacere, il silenzio unico riparo superstite dal circo osceno delle opinioni sempre nette, sempre urlate, sempre senza dubbio e quasi sempre ignoranti delle ragioni ultime delle cose - ma domandare e ascoltare, piuttosto. Perché dipende. La complessità e la delicatezza delle scelte che riguardano la vita merita ascolto, prima di tutto, e uno sforzo grande di comprensione. Ciascuno di noi si è trovato almeno una volta a dover decidere se mettere al mondo o no un figlio, se mettere fine o no alla vita di un malato terminale, se rivelare o no un segreto, un tradimento, una passione. Ciascuno fa i conti con la legge certo, ma prima e soprattutto con la sua coscienza. Allora vorrei - lo vorrei per me, poi per gli altri - che ci fosse la capacità di provare a capire, conoscere, mettersi nei panni. Il giudizio, se proprio è necessario, dopo. Che poi non sempre è necessario. Il tribunale permanente delle coscienze altrui potrebbe ogni tanto anche prendersi un turno di riposo e considerare magari, nel silenzio del foro interiore, la propria.

"Ognuno dal proprio cuor l'altro misura", ha detto Nichi Vendola di fronte al rigurgito del web. Ha ragione. Vi piace? Mettete un like. Se proprio è indispensabile dare un'opinione prima di esaminare i fatti dirò che sono sempre felice della felicità altrui. Per una ragione egoista e non altruista, aggiungo: perché mi rallegra, mi contagia. Sono dunque davvero e semplicemente felice di sapere che due persone che si amano abbiano il figlio che desideravano. Sono contenta di sapere che sia nato Tobia, e che la sua famiglia viva ore di meraviglia.

I fatti poi, finalmente: l'ex governatore della Puglia ha avuto un figlio in California da una donna che lo ha generato nel rispetto della legge. Il padre biologico del bambino è il suo compagno, Ed Testa. "La donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita", ha detto Vendola. In America, Paese che continuamente e a buon diritto portiamo ad esempio di libertà e democrazia, esistono delle regole in base alle quali una coppia dello stesso sesso può non solo sposarsi ma avere un figlio. Se sono due uomini, naturalmente da una donna. La quale deve avere alcune caratteristiche che riassumo brutalmente, me ne scuso, così: deve essere benestante e volontaria. Non in condizioni di necessità, non costretta. Una libera scelta. Lo schiavismo, la tratta delle donne, la sopraffazione, lo sfruttamento non hanno casa in questa storia. Siete dunque favorevoli o contrari all'utero in affitto, come lo abbiamo chiamato con orrenda formula? Dipende. Se la donna è prigioniera, indigente, schiava, costretta dalle condizioni di vita o dal sopruso di altri a vendere il tempo della sua gravidanza e poi suo figlio: sicuramente contrari. Se è una sua libera scelta, regolata dalla legge del Paese in cui vive, seguita e controllata da cento e cento occhi che vigilano su di lei sulla sua decisione chi sono io, chi siamo noi per giudicare?

Sull'adozione del figlio dell'altro ho letto e ascoltato parole sensatissime, competenti, chiare. Dal magistrato Melita Cavallo, per esempio, una vita spesa al servizio delle adozioni e dei bambini. Da Stefano Rodotà, giurista e uomo integro. Ma il bene del bambino?, sento però chiedere. È giusto che un bambino nato dal ventre di una donna debba essere separato dalla madre, non allattato da lei, portato a vivere in un altro Paese per assecondare il desiderio di una coppia che vuole un figlio? Istintivamente no, viene da dire. È qualcosa che ci mette a disagio, che crea malessere. Però dipende. Da un'infinità di variabili: chi sono quelle persone, che relazione avranno tra loro, se manterranno o meno il legame con le origini. Di che natura sarà quel legame. Dipende da quanto amore ci sarà, in definitiva. Viviamo in un Paese dove i tribunali dei minori tolgono i figli alle madri per darli in affido in numero triplo rispetto ad altri Paesi europei. Un racket dell'affido, hanno mostrato alcune inchieste. Conviene toglierli, qualcuno si arricchisce. È dunque sempre il bene del bambino, quello che orienta le decisioni? È sempre vero che per un bambino stare con sua madre è meglio che stare con una coppia di genitori che lo accoglie e lo ama diversamente da come il suo destino avrebbe deciso? Dipende. Caso per caso, bisogna andare a vedere. Avere testa e cuore. Tobia Antonio è un bambino strappato a sua madre? Tecnicamente, giuridicamente no. È un bambino nato in un cerchio di amore di cui la madre farà parte? Una vita ricca e complessa e difficile come quella di tutti, la sua vita? È possibile. Probabilmente sì.

In altre circostanze - moltissime altre - questo su Tobia non sarebbe un dibattito pubblico. Le coppie eterosessuali vanno a fare l'eterologa all'estero, le donne sole li concepiscono dove possono. Decine di bambini nascono così ogni mese da quelli che hanno soldi per farlo, questa sì è la vera discriminazione. Solo chi ha denaro può farlo, in Italia. In altri Paesi le donne e gli uomini soli - star, attrici, cantanti celebri - adottano e concepiscono in un batter di ciglia, poi occupano le copertine dei rotocalchi. Altri mentono: è il figlio naturale di mio marito, la madre lo ha abbandonato. Ci sono casi celebri, tutto lo sanno ma nessuno lo dice.

La nascita del figlio di Nichi Vendola è un fatto pubblico perché lui è un uomo pubblico. Il suo gesto e quello di Ed, all'indomani dell'approvazione della legge sulle unioni civili orfana dell'adozione del figlio dell'altro (stepchild adoption, lo abbiamo detto in inglese) è un gesto anche politico. È un modo per incarnare una battaglia. Per dire: eccomi, io sono qui. Quello che penso sia giusto è questo, faccio della mia vita un manifesto. È perciò legittimo il dibattito. Certo per chi lo patisce faticoso, ma legittimo. Se e quando l'Italia arriverà a scrivere una legge che prende atto della realtà è qualcosa che non sappiamo. Difficile, in questo clima, adesso. Ciascuno continuerà a fare come crede, e come può.

Secondo coscienza. E se sia giusto o sbagliato non possiamo davvero dirlo al posto di altri, è già molto difficile decidere per sé. Certo non possiamo farlo al posto di Tobia, che è senz'altro benvenuto al mondo. Potremmo chiederglielo quando sarà grande, se avremo la pazienza di aspettare. Pensa che sorpresa se fra vent'anni, con un sorriso, rispondesse: mah, dipende.

*** Concita DE GREGORIO, giornalista, scrittrice, Diritti dell'amore e dei bambini, 'la Repubblica', 1 marzo 2016, qui


In Mixtura altri 4 contributi di Concita De Gregorio qui

LINK / Maternità surrogata, una mappa del mondo (Valeria Pini)

In Italia, Francia e Spagna è vietata; in Inghilterra è lecita, ma senza pagamento; la Grecia la consente, ma esclude i gay. In Usa e Canada il bimbo ottiene la cittadinanza, in Russia e Ucraina non ha diritti. In Belgio e Olanda ci dev'essere un legame biologico tra i genitori e il bimbo, mentre in altri paesi l'ovocita non può essere della gestante

(...) Da una parte c'è chi sostiene che è un modo di aiutare donne con problemi di salute o persone dello stesso sesso, nella maggior parte dei casi maschile, che desiderano avere un figlio. I contrari la definiscono una nuova forma di sfruttamento, dal momento che, nella gran parte dei paesi dove la pratica è consentita, alla madre surrogata viene riconosciuto un compenso, ma nessun diritto sul nascituro. (...)

La gestazione per conto terzi è vietata anche in Svezia, Norvegia, Danimarca, Germania, Francia, Spagna e Finlandia, mentre è permessa in molti altri Paesi, dagli Stati Uniti all'India.


In molti paesi dove la maternità surrogata è consentita, i rapporti tra le parti coinvolte vengono disciplinati da accordi privati, come i contratti pre-nascita frequenti negli Usa. In paesi come la Cambogia, la Thailandia o il Nepal, dove affittare il proprio utero è legale, spesso si verificano fenomeni di sfruttamento di donne povere. Avere un bambino su commissione è possibile negli Stati Uniti, in Canada, in  Australia, in quasi tutto il Sud Est Asiatico, in Sudafrica, in Brasile, in Messico, ma anche in Grecia, a Cipro, in Inghilterra e soprattutto nell’Europa dell’Est. Russia e Ucraina sono la meta preferita della maggioranza delle coppie eterosessuali italiane, mentre per i gay la scelta cade quasi sempre sugli Stati Uniti. (...)

Usa - Gli Stati Uniti sono stati la prima nazione al mondo ad aver consentito la maternità surrogata. La situazione cambia da uno stato all'altro. In alcuni stati è consentita solo in forma 'altruistica' (ossia senza compenso per la gestante). (...)


*** Valeria PINI, giornalista, Maternità surrogata: una scelta che divide il mondo e nasconde anche povertà e business, 'la Repubblica', 29 febbraio 2016

LINK articolo integrale qui

immagine da 'la Repubblica', 29 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Diversità culturale, una testimonianza (Marisol Barbara Herreros)

Tra le tante cose Umberto Eco ha detto che uno scrive su quello che conosce, o almeno  così dovrebbe essere. Curzio Maltese ha scritto che Sergio Saviane alcuni anni fa voleva convincerlo a fare causa a Beppe Grillo perché sosteneva che Grillo rubava battute dai loro articoli e le infilava nei suoi spettacoli. Questo per dire che s'impara da tutto e da tutti, ci si ispira, ci si identifica, ci si riconosce, se si ha l'intelligenza e la curiosità sempre pronta ed aperta a raccogliere delle idee che passano ad essere proprie.

E' molto più facile quando sei giovanissimo, e meglio ancora quando sei bambino. In quella epoca della nostra vita siamo una vera e propria spugna e la capacità di apprendere dagli altri e dal mondo che ci circonda è notevole. Non per niente si afferma scientificamente che i primi tre anni della vita di un essere umano sono importantissimi per la formazione dell'individuo. Mano a mano che cresciamo, insieme alla nostra sete di apprendimento crescono le barriere che ci impediscono di guardare al mondo privi di pregiudizi e ci vanno conformando alla società nella quale viviamo.

L'accettazione del mondo altrui, è più facile quando i modi ed i costumi vengono introdotti a piccole dosi, quando il tutto viene inserito in quella che è la cosiddetta normalità di ognuno.
Il medio ambiente ovviamente è il primo a suggerire comportamenti e forme di vita. Se nasciamo e viviamo in Africa è evidentemente molto diverso al nascere e vivere in Olanda, o in Russia, o in Guatemala, o in Italia. Considerazioni di una banalità sconvolgente, che però dimentichiamo completamente quando valutiamo i fatti giorno per giorno.
Essendo io stessa una emigrata, ancora ricordo quando lasciai il mio paese (Cile) a 24 anni e senza sapere che non sarei più tornata a viverci, dunque  so bene di cosa parlo. Avevo vissuto a Londra per un paio di anni studiando.

La prima volta che ho “visto” una società tanto diversa dalla mia, avevo solo 16 anni, quando ho avuto la possibilità di stare in San Salvador, Guatemala e Panama per circa due mesi. Non tanto in termine di tempo, ma in quanto un abisso in termine sociale che mi ha fatto capire, o meglio che mi ha dato la prima scossa, per cominciare a chiedermi il perché di tante cose. La consapevolezza, semmai sia arrivata, è arrivata molto più tardi...
Geograficamente, questi paesi centroamericani non sono così distanti dal mio, ma culturalmente si, in quella epoca lo eravamo. Stiamo parlando di anni nei quali i viaggi non erano alla portata di tutti, erano più lunghi e principalmente i mezzi di comunicazione erano così diversi che era tutto vissuto ad un ritmo diverso, la velocità era decisamente bassa. Internet non esisteva, neanche i cellulari, con tutto che quello significa.
Un bambino di oggi, nasce guardando il mondo a livello globale, nella maggior parte dei casi almeno nel mondo avanzato. Intrinsecamente, voglio dire che hanno una visione più ampia del mondo.

Dopo, è venuta Londra, da Santiago del Cile direttamente alla vecchia Europa negli anni nei quali la città era il centro del mondo a livello di musica pop, moda, e quant'altro. Anche se credo non abbia mai perso totalmente il suo fascino sotto questo punto di vista. Avevo solo 19 anni, dunque la mente rapida ed agile per imparare, guardare, curiosare, sperimentare, al meglio.
E lì ho sentito per la prima volta veramente, lo sguardo dell'altro che ti vede come un diverso, che si interroga a quale gruppo tu appartenga e ti accetta molto più volentieri nel momento nel quale tu cominci a parlare come lui, a vestirti come lui, ad assomigliare molto di più ad uno dei tanti.  Per me, questo non fu difficile essendo bianca, capelli castani, piuttosto normale e senza nessuna caratteristica fisica determinante. Voglio dire, se non parlo, oggi per la strada tutti pensano che sia Italiana perché a forza di vivere a Roma da tanti anni, mi vesto e comporto come una tipica Italiana media. In quella epoca, dopo un po' di mesi nei quali il mio guardaroba si aggiornava con la stessa celerità con la quale parlavo sempre meglio la lingua, passando dalla solita gonna scozzese un po' per bene portata da casa alle minigonne di Mary Quant, comprese le hotpants, e dei lunghi stivali, per la strada potevo passare per una qualunque adolescente europea.

Il fatto di essere visto come uno diverso dal gruppo, di sentire la differenza, ti fa riflettere! Ti fa capire tante cosa che solo con l'esperienza del vissuto o di una gran curiosità puoi solamente capire. E per questo è importante la cultura. Perché leggendo, informandoti, puoi conoscere sempre di più e non è necessario aver vissuto in Africa per mettersi empaticamente nei panni di un bambino che vive e cresce lì, o in qualsiasi altra parte del mondo.

Quando trovo delle persone, poche per la verità, che sono nate e cresciute nella stessa città, nella stessa casa, mi sorprendo molto. E quando la gente del quartiere mi si avvicina amichevolmente credendomi una di loro per parlare male della gente di colore, o dei romeni, o di qualsiasi altro tipo di persona che si vede diversa da “noi”, rispondo sempre molto gentilmente ma altrettanto seccamente di essere extracomunitaria anche io, anche se legalmente non lo sono più da un pezzo avendo il passaporto e cittadinanza Italiana. Ma, è utile per far capire. 

*** Marisol Barbara HERREROS, cilena nazionalizzata italiana, esperta di marketing, caporedattrice di 'caosmanagement', La diversità e la cultura, 'caosmanagement, febbraio 2016, qui


In Mixtura 1 altro contributo di Barbara Marisol Herreros qui

mercoledì 2 marzo 2016

#VIDEO / Crozza e Vendola (Maurizio Crozza)

CROZZA IMITA VENDOLA
RepTv, 'La 7', 'Di martedì', 1 marzo 2016
video 4min24

Nella copertina di 'diMartedì' il comico genovese commenta le polemiche sulla nascita del figlio di Ed Testa e Nichi Vendola tramite maternità surrogata. 
Poi immagina come il leader di Sel racconterebbe la favola di Cappuccetto Rosso al piccolo Tobia Antonio e riflette sul concetto di natura, da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi
(dalla presentazione)

#PIN / Prima impressione (MasFerrario)

#SGUARDI POIETICI / Preghiera dall'insonnia (Guido Cupani)

E quando pregate, dite così:
dacci meno universo, un po’ di meno,
e una mente che pieghi le maniche dietro le spalle,
che abbia pace nel sonno di un cassetto,
e rimetti a noi i nostri limiti
come noi li rimetteremmo se potessimo,
Padre dell’essere appena,
spegni le stelle superflue del nostro cielo
e non farci vedere più di un soffio
oltre il bordo del prossimo, questo cortile,
questa cena, due fiori sul davanzale quotidiano,
un libro aperto anche domani
sulla stessa pagina, numeri soltanto fino al dieci
e delle lettere solo il tondo di una O.

*** Guido CUPANI, Preghiera dall’insonnia, blog ‘Guido Q’, 29 agosto 2014, qui


#CIT / Speranza, nei bambini (Maria Montessori)

 
Maria MONTESSORI, 1870-1952
educatrice, filosofa, medico

#SENZA_TAGLI / Gravidanza, e umanità (Franca Fossati)

Probabilmente è già successo nel senso comune: la gravidanza, questo meraviglioso e misterioso processo per cui l'uno, anzi l'una, diventa due, questa relazione corporea e psichica attraverso la quale un grumo di cellule diventa un individuo unico e irripetibile, non vale niente. La differenza sessuale tra uomini e donne non vale niente. Non so che mondo ne deriverà. Non so se l'umanità ne avrà un guadagno, o se perderà se stessa. Ma sento parlare uomini e donne di tutto questo come se il problema non esistesse, e mi fa paura.

*** Franca FOSSATI, giornalista, 'facebook', 29 febbraio 2016, qui

#SPILLI / Cose senza prezzo (Massimo Ferrario)

« Le cose più introvabili sono quelle senza prezzo, come le buone maniere. I bei modi di chi non ha fretta, non sgomita e non cerca di sopraffare gli altri. Charles Baudelaire le definiva: "Il bastone per tenere lontana la volgarità". »

*** Giuseppe SCARAFFIA, 1950, scrittore, docente di letteratura francese, autore de Il demone della frivolezza, Sellerio, 2016, intervistato da Valentina Ravizza, Dizionario del (non) superfluo, 'Io Donna', 27 febbraio 2016
https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Scaraffia

Mi permetto di leggermente, ma sostanzialmente, dissentire. 
Non sgomitare e non cercare di sopraffare gli altri non sono tema da bon ton.
Il galateo si occupa di forma, ci insegna come apparire meglio, ci addestra a bere il tè come la regina d'Inghilterra con il mignolo alzato, a fingere il sorriso per sembrare cortesi e disponibili.
 
Qui invece, quando si stigmatizza (giustamente) il comportamento egoista, arrogante, arrembante, all'insegna del conto-solo-io e chissenefrega degli altri, si tocca un tratto del nostro atteggiamento profondo, che i valori della società attuale alimentano e incentivano.

Non c'entra l'apparire: c'entra l'essere.
Non è un problema di estetica: è un problema di etica
Che è cosa diversa dall'etichetta.

Comunque su un punto concordo: quando Scaraffia ricorda che le cose più introvabili sono senza prezzo. L'etichetta si compra: bastano un galateo o un corso.
L'etica, se è vera, no.

*** Massimo Ferrario, Cose senza prezzo, per Mixtura

(dal web, firma indecifrabile)

#LINK / Meglio un giorno da leone... (Michele Cortelazzo)

Donald Trump, il discusso e problematico candidato alle primarie del partito repubblicano, ha rilanciato un tweet con una frase proverbiale: «It is better to live one day as a lion than 100 years as a sheep». Il motto era stato postato inizialmente dall’account @ilduce2016, che ha l’abitudine di postare frasi del duce tradotte in inglese, come se fossero state pronunciate dal candidato repubblicano. Trump l’ha ritwittato, senza capire che poteva trattarsi di una provocazione, o convinto che, comunque, fosse una frase che rappresentava il suo sentire.

Comunque stiano le cose, il fatto è che la frase fu uno degli slogan di Benito Mussolini. la frase fu uno degli slogan di Benito Mussolini. A partire dal 1926 divenne parte significativa della propaganda fascista: finì sui libri di scuola, sulle monete, si moltiplicò nelle scritte sui muri. Ma fu invenzione mussoliniana? Certamente no (...)

La frase è stata oggetto di commento da parte di Antonio Gramsci. Trattando del superuomo nella letteratura d’appendice (Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, vol. III, pp. 1879-1882) ricorda «la fortuna di alcuni motti come: “è meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”, fortuna particolarmente grande in chi è proprio e irrimediabilmente pecora».

*** Michele CORTELAZZO, docente di Linguistica italiana, 'parole' (blog 'cortmic.myblog'), Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora, 29 febbraio 2016

LINK articolo integrale  qui

#RITAGLI / Utero in affitto, Antonio Gramsci (Giorgio Cremaschi)

(...) Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell'innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all'attività esploratrice dell'iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l'organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l'eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch'essi, prodotto genuino dell'azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce.
La vita, tutta la vita, non solo l'attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell'attività, si distacca dall'anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno. 

*** Antonio GRAMSCI1891-1937, intellettuale, politico, filosofo, giornalista, Sotto la Mole, 'Avanti', 6 giugno 1918, citato da Giorgio Cremaschi, Antonio Gramsci e l'utero in affitto, 'l'antidiplomatico', 1 marzo 2016, qui


° ° °
Respingo il giudizio finale qui espresso da Antonio Gramsci, i figli non sono mai mostri e devono essere sempre accolti con amore, ne hanno il diritto comunque vengano alla luce. Per questo si è sempre in difficoltà quando si accoglie con gioia ed auguri una nuova vita e nello stesso tempo non si può ignorare il sistema di potere che ha organizzato la sua nascita. Questa contraddizione mi fa ancora più odiare il capitalismo che tutto riduce a merce, ricoprendo e guastando con i rapporti di mercato anche i sentimenti ed i rapporti più profondi e sacri. E mi fa disprezzare l'ipocrisia del pensiero unico liberista, che invece santifica il mercato e trasforma in libera scelta delle persone, più povere, quella che è il risultato di rapporto economici e di potere totalmente diseguali ed oppressivi.
Antonio Gramsci un secolo fa vedeva lontano e giusto, chiarendo che da temere non fosse lo sviluppo scientifico, ma il crescente dominio del profitto capitalista su di esso. Il quattrino sporca ogni cosa scriveva, e questa è la ragione per cui io credo che nel cuore profondo del sentire socialista, comunista, egualitario, stia il rifiuto della pratica e della legalizzazione dell'utero in affitto.

*** Giorgio CREMASCHI, militante nei movimenti sociale e coordinatore del Forum Diritti Lavoro, Antonio Gramsci e l'utero in affitto, 'l'antidiplomatico', 1 marzo 2016, qui

In Mixtura altri 8 contributi di Antonio Gramsci qui e 1 altro contributo di Giorgio Cremaschi qui

#SENZA_TAGLI / Temporary Management, per cambiare passo (Luca Massacesi)

Nella tua azienda o organizzazione c’è la necessita di coprire di improvvisi e temporanei vuoti manageriali?
Si sono avviati progetti speciali ma l’organizzazione già è impegnata a pieno regime?
C’è una crisi in corso?
Si sente la mancanza di una competenza che reimposti il modo di operare ed organizzarsi?
Bisogna avviare e gestire un significativo cambiamento nell’organizzazione o in una parte di essa?

Se ti viene di rispondere “si” ad una di queste domande vuol dire che potresti essere interessato ad avviare un rapporto di temporary management e di incaricare una delle agenzie specializzate in questo campo a cercarti un temporary manager.

Quante aziende, società e, in generale, organizzazioni o imprenditori si sono chieste quando sia opportuno prendere in considerazione il temporary management per la soluzione di specifici problemi di gestione?

Quando prendere in considerazione l’ingaggio di un temporary manager
Una prima risposta la possiamo ricavare scorrendo il sito temporary-management.com.

E utile ricorrere al temporary management quando si debba:
* rimettere in sesto un’azienda o una sua parte prima di procedere alla sua vendita;
* pilotare e gestire un processo complesso di cambiamento, che interessi la cultura, la strategia e la struttura aziendale;
* gestire una situazione di turnaround legato ad un momento di crisi;
* lanciare nuove attività, specie se all’estero;
* gestire situazioni di post merger;
* attuare il coaching di un manager permanente;
* gestire la transizione in attesa dell’ingresso di un manager permanente;
* contribuire a gestire con successo il passaggio generazionale;
* ogniqualvolta sia necessario gestire un progetto mirato.

Possiamo allungare questa lista con alcune precisazioni, mirando più nel dettaglio.
Ecco, dunque, qualche altra opzione:

* quando occorre uscire da una crisi economica o di valori
* quando è necessario recuperare una crisi reputazionale
* quando è necessario imprimere un “cambio di marcia"

Esiste, dunque, un vasto campo di attività e di problemi che si prestano, meglio di altri, ad essere risolti con un intervento di temporary management.

Abbiamo voluto introdurre l’argomento “temporary management” partendo da casi concreti in cui potrebbe essere utile non ricorrere a una “semplice” cambio di manager o all’intervento di una consulenza strategica.

Peraltro la particolare predisposizione di un problema di essere risolto con un interventi di temporary management non significa che la stessa soluzione sia quella ideale per qualsiasi azienda.
E’, infatti, buona pratica partire da una puntuale e attenta analisi del problema visto dall’interno dell’organizzazione, cambiando punto di vista e relazionandolo con le risorse e i vincoli presenti all’interno dell’organizzazione.

D’altra parte occorre stare attenti a non commettere l’errore più frequente e comune: guardare, individuato il problema, all’interno dell’organizzazione per verificare la possibilità di una soluzione, passaggio in sé corretto, ma che diventa patologico, con il rischio d’incancrenire il problema, se la motivazione è più legata a ottimizzare i costi che a ricercare una soluzione ottimale.

Fisionomia di un buon temporary manager
Ma quali sono le caratteristiche che si ricercano in un buon temporary manager?
Primo: è un manager, non un consulente, non un professionista, non un imprenditore. Non ha solo competenze ma anche esperienza; esperienza di gestione e di operations. Il temporary manager gestisce ed esegue, il consulente consiglia: questa in sintesi la distinzione. Il temporary manager deve poter operare con ampia autonomia ed esplicite deleghe, ma non sta avviando una propria avventura imprenditoriale.

Ma non è più solo un manager. Culturalmente deve superare due abitudini mentali diffuse tra i dirigenti:

deve interpretare il suo ruolo non più come affermazione di uno status sociale e lavorativo ma come valore e contributo che si è riusciti a fornire all’azienda cliente;
deve iniziare a pensare come azienda ancor più che come imprenditore; deve aver la capacità di strutturarsi e decidere come un’azienda, attuando una vera e propria rivoluzione copernicana nel modo di vedere sé stessi, il proprio lavoro, il valore del proprio lavoro, il modo di gestire la propria leadership.

Accelerare il cambiamento
Il ricorso al temporary management si sta radicando in Europa come uno dei modelli privilegiati per gestire l’accelerazione del cambiamento e dell’innovazione nelle imprese.
Protagonisti di questo trend in crescita sono senior project manager, ex-dirigenti o top manager che hanno deciso di proseguire la propria carriera non tanto seguendo l’iter gerarchico aziendale, bensì sulla base di progetti sempre più sfidanti, per sé e per le imprese che li ingaggiano.

Fonti: Temporary-manager.com, Maurizio Quarta, Executive Temporary Management, Istud

*** Luca MASSACESI, giornalista e urbanista, esperto di strategie di comunicazione e politiche di comportamenti e di gestione del cambiamento nelle strutture sociali, fondatore e direttore di 'officine einstein', Cambiare passo con un temporary manager, 'Caosmanagement, febbraio 2016, qui

#SENZA_TAGLI / Animali, contro natura (Giacomo Papi)

Ogni volta che sento qualcuno pronunciare le parole «contro-natura», metto mano al libro apposito: si intitola Biological Exuberance: Animal Homosexuality and Natural Diversity ed è stato scritto dal biologo canadese Bruce Bagemihl – e si sa quanto esuberanti possano essere i canadesi, altrimenti non avrebbero inventato tende così piccole – è stato pubblicato nel 1999 dalla St. Martin Press. È un librone di 752 pagine che elenca i comportamenti contro natura che ci sono in natura.

E siccome dopo un po’ mi annoio a spiare la sessualità altrui e detesto sentirmi uno zoologo guardone, salto tutto e vado di corsa all’indice: 6 pagine fitte fitte stampate in corpo 6 – o comunque minuscolo –, piene zeppe di specie che praticano l’omosessualità con naturalezza senza che la natura abbia niente da dire.

Ci sono – per citarne solo alcuni – farfalle, pecari, scoiattoli, pinguini, canguri (forse anche supercanguri), falchi, leoni, koala, pipistrelli, macachi, serpenti, antilopi, bisonti africani e americani, bufali indiani, elefanti indiani e africani, scimpanzé, oche, cani, gatti, cavalli, maiali, porcospini, cicogne, aquile, procioni, delfini e balene, orangutan, zebre, coyote, usignoli, marabù, trichechi e babbuini, tartarughe e tacchini, lupi, picchi, lepri, cavie, volpi e uccelli del paradiso.

A differenza di quanto alcuni potrebbero pensare, le specie in questione non si limitano al soddisfacimento cieco dei sensi. Anche l’accudimento dei piccoli rientra nelle attività predilette dalle coppie omosessuali animali.

Capita spesso a fenicotteri, cavie peruviane, sterne, orsi Grizzly, volpi rosse, facoceri, morette americane (sono anatre), galli della salvia (centrocercus urophasianus), gabbiani, elefanti marini, corvi, struzzi, scimmie scoiattolo americane (saimiri), cormorani, parulidi (che sono dei piccoli passeracei gialli americani), cigni, beccacce di mare, gorilla (i piccoli sono cresciuti da gruppi promiscui, e le loro madri spesso sono lesbiche), antilopi.

A volte succede che due femmine si mettano insieme per accudire i figli di una, oppure che formino una coppia per allevare i figli di entrambe, e perfino che coppie di maschi decidano di adottare e nutrire i piccoli di altri. In alcuni casi, anche questi abbastanza comuni, la coppia omosessuale si costituisce dopo che la madre biologica rimane vedova proprio per l’accudimento della prole.

In natura, le varianti sono infinite perché la natura tiene dentro tutti, perfino chi accusa gli altri di essere «contro natura».

*** Giacomo PAPI, scrittore, Animali contro natura, 'il post', 26 febbraio 2016, qui

martedì 1 marzo 2016

#PIN / Opinione e statistica (MasFerrario)

#CIT / Io sono la mente (Rita Levi Montalcini)

Rita LEVI MONTALCINI, 1909-2012
medico, neurologa, senatrice a vita
premio Nobel per la medicina nel 1986

In Mixtura 1 altro contributo di Rita Levi Montalcini qui

#MOSQUITO / Paradigmi, possono far perdere le imprese (Pietro Nico)

Due esempi di paradigmi che hanno indotto all’errore grandi aziende sono: il caso dei transistor e quello degli orologi svizzeri.
Molti non sanno che il brevetto dei transistor è stato inventato negli Stati Uniti (da un’azienda leader nel campo delle tecnologie) in un’epoca dove radio e televisori venivano costruiti con le valvole.
L’industria si era attrezzata e specializzata in queste tecnologie al punto di non prendere in considerazioni eventuali alternative. Alcune industrie giapponesi acquistarono a buon mercato il brevetto dei transistor e, ben presto, invasero il mercato mondiale con radioline e televisori di piccole dimensioni, ovviamente senza valvole.

La storia però non insegna, visto che il brevetto dell’orologio al quarzo fu un’invenzione degli svizzeri.
Le aziende produttrici di orologi, non credevano però che la loro invenzione potesse avere successo visto che il paradigma dell’orologio tradizionale era molto forte, un orologio ricco di ingranaggi e meccanismi di precisione ai quali non si poteva certo rinunciare.
L’industria giapponese colse anche questa opportunità ed invase il mercato mondiale con orologi digitali economici e precisi. 

*** Pietro NICO, formatore, saggista, Le parole dei leader, Franco Angeli, Milano, 2005

#IN_LETTURA / Mischa Asenazy, Will Barnet

Mischa ASENAZY, 1888-1961
(readingandart.blogspot.nl, via pinterest)

° ° °

Will BARNET 
(readingandart.blogspot.com, via pinterest)

#LIBRI PIACIUTI / Pape Satàn Aleppe, di Umberto Eco (recensione di M. Ferrario)

Umberto ECO, Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida
La nave di Teseo, 2016
pagine 359, € 20,00, formato ebook € 9,99

Una società liquida. Ma non troppo.
Poche parole. E sono già troppe. 
Dopo lo tsunami di celebrazioni per la morte di Umberto Eco, ogni commento ai suoi libri rischia il già detto. 
Qui basti ricordare che il volume Pape Satàn Aleppe, che inaugura la nuova casa editrice (La nave di Teseo) voluta dall'autore in risposta al monopolio ottenuto con l'acquisizione di Rizzoli Libri da parte di Mondadori (pare che il termine Mondazzoli sia stato coniato proprio da lui), raccoglie buona parte delle 'Bustine di Minerva' pubblicate settimanalmente su 'L'Espresso' dal 2000 al 2015. 

Chi se le è godute leggendosi periodicamente la rivista, se le rigode nel libro, riordinate per grandi temi: è un recupero di memoria che porta sangue al cervello anche per capire qualcosa dell'oggi. 
Gli altri, se vogliono gustarsi il sapore intelligente di una cultura che sa esercitarsi su ogni argomento, mescolando in modo impareggiabile 'l'alto e il basso', anche grazie al condimento di uno stile spesso ironico e sfottente, hanno un testo che fa per loro. 
Lo so, la capacità incredibile di Eco di passare da un argomento serio ad uno frivolo, cogliendo anche nel frivolo la serietà che nessuno vede, è stata richiamata più volte come una delle sue caratteristiche principali: non sono quindi originale nel sottolinearla, ma ogni tanto il pensiero comune dice il vero e anche chi soffre nello stare con l'opinione della maggioranza, se ha superato la controdipendenza fisiologica dell'adolescenza, deve riconoscere ciò che va riconosciuto.

Gli spunti su cui l'autore riflette, e fa riflettere, sono tanti, alcuni più noti e altri originali, e tutti riguardano il nostro vivere sociale. 
Una società sempre più 'liquida', come dice il termine fortunato inventato da Zygmunt Bauman. E come ribadisce anche il sottotitolo del volume: a commento di quel 'Pape Satàn Aleppe', di dantesca memoria, usato di proposito, oltre che come richiamo classico, per suggerire a chi legge il significato che ognuno vuole vederci. 
Ma la liquidità pare non essere poi così sfuggente e contenere, contraddittoriamente, anche qualche nota di relativa stabilità, se è vero che parecchie annotazioni di Eco, sebbene siano riferite a momenti del quindicennio passato, permangono anche oggi. Cambiano i personaggi, ma i fenomeni restano. Merito anche di chi sa andare oltre i fenomeni, appunto, ed ha lo sguardo, 'coltivato', capace di cogliere il nocciolo delle cose.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Un tempo la reputazione era soltanto o buona o cattiva, e quando si rischiava una cattiva reputazione (perché si faceva fallimento, o perché ci dicevano cornuto) si arrivava a riscattarla col suicidio o col delitto d’onore. Naturalmente tutti aspiravano ad avere una buona reputazione. 
Ma da tempo il concetto di reputazione ha ceduto il posto a quello di notorietà. Conta essere “riconosciuto” dai propri simili, ma non nel senso del riconoscimento come stima o premio, bensì in quello più banale per cui, vedendoti per strada, gli altri possano dire “guarda, è proprio lui”. Il valore predominante è diventato l’apparire, e naturalmente il modo più sicuro è apparire in televisione. E non è necessario essere Rita Levi Montalcini o Mario Monti, basta confessare in una trasmissione strappalacrime che il coniuge ti ha tradito. (2013) (Umberto ECO, Pape Satàn Aleppe, La nave di Teseo, 2016)

Twitter è come il bar Sport di qualsiasi villaggio o periferia. Parla lo scemo del paese, il piccolo possidente che ritiene di essere perseguitato dal fisco, il medico condotto amareggiato perché non ha avuto la cattedra di anatomia comparata nella grande università, il passante che ha già preso molti grappini, il camionista che racconta di passeggiatrici favolose sul raccordo anulare, e (talora) chi esprime alcuni giudizi sensati. Ma tutto si consuma lì, le chiacchierate al bar non hanno mai cambiato la politica internazionale e se ne preoccupava solo il fascismo, che al bar proibiva di far discorsi di alta strategia, ma nell’insieme quel che pensa la maggioranza della gente è solo quel dato statistico che emerge nel momento in cui, ciascuno avendo fatto le sue riflessioni, si vota, e si vota per le opinioni espresse da qualcun altro, dimenticando quello che si era detto al bar. (2013) (Umberto ECO, Pape Satàn Aleppe, La nave di Teseo, 2016)

Andavo sul marciapiede e mi sono visto venire incontro una signora incollata al suo telefonino, che pertanto non guardava davanti a sé. Se non mi fossi scansato ci saremmo urtati. Siccome sono intimamente malvagio, mi sono fermato di colpo e mi sono voltato dall’altra parte, come se guardassi in fondo alla strada: così la signora è venuta a schiantarsi contro la mia schiena. Io mi ero irrigidito per preparami all’impatto e ho retto bene, lei è andata in tilt, il telefonino le è caduto, si è resa conto che aveva sbattuto contro qualcuno che non poteva vederla e che a schivarlo doveva essere lei. Ha farfugliato delle scuse, mentre io umanamente le dicevo: “Non si preoccupi, capita, al giorno d’oggi.” 
Spero solo che il telefonino cadendo si sia rotto e consiglio a chi si trovi in situazioni analoghe di comportarsi come me. Certo i telefonatori compulsivi bisognerebbe ucciderli da piccoli ma siccome un Erode non lo si trova tutti i giorni, è bene punirli almeno da grandi, anche se non capiranno mai in che abisso sono caduti, e persevereranno. (2015) (Umberto ECO, Pape Satàn Aleppe, La nave di Teseo, 2016)
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* In Mixtura altri 9 contributi di Umberto Eco qui 
* Sempre in Mixtura una mia recensione al romanzo di Umberto Eco, 'Numero zero', Bompiani, 2015 qui

#SPILLI #VIDEO / Lavoro, all'asta (M. Ferrario)


LA REALTA' NON E' TANTO DIVERSA DA QUESTA GAG SPIRITOSA
Se non apri la tua mente puo' succedere di subire una cosa del genere ...Riprendi in mano la tua vita
Pubblicato da NON DIRLO a nessuno su Martedì 7 aprile 2015

(da facebook, 7 aprile 2015)
video 1min17

Ma il finale prossimo venturo sarà ancora più incredibilmente credibile: l'asta continua e la vincerà chi sborserà più soldi per ottenere il lavoro messo in palio....

Cioè: non più il datore di lavoro che paga per il tuo lavoro, ma tu che paghi lui.

I tempi sono maturi.
Del resto, il lavoro ti dà esperienza e l'esperienza sempre più vale oro. 

C'è da chiedersi perché simili aste non vengano già tenute.
Pagare un lavoratore per la prestazione che dà è cosa vecchia: da secolo scorso.
Che penalizza il datore di lavoro.

Siamo nel nuovo secolo. Il secolo del cambiamento. 
Aiutiamo le imprese a uscire dalla crisi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#SGUARDI POIETICI / Se il dolore non fosse questa spina (Daniele Piccini)

Se il dolore non fosse questa spina,
questa lunga dorsale della vita
forse non saremmo altro che niente,
e dobbiamo ringraziare
che ci venga a visitare e ci porti
notizia delle cose
che nell’ombra ci appaiono e nel turbine.

*** Daniele PICCINI, 1972, filologo e poeta, senza titolo (Se il dolore non fosse questa spina), da Inizio fine, Crocetti Editore, 2013. Anche in ‘poesia del giorno’, 19 febbraio 2014, qui

#SENZA_TAGLI / Coaching ai senior (Julio Gonzalez)

Questo testo rappresenta l’ideale background di  Marc il Canadese che Julio Gonzalez ha pubblicato su Senior Nel Mondo / Osservatorio Senior 2015 (qui). 
Gli episodi contenuti nel testo corrispondono a esperienze vissute o testimoniate all’autore, e da lui rielaborate per una migliore comprensione dei temi. Ogni eventuale somiglianza a persone e situazioni reali è da considerarsi una coincidenza. (CoachingZone)

Nato a Vancouver da genitori nordeuropei, Marc lavora nel campo del turismo da più di 40 anni. Periodo nel quale ha seguìto viaggi di tutti i tipi: dalle vacanze studio, al turismo per famiglie, viaggi di pellegrinaggio, fino ai viaggi avventura. In passato è stato impiegato in piccole agenzie viaggio, ha lavorato come gestore di agenzie all’estero, e negli ultimi anni ha lavorato come free lance per diversi gruppi di operatori turistici, facendo il consulente per la progettazione di viaggi: definendo i programmi, le strutture alberghiere, i percorsi e i collegamenti alternativi. Questa attività lo ha spinto a vivere in momenti diversi sia in Africa che in Asia.

Ora ha 65 anni, ed in base alla legislazione canadese sta andando ufficialmente in pensione. Infatti, sta completando i necessari iter burocratici per poter totalizzare gli anni lavorati all’estero in modo di integrarli ai conteggi degli anni lavorati in Canada. Nonostante la maggior parte dei paesi dove ha lavorato abbia accordi pensionistici con il suo paese d’origine,  la mensilità finale della rendita che percepirà non sarà molto alta, soprattutto a causa della diversità dei sistemi pensionistici e delle conversioni di valuta verso il dollaro canadese. Lui sarà costretto a continuare a lavorare per poter ancora guadagnare e non intaccare i suoi risparmi.

A questo proposito, Marc si era ricordato di Alex, un suo ex-cliente che faceva il coach e aveva deciso di chiamarlo per avere un suo parere.  I due erano rimasti in contatto dato che Alex era un amante dell’Asia, e Marc era uno specialista per i viaggi in quella regione.
Alex, che aveva circa 45 anni, era un coach esperto nella gestione di persone in processo di transizione e rimase un poco sorpreso dalla richiesta: fare coaching a Marc era proprio un’esperienza che non avrebbe mai pensato di fare…..

Marc  ha un po’ di apprensione sulla parte strettamente economica, ma in realtà lo preoccupa anche un aspetto vocazionale. Ovvero, lui è consapevole di voler continuare a lavorare nell’industria del turismo, ma gli piacerebbe farlo in un modo un po’ diverso.  Inoltre, nella sua condizione di quasi pensionato, vorrebbe fare una scelta in grado di coinvolgere anche la sua compagna, anch’essa prossima alla pensione e con propri progetti al riguardo.

Marc aveva avuto molte esperienze professionali e personali all’estero durante la sua vita lavorativa e aveva sviluppato una fortissima capacità di gestione interculturale:  si sentiva a suo agio in contesti e situazioni diverse, riuscendo a muoversi facilmente in ogni Paese. In questo periodo però doveva gestire un cambiamento importante: una nuova fase della sua vita nella quale la società imponeva certe regole e creava determinate attese legate al ruolo di essere in pensione.  Come conoscitore dei processi di comunicazione e cambiamento culturali, voleva gestire questo processo in maniera professionale, e per questo sentiva il bisogno di parlare con un esperto.

Marc chiedeva ad Alex di poter pensare con lui ad alta voce, perché aveva bisogno di un ascoltatore intelligente. Che lo aiutasse a chiarirsi le idee per poter gestire il cambiamento che si accingeva a compiere: vale a dire come gestire il passaggio da persona coinvolta nel mondo del lavoro a quella di pensionato graduale; e soprattutto capire quale attività e in quale luogo. Marc  si autodefiniva un nomade incallito. La sua inclinazione naturale sarebbe stata quella di vivere in un paese caldo e organizzare viaggi avventurosi. La sua compagna però non era molto per la quale, e dovevano arrivare ad un compromesso.

Il coaching di persone senior avviene in genere attraverso un percorso particolare che ha diverse sfaccettature:
* Da una parte siamo davanti a persone con esperienze pregresse piene di eventi e situazioni i cui significati si sono anche evoluti nel tempo. Sia che queste esperienze siano ricordate come successi oppure come insuccessi personali, esse lasciano ricordi ed emozioni sulle quali le persone dovranno poter interpretare e cogliere insegnamenti ed energie per guidare i propri progetti futuri. Il grande rischio è rimanere fermi nel passato.

* Dall’altra parte, ci sono gli input delle persone vicine al senior (famigliari, amici, ex colleghi, le stesse istituzioni) che in maniera a volte inconsapevole creano aspettative rispetto a ciò che queste persone possono o non possono fare: occorre aiutare a capire i condizionamenti presenti nella cultura dell’essere senior. Come si fa nell’affrontare la gestione di qualsiasi nuova cultura nuova, anche questi condizionamenti dovrebbero essere analizzati e gestiti.

* Infine, ci sono anche aspetti legati alla salute; è importante esserne coscienti per dare il peso e il significato corretto, cercando di rimuovere miti invalidanti a priori e trovando soluzioni alternative. Lo scopo finale è quello di arrivare a riformulare un progetto che accompagni la transizione verso il nuovo contesto.

Alex lo aiutò a sdrammatizzare alcuni temi che stavano creando un po’ di ansia in Marc. In particolare, incominciava ad avere qualche problema che lo rendeva meno agile rispetto a quando era più giovane. Avrebbe voluto progettare itinerari alternativi per viaggi speciali, ma si rendeva conto di non avere più le forze di un tempo per farlo di persona. Durante varie conversazioni con Alex, e attraverso l’analisi fatta insieme, si rese conto che avrebbe potuto affrontare i nuovi itinerari, se avesse rinforzato i suoi contatti con alcuni corrispondenti nei diversi Paesi, viaggiando di persona solo alla fine, per definire gli ultimi aspetti.  Si sentì molto confortato perché quello che sembrava un grande ostacolo era stato ridimensionato con l’aiuto di Alex.  Marc confermò il suo interesse a concentrarsi sui paesi asiatici. Erano stati la sua passione e aveva molte esperienze con le quali costruire nuove destinazioni.

Marc ha vissuto in diverse provincie del Canada, dove, paese di migranti, le persone si spostano seguendo il lavoro. Oggi ha scelto Montréal come residenza. Ha deciso di programmare i suoi spostamenti in modo che durante i mesi dell’inverno canadese si sarebbe stabilito in qualche paese caldo della regione asiatica, per sviluppare i nuovi prodotti che voleva proporre,  per poi tornare in Canada in estate per godersi il suo paese.
Per la sua compagna questa è sembrata una buona soluzione. Marc è contento e si sta preparando per questa nuova vita.

Per Alex lavorare con Marc come suo coach era stata una esperienza molto ricca. In più di una occasione sentì che era lui ad approfittare dell’esperienza dell’amico per analizzare i temi noti da nuovi punti di vista. Nel processo di preparazione del cambiamento, il bagaglio di esperienze e dei vissuti di Marc era una fonte inesauribile di conoscenze.

*** Julio GONZALEZ, manager internazionale, saggista, Il senior e il coach, 'Coaching Zone', 17 febbraio 2016, qui


In Mixtura altri 6 contributi di Julio Gonzalez qui

#RITAGLI / Selezione, scegliere il candidato ideale (Carla Fiorentini)

(...) Questi sono tempi di complicazioni linguistiche e burocratiche a cui corrispondono strane semplificazioni, anche e soprattutto nel mondo aziendale. In pratica, ciascuno parla o scrive con un suo linguaggio tecnico, per iniziati, al punto che si può comprendere quasi solo ciò che scrivono, o affermano, coloro che fanno lo stesso mestiere. E poi ci lamentiamo del non ascolto o dell’incomunicabilità … Invece per esaminare cosette come la selezione del personale o la scelta del consulente o l’identificazione di una vision troviamo, prevalentemente nel magico mondo del web, brevissime formulette, magari sotto forma di elenchi puntati e, per carità, che non si superino mai i dieci comandamenti!

Ma è inutile nascondersi, alcuni consigli li troverete anche qui, insieme a quelle che sono puramente opinioni personali.

Nei colloqui di selezione ho sempre presunto di essere in un’azienda ideale, pur conoscendone bene i difetti, poiché se collochiamo la persona giusta al posto giusto l’azienda si avvicina automaticamente a ciò che possiamo ritenere ideale.

Nello scegliere un candidato ci sono quattro parametri importanti, secondo me. 

* Il primo è la persona: credo sia indispensabile lavorare con individui con cui si condividono alcuni valori fondamentali. Ma questo presuppone che si sappiano riconoscere prima di tutto i propri valori fondamentali: se vogliamo usare un linguaggio consono siamo nell’ambito della padronanza personale. Per comprendere i valori del candidato serve principalmente l’ascolto. È ovvio che si possono prendere cantonate, ma se il dialogo funziona è molto probabile che si abbia qualcosa in comune.

* Il secondo parametro è in quale gruppo verrà inserito a lavorare il candidato, tenendo conto che anche il lavoro più solitario ha comunque connessioni con altri individui. Ogni azienda ha una propria anima, ed è in una specifica fase del proprio ciclo di vita. È dunque ovvio che in uno start up siano indispensabili almeno creatività e problem solving, ma questi sono parametri su cui troviamo informazioni ogni giorno. Mi è capitato spesso di trovare team assolutamente omogenei, ognuno fatto ad immagine e somiglianza del capo, oppure tutti secondo il modello yes men, tutti selezionati secondo la regola, chiaramente imposta dal capo, di ottenere un gruppo facile da gestire. Ecco … io sono contro l’omologazione. Se ho un gruppo di persone serie, responsabili, forse un po’ monotone, l’inserimento di una personalità creativa genera buone opportunità, per tutti. La difficoltà è nell’aggiungere pepe senza danneggiare il cibo. Un gruppo con skills eterogenee, anche (e forse soprattutto) se fanno una lavoro molto simile tra loro, ha un’enorme capacità di risolvere i problemi e imparare senza particolare fatica. La capacità relazionale di uno, ad esempio, diventa stimolo e supporto all’orientamento al compito dell’altro, la fantasia dell’uno spinge la solidità dell’altro, e ne viene a sua volta trattenuto prima di perdersi nei sogni. Il dialogo permette a tutti di imparare acquisendo professionalità sempre più sfaccettate e complete. Si chiama, credo, apprendimento di gruppo.

* Il terzo parametro andrebbe elaborato con estrema attenzione ben prima di iniziare la selezione poiché riguarda quello che decidiamo essere il profilo del candidato. E qui, prendendo spunto da un celebre film, posso dire che “ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”. In realtà sto scherzando: si vedono inserzioni tali da essere diventate vere e proprie barzellette e la rivista Linus ha creato un rubrica ad hoc per tradurre i profili richiesti in quelli che realmente l’azienda ricerca: rubrica satirica, ovviamente.

Nel mio piccolo, comunque, ho sentito manager dichiarare con orgoglio di volere solo numeri uno nelle loro aziende, e quindi selezionare solo persone di alto profilo per poi trattarle come strofinacci, ho visto selezionare venditori esperti con l’obiettivo di pagarli pochissimo, e poi lamentarsi se non erano motivati o se, alla prima occasione, cambiavano azienda.

Evitando, però, i casi più drammatici, posso dire che la mia prima assunzione è avvenuta oltre un anno dopo che avevo risposto all’inserzione. Motivo? Cercavano due competenze ben precise, e non tanto frequenti, in persone con scarsa esperienza lavorativa (per pagare poco) e volevano, assolutamente, una caratteristica: che il candidato fosse uomo. Per me era il primo lavoro, casualmente avevo le competenze richieste, ma, essendo donna, sono stata contattata solo dopo che avevano esaurito ogni speranza, disperdendo una follia di tempo e risorse. In pratica, va bene farsi un profilo del candidato, ma evitiamo di farci condizionare troppo dai nostri modelli mentali, o almeno riconoscere che a volte i pregiudizi andrebbero superati.

* E il quarto parametro? Io credo, ma so che potrei sbagliare, che ogni azienda debba fare almeno un pezzo di strada con i suoi dipendenti. Di conseguenza non si sceglie un candidato solo perché mi serve oggi, ma anche perché rientra nel quadro di cosa desidero per il domani. E questo presuppone che ci sia un’idea di futuro. No, siamo seri, non un piano decennale e nemmeno un prospetto delle carriere: roba da multinazionale poco concreta per la maggior parte delle piccole e medie aziende italiane, ma una visione del futuro desiderato, un sogno concreto da condividere e realizzare insieme. Una vision.
Certamente avete riconosciuto quattro delle cinque discipline di Senge. Dunque, per concludere, che per selezionare il candidato ideale serve anche il pensiero sistemico, sia per integrare tutti i parametri indicati sia per riconoscere la capacità di pensiero sistemico nel candidato.

*** Carla FIORENTINI, consulente nell'area dello sviluppo delle persone, saggista e blogger, fondatrice di  http://www.chingecoaching.it/, Scegliere il candidato ideale, 'caosmanagement', febbraio 2016, qui


In Mixtura altri 5 contributi di Carla Fiorentini qui