martedì 5 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Capi, 9 errori che spingono i collaboratori alle dimissioni (Travis Bradberry)

Spesso si resta stupiti di fronte alla frequenza con cui i manager si lamentano perché i loro dipendenti migliori decidono di licenziarsi. In verità hanno davvero qualcosa di cui lamentarsi, poche cose sono così gravose e nocive come vedere persone valide lasciare la propria posizione lavorativa. 
I manager spiegano questo continuo ricambio di dipendenti con le ragioni più svariate, ma ignorano il nodo della questione: le persone non lasciano il posto di lavoro, lasciano il loro capo. 
La cosa più triste è che questo fenomeno può essere evitato facilmente. Serve solo un nuovo punto di vista e qualche sforzo in più da parte degli amministratori. 
Prima di tutto, dobbiamo capire quali sono le colpe di cui i manager si macchiano e che convincono validi impiegati a dimettersi.

1. Troppo lavoro
Niente esaurisce le energie di un buon lavoratore come un carico di lavoro eccessivo. Ammettiamo che far lavorare sodo i membri migliori di uno staff sia una tentazione a cui spesso i manager cedono. Ma caricare troppo lavoro può disorientare. Suona come una punizione, nonostante le performance lavorative sempre impeccabili. Inoltre è controprTravisoducente. Una nuova ricerca di Standford mostra che la produttività oraria tende a calare decisamente quando la settimana lavorativa supera le 50 ore. La produttività oltre le 55 ore diminuisce così tanto che è inutile lavorare ancora, non si otterrà alcun risultato.

Se vuoi tirare fuori il massimo dai tuoi dipendenti più bravi, devi migliorare anche il loro status. Gli impiegati validi si faranno carico di lavoro in più, ma non resteranno se si sentono soffocati. Aumenti, promozioni, scatti di carriera sono modi più che accettabili per trovare il giusto compromesso e aumentare la mole di lavoro. Se ti limiti ad aumentare le ore lavorative del personale più dotato, senza cambiare una virgola, i membri del tuo staff cercheranno presto un altro lavoro che dia loro quello che meritano.

2. I manager non riconoscono il prezioso apporto dei dipendenti e non premiano il lavoro ben fatto
È facile sottovalutare il potere di una pacca sulla spalla, soprattutto con i lavoratori migliori che sono già intrinsecamente motivati. A tutti piacciono le lusinghe, anche alle persone che lavorano sodo e danno il massimo. I manager devono comunicare con il loro staff per scoprire cosa può spronarli ancora di più (per alcuni può essere un aumento. Per altri, un riconoscimento pubblico) e ricompensarli per il lavoro ben fatto.

3. Non si preoccupano dei loro dipendenti
Più della metà delle persone che lasciano il lavoro lo fa a causa del rapporto con il boss. Le aziende più astute si assicurano che i loro manager sappiano come trovare un giusto equilibrio tra professionalità e umanità. Questi sono capi che celebrano il successo degli impiegati, empatizzano con quanti attraversano un periodo difficile e sfidano le persone, anche quando fa male. I capi che non tengono ai loro dipendenti pagano lo scotto. È impossibile lavorare per qualcuno più di otto ore al giorno quando non c'è coinvolgimento personale e quando ci si preoccupa solo del rendimento.

4. Non onorano i loro impegni
Fare promesse agli altri ti posiziona su una linea sottile: puoi rendere le persone felici oppure vederle andare via. Quando mantieni la parola data, la stima dei tuoi dipendenti aumenta perché provi di essere una persona onesta e degna di fiducia (due qualità davvero importanti in un capo). Ma quando trascuri i tuoi impegni ne esci come una persona viscida, incurante e poso rispettosa. Dopotutto se non è il capo il primo a mantenere la parola data, perché dovrebbero farlo gli altri?

5. Assumono e promuovono le persone sbagliate
I dipendenti bravi e diligenti amano lavorare accanto a professionisti che trovano affini. Quando i manager non assumono delle persone valide demotivano gravemente le persone costrette a lavorarci accanto. Promuovere le persone sbagliate è anche peggio. Quando dai il massimo per ottenere una promozione che, invece, viene data a qualcuno che è riuscito ad arrivare in cima con altri mezzi, è un insulto vero e proprio. Non c'è da stupirsi che questo convinca le persone ad abbandonare il posto di lavoro.

6. Non lasciano che le persone seguano le loro passioni
I dipendenti più talentuosi sono anche appassionati. Offrire loro l'opportunità di inseguire le proprie passioni migliora la produttività e la loro soddisfazione professionale. Ma molti manager vogliono che le persone lavorino come chiuse in una piccola scatola. Questi amministratori temono che la produttività possa calare se lasciano che i dipendenti allarghino i propri orizzonti e seguano un'inclinazione personale. Si tratta di un timore infondato. Studi dimostrano che le persone che riescono a seguire le proprie passioni nel lavoro mantengono una condizione mentale di "euforia" che li porta ad essere cinque volte più produttive del solito.

7. Non riescono ad enfatizzare le abilità dei dipendenti
Quando si chiede loro della noncuranza verso gli impiegati, di solito i manager cercano di giustificarsi appellandosi a parole come "fiducia", "autonomia", "senso di responsabilità". Queste affermazioni non stanno in piedi. I buoni amministratori amministrano, a prescindere dal talento del loro staff. Prestano attenzione e sono sempre pronti ad ascoltare a dare il loro feedback.

Quando puoi contare su dipendenti di talento, tocca a te continuare a ricercare delle aree lavorative dove possano impiegare le loro capacità al meglio. I dipendenti più validi cercano feedback e tocca al capo continuare a fornirne. Se non lo fai, le persone migliori del tuo staff si annoieranno, adagiandosi sugli allori.

8. Non sanno stimolare la creatività del dipendente
Gli impiegati più talentuosi vogliono migliorare ogni cosa. Se soffochi la loro capacità di cambiare e migliorare le cose perché ti sta bene lo status quo del momento, li porterai ad odiare il loro lavoro. Ingabbiare la loro innata spinta creativa non limita soltanto loro, ma anche te.

9. Non stimolano gli impiegati sul piano intellettuale
I grandi manager lanciano sfide ai loro impiegati per fare in modo che raggiungano un risultato che sembra quasi inconcepibile all'inizio. Invece di stabilire i soliti banali obiettivi, fissano obiettivi alti che possano spingere le persone fuori dalla loro "comfort zone". Inoltre, un bravo capo fa qualsiasi cosa in suo potere per portare l'impiegato al successo, al raggiungimento dello scopo. Quando le persone talentuose e intelligenti si ritrovano alle prese con qualcosa di troppo facile o noioso, cercano altri lavori che possano stimolare il loro intelletto.

Per riassumere
Se volete che le persone migliori del vostro staff restino, dovete pensare attentamente al modo in cui le trattate. Anche se gli impiegati più bravi sono duri come rocce, il talento offre loro tantissime opzioni diverse. Dovete fare in modo che vogliano lavorare solo per voi. 
Ci sono altri errori che portano gli impiegati migliori a licenziarsi? Condividete le vostre opinioni nelle sezione commenti.

*** Dr. Travis BRADBERRY, saggista statunitense, esperto di intelligenza emotiva, 9 errori (dei capi) che convincono gli impiegati più bravi a licenziarsi,  'L'Huffington Post', 4 gennaio 2016, qui - Articolo ispirato ad un pezzo scritto da Mike Myatt, pubblicato per la prima volta su 'HuffPost Usa', tradotto dall'inglese da Milena Sanfilippo

#MOSQUITO / Decidere, se fossimo un po' irochesi (Jeremy Rifkin)

Prendere decisioni, per un irochese (*), è una questione che va molto al di là del momento e dell’ambito limitato delle persone riunite attorno al fuoco dell’accampamento. 
Quando gli irochesi prendono una decisione, la prendono pensando di onorare gli antenati e di sostenere la progenie non ancora nata. Si chiedono se la decisione presa oggi risponde agli insegnamenti degli avi e ai desideri dei pronipoti. La cultura degli irochesi è unica, avendo istituzionalizzato una visione specifica del futuro in tutte le decisioni da prendere. 
Un capo irochese si esprime così: «Noi guardiamo avanti, perché uno dei primi mandati assegnati a noi, che siamo i capi, è di garantire che ogni decisione da noi presa tenga conto della prosperità e del benessere della settima generazione a venire e questo è il fondamento per le nostre decisioni in assemblea. Ci chiediamo: la nostra decisione andrà a beneficio della settima generazione? Questa è la nostra regola». 

*** Jeremy RIFKIN, 1945, economista e sociologo statunitense, Guerre del tempo, 1987, Bompiani, Milano, 1989. -  (*) Gli irochesi erano una confederazione di 5 tribù di nativi americani, risalenti al 16° secolo e tuttora presenti tra Usa e Canada: abitavano i territori del nord-est corrispondenti all’attuale stato di New York.

#LINK / Multitasking, inefficace e tossico (Annamaria Testa)

(...)  Sandra Bond Chapman, fondatrice del Center for Brain Health dell’università di Dallas, afferma che il multitasking accresce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. E spiega che il nostro cervello sa far bene una cosa alla volta: i neuroni, se devono sorvegliare molte attività contemporaneamente, non riescono a spartirsi i compiti e li tengono tutti sotto controllo millisecondo per millisecondo, commutando il proprio impegno dall’uno all’altro. Risultato: un superlavoro che produce risultati modesti e imprecisi. (...)

... una “recentissima ricerca” svolta da Altmann, Trafron e Hambrick dell’Università del Michigan su un campione di studenti dimostra che basta l’apparizione di un pop up in cui bisogna inserire un codice per moltiplicare le possibilità di errori in un compito di routine svolto al computer.

Bene, evviva, finalmente si dice forte e chiaro che il multitasking non funziona.

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, Multitasking: inefficace, disorganizzato e tossico, blog 'nuovo e utile'


LINK articolo integrale qui

In Mixtura altri 14 contributi di Annamaria Testa qui

#VIDEO / Iran, la donna dal 1910 ad oggi

Iran, dal 1910 a oggi: com'è cambiata la donna
Cut.com, 'L'Espresso', 8 aprile 2015
video, 1min27

Dai frizzanti anni 60 al buio della rivoluzione Khomeinista. 
In un video di Cut.com gli autori ripercorrono i cambiamenti del paese attraverso la trasformazione dei canoni estetici.
(dalla presentazione a cura di Chiara Nardinocchi)

lunedì 4 gennaio 2016

#PIN / Agire, e agitarsi (MasFerrario)


#HUMOR / Life-choices forgetting strategist sommelier

#CIT / Buoni, giusti (Victor Hugo)

Victor HUGO, 1882-1885
scrittore, poeta, drammaturgo, politico francese

In Mixtura 1 altro contributo di Vixtor Hugo qui

#SORRISI_CONTAGIOSI / Tibet, Vietnam, India

dal Tibet
(weheartit.com, via pinterest)

° ° °

dal Vietnam
 (tammishouse.tumblr.com, via pinterest)

° ° °

dall'India
(purpletugboat.tumblr.com, via pinterest)

#SGUARDI POIETICI / Attesa (Raymond Carver)

C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E’ quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E’ quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”


*** Raymond CARVER, 1938-1988, scrittore e poeta statunitense, Attesa, da Orientarsi con le stelle, 1996, Minimum Fax, 2013


#VIDEO / Orangotango, intelligente

L'intelligenza di un orango
repTv, 3nz.it, 25 dicembre 2015
video 3min48

E’ una scena che lascia a bocca aperta: Nemo, 14enne orangotango dello zoo di Nakhonratchasima Zoo, in Thailandia, utilizza un piccolo lenzuolo per farsi un’amaca. Il video, ennesima dimostrazione dell’incredibile intelligenza dei primati, ha scatenato sul web le proteste degli animalisti, esterrefatti dalla piccola gabbia in cui si trova l’orango. 
Nemo, una celebrità del Paese (recentemente ha pedalato con 20 ciclisti in onore del compleanno del re Bhumibol Adulyadej) in realtà trascorrerebbe gran parte del suo tempo in un’area adeguata all’esterno. E tornerebbe nella cella in cui è stato girato questo filamto solo di notte, per dormire.
(dalla presentazione del video)

#LINK / Donne, carriere in trappola (Francesca Sironi)

Troppo carina per far l’ingegnere. Troppo emotiva per decidere. Troppo dolce per comandare. 
Sono tutti stereotipi: che danneggiano anche le aziende.

*** Francesca SIRONI, giornalista, Donne, carriere in trappola. Colpa di discriminazioni e pregiudizi, 'L'Espresso', 3 gennaio 2016

LINK articolo integrale qui


#SENZA_TAGLI / Psicoterapia, il segreto dell'efficacia (Sergio Stagnitta)

Che relazione possiamo rintracciare tra le conclusioni a cui sono arrivati i ricercatori del nuovo grande studio sulla schizofrenia condotto recentemente negli Stati Uniti e le ricerche di uno psicoanalista Austriaco del secolo scorso?

Era il 1945 e uno psicoanalista austriaco, naturalizzato negli Stati Uniti, René Spitz, era alle prese con un problema di cui non riusciva a comprendere bene molti aspetti. Stava osservando due gruppi di bambini, il primo era costituito da figli di donne detenute in un carcere femminile, che avevano la possibilità di accudire personalmente i loro figli in un asilo nido vicino alla struttura. Il secondo era composto da bambini abbandonati e ricoverati in un brefotrofio. Spitz notò che in entrambi i casi i bambini venivano adeguatamente nutriti e curati dal punto di vista igienico, eppure nel secondo gruppo, malgrado la presenza di operatrici competenti e disponibili, i bambini presentavano un quadro clinico preoccupante.

Molti di essi non crescevano regolarmente: soffrivano di evidenti ritardi nello sviluppo cognitivo e motorio, nonché di un marcato abbassamento delle difese immunitarie. Il 37,3% di essi morì entro il secondo anno di vita.

Sono certo che anche gli autori della recente ricerca statutinense  Recovery After an Initial Schizophrenia Episode (RAISE) che hanno dimostrato che abbassare il dosaggio degli psicofarmaci a vantaggio della relazione psicoterapeutica abbassa i sintomi e migliora la qualità della vita delle persone schizofreniche, siano partiti dalla medesima domanda che 60 anni prima si era posta il loro collega Spitz, ovvero quali sono gli elementi che maggiormente contribuiscono alla cura di persone con grave disagio psichico?

Spitz scopri che la differenza tra i due gruppi di bambini risiedeva nel fatto che il primo gruppo oltre alle cure standard, riceveva anche una relazione esclusiva, non anonima, affettuosa e profonda da una persona cara. Anche la ricerca condotta dal National Institute of Mental Health (NIMH), in qualche modo, arriva alle medesime conclusioni, ovvero che ridurre gli psicofarmaci, con conseguente limitazione degli effetti collaterali, fare una diagnosi precoce, aumentare gli interventi di sostegno psicologico e assistenza ai familiari e, soprattutto, aumentare gli incontri di psicoterapia producono una efficacia maggiore che la sola somministrazione dei farmaci antipsicotici.

In sintesi in entrambi i casi l’ingrediente segreto per una riduzione considerevole del disagio, era l’instaurarsi di una buona relazione, materna nel primo caso, terapeutica nel secondo.

Proviamo a soffermarci un attimo su questo aspetto, limitandoci alla specie umana (ma praticamente è lo stesso per quasi tutte le specie viventi), per generare la vita è necessario l’incontro di due elementi, un ovulo ed uno spermatozoo; durante la gestazione il bambino cresce grazie alla relazione con la propria madre e al nutrimento e calore che riceve da essa. Quando nasce, il piccolo dell’uomo (e della donna) non potrebbe sopravvivere da solo, ha bisogno delle cure genitoriali. Cresce attraverso una relazione; impara a riconoscere i cibi, camminare, parlare, attraverso il rapporto con l’altro; si costruisce la propria identità sempre attraverso la relazione con le persone significative della propria vita. Quando cresce, quasi tutti i suoi successi o disagi pre e adolescenziali si sviluppano a seguito di aspetti relazionali: con gli amici, nelle prime relazioni amorose, con gli adulti ecc. Questo vuol dire che nasciamo, cresciamo e viviamo sempre immersi nell’altro e purtroppo è così anche in senso negativo: ci ammaliamo a causa delle relazioni sbagliate, disturbate e/o violente. Se tutto questo è vero anche la cura non può prescindere da questo ingrediente fondamentale. E qui entra in gioco la psicoterapia che, a mio avviso, prima ancora di essere una tecnica con specifici interventi è una relazione tra due esseri umani.

Capita molto spesso che una persona che inizi un percorso psicoterapeutico racconti che nella sua vita non si sia mai sentita ascoltata veramente, tutti a darle consigli, dire cosa è giusto e cosa sbagliato, chiedere e pretendere da lei, ad obbligarla ad essere presente ed ascoltare bisogni di altri. Immaginate la bellezza di una situazione esattamente contraria, di essere finalmente in un luogo nel quale si può dire quello che si vuole, fino in fondo, raccontare allo psicoterapeuta la propria storia, senza essere giudicati da lui, senza le interruzioni di qualcuno che dica, che questo è buono e quest’altro no. Un ascolto pulito, vero. E così capita spesso, più di quanto si possa immaginare, che già dai primi colloqui molte persone iniziano a raccontare allo psicoterapeuta segreti della propria vita che non hanno mai detto a nessuno. Certamente lo fanno perché quel luogo è protetto dal segreto professionale, è un luogo “segreto”, quasi un nascondiglio, magari lontano dalla dimensione familiare e quindi adatto a depositare segreti e non detti, ma secondo me lo fanno anche perché qualcuno li sta ascoltando realmente, ed è interessato in modo non giudicante alla loro storia.

L’intero ciclo di vita si basa profondamente sulla relazione con l’altro, posso immaginare che persino la morte avvenga in modo relazionale, o almeno così può sembrare, forse in relazione profonda con qualche persona importante, con Dio, chi può dirlo! Anche se forse ha ragione Fabrizio De Andrè quando cantava ne “Il testamento”:

“Cari fratelli dell’altra sponda, cantammo in coro già sulla terra, amammo tutti l’identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra, questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore si muore soli, questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore soli…” (De Andrè, Il testamento)

*** Sergio STAGNITTA, psicologo e psicoterapeuta, Qual è l’ingrediente segreto di una buona psicoterapia?, 'L'Espresso', 2 gennaio 2016, qui

Doriano SOLINAS, disegnatore

#MOSQUITO / Mi do il permesso (Joaquín Argente)

Mi do il permesso di non essere una vittima

Mi do il permesso di separarmi da persone che mi trattano bruscamente, con violenza, che mi ignorano, che mi negano un saluto, un bacio, un abbraccio… Da questo preciso momento le persone brusche o violente sono fuori dalla mia vita.

Mi do il permesso di non costringermi ad essere “l’anima della festa”, la persona che mette entusiasmo in tutto o quella sempre disponibile al diagolo per risolvere conflitti quando gli altri nemmeno ci provano.

Mi do il permesso di non intrattenere ed incoraggiare gli altri a costo di stancarmi io: non sono nato per spingerli ad essere sempre al mio fianco.

La mia esistenza, il mio essere è già prezioso.
Se vogliono stare al mio fianco devono imparare a valorizzarmi.

Mi do il permesso di lasciar svanire le paure che mi hanno inculcato da bambino. Il mondo non è soltanto ostilità, inganno o aggressione. Ci sono anche tanta bellezza e gioa inesplorata.

Mi do il permesso di non stancarmi nel tentativo di essere perfetto. Non sono nato per essere la vittima di nessuno. Non sono perfetto, nessuno è perfetto e mi permetto di rifiutare gli schemi altrui: un uomo senza difetti, estremamente impeccabile ovvero disumano.

Mi permetto di non vivere nell’attesa di una telefonata, di una parola gentile o di un gesto di considerazione. Mi affermo come persona che non dipende dalla sofferenza. Non aspetto rinchiuso in casa e non dipendo da altre persone. Sono io stesso a valorizzarmi, mi accetto e mi apprezzo.

Mi permetto di non voler sapere tutto, per non essere sempre presente durante il giorno. Non ho bisogno di molte informazioni, di programmi per il pc, di film al cinema, di giornali, di musica.

Mi do il permesso di essere immune alle lodi o agli elogi smisurati: le persone che fanno troppi complimenti finiscono per sembrare opprimenti. Mi permetto di vivere con leggerezza, senza accuse o richieste eccessive. Non fa per me.

Mi do il permesso più importante di tutti, quello di essere autentico.

Non mi sforzo di compiacere gli altri. È semplice e liberatorio abituarsi a dire di no ogni tanto.

Non mi voglio giustificare: se sono felice, lo sono, se non sono felice, non lo sono. Se un giorno del calendario è considerato come quello in cui sentirsi obbligatoriamente felici, io mi sentirò esattamente come mi sentirò.

Mi permetto di sentirmi bene con me stesso e non come vogliono le usanze o quelli che mi stanno attorno: quello che è “normale” o “anormale” nei mie stati emotivi sarò io a deciderlo"

*** Joaquin ARGENTE, diafraterapeuta spagnolo (aiuta le persone a ritrovare l'elasticità del diaframma, il muscolo grande di respirazione e la circolazione di energia che agisce anche come ponte tra conscio e  inconscio),  Me doy permiso para, Ediciones Obelisco, 2006. - Questo testo è riportato in molti siti web.

domenica 3 gennaio 2016

#FURTI_PREGIATI / Caro Francesco Pontifex (Tiziana Campodoni)

Caro Francesco, inteso come #Pontifex ,
sai che ti stimo e ti considero praticamente l'uomo più di sinistra presente sul territorio nazionale (e anche quello che dice meno fesserie) però dovresti dire due cosette all'Osservatore Romano. 
Non so cosa ci fosse scritto sull'sms passato in TV perchè da anni la guardo il meno possibile e ascolto solo la radio (#Radio3 e riesco a litigare anche con lei). 
L'Osservatore che s'indigna così tanto potrebbe osservare un po' meglio e vedere i bambini che nel mondo muoiono di fame, vengono uccisi, violati (anche la chiesa ne esce malconcia tant'è vero che sei stato eletto tu, altrimenti... col piffero che ti facevano papa!), dovrebbe osservare meglio la crudeltà di certe immagini e i contenuti idioti che vengon trasmessi, potrebbe osservare i papà e le mamme che perdono il lavoro, la casa, la speranza; gli occhi vuoti e depredati dei giovani...e potrebbe osservare le ruberie, le frodi, gli inganni, le falsità e potrebbe pure darsi una guardata..che non guasterebbe, perché anche da voi, scusami se te lo dico, ma non è mica tutto zucchero e miele... come direbbe Shakespeare "c'è del marcio" ma non in Danimarca...
"La TV è ormai fuori controllo", no, guarda è controllata benissimo!!!! 
Prima dal piazzista ora da Renzi e il piazzista e anche la chiesa ha avuto la sua fetta...
"Fuori controllo"... per una bestemmia? Ma tu hai presente la faccia del Padreterno davanti agli attici, agli anelli, alle porpore, al potere, alla ricchezza della chiesa? A proposito, l'avete pagata l'IMU? Hai presente la scuola pubblica dove gli insegnanti schiantano con classi pollaio e quella privata dove arrivano finanziamenti pubblici? 
L'Osservatore non vede una cippa o, peggio, vede solo quel che vuole... che è uno sport nazionale, ormai. C'è ben altro su cui indignarsi! Ed è vergognoso che su questo "ben altro" l'Osservatore miope non s'indigni e non stacchi assegni. 
Tu continua a dormire a S. Marta che è più salubre ...;-) e guardati le spalle... 
Cordialmente, tizi

*** Tiziana CAMPODONI, Caro Francesco Pontifex, facebook, 3 gennaio 2015, qui


In Mixtura 1 altro contributo di Tiziana Campodoni qui

#CIT / Astemio (Ambrose Bierce)

Ambrose BIERCE, 1842-1914
scrittore, giornalista, aforista statunitense

#ANIMALI / Due gufetti

(lavandarblue.com, via pinterest)

#MANDALA / Dal Tibet

(boingboing.net, via pinterest)

#COSE_PASSATE / Salvadanaio

(musei.re.it, via pinterest)

#VIDEO / Bach, suonato con una pallina nella foresta

Bach, suonato da una pallina nel bosco
tvZap, 24 giugno 2015
video 2min12

Una foresta incantata, la cui quiete è interrotta solo occasionalmente dal passare di un cerbiatto. 
E' qui che tra un albero e un altro è stato costruito questo incredibile Xilofono di legno, in grado di suonare Bach... con una pallina.
Il video è stato girato a Hokkaido, in Giappone, per la pubblicità di un telefono.
(dalla presentazione)

#SGUARDI POIETICI / Il futuro (M. Ferrario)

«Scusi, cercavo il futuro»
«Traslocato»
«Traslocato?»
«Sì, traslocato»
«Ma dove?»
«Nella via qui dietro»
«E come si chiama questa via?»
«Via del passato»
«Il futuro in via del passato?»
«Sì, in via del passato»
«E come mai ha traslocato?»
«Tutto solo, aveva paura»
«Non mi dica…»
«E’ così»
«Lei mi sta dicendo che il futuro aveva paura…?»
«Già, paura. Non c’è altro nome» 
«Non capisco… Eppure una volta...»
«Una volta era una volta. E adesso è così, caro signore»
«Pensare che avevo conosciuto suo padre...»
«Anch’io, ci frequentavamo spesso»
«Allora lo ricorda…»
«Certo che lo ricordo, come si fa a dimenticarlo? Non c’è confronto»
«Il padre. Alto, bello, svettante. E coraggioso» 
«Vero. Il figlio, invece. Tutto l’opposto. Piccolo, mingherlino, rattrappito. E poi, soprattutto...»
«Cosa?»
«Sta male»
«E’ malato?»
«Sembra»
«Ma cos’ha?»
«Nell’anima. E’ sfiduciato. Depresso. Non crede più in se stesso»
«Ma cosa mi dice? E’ terribile»
«Non se l’aspettava?»
«No, be’, veramente... Forse, a guardar bene, un po’ si intuiva...»
«Basta vedere chi frequenta»
«Chi frequenta?»
«Solo un amico. Dice che è il suo unico vero amico»
«Davvero?»
«Non vuole stare con nessun altro. Sta tutto il giorno chiuso in casa»
«Lui, il futuro, chiuso in casa?»
«Sì. Tiene anche le persiane sempre abbassate»
«Tutto solo?»
«No. Con lui. Con questo suo amico»
«Ma allora sta proprio male» 
«Malissimo. Ormai è un’ombra. La sua ombra»
«La sua ombra?»
«Sì, la sua ombra»
«Di questo suo amico?»
«Già» 
«Ma come mai?»
«Pare che invidi la sua immortalità»
«Ma allora è proprio matto» 
«Dice che ha trovato un amico che non morirà mai. E vuole essere come lui»
«Ma è impossibile. Tutti moriamo» 
«Qui lei sbaglia, caro signore. In effetti il suo amico non morirà mai. Ed è questo il suo fascino» 
«E chi sarebbe questo unico vero amico immortale di cui si è innamorato il futuro?»
«Scusi, non l’ha ancora capito?»
«Ma veramente…» 
«Si guardi in giro, si aggiorni»
«Non vorrà dire che…» 
«Sì invece. E’ proprio così. Anche lei lo sa. Deve solo avere il coraggio di dirlo. Lo dica» 
«Il … passato?» 

*** Massimo Ferrario, Scusi, cercavo il futuro, aprile 2009.
Anche in 'losguardopoIetico', 256, 29 dicembre 2013, qui

#MOSQUITO / Amore, una testimonianza e un punto di vista (Tiziano Terzani)

Mi permettete di parlarvi un attimo dell’amore? Quando si nasce, secondo me, si nasce a metà, perché nell’origine si era una cosa insieme, poi ci ha separato il tempo, lo spazio, ma la vita diventa pienezza quando si trova l’altra metà, e io in questo sono stato fortunatissimo, per questo e per tante altre cose.

E così, in mia moglie, ho trovato l’altro pezzo di me molto presto: avevo appena fatto la maturità, e con quest’altro pezzo abbiamo fatto la strada insieme. E questo è bello perché si cresce insieme. Tanto è vero che io non mi vergogno a dire che quel che vedete qui, davanti a voi, è in gran parte il frutto del rapporto con questa mia straordinaria moglie.

Se poi mi chiedete: ma com’è che sei riuscito a stare quarantadue anni con la stessa persona, in questi tempi in cui si consuma tutto: si consumano le scarpe, gli orologi, i telefonini e anche i partner, i mariti, le mogli e perfino i fidanzati?

Debbo dire che ognuno deve trovare la sua formula nell’amore: la mia è stata questa, ma non è ripetibile, vi prego, e non pensate che tutto quello che io vi voglio dire stasera, sia la formula per la vita, o la soluzione per la pace.

Io non ho formule, non ho nemmeno risposte ai problemi del mondo, che sono immensi, ho soltanto delle domande, non ho nemmeno certezze, ho dei dubbi da porre a chi crede di avere certezze e poi non le ha. La formula del mio matrimonio è questa: grandi presenze e grandi assenze. Vi faccio anche l’esempio: io avevo già due figli piccoli, e facevo il corrispondente di guerra in Vietnam, dove non potevo tenerela famiglia perché era pericoloso. Chi di voi lo ha studiato, si ricorderà che, nel 1968, in Vietnam c’erano i vietcong che attaccavano le città, e non si poteva tenere i bambini in una zona di guerra, e così i miei stavano con la madre a Singapore, mentre io facevo il corrispondente di guerra in Vietnam, in Cambogia, nel Laos, e poi nelle guerriglie in Indonesia, in Malesia... ero sempre fuori.

Stavo via due o tre settimane e poi tornavo a casa. Ed era bellissimo tornare, perché ero pieno di piccoli regali per i bambini, e tante esperienze da raccontare a mia moglie, che a sua volta mi raccontava le sue. E questo era bello perché tutt’e due avevamo qualcosa da scambiarci. Tant’è vero che dopo un po’ di giorni mia moglie mi diceva: «Ma non hai qualche altra guerra da andare a raccontare?».

Per cui la mia formula era questa: grandi presenze e grandi distacchi. (...)

L’amore!? Una cosa che ormai è diventata così poco di moda. Chi di voi ha i capelli bianchi come me, si ricorderà che la nostra generazione, diceva «fare all’amore» e non «fare sesso». Io trovo, che se insegnassimo ai nostri figli già queste espressioni, avremmo fatto qualcosa di interessante. Avremmo riportato nella vita quella cosa stupenda e meravigliosa che è l’amore. Qualcosa che è più grande della materia.

Qualcuno dirà: «Ma il sesso è importante!».
Lo dite a me che ho 63 anni e ho girato il mondo?
Ma è la cantina, non è l’ultimo piano!
Molti giovani oggi hanno paura a dire: «Sono innamorato, ti amo!»
Perchè pensano che sia una debolezza, una vulnerabilità, uno sdilinquimento che non è una forza. Io trovo che se riparliamo d’amore è bellissimo, e il mio messaggio ai giovani è: vi prego, riscoprite la voce del cuore, la testa è bella, la testa è importante, ma la ragione non è tutto! Dobbiamo ascoltare il cuore e il cuore parla con la voce uguale. Mussulmani, cristiani, ottentotti, il cuore è uguale dappertutto. Non c’è un cuore orientale e un cuore occidentale, non c’è una psiche orientale e una psiche occidentale: noi siamo dentro la psiche che è uguale dappertutto. La vita è una, una! Questa piccola straordinaria vita è parte di una cosa meravigliosa, dell’universo...

E questo, ritornando nella natura, è una cosa che sento molto. Io, ora, me lo sono permesso: ho 63 anni e vivo in mezzo alla natura. Cosa che suggerisco a tutti di fare.(...)

Certi grandi dicono che la miglior forma di comunicazione è il silenzio. E le parole spesso sono trappole.
Vi faccio un esempio con una parola che tutti, tutti, tutti conosciamo. La parola “amore”.

A volte è una cosa meravigliosa, a volte una grande sofferenza, a volte una grande gioia, a volte una grande forza, a volte un fuoco, a volte un senso di insufficienza... amore.

Amore: tutto lì? Tutte queste cose? Tutte lì? In questa scatolina della parola? L’amore è molto di più di quella parola, eppure non troviamo altro modo di esprimerlo che con quella parola. (...)

Io non sono consumista, ho una sola moglie che non ho mai rottamato e con la quale sto insieme da 42 anni.
Quando feci conoscere questa mia moglie ai miei genitori dicendogli che era tedesca, il mi’ babbo la guardò come se ci avesse in testa un elmetto con scritto “ss”, e la mi’ mamma aggiunse: «La ‘un è nemmeno della nostra religione».

Questo voleva dire essere tedesco a Firenze 45 anni fa. Oggi è tutto superato, si può viaggiare in giro con questo euro senza frontiere e senza nemmeno passaporti. È una bella storia.

*** TizianoTERZANI, 1938-2004, giornalista, scrittore, L'amore spiegato da Tiziano Terzani, 'L'Espresso', 4 febbraio 2015, qui. Testo tratto da Mario Bertini, a cura, Le parole ritrovate, Editrice La Scuola, 2015 - Si tratta di 4 interventi fatti a Firenze e dintorni tra il febbraio e il marzo del 2002, accompagnati da una rassegna di fotografie. A stanare il giornalista dal suo rifugio sull’Himalaya e a convincerlo a reimmergersi tra la folla era stato non tanto l’attentato alle Torri Gemelle quanto la rabbiosa risposta di Oriana Fallaci nel volume La rabbia e L’orgoglio. Terzani, sin dai sui esordi come corrispondente per diversi giornali, tra cui “L’Espresso”, coltivò un’instancabile curiosità per il continente asiatico, di cui divenne profondo conoscitore. Per questo dei tragici eventi dell’11 settembre 2001 afferrò subito il pericolo universale: lui, che gli uomini di Bin Laden li aveva incontrati, si fece così «pellegrino di pace», testimoniando davanti a tante platee del Belpaese la sua esperienza: «Ci sono milioni e milioni di persone che oggi, nel mondo, non vogliono vivere come noi […] che non vogliono la nostra libertà. 
Queste persone sono anche tra di noi. Sarà bene ascoltarle, forse» (Enrica Murru).


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#RITAGLI / Futuro, prevederlo (Annamaria Testa)

(...) Volete farvi un’idea di chi sono i futurologi e quali sono i maggiori centri di ricerca sul futuro? In fondo a questa pagina di Wikipedia trovate elencati i più importanti. Ma è la BBC a dirci quello che probabilmente tutti siamo più curiosi di conoscere: a saper fare le previsioni migliori non sono tanto i superesperti, quanto le persone dotate di un alto grado di apertura mentale (peraltro questo è, insieme all’introversione, uno dei due tratti che nel Big Five, uno dei più accreditati modelli della personalità, è correlato con la creatività).
In termini psicologici, essere mentalmente aperti significa saper affrontare l’incertezza, essere capaci di esaminare le questioni da molte prospettive, non avere preconcetti, essere pronti a cambiare idea e saper evitare le trappole mentali (bias) che possono fuorviare anche le persone più accorte.

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, Prevedere il futuro, blog 'nuovoeutile'

LINK articolo integrale qui


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#VIDEO #HUMOR / Capodanno 2016, discorso (Natalino Balasso)


Natalino BALASSO, 1960
attore, comico, scrittore
Discorso Capodanno 2016
video 14min09

L'appuntamento annuale con un sorriso... (mf)

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sabato 2 gennaio 2016

#PIN / Troppo potere-su (MasFerrario)


#CIT / Il sole, la luna (Anonimo)

(da facebook)

#HUMOR / Questa relazione mi sta consumando

(autore sconosciuto, via pinterest)

#IMMAGINI_IMPATTO / Albero a sedia

(thisisstunning, via pinterest)

#MOSQUITO / Interdipendenza (Daisaku Ikeda, Martin L. King, Martin Buber)

Tutti gli esseri e i fenomeni esistono o si manifestano solo grazie alla loro relazione con altri esseri e fenomeni. Niente esiste in isolamento, indipendentemente da altre vite. (...) 
*** Daisaku IKEDA, 1928, maestro buddista giapponese, attuale terzo presidente della Soka Gakkai International

° ° °

Siamo tutti in una rete ineludibile di mutualità a causa della struttura interconnessa della realtà (...)
*** Martin Luther KING, 1929-1968, pastore protestante, politico, attivista statunitense

° ° °

Ho bisogno di un Tu per divenire: diventando Io, dico Tu. Ogni vita reale è un incontro.
*** Martin BUBER, 1878-1965, filosofo, teologo e pedagogista austriaco naturalizzato israeliano.

(Citazioni di Alessandro Gilioli, facebook, 1 gennaio 2016, qui)


Ubuntu

In Mixtura 1 altro contributo di Martin Luther King qui

#SENZA_TAGLI / Ansia, può salvarci la vita (Ilaria Betti)

Chi soffre d'ansia può faticare a credere che quel "nemico" possa avere, in qualche modo, un effetto benefico. Eppure, secondo un nuovo studio, l'ansia si comporterebbe come un sesto senso e ci renderebbe più vigili e più capaci di fiutare il pericolo, "salvandoci la vita", in momenti di crisi.

La ricerca, pubblicata sulla rivista "eLife", è stata condotta dal French Institute of Health and Medical Research. 
Monitorando l'attività cerebrale di 24 volontari, ai quali è stato chiesto di guardare dei volti di persone arrabbiate o tranquille, gli studiosi hanno notato che l'area collegata all'azione nel cervello degli ansiosi si attivava molto velocemente, in circa 200 millisecondi. I partecipanti più nervosi sono risultati essere anche i più bravi nel riconoscere i volti "pericolosi" e nel correre, dunque, ai ripari.

"Una reazione così veloce può avere a che fare con l'istinto di sopravvivenza", spiega l'autrice dello studio, Marwa El Zein. Durante l'esperimento, infatti, i volontari più ansiosi hanno avuto la tentazione di scappare di fronte ad un volto che li fissava direttamente negli occhi. 
Secondo la ricercatrice, questo comportamento può essere un lascito della storia della nostra evoluzione come esseri umani: "Abbiamo passato molto tempo accanto a predatori che potevano attaccare, mordere o pungere. La reazione rapida, da parte di chi aveva già provato quella paura, ci ha aiutato, nel corso dell'evoluzione, ad evitare quel pericolo", ha affermato. L'ansia, dunque, non è sempre qualcosa che ci paralizza e che ci impedisce di agire: a volte, può rivelarsi un'ottima bussola che ci impedisce di cadere nelle trappole.

*** Ilaria BETTI, giornalista, "L'ansia è un sesto senso, può salvarti la vita": una ricerca rivela un effetto benefico del sentirci sempre ansiosi, 'L'Huffington Post', 30 dicembre 2015, qui



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#LINK / Pedofilia, un'inchiesta sorprendente (Davide Turrini)

430mila file pedopornografici scaricati da oltre 95mila uomini: sono i dati sconvolgenti di una mega inchiesta svolta in dieci mesi dal quotidiano norvegese VG. I risultati lasciano di stucco per come la pratica di scaricare illegalmente file che contengano materiale video di violenza sui minori sia diffusa a macchia d’olio in ogni angolo del globo nonostante indagini giudiziarie, condanne dei tribunali, ammonimenti e controlli in rete.

*** Davide TURRINI, giornalista, Pedofilia online, l’inchiesta dalla Norvegia: in testa alla classifica di chi scarica file illegali Germania e Usa, 'Il Fatto Quotidiano - F2 Magazine', 30 dicembre 2015

LINK articolo integrale qui

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#VIDEO / Arte vetraria, come si crea una brocca



Poche parole: che meraviglia!Seguici su Video Assurdi
Posted by Video Assurdi on Mercoledì 30 dicembre 2015

video 1min39

Come si crea una brocca di vetro...
Neanche due minuti, tutti da gustare: la bellezza del vetro e la sapienza dell'arte vetraria.  (mf) 

venerdì 1 gennaio 2016

#CIT / Chi vuol esser lieto, sia (Lorenzo de' Medici)

Lorenzo DE' MEDICI, 1449-1492
signore di Firenze dal 1469 al 1942
politico, scrittore, poeta, umanista

Nasce il 1 gennaio 1449...

#LIBRI PIACIUTI / Un'ipotesi di violenza, di Dror Mishani (recensione di Massimo Ferrario)

Dror A. Mishani, "Un'ipotesi di violenza", 2013, Guanda, 2015
traduzione di Elena Loewenthal
pagine 299, € 18.50, ebook € 9,99

Due casi intrecciati, un 'puzzle' che cattura
Una scrittura calma, ma precisa e ben costruita, che procede mettendo in fila i fatti quasi con noncuranza, senza clamore, mescolando, con combinazione abile, azione crescente e tratteggio fine dei personaggi. 
E poi una storia che si sviluppa attorno a due casi, intrecciati, che producono un 'puzzle' che avvince e invita a correre verso il finale per capire come le tessere riusciranno a incastrarsi. 

Sono queste, a me paiono, le caratteristiche di questo secondo volume dello scrittore israeliano Dror Mishani e del suo simpatico protagonista, il poliziotto Avraham Avrham: e sono peraltro una conferma dell'impronta assai personale dell'autore, già emersa con il primo romanzo della serie (Un caso di scomparsa). 
Anche stavolta colpisce l'umanità del poliziotto, che risolve i casi pur compiendo errori, aiutato da intuito, intelligenza e ostinazione, ma spesso anche buttato fuori strada da una certa frettolosità di giudizio che gli restringe le ipotesi o gliele riduce a tesi troppo convinte.

Tutto parte da una bomba trovata in una valigia nel giardino di un asilo nido. Per giungere a risolvere questo e gli altri enigmi collegati l'ispettore Avraham deve combattere contro la diffidenza che gli provoca Uzan, il primo sospettato; poi contro l'arroganza di Chava, la maestra d'asilo, che sembra nascondere fatti importanti; e infine contro la compassione di Chaiim, un povero padre che vende panini negli uffici e si trova ad allevare da solo i due bambini piccoli dopo che la moglie sembra essere misteriosamente sparita. Tutto questo mentre attorno a lui due donne, diverse per ruolo ma entrambe per lui significative, gli inquietano la psicologia: Ilana, un'amica, ma anche l'ispettrice di polizia che ha dovuto scrivere una relazione non del tutto priva di sottolineature negative per come era stato condotto da lui il caso precedente; e Marianke, la possibile futura sposa in procinto di trasferirsi in Israele dal Belgio per il matrimonio, ma che sembra tergiversare o addirittura inspiegabilmente ritrarsi dal rapporto.

Tutti i personaggi sono seguiti con un'attenzione e una partecipazione non frequenti nei racconti polizieschi, in genere proiettati a sviluppare in velocità la vicenda nei suoi aspetti più drammatici. Ma una segnalazione particolare merita la descrizione minuta e approfondita, a tratti commovente, della figura umanissima anche se per molti aspetti oscura, di Chaiim e della sua vita solitaria, tutta presa dall'affetto per i figli.
Non bisogna essere provvisti di particolari abilità profetiche per immaginare che l'ispettore Avraham avrà vita lunga e darà ulteriori soddisfazioni al suo autore con il filone poliziesco aperto con indubbio successo.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Bisogna solo aprire gli occhi e osservare, pensò. Alla fine tutti i punti si congiungeranno. 
In ogni indagine c’è un momento in cui si ha l’impressione che il quadro d’insieme non si delineerà mai. Che ci sono troppi dettagli, che sono troppo strani, lontani l’uno dall’altro come persone sedute sulla spiaggia. Tutto immerso nel buio o nella nebbia. Ma dopo un po’ i nessi si delineano e il quadro risulta chiaro. Nel buio si accende improvvisamente un nuovo punto luminoso che svela anche gli altri, i particolari assumono un volto diverso, si caricano di significati, si congiungono. Quel che prima pareva incomprensibile diventa chiaro. Questa volta toccò a una piccola valigia contenente una falsa bomba senza carica esplosiva. E una persona che era fuggita zoppicando. Una tuta da ginnastica con il cappuccio, una telefonata minatoria fatta da una voce femminile. Una maestra d’asilo che aveva tenuto nascosta la telefonata, che forse faceva del male ai bambini ma forse no, e dei piccini, alcuni dei quali non parlavano ancora. C’erano inoltre degli strani dettagli che forse non erano legati fra loro: un indiziato che da quando era stato rilasciato usciva di casa solo per andare all’ospedale a dar da mangiare a sua madre e una donna straniera andata nelle Filippine per occuparsi di suo padre. In fondo erano partite due donne, una diretta a casa sua in Estremo Oriente e l’altra verso una destinazione ignota. (Dror A. Mishani, Un'ipotesi di violenza, 2013, Guanda, 2015)

Avraham la conosceva davvero bene. Era questa la prima regola del comandante Ilana Lis, la prima donna comandante nella storia del dipartimento investigativo del distretto di Tel Aviv: bisogna prendere in considerazione qualunque eventualità, in particolar modo quando una di esse sembra più ragionevole delle altre. E raccontare su ogni evento più versioni possibile. Spesso quella più ricca di particolari era quella vera, ma non era sempre e necessariamente così. (Dror A. Mishani, Un'ipotesi di violenza, 2013, Guanda, 2015)

Si ricordò che mentre lavoravano a uno dei loro primi casi insieme, un’indagine sul maltrattamento di anziani in un ospizio di Holon, Ilana gli aveva chiesto: «Sai qual è la differenza fra gli uomini e gli animali? Che gli uomini parlano. Non possono fare a meno di parlare, mi segui? Se hai pazienza e fai le domande giuste, alla fine tutti cominciano a parlare». (Dror A. Mishani, Un'ipotesi di violenza, 2013, Guanda, 2015)
»

#VIDEO / Carosello, l'ultima sigla


Carosello
Vi ricordate questa sigla? Il 1 gennaio del 1977 veniva trasmessa l'ultima puntata del "Carosello"
Posted by 3nz.it on Venerdì 1 gennaio 2016

La sigla di CAROSELLO
3nz- RepTV
video 0min21

Un amarcord per chi ha anni per ricordare: il 1 gennaio del 1977 veniva trasmessa l'ultima puntata di "Carosello"... (mf)

#CIT / Sulla birra (Benjamin Franklin, Martin Lutero)

Benjamin FRANKLIN, 1706-1790
scienziato e politico statunitense
uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti
Birra è la prova che Dio

° ° °

Martin LUTERO, 1483-1546
teologo tedesco, iniziatore della Riforma protestante
Beviamo birra!

In Mixtura i contributi di Benjamin Franklin qui
In Mixtura ark #Cit qui

#BIGLIETTI AUGURALI / Proveremo (M. Ferrario)

Proveremo
a dare tempo al tempo.
Scopriremo
che è come dare vita alla vita.
E capiremo
- così, finalmente –
che appunto questa è la
vi(t)a.

*** Massimo Ferrario, Proveremo, auguri agli amici,  dicembre 1998


#SPOT / Verso il nuovo anno, con brivido (Tatyana Druz)

Tatyana Druz
(via pinterest)

#BIGLIETTI AUGURALI / insolitiauguri (Tiziana Campodoni)

auguri a chi non ha lavoro
a chi non spera più
a chi fugge da ogni guerra
a chi non sa se riuscirà a scendere da un barconi
a chi non è mai stato in vendita
a chi è capace di tacere, ascoltare, urlare, indignarsi
a chi non fa lo splendido e non usa le persone
a chi ha un dolore e sa piangerlo
a chi ha salvato la tenerezza nel suo cuore
a chi sa amare e a chi ha paura di farlo
a chi ha scelto di pensare da sè e di essere libero
a chi non mente, a chi è responsabile,
a chi rispetta il dovere e per questo sa rispettare i diritti
a chi difende la Costituzione e sa imparare dal passato
a chi non dà sempre la colpa ad un altro
a chi è solo e a chi solo si sente
a chi non si arricchisce sulla povertà altrui
a chi difende gli ultimi, i deboli, chi non ce la fa
a chi s’è mantenuto umano e per questo è, da sempre,
“dalla parte del torto”.

“Date parole al vostro dolore altrimenti il vostro cuore si spezza” ‪#‎Shakespeare‬
la mente si offusca, la volontà si fiacca, il grigiore dilaga…

Vi auguro di aver la forza di piangere
di trasformare le lacrime in parole
di ritrovare il coraggio di vivere, la forza e il pudore nell’esprimerlo
la capacità di pensare e la lucidità per affrontare il vero e la realtà
la comprensione e l’innocenza di andare incontro agli altri
la dignità di lottare per ciò che è giusto e non per quel che fa comodo
la gioia di scoprire lo scorrere delle emozioni autentiche
la meraviglia di sentire insieme a qualcuno e amare.

*** Tiziana CAMPODONI, Insolitiauguri, in 'Tiziana Campodoni - Blue Moon', 31 dicembre 2015, qui


#VIDEO / Capodanno, di Fantozzi (1975) (Paolo Villaggio)


Il Capodanno di Fantozzi
dal film Fantozzi, 1975, con Paolo Villaggio, diretto da Luciano Salce
video, 8min12

Fantozzi è un film del 1975 diretto da Luciano Salce. È il primo capitolo della celeberrima saga che narra le vicissitudini del travet Ugo Fantozzi, ideato e interpretato da Paolo Villaggio.

Insieme al successivo Il secondo tragico Fantozzi, è universalmente considerato l'apice della serie e vede la partecipazione di attori che ricorreranno negli episodi a venire: Plinio Fernando, Anna Mazzamauro, Liù Bosisio e Gigi Reder tra tutti. 
L'opera ricalca in maniera abbastanza fedele le vicende descritte nei due best seller scritti da Villaggio, l'omonimo Fantozzi e Il secondo tragico libro di Fantozzi, incentrati proprio sulla figura dello sfortunato e goffo ragioniere. 
Ugo Fantozzi può considerarsi, in forma caricaturale, il simbolo del ceto medio italiano degli anni settanta, infelice e frustrato sia sul posto di lavoro che in ambito familiare.
(dalla presentazione su youtube)