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martedì 19 aprile 2016

#SPILLI / Trivelle, numeri e fatti (M. Ferrario)

E' un fatto che il referendum Trivelle è stato perso dai sostenitori del Sì. Perché il quorum non è stato raggiunto. E questo è ciò che conta.
Punto. A capo.

* Alle elezioni del 2013 (segretario Pd, Bersani) il Pd raccolse 8,6 milioni di voti.
* Alle europee del 2014 (segretario Pd, Renzi) il Pd raccolse 11,1 milioni di voti.
* Al Referendum Trivelle dell'altro ieri il Sì ha raccolto 13,5 milioni di voti, il No ha raccolto 2,3 milioni di voti. 
In totale i votanti al referendum Trivelle sono stati 15,8 milioni.

Sono 15,8 milioni di cittadini che non hanno seguìto l'indicazione di Renzi. 
Il quale, con il supporto di Napolitano, aveva invitato all'astensione (primo caso nella storia italiana di presidente del consiglio e di presidente emerito della Repubblica che non promuovono il voto)
Peraltro, l'informazione Tv sul referendum è stata latitante. 
Così come, sulla latitanza della tv, è stata assente l'autorità garante per le comunicazioni (Agcom)

Sono fatti.
Punto. A capo.

*** Massimo Ferrario, Trivelle, numeri e fatti, facebook, 19 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Trivelle, democrazia e 'ciaone' (Michela Murgia)

Considerato il fatto che in questioni di principio raramente mi sono trovata dalla parte dei vincenti, se c'è una cosa che ho imparato in politica è che l'unica sconfitta davvero seria non è quando non si vince, ma quando non si impara. 

Chi grida all'inutilità del referendum perché non si è raggiunto il quorum forse non capirà mai che da Leonida in poi le battaglie che hanno un senso lo mantengono a prescindere dal loro risultato, e quella sul modello di sviluppo energetico è sicuramente una di queste. A chi invece, colto da preoccupazioni ragionieristiche, mi fa il conto di quanti milioni è costata la consultazione referendaria, ricordo che la dittatura, avendo eliminato tutte le consultazioni, secondo il criterio della spesa risulterebbe il sistema più economico di tutti. 

Chi tra i miei contatti dice che "ha vinto la democrazia", non ha capito che "democrazia" è quella cosa che si realizza quando tutti coloro che sono chiamati a partecipare a una scelta possiedono le informazioni per valutare o almeno la possibilità di acquisirle. Nella settimana precedente quella della consultazione, per esempio, il TG1 - la fonte di informazione principale della maggioranza degli italiani - ha dedicato al referendum 13 minuti. 

Tredici minuti. 
In una settimana. 

C'è di che compiacersi?
I sistemi di governo in cui l'ignoranza dei fatti è il requisito di base del perfetto cittadino si chiamano regimi. In democrazia i risultati raggiunti negando a chi deve scegliere l'accesso alle informazioni essenziali si possono definire in molti modi, tranne vittorie. 
Per questo chi ha gioito dell'astensione, chi ieri ha fatto del #ciaone la sua cifra civica, non ha un problema: è il problema. Delle trivelle in un modo o nell'altro ci libereremo, se non altro perché a un certo punto gli idrocarburi finiranno. La mamma del #ciaone invece è sempre incinta.

*** Michela MURGIA, scrittrice, 'facebook', 18 aprile 2016, qui


In Mixtura altri 3 contributi di Michela Murgia (tra cui una mia recensione al suol ultimo libro, 'Chirù', Einaudi, 2015) qui

lunedì 18 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Trivelle, dopo il sabba delle insolenze (Alessandro Gilioli)

Poco fa leggevo su Facebook il commento di un mio contatto, una collega di maniere civili e di non nascoste simpatie renziane, che chiudeva le comunicazioni social per il «troppo odio» che aveva visto, diceva, sulla questione referendum.

In effetti, è stata una giornata di cesura di una stagione politica, in Italia.

Altro che trivelle entro le 12 miglia, concessioni, combustibili fossili.

È stata una giornata in cui si è visto in modo plastico come mai prima un muro di odio, sbeffeggiamenti, insulti, irrisioni, maramaldeggiamenti, controinsulti, livori, gestacci e molto altro, tra i renziani e gli antirenziani.

È stata la giornata in cui la distanza tra favorevoli e contrari al premier è diventata probabilmente incolmabile, definitiva, irrecuperabile. Perché è passata dalla categoria della politica a quella dell'emotività. Dell'odio appunto.

Naturalmente si tratta di una contrapposizione asimmetrica.

Da una parte c'è un gruppo organizzato che ha il partito di maggioranza relativa, il premier, il governo e il sottogoverno. Dall'altra parte c'è una galassia priva di una sua identità politica unitaria: un misto di sinistra e pentastellati, ma non solo. Perfino alcuni ancora nel Pd. O appena usciti, da pochi mesi o poche settimane.

Tra questi due universi si è creata oggi una contrapposizione di una virulenza mai vista prima: nemmeno sul Jobs Act, nemmeno sull'Italicum, neppure sulla riforma del Senato.

Forse è accaduto oggi perché si trattava di un referendum, quindi aveva a che fare con i comportamenti di ciascuno. Forse semplicemente perché i tempi erano maturi: mesi di contrapposizioni sempre più aspre, venute a galla in un giorno. Anzi, esplose in un giorno.

In realtà, non è che si può puntare il dito più di tanto su quel bullo sciagurato di Ernesto Carbone, con il suo già mitico #ciaone. E nemmeno su Fabrizio Rondolino, con i suoi tweet da hooligan. O su gli altri, a seguire. Il referendum è stato semplicemente un detonatore di mondi che hanno iniziato da tempo a detestarsi e poi lo hanno fatto sempre di più, fino all'esplosione di oggi.

Questo è il vero risultato del 17 aprile, ci piaccia o no.

Siamo un po' tornati, per violenza e personalizzazione della contrapposizione, a quando c'era Berlusconi. Ma lui si era autoqualificato dal '93 come leader di centrodestra, sicché la divisione in due del paese si sovrapponeva, grosso modo, con i due schieramenti politici di riferimento. Centrodestra e centrosinistra, appunto. Adesso lo scontro tra renziani e anti renziani è invece, appunto, asimmetrico.

Tuttavia nel secondo schieramento, quello avverso a Renzi, c'è una forza più forte degli altri, se mi si perdona l'allitterazione. Che è il Movimento 5 Stelle.

È quindi molto probabile che, dopo la giornata di oggi, la personalizzazione e l'imbarbarimento dello scontro portino a incanalare sempre di più in questo partito la maggior parte delle forme di avversione a Renzi. Almeno al momento del voto.

Non è né un mio augurio né una mia paura: è una probabilità che mi sembra stare nelle cose.

In ogni caso, il Pd di Renzi oggi ha perso definitivamente ogni rapporto con la sinistra. Che è sbandata e diasporizzata da anni, d'accordo, ma che da oggi sta con entrambi i piedi dall'altra parte del muro, di quel muro di odio che si è creato.

Questo non vuol dire che l'elettorato di sinistra da domani voterà in blocco il M5S. Tuttavia molto, molto difficilmente ascolterà le richieste di "voto utile", quando dal Nazareno arriveranno. E a un eventuale ballottaggio, nelle città come a livello nazionale, andrà in parte con il M5S e in parte diserterà le urne, restituendo il favore di oggi.

Lo inizieremo a vedere già con le città, tra meno di due mesi, dove andrà l'elettorato di sinistra. E non sto parlando soltanto di quello della sinistra radicale, naturalmente, che è poca cosa. Ma di un altro 10 per cento almeno di cittadini di sinistra che oggi hanno votato e che sono stati per questo sbeffeggiati e umiliati dai manganellatori di Palazzo Chigi.

Lo vedremo nelle città, Roma in testa. Ma anche Napoli. Perfino a Milano, dove il M5S quasi non esiste, Sala sta rischiando: perché una parte dell'elettorato di centrosinistra al ballottaggio andrà altrove. E a Torino il povero Fassino sta facendo come un matto per portare la campagna sulle questioni locali, facendo finta che non esista Renzi, altrimenti con Appendino va al fotofinish.

Questo è l'effetto della personalizzazione di tutto su Renzi (da lui molto benvenuta se non stimolata) unita all'arroganza e alla tracotanza della sua classe dirigente. Ma anche del premier medesimo: il "maleducato di talento", come lo ha definito Ferruccio de Bortoli. I suoi colonnelli in fondo non ne sono che imitatori, per quanto meno talentuosi.

Ecco, a proposito: per tutte le ragioni di cui sopra, io non sono affatto sicuro che quello che oggi è successo fuori dalle urne sia a somma positiva, alla fine, proprio per chi ha dato il via sghignazzando al sabba delle insolenze.

*** Alessandro GILIOLI, giornalista e saggista, Dopo il sabba delle insolenze, blog 'piovono rane', 17 aprile 2016, qui


In Mixtura altri 7 contributi di Alessandro Gilioli qui

#SENZA_TAGLI / Trivelle, 32 per cento (Simone Perotti)

32. Per cento. Uno su tre. Due su tre gli irresponsabili distratti di questo Paese in disfacimento morale. Ci fosse stato da commentare un plebiscito a favore della salvaguardia dell'ambiente, avrei attaccato la natura del quesito, la sua ambiguità, ma non avrò questo problema. Perché due italiani su tre non hanno ritenuto rilevante la questione, tanto da non prendere neppure parola.
Fosse stato per sfiducia nel suffragio, li comprenderei. Neanche io voto ormai, neghittoso e insofferente alla presa in giro del finto consenso. Ma qui, come troppo raramente accade nel Paese bello distrutto a morsi dai cani, c'era da contarsi, da misurare un sentimento collettivo verso ciò che di più caro abbiamo: l'ambiente dove viviamo. Ormai facciamo file chilometriche per comprare un nuovo oggetto, ma non sentiamo alcun richiamo per il nostro mare.
Perduta gente, spreconi di salute e di occasioni, italiani che non siamo più brava genìa, distratti, sciatti, votiamo come andiamo in spiaggia, lasciamo carte sporche sulle rive dove si arena l'orda dei migranti, con la scheda elettorale ci puliamo il sugo sulla bocca, e pare che nulla più valga la nostra attenzione. Per meritare quello che si invoca bisogna prima sentirlo, poi desiderarlo, o sarà sempre impossibile goderne. 
Italiani irresponsabili, che dalle Terre dei Fuochi non traggono insegnamento, che delle Seveso, Acna, Tav non traggono indignazione. L'occasione per fare fronte, mandare un messaggio chiaro: "il Paese va difeso", l'abbiamo perduta. Non sarebbe servito a molto, lo so, per chi difende, ma sarebbe stato un ostacolo almeno simbolico per chi attacca, che dominava già, e ora ha un motivo in più per dilagare.
Brutta pagina della nostra storia. Sempre più vicini all'ultima.

*** Simone PEROTTI, scrittore, navigatore, 'facebook', 17 aprile 2016, qui


In Mixtura altri 7 contributi di Simone Perotti qui

#SENZA_TAGLI / Trivelle, e democrazia (Stefano Greco)

Non so nulla di trivelle e di quello che avviene ai piani alti del palazzo dell'ENI. 
Non so nulla di fondali marini e delle implicazioni politiche nel business dell'energia. 
Ho cercato di informarmi e ho votato si. Anche perché nessuno mi ha detto che votando no il giorno dopo avrei pagato il carburante 0,50 al litro. 
Ma se avessero vinto i no sarei stato contento lo stesso, perché avrebbe vinto comunque l'idea di democrazia. 
Sappiamo bene che la democrazia da noi è tutta una farsa. 
Ma vedere la cabina elettorale mi da ancora l'ultima speranza che non farò la fine di Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Giovanni Amendola o non verrò prelevato da qualcuno che mi porterà nel garage olimpo (se avete lo stomaco forte, guardatevi il film).

Ecco, forse la cosa più drammatica è uccidere l'idea di democrazia con l'arma letale dell'astensione. Chi spera che le cose cambino rimanendo sul divano o stravaccato da qualche parte senza andare a votare, forse si merita di provare un regime. Moravia scrisse gli Indifferenti. La peggior specie di persone è chi lascia morire l'idea di democrazia per la quale milioni di persone hanno dato la loro vita.

*** Stefano GRECO, psicologo, formatore, consulente, 'facebook', 17 aprile 2016, qui


In Mixtura altri 2 contributi di Stefano Greco qui

domenica 17 aprile 2016

#VIGNETTE / Trivelle (Mauro Biani) / Elezioni (El Roto)

Mauro BIANI
Trivelle, 'il manifesto', 17 aprile 2016

° ° °

EL ROTO
Elezioni, 'El Pais', 'internazionale', 15 aprile 2016

#LINK / Trivelle, 6 risposte a 6 dubbi (Marina Forti)

Il referendum del 17 aprile riguarda l’estrazione di idrocarburi offshore entro le 12 miglia nautiche dalla costa. Dunque riguarda il futuro di 88 piattaforme oggi esistenti entro le 12 miglia, che fanno capo a 31 concessioni a “coltivare” (la coltivazione indica la zona dove una compagnia ha il permesso di estrarre gas o petrolio), oltre a quattro piattaforme relative a permessi di ricerca ora sospesi.  (...)

Il referendum è inutile? (...)

Se vince il sì chiuderanno piattaforme operative e perderemo posti di lavoro? (...)

Quanto petrolio e quanto gas contengono i fondali italiani? (...)

Gli idrocarburi portano ricchezza all’Italia? (...)

Le piattaforme hanno avuto una valutazione d’impatto ambientale? (...)

Ha senso continuare a puntare sulle energie fossili? (...)

*** Marina FORTI, giornalista, Sei risposte ai dubbi sulle trivelle, 'internazionale.it', 12 aprile 2016

LINK articolo integrale qui

martedì 5 aprile 2016

#RITAGLI / Referendum, caffeina civile (Erri De Luca)

(...) [D: Il governo italiano, intanto, è alle prese con le dimissioni di Guidi, coinvolta in un chiaro conflitto d’interessi per una concessione ad una società petrolifera prossima al proprio compagno, ora indagato. Una ragione in più per battersi per il referendum contro le trivelle del prossimo 17 aprile?]
Il malaffare Guidi non è un episodio isolato, ma la prassi: interessi privati in pubblico servizio con l'aggravante del danno alla salute e all'economia di una comunità. Il personale politico al potere è regolarmente corrotto e se ne infischia delle conseguenze. Le dimissioni preparano a nuovi incarichi e non all'esilio. Il 17 aprile si va a riscattare la nostra cittadinanza contro la riduzione a sudditi del satrapo di turno. Si va a riempire le urne di Sì per affermare la nostra sovranità sul mare, sui fondali, sulle coste e sull'economia della bellezza, nostra irripetibile fonte di reddito e di credito. 

[D: Il giurista Stefano Rodotà: "Con l'attacco frontale ai referendum Renzi prosegue sulla strada della passivizzazione dei cittadini". Lei è d’accordo? Viviamo un’era di democrazie incompiute?] 
Al governo serve un’astensione totale dei cittadini, una rinuncia a partecipare e interessarsi, complice una informazione che procede a reti unificate con la censura del referendum. Istigano alla diserzione dalle urne. Al governo serve l'anestesia delle coscienze per proseguire con la svendita e lo stupro del territorio, come fosse cosa sua privata. Siamo alla democrazia drogata da anestetico. Perciò il 17 aprile lo chiamerei giorno di caffeina civile, giorno di adrenalina e di pronto soccorso al nostro suolo. Non è un voto contro il governo, è il voto di chi vuole bene al suo Paese. 

[D: In Italia è in atto una torsione autoritaria o siamo a semplici boutade giornalistiche?] 
Questo governo, anch'esso non uscito da urne, gode di una congiuntura favorevole: ha maggioranze parlamentari variabili dovute al fine corsa di Forza Italia che vuole sfruttare tutta la durata della legislatura. Da questa posizione irripetibile di vantaggio il governo spadroneggia. Il guasto del nostro Paese è la corruzione. Questa è la tirannia penetrata nelle fibre della società, che produce inerzia. Attribuisco al 17 aprile un' importanza superiore al quesito del referendum: assume il senso di un risveglio di cittadinanza oppure, l’alternativa, la sottomissione all’emiro nostrano. Chi sta con le trivelle in mare vede l'Italia come un suo emirato. (...)

*** Erri DE LUCA, scrittore, intervistato da Giacomo Russo Spena, Erri De Luca: “Referendum, caffeina civile contro l’anestesia delle coscienze”, 'MicroeMega online', 4 aprile 2016

LINK intervista integrale qui


In Mixtura altri 6 contributi di Erri De Luca qui

venerdì 25 marzo 2016

#SENZA_TAGLI / Referendum Trivelle, 7 falsità (Giorgio Maran)

Domenica 17 aprile 2016  si vota per il referendum contro le trivellazioni in mare. Se vincerà il sì, come auspichiamo, sarà abrogato l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente, dove si prevede che le trivellazioni continuino fino a quando il giacimento lo consente. 
La vittoria del sì bloccherà tutte le concessioni per estrarre il petrolio entro le 12 miglia dalla costa italiana, alla scadenza dei contratti. 
Non saranno interessate dal referendum tutte le 106 piattaforme petrolifere presenti nel mare italiano per estrarre petrolio o metano, ma solamente il giacimento Guendalina (Eni) nell’Adriatico, il giacimento Gospo (Edison) nell’Adriatico e il giacimento Vega (Edison) davanti a Ragusa, in Sicilia.

L’Italia si è già presa questo impegno già dalla Conferenza di Parigi, insieme ad altri 185 (!) paesi, al fine di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi entro il 2020. Non mantenere questo impegno vuol dire lasciare una situazione deteriorata a chi verrà dopo di noi. In più, bisogna sapere che a pagare di più per le catastrofi ambientali saranno proprio quelli con meno mezzi per difendersi. I poveri insomma. Ma per rispettare gli impegni qualcosa va fatto: ad esempio dobbiamo lasciare dove sono, parte delle fonti fossili che già conosciamo. L’Italia si è già presa questo impegno.

Con questa consapevolezza procediamo per punti, partendo dagli argomenti di chi è favorevole alle trivelle.
1. Smettere di trivellare significa dover importare idrocarburi, legandoci mani e piedi a Putin o al caos libico. FALSO.
Innanzitutto il referendum è su giacimenti di gas, i cui consumi sono in continuo calo (e con essi la produzione nazionale di gas), quindi una diminuzione della produzione di fonti fossili può essere compensata da un risparmio energetico che è anche la soluzione migliore dal punto di vista ambientale, economico e occupazionale.
Ovviamente questo calo del fabbisogno di gas ha avuto delle ripercussioni: dal 2017 in poi sono almeno 60 le centrali che dovremo chiudere. In sostanza abbiamo il parco di centrali a turbogas migliore d’Europa ma lo usiamo pochissimo a causa del boom delle rinnovabili, dell’aumento di efficienza del sistema e dell’assenza di un piano energetico nazionale (l’ultimo è di 40 anni fa). Infatti anche i teorici della realpolitik possono mettersi il cuore in pace: la dipendenza energetica italiana non è mai stata così bassa dal 1990, anche grazie alle fonti rinnovabili che sono passate dal soddisfare il 5% dei consumi finali lordi di energia del 2005, al 21% del 2014 (avevamo un obiettivo al 17% al 2020). Dovremmo piuttosto pensare a spostare verso il settore elettrico molti degli usi finali che attualmente non lo sono, come ad esempio la mobilità e la climatizzazione degli ambienti.

2. Il referendum sulle trivelle è come quello sul nucleare del 2011, votando SI’ perderemmo un’occasione come allora. FALSO
Il NO al nucleare del 2011 è stata una scelta lungimirante. Niente scorie, disastri e investimenti e tempi fuori controllo per la costruzione di centrali. Per contro, il NO al nucleare ha reso possibile il decollo delle energie rinnovabili: il fotovoltaico produce oggi una quantità di energia paragonabile a quella che avrebbero generata due reattori nucleari che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero stati pronti nel 2025. Non a caso chi aveva in programma di costruire nuovi impianti, come l’Inghilterra con Hinkley Point, è in un mare di guai.

3. Le piattaforme ci sono già e non inquinano, quindi non ci sono problemi ambientali. FALSO
Come dimostrano i dati ISPRA per il triennio 2012-2014 diffusi da Greenpeace la situazione ambientale non è delle più rosee: ben oltre il 70% delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Cioè gli Standard di Qualità Ambientale vengono sistematicamente superati, spesso per sostanze cancerogene in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo l’uomo.

4. Ma allora voi pensate di fare immediatamente a meno delle fonti fossili e di usare solo le rinnovabili, è impossibile. FALSO
Siamo in una fase di transizione e abbiamo di fronte una scelta: continuare ad investire in ricerca di fonti fossili oppure accelerare verso il futuro e porci come paese che, per una volta, guidi l’inevitabile transizione energetica e non la subisca. Per questo la strategia del governo Monti prima e di quello Renzi poi penalizzano l’innovazione tecnologica e la ricerca e sono profondamente sbagliate. Anche perché i risultati delle rinnovabili sono incredibili: le rinnovabili nel 2014 in Italia hanno generato il 38% dell’elettricità complessivamente prodotta, il 33% dell’elettricità consumata e il 21% dell’energia totale consumata. Ma questo grazie soprattutto agli sforzi fatti prima del 2011. Questa crescita dei volumi ha ovviamente portato un calo drastico dei costi e ha reso il fotovoltaico e le altre rinnovabili un’alternativa competitiva: il rapporto di Lazard (una banca d’affari non un commando ecologista) dice che, dal 2009 ad oggi, negli USA il costo del fotovoltaico è sceso dell’82% e quello dell’eolico del 61%. Ormai sono competitive con le fonti fossili (e molto di più del nucleare).

5. Lo stop alle trivelle ci farà perdere un sacco di posti di lavoro. FALSO
Qualcuno ha detto che il referendum mette a rischio posti di lavoro e quindi bisogna schierarsi a favore delle trivelle. Oltre che una battaglia di retroguardia, è anche una battaglia sbagliata. Con un Pil italiano che dal 2000 ad oggi è cresciuto con fatica, le rinnovabili sono uno dei pochi settori i cui consumi sono in forte crescita (tra l’altro smentendo l’adagio per cui per fare sviluppo bisogna necessariamente consumare più energia).
In più, i posti di lavoro legati alle rinnovabili sono tutt’altro che trascurabili: 7,7 milioni nel mondo nel 2014 e con un ritorno, per ogni 1$ investito, tre volte maggiore in termini occupazionali.

6. Se non trivelliamo noi, trivella la Croazia e si prende tutti i vantaggi lasciandoci il rischio ambientale. FALSO
A fine ottobre 2015 il premier socialdemocratico uscente Zoran Milanovic aveva rinviato a dopo le elezioni ogni pronunciamento sul progetto delle trivellazioni in Adriatico e, nel gennaio 2016, il nuovo premier conservatore ha confermato lo stop.

7. Se smettiamo di trivellare e diminuisce la nostra produzione, aumenterà il traffico delle petroliere nei nostri mari per le importazioni. Verrà così vanificato il vantaggio ambientale e sopporteremo costi più alti. FALSO
Innanzitutto non è detto che le importazioni debbano aumentare, anzi (vedi punto 1). Gli impianti coinvolti dal referendum estraggono gas naturale che arriva in Italia in larghissima maggioranza attraverso i gasdotti che portano il gas da Russia, Olanda e Norvegia, Libia e Algeria. Nel 2015 solo il 9,9% del gas importato in Italia è arrivato via mare in forma liquida (GNL) presso i rigassificatori di La Spezia, Rovigo e Livorno. Quindi nessuna invasione delle petroliere nel mediterraneo.

*** Giorgio MARAN (con la collaborazione di Gianluca Ruggieri), Referendum NoTriv: 7 falsi motivi con cui vogliono convincerci ad andare al mare invece di votare, 'possibile', 23 marzo 2016, qui

martedì 15 marzo 2016

#LINK / Referendum Trivelle, cosa prevede (internazionale)

Da qualche mese in Italia si parla del referendum contro le trivellazioni, promosso da nove consigli regionali, appoggiati da numerosi movimenti e associazioni ambientaliste tra cui il coordinamento No Triv. Il referendum si terrà il 17 aprile. Ecco cosa prevede e gli effetti che può avere. (...)

*** internazionale, Cosa prevede il referendum sulle trivelle, 24 febbraio 2016

LINK qui

foto di Francesco Alesi, Greenpeace

mercoledì 9 marzo 2016

#RITAGLI / Referendum Trivelle, votare sì (Rossella Muroni)

Il 17 aprile 2016 il popolo italiano sarà chiamato a votare per il referendum contro le trivellazioni in mare. L’invito è di votare SI’ per abrogare la norma introdotta dall’ultima legge di Stabilità che permette alle attuali concessioni di estrazione e di ricerca di petrolio e gas, che si trovano nella zona di mare vicina alla costa, di non avere più scadenza. Con la legge di Stabilità 2016, infatti, le licenze già in essere entro le 12 miglia dalla costa sono diventate “sine die”.  

Le trivelle sono il simbolo tecnologico del petrolio: vecchia energia fossile causa di inquinamento, dipendenza economica, conflitti, protagonismo delle grandi lobby. Alla maggioranza degli italiani non sfuggirà, forse, che la posta in gioco sullo scacchiere libico, con l’eventuale intervento militare del nostro Paese, non è certo la democrazia del popolo libico, ma il petrolio contenuto nel sottosuolo! E allora la vera sfida di questo referendum è quella di far esprimere gli italiani sulle scelte energetiche strategiche che deve compiere il nostro Paese, in ogni settore economico e sociale per un’economia più giusta, rinnovabile e decarbonizzata. 

Va detto subito, però: noi di questo referendum avremmo fatto volentieri a meno. Essere giunti a un voto popolare su un tema così complesso e una norma così specifica dimostra, innanzitutto, l’incapacità del Governo di ascoltare le istanze territoriali e di indicare in maniera chiara e stabile qual è il futuro energetico del nostro Paese. La battaglia referendaria, inoltre, polarizza le posizioni e allontana un dialogo già faticoso e spesso frustrante con quel pezzo di classe politica e imprenditoriale che crede davvero che il petrolio e le fonti fossili rappresentino il futuro così come è stato nel ‘900. 

È evidente che per la ristrettezza del tempo a disposizione è difficilissimo far sapere agli italiani quando e per cosa si vota: ma noi ci proviamo, scommettendo su tutti i cittadini che vorranno far sentire la loro voce e si mobiliteranno per il voto. Al Referendum del 17 Aprile inviteremo i cittadini a votare SI’. Perché vogliamo che il nostro Paese prenda con decisione la strada che ci porterà fuori dalle vecchie fonti fossili, innovi il nostro sistema produttivo, combatta con coerenza l’inquinamento e la febbre del Pianeta. Il vero quesito è: “vuoi che l’Italia investa sull’efficienza energetica, sul 100% fonti rinnovabili, sulla ricerca e l’innovazione?”. Per pochi barili di petrolio non vale certo la pena mettere a rischio il nostro ambiente marino e terrestre ed economie importanti come la pesca e il turismo, vere ricchezze del nostro Paese. Intanto, mancano strategia e scelte concrete per realizzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dalla COP21 nel vertice di Parigi per combattere i cambiamenti climatici, in cui si è sancita la volontà di limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5°C.  (...)

*** Rossella MURONI,  presidente di Legambiente, Referendum trivelle, l’appello del Comitato per il Sì, 'La Stampa', 7 marzo 2016


LINK articolo integrale qui