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martedì 19 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Trivelle, democrazia e 'ciaone' (Michela Murgia)

Considerato il fatto che in questioni di principio raramente mi sono trovata dalla parte dei vincenti, se c'è una cosa che ho imparato in politica è che l'unica sconfitta davvero seria non è quando non si vince, ma quando non si impara. 

Chi grida all'inutilità del referendum perché non si è raggiunto il quorum forse non capirà mai che da Leonida in poi le battaglie che hanno un senso lo mantengono a prescindere dal loro risultato, e quella sul modello di sviluppo energetico è sicuramente una di queste. A chi invece, colto da preoccupazioni ragionieristiche, mi fa il conto di quanti milioni è costata la consultazione referendaria, ricordo che la dittatura, avendo eliminato tutte le consultazioni, secondo il criterio della spesa risulterebbe il sistema più economico di tutti. 

Chi tra i miei contatti dice che "ha vinto la democrazia", non ha capito che "democrazia" è quella cosa che si realizza quando tutti coloro che sono chiamati a partecipare a una scelta possiedono le informazioni per valutare o almeno la possibilità di acquisirle. Nella settimana precedente quella della consultazione, per esempio, il TG1 - la fonte di informazione principale della maggioranza degli italiani - ha dedicato al referendum 13 minuti. 

Tredici minuti. 
In una settimana. 

C'è di che compiacersi?
I sistemi di governo in cui l'ignoranza dei fatti è il requisito di base del perfetto cittadino si chiamano regimi. In democrazia i risultati raggiunti negando a chi deve scegliere l'accesso alle informazioni essenziali si possono definire in molti modi, tranne vittorie. 
Per questo chi ha gioito dell'astensione, chi ieri ha fatto del #ciaone la sua cifra civica, non ha un problema: è il problema. Delle trivelle in un modo o nell'altro ci libereremo, se non altro perché a un certo punto gli idrocarburi finiranno. La mamma del #ciaone invece è sempre incinta.

*** Michela MURGIA, scrittrice, 'facebook', 18 aprile 2016, qui


In Mixtura altri 3 contributi di Michela Murgia (tra cui una mia recensione al suol ultimo libro, 'Chirù', Einaudi, 2015) qui

lunedì 18 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Trivelle, dopo il sabba delle insolenze (Alessandro Gilioli)

Poco fa leggevo su Facebook il commento di un mio contatto, una collega di maniere civili e di non nascoste simpatie renziane, che chiudeva le comunicazioni social per il «troppo odio» che aveva visto, diceva, sulla questione referendum.

In effetti, è stata una giornata di cesura di una stagione politica, in Italia.

Altro che trivelle entro le 12 miglia, concessioni, combustibili fossili.

È stata una giornata in cui si è visto in modo plastico come mai prima un muro di odio, sbeffeggiamenti, insulti, irrisioni, maramaldeggiamenti, controinsulti, livori, gestacci e molto altro, tra i renziani e gli antirenziani.

È stata la giornata in cui la distanza tra favorevoli e contrari al premier è diventata probabilmente incolmabile, definitiva, irrecuperabile. Perché è passata dalla categoria della politica a quella dell'emotività. Dell'odio appunto.

Naturalmente si tratta di una contrapposizione asimmetrica.

Da una parte c'è un gruppo organizzato che ha il partito di maggioranza relativa, il premier, il governo e il sottogoverno. Dall'altra parte c'è una galassia priva di una sua identità politica unitaria: un misto di sinistra e pentastellati, ma non solo. Perfino alcuni ancora nel Pd. O appena usciti, da pochi mesi o poche settimane.

Tra questi due universi si è creata oggi una contrapposizione di una virulenza mai vista prima: nemmeno sul Jobs Act, nemmeno sull'Italicum, neppure sulla riforma del Senato.

Forse è accaduto oggi perché si trattava di un referendum, quindi aveva a che fare con i comportamenti di ciascuno. Forse semplicemente perché i tempi erano maturi: mesi di contrapposizioni sempre più aspre, venute a galla in un giorno. Anzi, esplose in un giorno.

In realtà, non è che si può puntare il dito più di tanto su quel bullo sciagurato di Ernesto Carbone, con il suo già mitico #ciaone. E nemmeno su Fabrizio Rondolino, con i suoi tweet da hooligan. O su gli altri, a seguire. Il referendum è stato semplicemente un detonatore di mondi che hanno iniziato da tempo a detestarsi e poi lo hanno fatto sempre di più, fino all'esplosione di oggi.

Questo è il vero risultato del 17 aprile, ci piaccia o no.

Siamo un po' tornati, per violenza e personalizzazione della contrapposizione, a quando c'era Berlusconi. Ma lui si era autoqualificato dal '93 come leader di centrodestra, sicché la divisione in due del paese si sovrapponeva, grosso modo, con i due schieramenti politici di riferimento. Centrodestra e centrosinistra, appunto. Adesso lo scontro tra renziani e anti renziani è invece, appunto, asimmetrico.

Tuttavia nel secondo schieramento, quello avverso a Renzi, c'è una forza più forte degli altri, se mi si perdona l'allitterazione. Che è il Movimento 5 Stelle.

È quindi molto probabile che, dopo la giornata di oggi, la personalizzazione e l'imbarbarimento dello scontro portino a incanalare sempre di più in questo partito la maggior parte delle forme di avversione a Renzi. Almeno al momento del voto.

Non è né un mio augurio né una mia paura: è una probabilità che mi sembra stare nelle cose.

In ogni caso, il Pd di Renzi oggi ha perso definitivamente ogni rapporto con la sinistra. Che è sbandata e diasporizzata da anni, d'accordo, ma che da oggi sta con entrambi i piedi dall'altra parte del muro, di quel muro di odio che si è creato.

Questo non vuol dire che l'elettorato di sinistra da domani voterà in blocco il M5S. Tuttavia molto, molto difficilmente ascolterà le richieste di "voto utile", quando dal Nazareno arriveranno. E a un eventuale ballottaggio, nelle città come a livello nazionale, andrà in parte con il M5S e in parte diserterà le urne, restituendo il favore di oggi.

Lo inizieremo a vedere già con le città, tra meno di due mesi, dove andrà l'elettorato di sinistra. E non sto parlando soltanto di quello della sinistra radicale, naturalmente, che è poca cosa. Ma di un altro 10 per cento almeno di cittadini di sinistra che oggi hanno votato e che sono stati per questo sbeffeggiati e umiliati dai manganellatori di Palazzo Chigi.

Lo vedremo nelle città, Roma in testa. Ma anche Napoli. Perfino a Milano, dove il M5S quasi non esiste, Sala sta rischiando: perché una parte dell'elettorato di centrosinistra al ballottaggio andrà altrove. E a Torino il povero Fassino sta facendo come un matto per portare la campagna sulle questioni locali, facendo finta che non esista Renzi, altrimenti con Appendino va al fotofinish.

Questo è l'effetto della personalizzazione di tutto su Renzi (da lui molto benvenuta se non stimolata) unita all'arroganza e alla tracotanza della sua classe dirigente. Ma anche del premier medesimo: il "maleducato di talento", come lo ha definito Ferruccio de Bortoli. I suoi colonnelli in fondo non ne sono che imitatori, per quanto meno talentuosi.

Ecco, a proposito: per tutte le ragioni di cui sopra, io non sono affatto sicuro che quello che oggi è successo fuori dalle urne sia a somma positiva, alla fine, proprio per chi ha dato il via sghignazzando al sabba delle insolenze.

*** Alessandro GILIOLI, giornalista e saggista, Dopo il sabba delle insolenze, blog 'piovono rane', 17 aprile 2016, qui


In Mixtura altri 7 contributi di Alessandro Gilioli qui

#VIGNETTE / Ciaone demo (Mauro Biani)

Mauro BIANI
Ciaone demo, facebook, 17apr16