martedì 27 gennaio 2015

#EXLIBRIS / Birkenau, «io sono l'ultimo» (Primo Levi)

Oggi, 27 gennaio 2015, è la Giornata della Memoria. 
Forse, più che nuove parole celebrative, è importante ricordare parole già dette. 
E se sono dette da un grande testimone-scrittore come Primo Levi, possono bastare.
Importante è leggerle. 
E rileggerle. 
Possibilmente non solo nella Giornata della Memoria. (mf)


° ° °

Il mese scorso, uno dei crematori di Birkenau è stato fatto saltare. Nessuno di noi sa (e forse nessuno saprà mai) come esattamente l’impresa sia stata compiuta: si parla del Sonderkommando, del Kommando Speciale addetto alle camere a gas e ai forni, che viene esso stesso periodicamente sterminato, e che viene tenuto scrupolosamente segregato dal resto del campo. Resta il fatto che a Birkenau qualche centinaio di uomini, di schiavi inermi e spossati come noi, hanno trovato in se stessi la forza di agire, di maturare i frutti del loro odio.

L’uomo che morrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo alla rivolta. Si dice che avesse relazioni cogli insorti di Birkenau, che abbia portato armi nel nostro campo, che stesse tramando un ammutinamento simultaneo anche tra noi. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tedeschi non comprenderanno che la morte solitaria, la morte di uomo che gli è stata riservata, gli frutterà gloria e non infamia. 

Quando finì il discorso del tedesco, che nessuno poté intendere, di nuovo si levò la prima voce rauca: – Habt ihr verstanden? – (Avete capito?). 

Chi rispose «Jawohl»? Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell’uomo in ciascuno di noi: – Kameraden, ich bin der Letzte! – (Compagni, io sono l’ultimo!). 

Vorrei poter raccontare che di fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato. La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti agli ultimi fremiti del morente. 

Ai piedi della forca, le ss ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta, e ben compiuta. I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l’ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono bastati. Possono venire i russi: non troveranno che noi domati, noi spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende. 

Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. 

Alberto ed io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso. Quell’uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo.

*** Primo LEVI, 1919-1967, scrittore, poeta, partigiano, La tregua, 1963.

Su Primo Levi, si veda wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Primo_Levi

#FOTO / Giornata della Memoria


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lunedì 26 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA / Modello d'impresa Adriano Olivetti e realtà attuale


Giuseppe VARCHETTA, 1940 
psicosocioanalista, esperto di sviluppo organizzativo
Il modello Adriano Olivetti e l'organizzazione oggi, dicembre 2013
Focus Adriano Olivetti
video, 12min26

Giuseppe Varchetta è figura 'storica' dello sviluppo organizzativo e della formazione in Italia.
In questa conversazione ricorda le diverse specificità, preziose, del modello di Adriano Olivetti: tutte all'avanguardia per l'epoca. 
Ma in particolare, e in conclusione, ne sottolinea una: la dimensione della 'bellezza' (prodotti 'belli' e situazioni di lavoro altrettanto 'belle').
Il modello Olivetti non era certo perfetto: come ogni cosa fatta da uomini. Ma era vicino alla perfezione. C'era un 'anelare', dice Varchetta.

° ° °

«Dare una risposta a qual è il senso del'organizzazione è un fatto urgente, strategicamente ineludibile.
Occorre un patto felice, fecondo, florido fra azienda e collaboratori tutti. Se non c'è questo patto, saldo, i risultati non possono essere raggiunti. Perché oggi i risultati non dipendono dalla tecnologia, non dipendono dalla strategia, non dipendono da scelte finanziarie, non dipendono da altre variabili: dipendono soprattutto dal bagaglio di conoscenze e di capacità innovativa, creatività, servizio, qualità che l'azienda sa elaborare. (...) Olivetti è stato un esempio straordinario. (...)

«Due valenze della bellezza.
La prima. La bellezza è un impulso creativo, e non depressivo e paranoide, rispetto al vissuto umano della 'limitazione' (viviamo per un tempo limitato) che è volto a convincerci che ogni gesto che stiamo per compiere possa essere l'ultimo gesto che stiamo per compiere: per cui valga la pena di farlo al meglio.
La seconda. Il management dovrebbe preoccuparsi che anche gli altri (le persone 'dipendenti') abbiano la possibilità di fare questo. Cura del sé e cura degli altri. (...)

Nessuno oggi riflette sul fatto che il contratto precario toglie al management la responsabilità della valutazione. Perché il giudizio non è più necessario. Lo dà il contratto. (...)

Ma perché il lavoro deve essere necessariamente doloroso? Perché non si può fare un salto manageriale degno del tempo che viviamo? La responsabilità sociale dell'azienda finisce nel pagare le tasse e osservare le leggi, o può andare oltre?» (Giuseppe Varchetta, dal video)

#VIDEO #PSY / Il coraggio della felicità



Marina VALCARENGHI, psiocanalista di matrice junghiana, saggista
Il coraggio della felicità, Convegno Diamo Peso al Benessere, 29 marzo 2014
servizio di Annalisa Anastasi
video, 2min16



L'ultimo libro di riferimento:
Marina Valcarenghi, Il coraggio della felicità, Bruno Mondadori, 2013

«Negli ultimi decenni il mondo è cambiato a grande velocità. 
La rivoluzione informatica, il dominio della finanza e dell'economia globalizzata, la ridefinizione dei generi, il finto benessere prima e la crisi del lavoro poi, la diminuzione delle risorse del pianeta hanno trasformato gli stili di vita e i ruoli, il modo di pensare e di conoscere. 
Tutto ciò ha prodotto conseguenze psichiche nella coscienza e nell'inconscio - dall'insicurezza all'apatia, dalla violenza senza movente all'ansia - ma, al contempo, ha aperto nuove possibilità per la scoperta dei propri desideri autentici e di una personale ricerca della felicità. 
Affrontando questi argomenti, Marina Valcarenghi prende posizione su temi psicoanalitici di stringente attualità, nella profonda convinzione che la psicoanalisi non si possa inaridire in una liturgia immutabile, ma debba essere immersa nell'incessante divenire della società in cui viviamo.» (dalla presentazione del libro)

#SGUARDI POIETICI / Eppure (Pietro Ingrao)

Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli inni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:

fiume senza bandiere senza sponde
eppure eterno fiume dell’esistere. 

*** Pietro INGRAO, 1915, politico, giornalista, saggista, poeta, Eppure, da L’alta febbre del fare, Mondadori, Milano, 1994.
Anche in 'losguardopoIetico', 36, 2mar13, http://twl.sh/XgIk2V


Giuseppe PELLIZZA DA VOLPEDO, 1868-1907
Quarto Stato, 1901

#SOCIETA' / Lamentarsi, non facciamo confusione

Gira l’ennesima confusione terminologica. 
Spesso è in buona fede. Ma ciò non toglie che faccia male. 
Come spesso capita, peraltro: il male non sempre è intenzionale, e quello peggiore molte volte è inconsapevole.

Alludo al termine ‘lamentarsi’.
Se ne dà una valenza negativa. Giustamente. 
Chi si lamenta, si dice, è improduttivo: si piange addosso, fa la vittima, cerca pietà. E non merita ‘pietas’. 
Lamentarsi non serve. Anzi, si ripete la solita frase di moda e diventata un mantra un po’ noioso: ‘così non si va da nessuna parte’. 

Ma certo. Condivido. Diamoci da fare. Reagiamo. Se ci sono cose che non vanno, anziché continuare a dire che non vanno, facciamole andare.

Ecco, però. E’ qui che avviene, anche quando è inavvertita, la pericolosa torsione e conversione del verbo.
Perché al verbo viene indebitamente dilatato, più o meno consapevolmente, il significato: fino a comprendere, magari in modo subliminale, anche la salutare, e mai troppo praticata, critica (da ‘krinein’: sceverare, distinguere; dunque anche: non negare i punti deboli; considerare l’altra faccia della luna; valorizzare l’ombra…). 
Cioè: si tende a far coincidere il ‘lamentarsi’ con sinonimi che non sono per niente sinonimi. Come: valutare, dissentire, dire di no, mettere in discussione, accusare.

Non ci sto.
Soprattutto oggi. Con i tempi che corrono: e che ci spingono ‘riduttivamente’ a restringerci conformisticamente dentro un pensiero unico, o quasi. E che confondono il tentativo (giusto) di semplificare la realtà, che resta complessa (bianca, nera e sfumata in ogni gradazione di grigio), con lo sbrigativo ‘farla semplice’. 
Al punto semplice, che rimane sempre e solo il ‘farla’. E non importa cosa. Né come. Purché sia fatta. In fretta. E senza che nessuno eccepisca. O si lamenti. Di quello che si è deciso.

Io vorrei mantenere, aperta e fermissima, la distinzione.

Un conto è restare ripiegati su se stessi, guardandosi l’ombelico e passando la giornata a piangere lacrime di autocommiserazione, di fatto godendosi masochisticamente il proprio vittimismo. 
E un conto è usare il ‘pensiero critico’, sviluppando la capacità del proprio cervello di usare la ‘pars destruens’, applicandola alla realtà che ci circonda. Con l’intento di ‘smuovere’, questa realtà (e le persone che ci stanno dentro), per renderla, possibilmente, diversa da come è.

Non è un caso che ‘chi si lamenta di più di chi si lamenta’ in genere è un fautore, più o meno fan, più o meno consapevole, del ‘pensiero positivo’. Che nella traduzione becera, troppo spesso diffusa da management e consulenza uniti nella lotta alla rimozione dei fatti, significa: “mai disturbare il manovratore”. Intendendo per manovratore qualunque soggetto della realtà: sia l’altro, specie se occupa posizioni di potere, sia noi stessi. 
Dunque, di fronte al bicchiere a metà (perché questo è il dato oggettivo, se il bicchiere è a metà), diciamo che in fondo in fondo, il bicchiere, a guardarlo bene, non è neppure mezzo pieno, ma pieno a tre quarti. In definitiva, praticamente, pieno. E facciamoci un bel sorriso. Che fa sempre buon sangue, e così non ci deprimiamo.

Allora. 

Io credo invece che abbiamo bisogno certamente di usare di più e meglio la parte che segue a quella ‘distruttiva’ e che, ovviamente, è (o dovrebbe essere) ‘costruttiva’. Ma, come diceva qualcuno, per decidere ‘che fare’ prima bisogna 'capire'. E per capire bisogna analizzare. E per analizzare non bisogna edulcorare la realtà. Per quanto spiacevole essa sia.

Anche in questo caso, so che la consapevolezza, di per sé,  non risolve. Non è che subito, presa coscienza, consegue l’azione. Però prendere coscienza aiuta. Ed è comunque attraverso la presa di coscienza, possibilmente diffusa, e non soltanto di chi l’ha già raggiunta (ma il raggiungimento è sempre in fieri ed è sempre un a tendere), che poi possono avvenire i cambiamenti. Quelli veri. Duraturi. Che servono. E non quelli di facciata. Da vendere con le slide. In azienda o altrove.

Se ciò ha qualche fondamento, io continuo a pensare che tra ‘lamentarsi’ e ‘criticare’ una differenza c’è e deve restare: e lo sottolineo usando l’indicativo, non il congiuntivo. 
Una differenza alta come un grattacielo. 
Sovrapporre i due termini, finendo poi per lamentarsi di chi esercita una critica con il fine di promuovere un dissenso costruttivo che spinga all’azione (e non al pianto individuale o all’autocommiserazione collettiva), è un’operazione profondamente disutile. Perché a priori conservativa: quando non chiaramente reazionaria. Anche se poi tutti, visto che non costa nulla, ci riempiamo la bocca di cambiamento e innovazione.
Una volta, per questa operazione, si sarebbe scomodata ancora la coscienza. Per colpa o dolo, in ogni caso si sarebbe detta: falsa. 

*** Massimo Ferrario, per 'Mixtura'. 
Anche in 'altrisguardi', Lamentarsi, il pericolo di una confusione, 167, 4 aprile 2014. Il testo è stato pubblicato da Daniela Fregosi, consulente, responsabile della community 'formazione-esperienziale.it' e responsabile del blog 'Afrodite K', Chi si lamenta è un piagnone, in 'Afrodite K', 4 aprile 2014, http://bit.ly/1GNyy0n
Dall'estate del 2013, Daniela Fregosi, dopo aver scoperto un carcinoma alla mammella, si è impegnata, anche attraverso il blog sopra indicato, in una battaglia pubblica per affermare i diritti di lavoratrici e lavoratori che si ammalano gravemente e che oggi sono ancora senza tutela. 

domenica 25 gennaio 2015

#FAVOLINE / C'era una volta un pallone...

(1) - C’era una volta un pallone bucato. Piangeva. Perché era bucato. Un bambino lo riparò e rigonfiò. Ma non fu mai un pallone gonfiato. (tw3set13)
(2) - C’era una volta un ragazzo che dormiva sempre. Tanto, diceva, a me i pesci non sono mai piaciuti. (tw3set13)
(3) - Un giorno il sole si svegliò talmente pallido che il medico gli prescrisse dei raggi e gli disse di farsi la lampada. (tw4set13)
(4) - Aspettava, voglioso. E la vide: bella, lucente, slanciata. Tesa all’obiettivo. Oggi è proprio in tiro, pensò. L’arco della freccia (tw4set13)
(5) - C’era una volta una gatta che non era andata al lardo perché lei il lardo proprio non lo digeriva. (tw5set13)
(6) - C’era una volta una rosa nata senza spine. Sconsolata, decise di rifarsi con un profumo. Pungente.(tw5set13)
(7) - C’era una volta un uomo che era partito con l’idea di arrivare. Arrivò quando perse l’idea. Che però gli era servita. Per partire (tw10set13) 
(8) - Poiché la gatta non era frettolosa, i gattini le dissero di darsi una mossa: non erano ciechi e lì dentro non ci vedevano niente. (tw10set13)
(9) - Cercava un amico. Trovò un tesoro. Spuntarono amici dappertutto. Sparì il tesoro. (tw10set13)
(10) - C’erano una volta due gemelli talmente piccoli ma talmente piccoli che non si allacciavano i polsini. (tw12set13)

*** Massimo Ferrario, per 'Mixtura'
Si tratta di 'favoline' nate per gioco su stimolo del sito 'tiraccontounafiaba.it': che, in Twitter, proponeva di inviare testi in formato tweet a @fiaba140.
Chi conosce Twitter sa che ogni tweet non può superare le 140 battute (spazi bianchi compresi). Queste ‘favoline’ hanno un ulteriore limite. Poiché nel tweet doveva essere compresa l’indicazione di @fiaba140 (9 battute), il vincolo per ogni favolina è stato di non più di 131 battute.
Qui, tra parentesi, in corsivo, è riportata la data della diffusione in twitter.

#ILLUSIONI OTTICHE / 'Life': in piedi o ballerina?


ark mf

#POETI RECITATI / Edgar Lee Masters, Il suonatore Jones ( lettura di L. M. Corsanico)



Edgar Lee MASTERS, 1868-1950
poeta, scrittore, avvocato, statunitense
Il suonatore Jones, da Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River
traduzione di Fernanda Pivano (1917-2009)
video e lettura di Lugi Maria Corsanico
video, 3min13


La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
- non parliamo di ingrandirle -
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento - solo questo?
Mai una volta diedi mani all'aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

#RITAGLI / Dialogo come ascolto

Dare la parola all'altro è il primo e fondamentale comandamento nelle relazioni ecumeniche. 
Perché? 
Perché solo dandogli la parola, lo possiamo ascoltare, e solo dopo averlo ascoltato possiamo davvero dialogare con lui. 
Il dialogo è fatto, almeno per metà, di ascolto. Proprio per questo è difficile. Non perché è difficile parlare, ma perché è difficile ascoltare. 
E' l'ascolto che ci fa crescere. Parlando diciamo ciò che già sappiamo; ascoltando impariamo cose nuove. Parlando, proponiamo noi stessi; ascoltando, facciamo posto all'altro, gli facciamo spazio anche interiore. Parlando, l'altro resta davanti a noi; ascoltandolo, entra in qualche modo entro di noi. 
E' nel momento dell'ascolto reciproco che il rapporto si fa più intenso e può nascere qualche cosa di nuovo.

***  Paolo RICCA, 1936, pastore, teologo valdese, docente di  Storia della Chiesa alla Facoltà valdese di teologia dal 1976 al 2002, combonifem, http://bit.ly/1B7ZQM1

#VIDEO #PSY / Immersione nell'Ombra (Claudio Risé, Claudio Bonvecchio)


Werner WEICK, giornalista, regista, documentarista svizzero
Immersione nell'Ombra. Psicologia junghiana, 2000
dal Progetto 'Il Filo d'Oro', Televisione Svizzera Italiana
Claudio RISE', 1939
psicoanalista di matrice junghiana
https://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Ris%C3%A9
Claudio BONVECCHIO, 1947
filosofo
https://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Bonvecchio
video, 45min48

Sul tema dell'Ombra, tanto centrale nell'opera di Carl Gustav Jung, le riflessioni di uno psicoanalista, Claudio Risé e un filosofo, Claudio Bonvecchio.

«Ognuno di noi è seguito da un'Ombra. E meno questa è integrata nella vita conscia dell'individuo, tanto più è nera e densa». (Carl Gustav Jung, 1875-1961)



In Mixtura altri contributi di Claudio Risé qui
In Mixtura numerosi contributi di Carl Gustav Jung qui

#FUMETTI / Staino


Sergio STAINO
'l'Espresso', 21gen15

sabato 24 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA & SOCIETA' / Gerontocrazia



Sandro CATANI, 1947, 
consulente di sviluppo organizzativo, esperto di executive compensation, saggista
Gerontocrazia, intervista di Mauro Cereda
video, 5min11


Prendendo spunto dal libro da poco pubblicato, Sandro Catani anticipa qui un'analisi critica, assai dura e provocatoria, dello stato attuale del ceto dirigente: nella politica, nelle imprese, nella società in generale.
In parte la politica si è rinnovata, con giovani quarantenni che hanno sostituito vecchi leader (Renzi, Alfano, Salvini).
Nessun rinnovamento, invece, si è visto nel grande ceto burocratico. 

° ° °
Libro di riferimento:
* Sandro Catani, Gerontocrazia. Il sistema economico che paraliizza l'Italia, Garzanti, 2014.

Un estratto dal libro è stato pubblicato da 'Il Fatto Quotidiano'. 
Lo riporto qui sotto. (mf)

«Il primo a utilizzare il termine gerontocrazia in epoca moderna fu un politico ginevrino, Jean James Fazy, vicino al nostro Giuseppe Mazzini, che nel 1828 scrisse il pamphlet De la Gerontocratie, ou abus de la sagesse des vieillards dans le gouvernement de la France. Fazy condannava per le sue posizioni conservatrici la classe rivoluzionaria del 1789 salita poi al potere. Scriveva: «Che straordinario istinto di dominazione muove dunque la turbolenta generazione dell’89. Essa ha cominciato con l’interdire i propri padri, e finisce con il diseredare i propri figli. Il risultato è una Francia concentrata e rimpicciolita in sette-ottomila individui eleggibili, ma asmatici, gottosi, paralitici, arteriosclerotici». 
Nel suo libro I padroni del vapore, Ernesto Rossi ha lasciato una lucida analisi sulla tendenza della borghesia imprenditoriale italiana ad appoggiare il potere politico del momento, in quel caso il fascismo, salvo metterlo tardivamente in discussione e declinare la responsabilità di questa scelta. 
Oggi quanti sono i “padroni”e quanti “vapori” abbiamo? Non molti, purtroppo. La riduzione ha un impatto sulla business community che vive intorno all’impresa italiana, e che con essa prospera o si impoverisce. Una delle conseguenze della vendita dei nostri marchi a mani estere è l’accentramento delle tecnostrutture e delle funzioni di supporto nel quartier generale degli acquirenti. La concentrazione del settore bancario, i patti di sindacato, il grado di controllo dell’economia pubblica, l’assenza di public companies tra le aziende quotate, un’economia stagnante, sono tutti elementi che hanno favorito la concentrazione del potere in poche mani. In compenso il potere è diventato più visibile. Chi comanda nelle prime 20 banche italiane? E nelle prime 80 aziende quotate? Chi è a capo delle grandi aziende famigliari? E chi delle aziende pubbliche?
Il risultato della disamina è che in Italia ci sono circa 400 persone che hanno il potere per influenzare le questioni economiche e politiche italiane: possono indirizzare le decisioni strategiche. È il perimetro di un’oligarchia in cui è alto il grado di conoscenza interpersonale: le persone hanno luoghi, occasioni di business e sociali per frequentarsi. Generalmente si danno del tu e gli incontri seguono un calendario ben preciso: il Meeting Ambrosetti a Cernobbio, la Relazione del Governatore della Banca d’Italia, l’Assemblea della Confindustria, le riunioni dell’Aspen Institute, il World Economic Forum a Davos in Svizzera, qualche apparizione a Capri per il convegno dei Giovani Imprenditori, il Meeting di Rimini. 
L’analisi delle 400 biografie facilita la conoscenza dell’élite economica: l’età media, il genere, l’area geografica di nascita, le competenze possedute, gli incarichi ricoperti da ciascun individuo. Ho escluso dal perimetro dell’analisi i vertici delle multinazionali e in generale delle aziende straniere perché i loro comportamenti sono guidati da logiche e modelli culturali differenti. Infatti la durata della loro vita attiva sarà regolata dalle politiche, restrittive, della casa madre e del network di appartenenza. 
Naturalmente la Corporate Italia si mescola e interagisce con gli attori della business community più ampia. L’età media è di 65,84 anni, ben superiore all’età media di 43,5 della popolazione adulta italiana. Il calcolo dell’età mediana, eliminando le code estreme più giovani e più anziane della distribuzione, porta a un numero non dissimile, 65 anni, segno di una relativa omogeneità. Persino la politica è più giovane dell’élite economica. Il premier, Matteo Renzi, ha 39 anni, il capo del Nuovo Centrodestra, Angelino Alfano, 43, il segretario della Lega, Matteo Salvini, 40, l’ex premier Enrico Letta, 47. I CEO delle aziende Fortune, le più grandi del pianeta, nel 2013 avevano un’età media di 55 anni. Nello stesso anno le aziende più importanti della Borsa di Londra (le FTSE 250) dichiaravano per i loro CEO un’età media di 52 anni. In linea con i nostri dati, lo studio annuale sulla governance di Assonime-Emittenti Titoli 2013 conferma che gli amministratori esecutivi, quelli con deleghe per la gestione, delle aziende quotate italiane hanno un’età media di 59 anni e sono più anziani degli omologhi di altri mercati. Gli effetti prolungati del capitalismo relazionale (un ossimoro!) moltiplicato per il familismo di controllo hanno inquinato i nostri processi economici e prodotto danni almeno pari a quelli causati dal contesto infrastrutturale arretrato in cui operano le imprese e dalle mancate scelte del ceto politico. 
(Sandro CATANI, da Dentiere al potere, 400 vecchi dominano l’economia italiana, ‘Il Fatto Quotidiano’, 15 maggio 2014)

#VIDEO #IMPRESA / Caffè e crisi economica



Paolo IACCI, esperto di personale e organizzazione, consulente
già top manager, vice presidente Associazione Italiana per la Direzione del Personale
Il teorema del caffè, presentazione del libro
video, 3min27

La crisi economica ci obbliga a una riflessione: è possibile fare di  più con meno?
Usando una metafora comune, come il rito del caffè mattutino, l'ultimo libro di Paolo Iacci propone un percorso attraverso l’inferno della crisi, i paradossi e le contraddizioni di un popolo arguto, capace di performance eccezionali ma incapace spesso di approdare a una normalità sostenibile, un popolo che sa essere grande ma anche piccolo e meschino. Le imprese, e le persone, devono fare di più e meglio con meno risorse. 
Il teorema del caffè spiega perché e come fare. (dalla presentazione del video)

° ° °

La conversazione di Paolo Iacci è preceduta da una brevissima clip, assai gustosa, di Totò e Peppino De Filippo, al bar, mentre prendono un caffè. 
Poi, partendo dalla metafora del caffè, Iacci tocca gli aspetti critici del sistema economico-capitalista nella fase attuale. 
Ricordandoci tra l'altro che dal 2008 ad oggi ben 150 mila dirigenti sono stati licenziati e non più sostituiti. 
Si tratta, lui dice, di una vera e propria 'emergenza manageriale'. Il risultato è una classe manageriale impaurita, che ha rinunciato a prendere decisioni. 
A tutto questo occorre reagire.

Una mia breve recensione al libro di Paolo Iacci è nel blog 'Mixtura', #LibriPreziosi, Impresa, Il 'teorema del caffè', 9 gennaio 2015, qui (mf)

#VIGNETTE / Fricca, Biani, Natangelo, Ebert, Altan


Filippo FRICCA
blog 'rododentro', 16mag14

° ° °


Mauro BIANI
'il manifesto', 22gen15

° ° °


NATANGELO
'Il Fatto Quotidiano', 22gen5

° ° °


EBERT
blog 'ebert', 23gen15

° ° °


ALTAN
'l'Espresso', 29 gen15

#IMPRESA & SOCIETA' / Agire in modo 'complesso' (Massimo Ferrario)

Andare a caccia di pensieri logicamente fondati e dotati di senso, ma contraddittori ('apparentemente', ma talvolta pure sostanzialmente in contraddizione l'uno con l'altro) è tentare di rispecchiare la complessità. 

Perché la realtà è un ossimoro. 
Ci sono il bianco e il nero e tutte le minime gradazioni di grigio possibili. Insieme. 
E sarebbe già tanto se ricordassimo che la luna ha un'altra faccia, che non vediamo mai. E smettessimo di credere nella unicità della faccia visibile. 
Ma il 'problema-realtà', che poi è la vita, è ancora più complesso: più avvicinabile a un prisma, che a una medaglia. Di cui sempre, comunque, dimentichiamo il rovescio.

Voglio banalmente ricordare, a me prima ancora che ad altri, che la complessità, come indica l'etimologia di 'complector', si 'abbraccia tutta' (se ci si riesce): non la si semplifica 'semplicisticamente' come è uso fare normalmente, per fretta da 'acting out' coatto.

E questo, indipendentemente da quanto più o meno retoricamente si ripete nei convegni o nei libri più o meno titolati a parlarne. 
Perché, anche qui come sempre, l'erudizione sulla complessità non porta automaticamente a saper vivere la complessità: cioè ad una pratica culturale della complessità.

Erudizione in genere fa a cazzotti con cultura. 
Il sapere che serve deve avere 'sapore'. Se no, sono citazioni più o meno narcisistiche. 
Ma perché il sapere 'sappia' (sia sapido, saporoso), deve essere stato 'impastato' da noi, 'assimilato',  'fatto nostro'. 
'Digerito'.
Allora diventa 'cultura'.

'Agire in modo complesso', e fare 'formazione complessa', non sarebbe difficile. 
Ma è difficilissimo. 
Perché tutto il contesto ci spinge a non farlo. 
E anzi, chi 'la fa semplice', viene premiato. 
Anche in base al numero, e al colore, delle slide e degli effetti speciali che usa. 
E al fascino decisionista e rassicuratorio che induce.

*** Massimo Ferrario, rielaborazione per 'Mixtura' di uno spunto lanciato in LinkedIn, Gruppo 'Impresa Diversa', con il titolo Formazione, a cosa deve puntare, 24giu14. Poi riprodotto in PensieriFormativi/332, 26giu14.

Doriano SOLINAS, 1975, disegnatore

In Mixtura ark #Spilli di Massimo Ferrario qui

#VIDEO #PSY / L'attualità dell'individuazione di Jung (Luigi Zoja)


Luigi ZOJA, 1943
psicoanalista di matrice junghiana, saggista
https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Zoja
Jung: l'attualità dell'individuazione
2010, Sarzana, Festival della Mente
video 73min10

«La psicologia deve abolirsi come scienza e proprio abolendosi raggiungerà il suo scopo scientifico»
«La psiche deve trovare l'individuazione. E trovata l'individuazione avrà trovato la 'guarigione'.»
«Individuazione come processo: un primo processo di distinzione dell'identità singola da quella collettiva. Un secondo processo di scoperta e valorizzazione delle proprie doti specifiche"»
(Carl Gustav Jung, citato da Luigi Zoja)

Un lungo, ma davvero 'spendido', intervento: fondamentale non solo per acquisire alcuni elementi base del pensiero di Carl Gustav Jung (1875-1961, medico e psicoanalista svizzero, fondatore della psicologia analitica)

Linguaggio chiaro, semplice, esemplificativo. Uno stile 'colloquiale', accogliente, coinvolgente.
Un'analisi, anche storica, sull'epoca che stiamo vivendo, che non rinuncia a manifestare, con pacatezza e tanti argomenti convincenti, il proprio pensiero critico.
Un ottimo modo per avvicinarsi alle basi della psicologia junghiana e cogliere, anche alla luce di questa visione, tracce dell'attuale 'spirito del tempo'.
Oltre un'ora di riflessione ben spesa.

Nel suo intervento Luigi Zoja, all'inizio, fa riferimento all'ultima intervista di Carl Gustav Jung rilasciata alla Bbc (John Freeman, marzo 1959).
La potete trovare in Mixtura qui


In Mixtura una settantina di contributi di Jung qui
In Mixtura altri contributi di Luigi Zoja qui

#VIDEO #PEDAGOGIA / Controeducazione



Paolo MOTTANA, docente di filosofia dell'educazione, Università Bicocca Milano,
Controeducazione, conversazione,
video, 15min27

«Nel tempo dominato dal grande fallo dell'economia, occorre diffondere una controcultura dell'educazione, che aiuti a percepire la mortificazione e la deprivazione sistematica dei nostri luoghi, dei nostri tempi, della nostra vita ad opera di un sistema lanciato a folle corsa verso la propria autodistruzione. La 'controeducazione' è un richiamo vitale, una pioggia di idee, di proposte, di provocazioni per riempire ancora di piacere e di senso le strade, le case, le città, le scuole e le università.» (Paolo Mottana)

Libro di riferimento:

* Paolo MottanaPiccolo manuale di controeducazione, Mimesis, 2012

#VIDEO #IMPRESA #RITAGLI / Adriano Olivetti e Steve Jobs

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-59af4dcd-4a1a-429c-8730-86419fe6b989.html

Adriano OLIVETTI (1901-1960) e Steve JOBS (1955-2011)
La passione per il futuro, RaiTv, 'Correva l'anno', 21 giugno 2011
video 51min40, 


Un video dedicato a due grandi personalità apparentemente lontane ma che, invece, hanno molto in comune. 
Un’ intervista con l’ing. Carlo De Benedetti, ex presidente della Olivetti e presidente del Gruppo editoriale L’Espresso, aiuterà a capire meglio il percorso umano e professionale di Adriano Olivetti e quali siano le somiglianze e le affinità con Steve Jobs. (da RaiTv)


° ° °

Un video ben costruito, ricco di fatti, storicamente documentato: per conoscere due imprenditori, magari non così somiglianti come qui appare, ma che senz'altro hanno lasciato un segno nella storia dell'impresa e della cultura.

Come 'contraltare', pubblico qui sotto un estratto di Goffredo Fofi, noto intellettuale e critico letterario e cinematografico, assai duro su Steve Jobs, il suo mito, i giovani che vi inneggiano.
L'articolo da cui è tratto il pezzo è stato pubblicato in occasione della morte di Steve Jobs, come voce quasi unica fuori dal coro dei laudatores. (mf)

(...) Perché i giovani pensano di dovere davvero qualcosa a Steve Jobs, con la loro possibilità di usare i suoi strumenti e di ricavarne diletto, conoscenza e comunicazione con gli altri. Come se il diletto rendesse più intelligenti e padroni di sé, la conoscenza enciclopedica e l’immediatezza delle notizie fossero sinonimo di cultura viva, e la comunicazione mettesse davvero in relazione con l’altro e permettesse uno scambio, un’interazione, un’azione. Come se i “mezzi” diventassero il fine nel momento stesso in cui lo tradiscono e negano, in cui creano nuove dipendenze, nuove droghe della coscienza invece che quella comunicazione che ci veda solidali in progetti comuni di liberazione.
C’è poco da sperare in una gioventù così succube dei media, e oggi non soltanto del loro discorso ma dei suoi strumenti “democratizzati”, alla portata di (quasi) tutti. L’unico effetto davvero positivo che è possibile riconoscere ai nuovi mezzi messi sul mercato dal “titano” Jobs (Il titano fu il titolo di un mirabile e dimenticato romanzo di Theodore Dreiser sulla figura del Capitalista americano, e l’impalcatura della vicenda non è affatto cambiata da allora) è quello di aver ridotto sensibilmente, forse enormemente, l’impatto della televisione, ma così come i nuovi mezzi alla Jobs ne sono la continuazione, così il fatto di possedere un proprio apparecchio televisivo portatile con programmi più vari, con un diluvio di programmi, di avere una specie di televisione propria emittente-ricevente non è un segno certo di liberazione ma invece di nuova e sempre più capillare sudditanza. Sì, Jobs è un’altra incarnazione del Grande Fratello dimostrato e denunciato da Orwell. E insomma, c’è non molto di nuovo sotto il sole, a parte le malattie concrete della Terra.
Schiavi della macchina che pensa per noi, come sempre? Uomini-macchina come, diceva Simone Weil, era nelle aspirazioni dell’umanità moderna e in modi più raffinati e più completi è dell’umanità post-moderna, con le sue avanguardie giovanili? Steve Jobs non è stato un benefattore dell’umanità, ma uno dei suoi più attuali e raffinati oppressori.
*** Goffredo FOFI, 1937, giornalista, saggista, critico letterario e cinematografico, estratto da Steve Jobs e il pianto dei giovani, l'Unità, 16 ottobre 2011 

#SGUARDI POIETICI / Pronomi (Dunya Mikhail)

Lui gioca al treno
Lei gioca al fischio
Loro partono

Lui gioca al filo
Lei gioca all’albero
Loro dondolano

Lui gioca al sogno
Lei gioca alla piuma
Loro volano

Lui gioca al generale
Lei gioca all’esercito
Loro perdono

*** Dunya MIKHAIL, poetessa irachena nata a Baghdad nel 1965, cittadina degli Stati Uniti dal 2007, Pronomi personali, traduzione di Elena Chiti, da La guerra lavora duro, San Marco dei Giustiniani, 2011, pubblicata in ‘Internazionale’, n. 976, 23 novembre 2012.
Anche in 'losguardopoIetico', 25, 16 febbraio 2013, http://twl.sh/WO1kpk