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martedì 27 gennaio 2015

#EXLIBRIS / Birkenau, «io sono l'ultimo» (Primo Levi)

Oggi, 27 gennaio 2015, è la Giornata della Memoria. 
Forse, più che nuove parole celebrative, è importante ricordare parole già dette. 
E se sono dette da un grande testimone-scrittore come Primo Levi, possono bastare.
Importante è leggerle. 
E rileggerle. 
Possibilmente non solo nella Giornata della Memoria. (mf)


° ° °

Il mese scorso, uno dei crematori di Birkenau è stato fatto saltare. Nessuno di noi sa (e forse nessuno saprà mai) come esattamente l’impresa sia stata compiuta: si parla del Sonderkommando, del Kommando Speciale addetto alle camere a gas e ai forni, che viene esso stesso periodicamente sterminato, e che viene tenuto scrupolosamente segregato dal resto del campo. Resta il fatto che a Birkenau qualche centinaio di uomini, di schiavi inermi e spossati come noi, hanno trovato in se stessi la forza di agire, di maturare i frutti del loro odio.

L’uomo che morrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo alla rivolta. Si dice che avesse relazioni cogli insorti di Birkenau, che abbia portato armi nel nostro campo, che stesse tramando un ammutinamento simultaneo anche tra noi. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tedeschi non comprenderanno che la morte solitaria, la morte di uomo che gli è stata riservata, gli frutterà gloria e non infamia. 

Quando finì il discorso del tedesco, che nessuno poté intendere, di nuovo si levò la prima voce rauca: – Habt ihr verstanden? – (Avete capito?). 

Chi rispose «Jawohl»? Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell’uomo in ciascuno di noi: – Kameraden, ich bin der Letzte! – (Compagni, io sono l’ultimo!). 

Vorrei poter raccontare che di fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato. La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti agli ultimi fremiti del morente. 

Ai piedi della forca, le ss ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta, e ben compiuta. I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l’ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono bastati. Possono venire i russi: non troveranno che noi domati, noi spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende. 

Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. 

Alberto ed io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso. Quell’uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo.

*** Primo LEVI, 1919-1967, scrittore, poeta, partigiano, La tregua, 1963.

Su Primo Levi, si veda wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Primo_Levi

mercoledì 10 dicembre 2014

#LIBRI PREZIOSI / TREGUA, un’anima si racconta. Per chi ama letture lente

Mario BENEDETTI, 1920-2009, scrittore e poeta uruguaiano, "La tregua", romanzo, 1960, p. 145, nottetempo, 2014, € 14.50, ebook, € 7,49.

E' il diario di un breve tratto di vita di un cinquantenne, vedovo, con tre figli adulti, che ha fatto della cifra della moderazione e della equidistanza lo spirito della sua esistenza.
Prima il racconto lento, riflessivo, di giornate monotone, che girano attorno agli ultimi anni, in attesa della pensione, di un lavoro impiegatizio, ripetitivo, senza slanci: pagine meditate e ricche di pensieri sui piccoli fatti che caratterizzano la quotidianità (i rapporti con i colleghi, l’incontro con vecchi amici d’infanzia, i colloqui conflittuali con i figli, le ore solitarie nei fine settimana, al bar o in casa).

E poi l’accendersi, pudico ma vivido, di un amore con un’impiegata venticinquenne, trattato con sobrietà ed equilibrio, attraverso dolci e riflessive pennellate e intelligenti approfondimenti che svelano il graduale aprirsi reciproco delle due anime: un’analisi puntuale di sentimenti, prima cauti poi via via sempre più pieni e convinti, di un rapporto vissuto con tratti di toccante poeticità.

Un libro che si legge con il piacere antico di pagine ben scritte.

Lente, ma che mai annoiano, e ti seducono facendosi assaporare: riga per riga. (mf)