lunedì 14 febbraio 2022

#FAVOLE & RACCONTI / Lo stregone e il legame d'amore (Massimo Ferrario)

Dopo un anno di felice convivenza, Luna Piena e Piccolo Bisonte erano pronti: si amavano di un amore limpido e intenso e ormai erano desiderosi di celebrare la loro unione davanti a tutta la tribù, secondo i riti che nel loro popolo da sempre consacravano i legami di coppia, benedetti dal Grande Spirito e festeggiati da tutta la comunità.
Ma prima di far questo, decisero di interrogare Occhio Sapiente, lo stregone che era considerato il saggio che conosceva ogni risposta.

I due innamorati giunsero alla tenda dello stregone tenendosi teneramente per mano. Occhio Sapiente, come ogni mattina, si era alzato all'alba e in quel momento era seduto fuori dalla tenda, con le gambe incrociate: guardava un batuffolo di nuvola all’orizzonte e ispirava l'aria con regolarità, quasi volesse farsi entrare il cielo intero nel petto. 
Luna Piena e Piccolo Bisonte attesero, immobili e silenziosi, che lo stregone completasse la sua meditazione. 

Quando Occhio Sapiente, accortosi della loro presenza, girò lo sguardo e li vide, fu Luna Piena a parlare. 
«Ti chiediamo scusa, Occhio Sapiente. Non volevamo interrompere il tuo sacro momento di ispirazione. Ma Piccolo Bisonte ed io abbiamo un grande problema e tu solo puoi darci il consiglio giusto.»
Lo stregone, a differenza di molti suoi colleghi di altre tribù, era affabile e disponibile. Allargò il viso in un sorriso: «E' il cielo che mi dà l'ispirazione per tentare di rispondere alle domande della terra. Ma per rispondere a chi mi chiede, devo smettere di guardare il cielo: in questo caso, ad esempio, devo guardare e ascoltare voi. Quindi non vi debbo perdonare, cari giovani, perché mi riportate a terra: ditemi tutto. Soltanto, non fatemi più sapiente di quanto so: principio fondamentale cui cerco di attenermi da una vita è quello evitare la tracotanza, che ti fa credere di essere ciò che non sei.».

I due giovani si sentirono incoraggiati. 
Piccolo Bisonte pose la domanda. «Noi oggi ci amiamo come mai avremmo creduto possibile e vogliamo continuare ad amarci così anche domani. Ma sappiamo che è difficile: basta guardare molti adulti della tribù. Anni fa si amavano come noi e ora si odiano come mai avrebbero pensato; oppure sono insieme senza esserlo. C'è un modo per evitarlo, Occhio Sapiente?»

Lo stregone si commosse: come non provare dolcezza di fronte a quel legame fresco e sincero che chiedeva di conservarsi così per sempre? 
Poi si preoccupò: ci tenne a moderare le attese. «Cari giovani innamorati, ignoro la riposta sicura e non ho un consiglio risolutivo: soltanto vi proporrò una riflessione. Prima, però, chiedo ad ambedue di assolvere un compito per ognuno: saranno impegnativi e faticosi così come è sempre impegnativa e faticosa una relazione che voglia restare viva e non morire nella ripetitività».

«Siamo disposti a tutto, Occhio Sapiente, e ti obbediamo», assicurarono in coro i due giovani.
«E allora ecco ciò che vi chiedo. Tu, Luna Piena, dovrai scalare la Montagna del Nord, là dove volano i falchi. Avrai con te una rete e solo con questa dovrai catturare il falco più bello e vigoroso. E tu, Piccolo Bufalo, dovrai scalare la Montagna dei Lampi, là dove volteggiano le aquile reali e solo con la tua rete catturerai l'aquila più bella e imponente. Tornerete da me con i due animali il terzo giorno di luna crescente. Poi osserverete con attenzione quanto accadrà».

I giovani chinarono il capo in segno di assenso, senza chiedere ragione di quella strana prova e obiettare nulla. Ringraziarono lo stregone, si diedero un bacio veloce, corsero nelle tende a procurarsi le reti e partirono subito per la missione.

La caccia fu come previsto: non facile e lunga. Ma il terzo giorno di luna crescente i due giovani si presentarono davanti alla tenda di Occhio Sapiente con i due animali nelle reti. 

Lo stregone si complimentò: «Non avevo dubbi che ce l'avreste fatta. Sono due splendidi animali».
«E adesso, che dobbiamo fare?», chiesero i giovani, curiosi e impazienti.
«Vi consegno questi lacci di cuoio. Legate le zampe dei due uccelli: una zampa del falco con una zampa dell'aquila. Poi fateli uscire dalle due reti, perché volino nel cielo».

Piccolo Bisonte e Luna Piena eseguirono con scrupolo quanto ordinato. Le zampe del falco e dell'aquila era legate in modo da non potersi sciogliere. I due animali vennero estratti dalle reti e posti davanti allo stregone. I due giovani li incitarono: su su, volate volate. Gli animali cominciarono a zampettare sul terreno. L’aquila e il falco provarono ad aprire le ali, ma, avvinghiati com'erano, erano bloccati a terra: procedevano a balzi, sbattendo inutilmente le ali. Dopo un po’, irritati per l’impossibilità di volare, ambedue gli animali cominciarono ad aggredirsi l’un altro beccandosi fino a ferirsi e emettendo reciprocamente striduli versacci.

Piccolo Bisonte e Luna Piena non riuscivano a distogliere gli occhi: non c'era bisogno di molte spiegazioni e Occhio Sapiente si limitò a sottolineare il senso di ciò che stava accadendo. 

«Questa immagine sia con voi per il resto dei vostri giorni. Sappiate che voi siete come l’aquila e il falco. Se il vostro legame sarà come il laccio di cuoio che avete stretto alle zampe dei due uccelli, questa sarà la vostra fine. Prima, così avvinghiati, tenterete di zampettare, ma non sarà vita né di voi come coppia né di voi come singoli; poi proverete a volare, spendendo inutilmente le energie e frustrando il vostro naturale bisogno di essere ciò che siete; infine, non riuscendo a spiegare le ali e a conquistare il cielo, continuerete a ferirvi a vicenda, urlandovi addosso reciprocamente il vostro odio. L'amore, quando è costrizione, diventa carcere e uccide. Se vi manterrete liberi, volerete assieme: compirete il miracolo di rimanere voi stessi pur restando coppia. Altrimenti, come faremo ora con il falco e con l'aquila, sarà sano anche per voi strappare il laccio di cuoio. Quando l’unica strada è insopportabile, chi non è malato ne sceglie altre: sempre ce ne sono e sta a noi trovarle».

*** Massimo FERRARIO, Lo stregone e il legame d’amore, per ‘Mixtura’ - Il racconto è una libera riscrittura di un testo diffuso in internet.


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#VIGNETTE / Notte in casa Draghi (Natangelo)

NATANGELO, 1985
'il Fatto Quotidiano', 12 febbraio 2022, qui

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domenica 13 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / C'è caos (Gloria di Palma)

Un rumore, che rimbomba nella testa,
nella giornata.
È finita la festa,
ad un’altra vita è rimandata.
C’è caos.
Tra la gente,
camminando:
nessuno lo sente.
Un disincanto.
C’è caos.
Nei passi notturni,
quando chiudi gli occhi.
Anche in quelli diurni.
Quando non senti più niente e ti blocchi.
C’è caos.
Come il vuoto,
dopo una grossa risata.
Come il nuoto,
in una piscina desolata.
C’è caos
che fa rumore,
ma non si sente.
Prima era l’amore
ora non c’è più niente.

*** Gloria Di PALMA, 2001, C'è caos, 'poeticon', 22 gennaio 2022, qui

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#PIN / Punto di vista (MasFerrario)

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#VIGNETTE / Pd primo partito (Stefano Rolli)

Stefano ROLLI
facebook, 11 febbraio 2022, qui

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sabato 12 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Matematicamente (Alessandro Bergonzoni)

Matematicamente 
di noi adoro il te%,

**Alessandro BERGONZONI, 1958, scrittore, autore e attore teatrale, comico, rubrica 'il pensiero del giorno', 'Robinson', 12 febbraio 2022


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#FAVOLE & RACCONTI / La successione al monastero (Massimo Ferrario)

E giunse il tempo in cui il Maestro fece quello che doveva fare. Chiamò i discepoli e disse: «Lascio».
I discepoli non capirono. Un mormorio si diffuse per la grande sala del monastero. Il Maestro attese qualche minuto: in silenzio, immobile, con il viso sereno e accogliente. Finché il discepolo meno timido, inchinandosi e tenendo le mani giunte, osò fare la domanda: «Maestro, cosa intendi quando dici ‘lascio’?».

Il maestro sorrise.  Si limitò a ripetere.  «Lascio.» Poi aggiunse: «E' giunta l'ora».

Allora i discepoli non ebbero più dubbi. Sempre il meno timido, rincuorato dal fatto che il maestro aveva accettato la sua domanda precedente, riprese la parola: «Maestro, possiamo rispettosamente chiederti se una malattia è la causa del tuo abbandono? Perché, se così fosse, noi ti possiamo assicurare il nostro coinvolgimento assoluto e continuo per alleviarti l'impegno del tuo insegnamento e rispondere a ogni tuo grande e piccolo bisogno di adesso e di domani. Fino a che il cielo lo vorrà».

Il Maestro, non nascondendo un filo di commozione, si inchinò tre volte di fronte agli allievi.  Spiegò ciò che stava per accadere. «Mi siete tutti molto cari. E vi ringrazio dal profondo del cuore della sollecitudine che mostrate. Ma la vecchiaia, almeno per ora, non mi fa intravvedere nessuna fine imminente, almeno su questa terra. E' solo la mia età con cui io e voi abbiamo a che fare. Ed è la mia preoccupazione per il vostro futuro. Per questo lascio. E' tempo che uno di voi mi succeda. Un avvicendamento fisiologico: lo stabilisce la natura. Dipende se noi la ascoltiamo, oppure pretendiamo di essere eterni: preda della nostra disumana autocentratura e dell'hybris che troppo spesso ci rinserra nell'io, facendoci credere Dio. Ora il mio compito è lasciare e scegliere chi potrà essere il mio successore. Vi conosco e so che ognuno di voi può giustamente ambire alla posizione. Ma la posizione è unica e uno solo la potrà occupare. Ora vi propongo soltanto un piccolo esercizio per facilitarmi la scelta».

I discepoli si fecero muti e attenti. Il Maestro prese una brocca e la pose sul pavimento davanti a tutti. «Vi chiedo di descrivere questa brocca. Chiunque vorrà intervenire potrà farlo. Io ascolterò ognuno con la massima attenzione, ringraziandovi fin d'ora perché accettate di sottoporvi a questa prova».

In un ordine perfetto, e con la massima armonia, tutti i discepoli si alternarono davanti al Maestro proponendo la loro definizione della brocca. Ci fu chi la descrisse limitandosi all'essenziale: un vaso di forma rotondeggiante, fornito di un manico e di un becco. Chi la definì pensando alla sua funzione: un recipiente che serve a contenere acqua o altri tipi di liquido. Chi disse che una brocca è una brocca e non è nient'altro che una brocca. Chi spese parole per commentare i colori e le sfumature, le dimensioni, lo stile di fattura, la forma armoniosa. Tutti dissero la loro, tranne il discepolo più timido: quello che pure aveva osato porre la domanda inziale, preoccupato della salute del Maestro. Non era più in piedi nelle prime file, ma si era ritirato in un angolo in fondo alla sala. 

Il Maestro lo individuò.
«Mi  pare che qualcuno non abbia ancora detto la sua. Non è obbligato: anche il silenzio, in questo caso, è una scelta da accogliere. Ma se chi sa a chi mi sto rivolgendo decide di sottrarsi all'intervento, sappia che qualunque sia la sua decisione, lo ringrazio con molto affetto». 

Il discepolo percorse la sala dal fondo, avvicinandosi al Maestro. Giuntogli davanti, dopo il rituale inchino di saluto, si chinò a terra: raccolse la brocca dal pavimento e la innalzò, più alta che poté, perché tutti la vedessero e la ammirassero.

Niente meglio del gesto poteva definire cos'era la brocca di cui il Maestro aveva chiesto la definizione.
Il Maestro allargò il viso. Era felice. Accennò, per tre volte, a un leggerissimo e sobrio battito di mani, fissando negli occhi, compiaciuto e benevolo, il discepolo.
Aveva individuato il successore.  Lo presentò alla sala. E stavolta l'applauso fu generale. Di tutti i di-scepoli.

*** Massimo FERRARIO, La successione al monastero, per 'Mixtura'. Il racconto è una libera riscrittura di un testo zen di autore anonimo diffuso in internet.


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#VIGNETTE / Presidenzialismo (Mauro Biani)

Mauro BIANI, 1967
'la Repubblica', 10 febbraio 2022, via facebook, qui

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venerdì 11 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Ogni anno, mentre scopro che febbraio (Giuseppe Ungaretti)

Ogni anno, mentre scopro che febbraio
È sensitivo e, per pudore, torbido,
Con minuto fiorire, gialla irrompe,
La mimosa. S’inquadra alla finestra
Di quella mia dimora d’una volta,
Di questa dove passo gli anni vecchi.

Mentre arrivo vicino al gran silenzio,
Segno sarà che niuna cosa muore
Se ne ritorna sempre l’apparenza?

O saprò finalmente che la morte
Regno non ha che sopra l’apparenza?

*** Giuseppe UNGARETTI, 1888-1970, poeta, scrittore, traduttore, Godimento, 18 Febbraio 1917, da Tutte le poesie, Mondadori Meridiani, 2009, in 'internopoesia', 1 febbraio 2022, qui


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#FAVOLE & RACCONTI / Lo scemo del villaggio (Massimo Ferrario)

Era accaduto ancora. 

Lui era entrato al bar dell'Angelo d'Oro, il locale centrale del paese, sulla piazza della chiesa. In genere, specie d'estate quando l’afa era pesante, il barista gli offriva un bicchiere di birra. Lui ringraziava, beveva, ma prima di andarsene c'era sempre qualcuno che si divertiva: metteva sul bancone una banconota da cinque euro insieme con una moneta da un euro e gli chiedeva di scegliere, intascando la moneta o la banconota. Il solito gruppo di avventori che si avvicendavano in quello che consideravano un gioco spiritoso, ma che era tale solo per i poveri di spirito che insistevano a farlo, assisteva in silenzio: sapevano in partenza come sarebbe finita e si preparavano a gustarsi l'ennesima derisione in pubblico che sarebbe seguita nei confronti del povero disgraziato.

Lui era il 'barbone' del paese: dormiva per strada e, quando non riusciva a farsi offrire qualche lavoretto pagato, chiedeva la carità. Senza insistenza, rispettando l'indifferenza degli altri. Diceva sempre grazie, anche quando nessuno gli allungava qualche centesimo, e non disturbava nessuno. Ma tutti lo prendevano in giro perché era considerato lo 'scemo del villaggio'. 

Quella volta, dopo che, come sempre, lui aveva scelto la moneta da un euro lasciando sul bancone la banconota da cinque euro, tra gli sghignazzi generali e i soliti insulti di 'sceeemo sceeemo', un nuovo cliente del bar, proveniente dal paesino vicino e che quindi non conosceva il pover’uomo, decise di intervenire. 

Quando tutti smisero di deriderlo e se ne uscirono dal bar, il forestiero si avvicinò all’uomo e, con molto rispetto, gli fece notare quello che era accaduto. Perché sceglieva la moneta da un euro quando poteva prendere la banconota da cinque? Era ovvio che con questa scelta ci perdeva quattro euro.

Il barbone fissò il forestiero, scuotendo il capo. «Non mi conosci, buon uomo. Apprezzo il tuo coinvolgimento. Ma forse tu non sai che io qui sono conosciuto come lo 'scemo del villaggio'. Lo pensi anche tu?».

«Io no. Non ti conosco, è vero. Ma sono abituato a rispettare le persone. Non ho motivo per credere che tu sia quello che dicono. Se ti comporti così avrai le tue ragioni. Solo che non le conosco. E, se posso dirtelo senza che ti offendi, non capisco il tuo comportamento. Potresti guadagnare di più, invece ci perdi».

«Mi piaci, forestiero. Peccato che non sei di qui. Potremmo frequentarci e magari diverremmo amici. Perché, sai, io qui sono chiamato ‘lo scemo del villaggio’, ma non sono scemo. Questo gioco che fa divertire quei poveretti che poi sghignazzano additandomi al pubblico ludibrio si ripete spesso. Lo fanno apposta per prendermi per i fondelli. Sai cosa succederebbe se per una volta scegliessi la banconota da cinque euro anziché la moneta da uno?»

«Non lo so. Forse ti metteresti in tasca quattro euro in più.»

«Vero. Ma sarebbe la prima e ultima volta. Credi che loro, gli intelligentoni che amano fare questo gioco scemo, per sentirsi superiori a un povero disgraziato come me creduto scemo, continuerebbero a farlo? ».

*** Massimo Ferrario, Lo scemo del villaggio, per Mixtura - Il racconto è una libera riscrittura di un testo diffuso in internet.

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#VIGNETTE / Auricolari (Bab)

BAB
'The New Yorker-Internazionale', 11 febbraio 2022

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giovedì 10 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Ho bisogno di riposarmi (Francesca Bottari)

Ho bisogno di riposarmi
dalla gente,
dai luoghi
comuni. Ho bisogno di una tregua,
necessito
di cielo. Di aria. Di inciampare
in qualcosa di bello,
di cadere
e toccare per sbaglio un'ortica. Sentirmi viva
e ritrovarmi
nel silenzio: muta
sotto un albero.

*** Francesca BOTTARI, poetessa, facebook, 7 febbraio 2022, qui


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#PIN / Lo sfascismo che ci inghiotte (MasFerrario)


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#VIGNETTE / Pure io da piccola (Fabio Magnasciutti)

Fabio MAGNASCIUTTI
facebook, 8 febbraio 2022, qui

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mercoledì 9 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Che tu sia partito (Gio Evan)

che tu sia partito per conoscere
o per disperazione
per accorpare esperienze
per fame di paesaggi 
per frequentarti meglio 

che tu sia partito per distruggere l'abitudine
o per scappare lontano
per dimenticare qualcuno
per non ricordare qualcosa 

che tu sia partito per praticare la lontananza 
o per andare incontro al nuovo
per ritornare
per andare a trovare 

che tu sia partito per noia accumulata 
per bisogno di novità 
per chiarirti le idee 
o per farne di nuove 

che tu sia partito per necessità
o per aggiustare il presente 
per migliorare un futuro 
per scrollarti di dosso il passato 

che tu sia partito per amore
o per amarezza
per ricominciare
per finire 
per sfumare 

ricordati di portarti con te.

*** Gio EVAN (Giovanni Giancaspro), 1988, scrittore e poeta, umorista, performer, cantautore, artista di strada, facebook, 27 gennaio 2022, qui


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#FAVOLE & RACCONTI / Prima di rispondere (Massimo Ferrario)

Li Long è il monaco più anziano del convento di Ta Wu, collocato nell'estrema regione orientale della Cina. E' in pellegrinaggio da tre giorni, diretto al Monte Sacro, dove abita in romitaggio da anni il Grande Saggio. I suoi confratelli non lo volevano lasciar partire, preoccupati per la sua età avanzata. Ma Li Long non aveva sentito ragioni. Prima di morire voleva omaggiare il Grande Saggio: colui che si diceva avesse raggiunto la perfezione dell'arte della vita. Il sentiero sassoso, oltre alla stanchezza dovuta ai tanti chilometri già percorsi, obbligavano Li Long ad un'andatura lenta e travagliata. I suoi passi, sorretti da un bastone senza il quale da anni non poteva camminare, erano regolari, ma affaticati. 

Ora, finalmente, il Monte Sacro si ergeva davanti a lui: innevato e imponente, con la sua cima maestosa. Il Grande Saggio viveva rifugiato in una grotta, alle sue falde: la meta ormai doveva essere vicina, ma certo non vicinissima. Probabilmente ci sarebbero voluti ancora giorni e Li Long aveva bisogno di sapere se ce l'avrebbe fatta: fino a tre giorni di cammino avrebbe resistito. Ma oltre no: anche perché doveva mettere in conto le forze da spendere per il ritorno.

Mentre procedeva, Li Long vide una vecchia, nel campo che confinava con il sentiero, che stava zappando con ostinazione il terreno arido e pietroso con l'intento di rendere coltivabile almeno una pezzetto del suo campo: era curva, concentrata sul suo lavoro, e non alzò la testa fino a quando il monaco non la interpellò. «Scusate buona donna, vi giunga il mio saluto benedicente», disse Li Long. «Mi sapete dire quanto mi manca per arrivare al Monte Sacro?». 
La vecchia alzò la schiena e fissò il monaco in faccia. Farfugliò qualcosa, ma il monaco non capì. Li Long rifece la domanda e la risposta della vecchia fu la stessa. Il monaco cercò di contenere l'irritazione: lui si era mostrato a lei con cortesia, perché la vecchia non gli rispondeva? Riprovò, sempre con gentilezza, ma inutilmente. Alla fine pensò che probabilmente la donna era sorda e si pentì della sua irritazione. E, sempre inchinandosi per comunicare benevolenza e gentilezza, la salutò e riprese il cammino, con il ritmo che gli consentivano l'età e la stanchezza dei chilometri già percorsi.

La vecchia lo guardò allontanarsi: Li Long camminava regolare, un passo dopo l'altro, un po' zoppicante, la schiena curva, appoggiandosi pesantemente al bastone. 
La donna lo osservò per una trentina di secondi. Poi lo chiamò. Li Long si fermò e si voltò, stupito di sentire la voce alta e limpida che finalmente voleva dirgli qualcosa. Lei, alzando una mano, gli stava mostrando due dita. E quindi, a conferma del segno che gli indicava, gli gridò: «Due. Due giorni.»
Li Long sorrise e chinò vistosamente il capo: per dire che aveva capito, ma anche per ringraziare. Però non si trattenne. E sempre a voce alta, per farsi sentire a distanza, disse: 
«Siete gentile, buona donna. Tuttavia, scusate la domanda: ma perché non me lo avete detto subito? Pensavo foste sorda.»
La vecchia posò la zappa, uscì dal campo e camminò lungo il sentiero per avvicinarsi al monaco. Prima gli mostrò un sorriso tutto sdentato. Poi, sforzandosi di parlare il dialetto nel modo più comprensibile per un forestiero, con parole lente e pacate, spiegò: «Signore, voi mi avete posto la domanda mentre eravate fermo in piedi. Ora vi ho visto camminare: prima vi dicevo che non potevo rispondervi finché non vedevo la vostra andatura».

*** Massimo FERRARIO, Prima di rispondere, ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), rubrica ‘Favole&Racconti’, 3 febbraio 2021 – Il racconto è una libera riscrittura di un testo di autore anonimo diffuso in internet.


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#VIGNETTE / In Libia ci sono i nostri lager (Mauro Biani)

Mauro BIANI, 1967
https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Biani
'la Repubblica', 8 febbraio 2022, via facebook, qui

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martedì 8 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Tornare nei luoghi delle trascorse memorie (Michela Zanarella)

Tornare nei luoghi delle trascorse memorie
ho temuto di non riconoscere più
il posto dove reclamavo stelle nel fieno.
Mi guadagnavo una carezza di sole
mentre provavo a crescere
sotto lo sguardo fiero delle montagne.
Rimbombava giù nel dirupo
l’eco della mia infanzia
come acqua di sorgente tra le rocce.
Avevo l’espressione di chi è capace
di far rivivere le voci assenti
ero presa a raccontare la neve di ieri
l’eternità aveva previsto che io conservassi
tutto ciò che si inerpica al cuore.

*** Michela ZANARELLA, 1980, giornalista, poetessa, scrittrice, Recupero dell’essenziale, Interno Libri Edizioni, 2022, in 'interno poesia', 28 gennaio 2022, qui


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#RACCONTId'AUTORE / Di chi è il pallone (Matteo Bussola)

Avrò avuto tre anni. Quattro, forse.

Era domenica ed eravamo in collina in una di quelle tipiche gite primaverili anni Settanta. Magari quelle uscite si fanno anche oggi, non so. Ma ai tempi i genitori erano tutti un po' più fricchettoni, il plaid a quadri era sempre in macchina che non si sa mai, e durante i festivi ci si ritrovava spesso in aperta campagna a mangiare uova sode e panini coi sottaceti. O ad abbrustolire qualche salsiccia sulle pietre.
In quelle domeniche assolate e tenui i grandi stavano stravaccati nell'erba a fare discorsi per noi incomprensibili, bevendo birra in lattina o vino rosso imbottigliato in casa e fumando troppe sigarette. Noi bambini giocavamo liberi, di una libertà che oggi sembra strana e diversa, a pensarci. Si correva scalzi nei prati, ci si arrampicava sui mucchi di sassi e sugli alberi. Si cadeva e ci si rialzava, senza troppi piagnistei, le ginocchia sbucciate erano di repertorio. E poi, immancabile, il pallone. Il Supertele di plasticona, rigorosamente rosso, che quando lo calciavi un po' forte prendeva delle traiettorie che manco Platini.

Io ero un bambino solitario e testardo – un po' come adesso – e stavo attraversando la tipica fase di appropriazione indebita del mondo e delle cose. Tutto ciò che toccavo era *mio* – che poi, a pensarci bene, forse è proprio questo il bello di essere bambini.
"È mio! È mio!" gridavo a ogni piè sospinto. E mio padre, anarco-comunista della prima ora, che di nome si chiamava come il Che e al figlio aveva dato il secondo nome di Fidel (ebbene sì), si vergognava come un ladro ad avere un bimbo che contraddiceva tutti i dettami della libera convivenza socialista.
"È mio!" gridavo fiero e inascoltato agli alberi, ai sassi, al cielo, alle biglie colorate, ai giocattoli di mia sorella. E il babbo che mi strappava tutto dalle mani disgustato, mentre cercava di addestrarmi alla bellezza della solidarietà cooperativa: "Non è tuo, Matteo, è NOSTRO!" mi ripeteva sempre, fino alla nausea.

Fatto sta che, per quanto introverso e solitario e irascibile, alla fine compresi il concetto pure io. E all'improvviso mi si schiuse davanti agli occhi un mondo nuovo, in cui niente più era mio, ma tutto era Nostro.
Fu con quest'idea in testa e convinto di essere nel giusto che manco Mosé con le tavole in mano, che avvicinai il bambino col cappellino che stava giocando col pallone giallo. E quando il pallone rotolò verso di me lo presi in mano felice ancor di più, visto che era stato lui a venire da me. Era evidentemente un segno del destino. 
Allora era vero, quel pallone era Nostro.
"Dammelo, è MIO!" urlò il bambino sull'orlo delle lacrime e strappandomelo dalle mani con forza. E io, di rimando ma sereno e imperturbabile come un monaco zen: "No. È NOSTRO!". E il bambino sconvolto e stavolta in lacrime sul serio: "NO!! E' MIO!!" E io invece, riprendendogli il pallone di nuovo: "MA no!! È NOSTRO!!"
E insomma sul più bello si avvicina un adulto, enorme e un po' incazzoso. Il padre del bambino. Si riprende il pallone dalle mie mani con fare un po' brusco lanciando a mio padre uno sguardo sottotitolato "insegna a tuo figlio a stare al mondo, barbùn". Il me stesso bambino rincorre l'uomo enorme al grido di "È Nostro! È nostro!" quando all'improvviso sento una mano afferrarmi da dietro. La mano di mio padre. Che un po' per educazione, e un po' per aver buttato un occhio all'enormità dei muscoli dell'altro babbo, mi guarda con due occhi che non dimenticherò mai e mi fa:
"No no, Matteo, il pallone è SUO."

Da allora, il mondo non fu più lo stesso. 
Giurai che avrei passato il resto della mia vita a difendere i deboli dalle ingiustizie e dai soprusi e iniziai ad allenarmi in segreto nella mia caverna sotterranea. Poi qualcosa dev'essere andato storto. Anche perché il ragno radioattivo che mi ha morso non mi ha trasmesso alcun potere se non le ragnatele in bagno.
Ma ancora oggi, quando vedo un tipo grosso tipo quello che stamattina al supermercato mi ha fregato l’ultimo cartone di Ichnusa in offerta, vengo colto dall’irrefrenabile desiderio di inseguirlo fin nel parcheggio e urlargli selvaggiamente: 
"Ridammi il pallone, bastardo!"

*** Matteo BUSSOLA, scrittore, facebook, 1 febbraio 2022


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#VIGNETTE / Grrr, era il mio posto quello (Natangelo)

NATANGELO, 1985
 'il Fatto Quotidiano', 5 febbraio 2022, via facebook, qui

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lunedì 7 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Oggi non scendo le scale (Massimo Salvadori)

Oggi non scendo le scale
mi fanno male le gambe
le ossa del petto
le foglie sul ramo
mi fanno più male
delle grandi domande.
Vienimi incontro, ti prego
e restami accanto
senza parlare.
Non c'è più bisogno
che tu dica niente
io, lo prometto
non faccio domande
l'amore, da adulti
rifugge i discorsi.
Sono stanco di dormire da solo
di non riposare abbastanza
di quello che è stato
mi resta solo un quaderno
gli ultimi fogli
restano bianchi.

*** Massimo SALVADORI, insegnante e poeta, facebook, 24 gennaio 2022, qui


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#FAVOLE & RACCONTI / L'erba blu e l'insegnamento di Re Leone (Massimo Ferrario)

Il cerbiatto, appena nato, si guardava in giro, per scoprire piano piano il mondo che lo circondava. Mamma cerbiatta lo allattò per due settimane, poi, una mattina, dandogli un colpetto deciso con il muso, lo spinse a trotterellare per il bosco: doveva conquistarsi la sua libertà.

Ogni sera, quando tornava a ricevere le carezze della mamma, il piccolo raccontava ciò che aveva visto durante la giornata. E mamma cerbiatta gli trasmetteva, con amore e pazienza, tutto il suo sapere, perché il cerbiatto si muovesse al meglio nella foresta. Gli raccontava dei pericoli, dei trucchi per trovare il cibo migliore, delle strade più belle da percorrere per scorrazzare nella pianura. Ma poi, in particolare, per spingerlo a gustare la bellezza della natura, gli insegnava a riconoscere i colori: il marrone dei tronchi, il grigio dei rami, il verde delle foglie e dell'erba, il bianco delle nuvole, l'azzurro del cielo, il giallo del sole, l’arancione bruciato delle terre aride che si stendevano all’orizzonte, lontano dalla foresta, là dove stava Re Leone, la massima autorità degli animali: cui avrebbe dovuto rivolgersi se avesse avuto delle questioni fondamentali da risolvere. 

Proprio mentre mamma cerbiatto impartiva questi insegnamenti, si verificò un fatto strano e inspiegabile. Il cerbiatto ripeteva con ostinazione che l’erba era blu. La mamma aveva cercato di convincerlo, facendogli ripetere i colori delle cose che si vedevano attorno a loro. Le risposte erano tutte appropriate. Ma l’erba, per il piccolo animale, restava inesorabilmente blu. Allora mamma cerbiatto chiese aiuto a tutti i cerbiatti del gruppo, grandi e piccoli. E tutti, stupiti, cercavano di correggerlo: l’erba è verde, come le foglie, gli ripetevano. Ma non c’era niente da fare: alla domanda sul colore dell’erba, la risposta non mutava. Blu. Solo blu. Sempre blu. Nessuno capiva perché questa assoluta e assurda testardaggine del cerbiatto. Si sarebbe potuto pensare a un difetto di vista, ma il cerbiatto riconosceva che le foglie erano verdi e ogni altro colore era attribuito giustamente alle cose che avevano quel colore: quindi i suoi occhi funzionavano. 

Il problema sembrava senza soluzione. E tutti, alla fine, avevano deciso di rinunciare a discutere con il cerbiatto. Se voleva che l’erba fosse blu, poco male; glielo concedevano, per lui l’erba sarebbe stata blu. 

Successe però che in una lunga camminata che portava alla fine della foresta, proprio al confine con una ragnatela di sentieri che si inerpicavano ripidi verso la cima della montagna, il cerbiatto incontrò un cervo, giovane come lui. Iniziarono a parlare e fecero amicizia. Poi, subito, il cerbiatto approfittò della nuova conoscenza per chiedere al cervo di che colore fosse quel po’ di erba che stavano calpestando, prima che comparisse il grigio della roccia. Il cervo naturalmente rispose che l’erba era verde, ma il cerbiatto contestò con calore la risposta: come faceva a non vedere  che l’erba era blu? Il cerbiatto confessò che anche gli altri cerbiatti, e pure la sua mamma, erano convinti che l’erba fosse verde, ma si sbagliavano: solo lui aveva ragione. Litigarono violentemente e il cervo dovette trattenere la voglia di usare le corna contro il nuovo amico, per porre termine al diverbio sempre più acceso. Alla fine si accordarono: andiamo a porre la questione a Sua Altezza Re Leone.

Partirono subito e dovettero percorrere un'infinità di miglia, perché Re Leone abitava in tutt’altra parte del mondo. 
Quando giunsero al cospetto di Re Leone, dopo giorni e giorni e notti e notti di viaggio, i due animali, distrutti dalla fatica, spiegarono la ragione per cui avevano fatto tanta strada. 
Re Leone ascoltò, ma non poté nascondere l’ombra di fastidio che gli passò per il viso. Prima commentò che la questione si sarebbe risolta in pochi secondi: lui era re e aveva ben altri impegni da assolvere. Poi, lasciando trasparire tutta la noia di cui era capace, domandò: «Allora, caro cerbiatto: voglio essere sicuro di aver compreso bene quello che tu sostieni. Qual è secondo te il colore dell’erba?». 
Il cerbiatto, gongolando per essere stato preso in considerazione addirittura dal Re degli animali, rispose con prontezza: «L’erba è blu, Vostra Altezza. Blu, naturalmente». 
Re Leone abbozzò un sorriso stentato. Rimase zitto e immobile per qualche secondo: fissava il cervo, che attendeva con curiosità di assistere al seguito. 
Il cerbiatto insistette: «Allora, Vostra Altezza, non ho forse ragione?». 
Re Leone annuì. «Sì, caro cerbiatto. Hai ragione: se dici che l’erba è blu, l’erba è blu». 
«Quindi anche voi, Re Leone, che siete la massima Autorità di tutti noi animali, state dicendo che l’erba è blu: non verde, come invece mi ripetono tutti?», continuò il cerbiatto per essere sicuro di avere capito bene. 
Re Leone confermò con un sospiro rumoroso. «È blu». 

Il cerbiatto provò una felicità incontenibile e si lasciò andare a grandi salti di gioia. Si mise a correre tutt’attorno. Gridava: «Finalmente! Finalmente ho ragione io: l’erba è blu, anche Re Leone l’ha ammesso». E partì subito di corsa per andare a riferirlo alla mamma e alla famiglia dei cerbiatti. 

Il cervo trasecolò: non voleva contraddire il Re, ma non riusciva a tacere. Timidamente arrischiò: «Vostra Altezza, non capisco la risposta. Tutti sappiamo che l’erba è verde». 
Re Leone lo zittì battendo una grande zampata sul tronco su cui era seduto: «Mio caro cervo, ho già perso troppo tempo con simili sciocchezze».  
Il cervo chinò le corna in segno di ossequio. Ma non si arrese. Cercando di mostrare tutto il rispetto di cui era capace, chiese: «Ma Vostra Altezza crede davvero che l’erba sia blu?». 
Re Leone tenne a freno la collera, sfogandola in un ruggito spaventoso. Poi, sempre più stizzito, urlò: «È evidente che l’erba non è blu, caro il mio cervo. Se ciò che vediamo verde lo chiamiamo verde, l’erba non può essere che verde. E non c’è bisogno che sia un re a dirlo». 
Il cervo, spaventato per la reazione di Re Leone, era impietrito. Ma non riuscì a non sussurrare, come a se stesso, che non ci capiva più nulla: lui non era diventato sordo e al cerbiatto Re Leone aveva detto chiaramente che l’erba era blu. 

Re Leone finse di non aver ascoltato le parole bisbigliate dal cervo e roteò il muso alla ricerca dei giovani leoni che gli facevano da corte. Intimò loro di avvicinarsi e quando li ebbe accanto, emise l’ordine: «Accompagnate questo giovane cervo alla caverna delle punizioni. Per tre giorni sarà vostro prigioniero e resterà senza cibo. Voi lo curerete giorno e notte e non lo perderete di vista un attimo. Se cercherà di fuggire potrete farne carne per il vostro pasto».  

Il cervo, prima di seguire i cinque leoni che subito lo avevano circondato in ossequio al comando di Re Leone, a questo punto osò alzare la voce. 
«Obbedisco a Vostra Altezza e rispetto la vostra autorità, ma davvero non comprendo la punizione. Avete appena finito di dire voi stesso che l’erba, ovviamente, è verde». 

Re Leone capì che doveva calmarsi e dare al giovane cervo una spiegazione del suo comportamento. Distese il muso in un sorriso, stavolta genuino e ammise. 

«Hai ragione di protestare, mio giovane cervo. E hai diritto a un chiarimento: le punizioni servono a chi le riceve solo se sono motivate. Altrimenti non educano. Punire soltanto è sterile: produce godimento ad un'autorità sadica che non merita di essere autorità. Ecco, io non ti punisco per il colore dell’erba: che ha il colore verde che ha e cui non va dedicato neppure un secondo di discussione. Ma perché gli animali intelligenti non devono sprecare tempo e energie con persone sciocche: le quali, magari solo per affermare se stesse, vantandosi di pensarla diversamente dagli altri, non capiscono o non vedono ciò che è ovvio e sotto gli occhi di tutti. Io amo chi dissente. Ma non chi dissente per dissentire. È giusto insegnare e far capire, dimostrare e argomentare. Ma se uno non vuol capire e insiste nel sostenere posizioni assurde, fuori da ogni logica o da ogni corretta e congruente visione dei dati di realtà, va lasciato al suo destino. Tu hai trottato per giorni e notti con il povero tuo amico cerbiatto per venire da me e pormi una questione che non è una questione. Forse devi imparare anche a sceglierti meglio gli amici. E intanto io, punendoti, voglio insegnarti che tu, io, tutti noi dobbiamo trattare con rispetto il tempo che la vita ci dà. Non dobbiamo sprecarlo: abbiamo altro di meglio da fare che dar retta agli stupidi che credono di essere intelligenti, giocando più o meno consapevolmente a fare i bastian contrari. Il nostro popolo è pieno di animali che sanno capire e ragionare, con cui fare amicizia e discutere di problemi veri. Gli altri, quelli che pretendono di essere nel giusto e sanno solo ripeterci le loro stupide convinzioni, isoliamoli. È un diritto e un dovere di ciascuno di noi».

*** Massimo FERRARIO, L’erba blu e l’insegnamento di Re Leone, per ‘Mixtura’ - Il racconto è una libera riscrittura di un testo di autore anonimo che circola in internet.


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#PIN / Maturità (MasFerrario)


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#VIGNETTE / Diritti umani (Raimundo Llerena Ferrer)

Raimundo LLERENA FERRER
artista cubano
'cartooonmovement', 24 gennaio 2022, qui

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domenica 6 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Solo (Kajetan Kovič)

Chiudo la porta alle mie spalle,
chiudo la porta
alla luna, alle stelle, ai fiori,
chiudo la porta agli uccelli,
la porta alle erbe,
solo
come l’assenzio
fiorisco la tristezza,
solo come il mare
chiamo le gru del desiderio,
solo come il vento
canto salmi di morte e d’amore,
chiudo la porta,
chiudo la porta con la bocca ferita,
con le mani trafitte fino all’anima.

** Kajetan KOVIČ, 1931-2014, giornalista, poeta, scrittore sloveno, Solo, traduzione di Jolka Milič, in 'filid'aquilone', n. 36, ottobre-dicembre 2014, qui
https://en.wikipedia.org/wiki/Kajetan_Kovi%C4%8D


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#PIN / Retorica (MasFerrario)


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#VIGNETTE / Residuo non riciclabile (Stefano Rolli)

Stefano ROLLI
facebook, 5 febbraio 2022, qui

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sabato 5 febbraio 2022

#FAVOLE & RACCONTI / La giovane donna e la pietra preziosa (Massimo Ferrario)

Era una giovane donna: da giorni camminava con uno zaino pesante lungo una valle di cui non ricordava il nome. Lei l'aveva chiamata Valle dell'Armonia: perché l'armonia, che tanto aveva cercato inutilmente per il mondo, stavolta l'aveva trovata. Dentro se stessa, proprio percorrendo questa valle. La giovane donna fu colpita dal brillio di una pietra sul greto di un torrente. Si fermò. Si chinò. Era una gemma preziosissima. Non c'era bisogno di essere esperti per capirne il potenziale valore. Se l'avesse venduta, nella città più vicina, avrebbe potuto vivere nel lusso per il resto dei suoi giorni. La giovane donna, per nulla toccata dalla scoperta, buttò la pietra nello zaino, insieme a tutte le cianfrusaglie che già vi aveva messo. E continuò a camminare, con passo lento e regolare, gustandosi la bellezza del panorama: non si era mai trovata in piena sintonia con la natura come in quel momento. Verso sera, quando il sole stava arrossando le rocce delle montagne, incontrò un uomo: di mezza età, lacero, dal volto disfatto per la fatica, affamato. «Ho finito l'ultimo pane che ero riuscito a racimolare nel paesino sopra la valle. Non mangio da giorni.  Giovane donna, hai qualcosa da regalarmi?».

La giovane donna non si fece pregare. Scaricò lo zaino dalle spalle e lo aprì squadernandone il contenuto dopo averlo poggiato su una grande pietra. Cercò con la mano all'interno, scompigliando tutto quello che c'era. Trovò tre scatolette e due pani raffermi. Li prese e offrì tutto allo straniero. Lo straniero si inchinò più volte, ringraziando. Poi, poiché l'occhio era caduto sulla pietra mentre la donna rovistava nello zaino, domandò se poteva osservare da vicino la pietra preziosa. Lei sorrise. «L'ho appena raccolta dal greto del torrente a qualche chilometro da qua. Sarà il mio ricordo sulla scrivania di casa. Eccola, guarda. Non è stupenda?». L'uomo non trattenne la meraviglia. Era un oggetto di splendore ineguagliabile. «Ma non hai paura, adesso, a portartela con te? E' una pietra che deve avere un valore inestimabile. Chiunque ti potrebbe rapinare o addirittura uccidere pur di averla. Se l'avessi trovata io, potrei assicurare a me e alla mia numerosa famiglia un futuro di agi e una tranquillità economica che nessuno di noi ha mai immaginato.» 

La giovane donna non ci pensò un secondo. «La vuoi? E' tua». L'uomo credette di non capire. «Ma io non ti sto minacciando. La pietra è tua. Come posso prendertela io? Sono povero, ma non rubo e non rapino. Men che meno potrei uccidere». La giovane donna, irremovibile, ripeté: «A maggior ragione confermo. La pietra è tua. Servirà a te e a tutti i tuoi parenti.» Il viandante non credeva a quello che aveva sentito. Era il colpo di fortuna della vita. Non sapeva come ringraziare. Nascose la pietra in una tasca nel fondo del suo lurido giaccone e partì a passo veloce verso la città più vicina.  

Passarono tre giorni. Proprio mentre la giovane donna stava completando il suo viaggio ed era giunta alla fine della valle, incrociò, stupita, l'uomo della pietra. «Meno male, giovane donna. Temevo di non ritrovarti. Ho assolutamente bisogno di te. La tua pietra preziosa non l'ho venduta: è ancora qui con me. Eccola. Deve tornare di proprietà di chi ne è proprietario». 
La giovane donna era confusa. «Mia? Ma quella pietra non lo è più: te l'ho donata. Solo tu ora puoi decidere cosa farne. E mi pareva sapessi bene come spendere i guadagni che avresti ottenuto dalla vendita». 
L'uomo a questo punto cadde in ginocchio. «Immaginavo che così mi avresti risposto. E' per questo che mi sono rimesso in viaggio sperando di rivederti. Ora sono ancora più sicuro della preghiera che debbo rivolgerti. Ti supplico: tu che mi hai donato la pietra che vale quel che vale, hai un dono ancora più grande che mi puoi fare».

La giovane donna si schernì:  non capiva. «Un dono più grande? Cosa potrei donarti d'altro? Nello zaino, hai visto, ho solo vestiti, un po’ di cibo e tante cianfrusaglie». 

L'uomo, sempre in ginocchio, assentì. «Hai ragione, giovane donna, non voglio niente dal tuo zaino. Il dono che ti chiedo è semplice eppure, lo so, difficilissimo da ottenere. Forse impossibile. Ma oso chiedertelo ugualmente: dammi quella cosa hai dentro di te che ti ha permesso di darmi la pietra, l'altra volta, e di rifiutare, oggi, la sua restituzione. E’ questa la cosa più preziosa». 

La giovane donna sorrise. «Sai bene, buon uomo, che chiedi un regalo impossibile. Anch'io ho impiegato anni per averlo e nessuno me l'ha dato. Quel che posso dirti, e darti, è solo la convinzione che sei sulla buona strada. La domanda che mi rivolgi ti ha già messo in cammino. E questo tuo nuovo desiderio che hai manifestato ti offre ottime probabilità di ottenere ciò che ora hai capito. Ti auguro la fortuna e la grazia che ti servono per propiziare ciò cui aspiri. Auguriamoci reciprocamente buona vita».

*** Massimo FERRARIO, Giovane donna e la pietra preziosa, per 'Mixtura' – Il racconto è una libera riscrittura creativa di un testo di autore anonimo diffuso in internet.


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#SGUARDI POIETICI / Elogio del fallimento (Manuela Toto)

Scacciare l’abitudine di pensare
che se sbagli sei sbagliato.
Contemplare la strabiliante invenzione degli errori,
della mira presa male,
delle cantonate e delle distrazioni,
la meraviglia dei particolari 
sfuggiti di vista e di mano,
delle sbandate e degli equivoci,
quando è troppo tardi 
e non resta che perdere
forse solo perché 
non era il tuo momento 
per vincere, non erano lì 
le tue persone e i tuoi traguardi.

Scacciare la tradizione 
della vittoria al primo colpo
e celebrare l’occasione unica di sbagliare, 
fallire il bersaglio in un punto preciso
per eccesso o per difetto,
la benedizione di essere 
incompresi e ultimi, 
di studiare il tesoro
della pietra d’inciampo.

Tornare in fretta a scuola 
di fallimenti,
praticare la pedagogia della memoria,
celebrare ciò che non ha funzionato.
Solo uscendo da strade 
non tue riconosci 
il sentiero migliore.

*** Manuela TOTO, psicologa e consulente familiare,  Elogio del fallimento, facebook, 31 gennaio 2022, qui


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#VIGNETTE / Il re cidivo (Riccardo Mannelli)

Riccardo MANNELLI, 1955
pittore, disegnatore
 'il Fatto Quotidiano', 4 febbraio 2022, via facebook, qui

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venerdì 4 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Non sei qui (Gio Evan)

Non sei qui 
per realizzare i sogni di tuo padre,
né per inseguire
le ambizioni più intime di tua madre,
è faticoso 
accettare che chi amiamo, non sono noi
che le loro evoluzioni
non sempre coincidono con le nostre
e che spesso
quello che fa crescere uno
può benissimo avvelenare l'altro

non sei qui
per portare avanti l'ideale di tua nonna,
non sei qui per reggere botta
all'impero di tuo nonno
e prima ancora di suo padre,
non sei obbligato
a tenere quello che non ti guarisce il cuore,
non sei costretto
a lottare una guerra non tua

non sei qui
per seguire i progetti della scuola che hai fatto,
per non tradire le aspettative
che si sono fatti di te,
non sei qui per correre un sentiero battuto da altri,
per vivere di garanzie e comode pigrizie,

non sei qui per mantenere fede
alle anime degli altri 
quando nemmeno ti rianimano 

sei qui per te,
sei qui per ascoltare
e portare avanti
quello di cui hai bisogno davvero,
che ti rende felice,
che appaga prima di pagare
che dà contentezza e non accontenta

se coincide con gli altri, bene,
se non coincide con nessuno
non aver paura di combattere
da solo.

*** Gio EVAN (Giovanni Giancaspro), 1988, scrittore e poeta, umorista, performer, cantautore, artista di strada, facebook, 28 gennaio 2022, qui


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#VIGNETTE / La Luna e la Terra (Lele Corvi)

Lele CORVI
'il manifesto', 2 febbraio 2022, via facebook, qui

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#RACCONTId'AUTORE / Per uscire da una situazione paludosa (Simone Tempia)

 Mi sento bloccato, Lloyd"
"Credo sia solo finito impantanato in un periodo funesto, sir"
"Però io sto iniziando a sprofondare, Lloyd"
"Capita quando si prova ad accelerare la vita per uscire da una situazione paludosa, sir"
"E allora, che posso fare per tirarmi fuori?"
"Facendo leva su alcuni amici certi e ponendosi davanti un sogno da realizzare come traino, sir"
"Basteranno i sogni e gli amici per uscire da questo periodaccio?"
"Non importa che bastino, l'importante è che ci siano, sir"

*** Simone TEMPIA, 1983, scrittore, rubrica 'Vita con Lloyd', facebook, 31 gennaio 2022, qui 


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giovedì 3 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Azzurro (Massimo Salvadori)

Azzurro 
come anche l'inverno
sa essere azzurro
ogni tanto.
Il tempo a febbraio
passa a tratti più lento
cambia le strade e i ricordi
a mezzogiorno anche i rami
sono fuori dal gelo
nelle radici lo slancio
un desiderio di luce
febbraio
ha tanto bisogno di cielo.
Passano e vanno
gli aerei che mi piacciono tanto
io qui cammino dentro un pallido sole
sarà ancora freddo più tardi
al momento è solo un istinto
che deve ancora annunciarsi.
Ti raggiungo nel nostro posto di sempre
che è sempre qui accanto
perché non ha luogo 
non ha memoria di tempo
la vicinanza 
che da sempre cerchiamo.

*** Massimo SALVADORI, poeta e insegnante, facebook, 31 gennaio 2022, qui


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#RACCONTId'AUTORE / Sondaggio telefonico (Matteo Bussola)

 Sono in cucina a farmi un caffè e un toast, suona il telefono, il numero è sconosciuto.
- Pronto?
- Pronto, buongiorno, avrebbe pochi minuti per rispondere a un sondaggio?
- Pochi minuti quanti?
- Diciamo due o tre?
- Ok, vada.
- Grazie. La avviso che la telefonata sarà interamente registrata in modo da garantire la 
- Sì sì, lo so, vada.
- Ah, ok. Allora, dunque, lei viaggia in treno?
- Be', sì. Diciamo che mi capita di prendere qualche treno ogni tanto.
- Quanti treni prende in un mese?
- Guardi, di preciso non saprei.
- Più di uno, più di dieci, nessuno?
- Dunque, mi faccia pensare. Direi...una settantina?
- Una sett?
- 'Ttantina.
- E' una battuta?
- No, perché?
- Cioè, lei prende SETTANTA treni in un mese?
- Sì, più o meno. Ma è una stima eh. A luglio saranno stati un centinaio.
- Scusi, lei lavora sui treni?
- In che senso?
- E' tipo un macchinista, o un controllore, o che ne so?
- No no, ci viaggio e basta.
- Allora è un pendolare? C'è una tratta che predilige?
- No.
- No?
- No. Faccio tratte sempre diverse. Tipo settimana scorsa ho fatto l'Adriatica e sono andato a Bari, stasera prenderò un regionale per Brescia, l'altro ieri ne ho preso uno per Arezzo. A proposito, è molto bella Arezzo, sa?
- Immagino. Quindi lei è un libero professionista?
- Sì, penso si possa dire così.
- Posso chiederle che lavoro fa?
- Sa che è una bella domanda? Direi che...racconto storie, credo.
- Mi scusi?
- Racconto storie. Certe volte coi disegni, certe volte con le parole. Qualche volta anche al telefono.
- Come al telefono?
- Be', un po' come adesso, no? Questa non è forse una storia?
- Non saprei. Lo è?
- Ma certo. Vuole sapere come comincia?
- Non ne sono sicura.
- Allora, c'era un tizio che era in cucina a farsi un caffè e un toast, dopo una nottata passata con una bambina di tre anni distesa sullo sterno che gli ha tossito in faccia i-nin-ter-rot-ta-men-te per otto ore di fila. Quando la bambina è rotolata addosso alla mamma, dopo aver fatto uscire le due figlie maggiori per prendere il pulmino per la scuola, il tizio si è detto: Aaah, adesso mi preparo un bel caffè e un toast e mi metto qui sul divano per qualche minuto a guardare la puntata di "Ciao sono Hiro" quella su "l'insalàda di fruto di passsione e calamaaali cludi", e sul più bello che il caffè sta salendo nella moka e Hiro ha cominciato ad affettare i calamaaali, ecco che il telefono squilla. Il numero è sconosciuto, ma il tizio risponde lo stesso. E' una signorina che gli chiede se ha due minuti per rispondere a un sondaggio, facciamo tre, e lui dice di sì anche se sa già in partenza che saranno almeno dieci e gli toccherà bere il caffè freddo e mangiare il toast bruciato.
- Lei è molto buffo, sa?
- Dice?
- Sì, soprattutto quando dice: calamaaali. Lì fa proprio ridere. Me lo dice ancora?
- Calamaaali!
- Ahahaha.
- Lei ha una bellissima risata, sa?
- Grazie.
- Non sto facendo il lumacone per cercare di irretirla, eh? Non fraintenda.
- No no, ma non si preoccupi. E poi, per telefono come farebbe a irretirmi?
- Non mi sottovaluti, volendo ho una tecnica infallibile.
- E quale sarebbe?
- Calamaaali!
- Ahahaha.
- Uh, madonna!
- Che succede?
- Niente, mi si è appena bruciato il toast.
- Ah, mi dispiace. Allora vuol dire che siamo arrivati alla fine della sua storia.
- Mannò, non può essere così banale, facciamo un finale a sorpresa, dai. 
- Tipo?
- Tipo che le faccio il vento al telefono, mi viene benissimo.
- Guardi, non so se.
- WHOOOSSSShhhhSSShhhhh!
- Cioè, ma fa impressione!
- Vero? E' la mia specialità. 
- E la storia finisce così?
- No no, finisce con lei che riappende all'improvviso, però ridendo.
- All'improvviso, e perché mai?
- Perché si ricorda d'un tratto che la telefonata è registrata.
- Oddio!
- Calamaaali!
- Ahahaha.
Riappende.
Sorseggio il caffè freddo sul divano e addento il mio toast bruciato.
Hiro ha cominciato a spiegare il tonno impanato con pistaccchio e purè di avocaaado.

*** Matteo BUSSOLA, 1971, fumettista, scrittore e conduttore radiofonico, ‘facebook’, 26 gennaio 2022, qui


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#VIGNETTE / Intanto, nel M5S (Natangelo)

NATANGELO
'il Fatto Quotidiano', 2 febbraio 2022, via facebook, qui

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mercoledì 2 febbraio 2022

#SGUARDI POIETICI / Nonna (Francesca Bottari)

Ti svegli con il caffè, nero e bollente
e la pastiglia per digerire
l’attesa che quella minima spesa
ti accompagna per mano fino all’ora di pranzo.
Il tuo indice artritico
tasta la cottura della parmigiana
e il pomodoro oleoso a cerchi gialli fuoriesce
dall’angolo nero della teglia
appena sfornata.
Siedi in cucina
stretta fra l’odore del cotechino di ieri
e il divano
di sempre.
La sigaretta appena spenta
alleggia ancora nell’aria
come un cavolfiore.
La televisione ti aspetta
nel riflesso del sole che colpisce la vetrina
impolverata
e quella stella alpina
posata accanto alla foto
del nonno.

*** Francesca BOTTARI, poetessa, Nonna, qui

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