sabato 2 luglio 2016

#FAVOLE & RACCONTI / Le stelle e gli uomini (M. Ferrario)

Era una splendida notte stellata di agosto: uno di quegli spettacoli che ammutoliscono e toccano il cuore anche più distratto. 
Un venticello freddo arrossava le guance, ma sotto i giacconi si stava bene.
Erano sullo spiazzo, fuori dalla grotta, la schiena appoggiata a una lastra di roccia piatta che durante il giorno si infuocava: il calore ovviamente se n'era andato, ma era come fosse rimasta nascosta nella pietra una energia segreta, che in qualche modo si trasmetteva alle ossa e le riscaldava.

Grande Vecchio fumava tranquillo la pipa, assaporandone il tabacco aspro e mandando volute di fumo che salivano in alto, fra le stelle. 

Piccolo Uomo gli era seduto a fianco, raggomitolato: pareva sonnolento, ma in realtà era tanto immerso nella vista del cielo che gli sembrava di sprofondarci dentro. 

Sommo Professore si godeva il luccichio senza fine dello stellato, cercando di riconoscere le costellazioni studiate quasi un secolo prima sui banchi di scuola.
Non era solo soddisfatto di trovarsi lì dov'era: era 'beato', e si gustava ogni attimo. Anche per portarselo via tra i ricordi più cari.
Le due visite precedenti, fatte in compagnia dei suoi allievi della scuola di management della città per ascoltare le lezioni di Grande Vecchio, una prima volta sulla gestione del tempo (1) e la seconda volta in tema di stress (2), lo avevano convinto che quello era il posto più bello del mondo, soprattutto se goduto in compagnia di questo vecchio uomo saggio e del suo simpatico e intelligente ragazzino. 
Era rimasto così colpito dallo splendore e dalla armonia della natura, oltre che dalla serenità che quella coppia trasmetteva, che aveva deciso di trascorrere questi primi giorni di agosto, dopo il ritiro dall'insegnamento, qui con loro. 
La decisione di smettere con l'attività convulsa di consulente, trascorsa tra aule di alberghi, attese in aeroporti e agende interminabili di appuntamenti, era nell'aria, e non solo perché l'età avanzava. Ma i due incontri con Grande Vecchio lo avevano segnato ed erano stati determinanti nello spingerlo al passo sempre rimandato: era ora di mettere un 'punto e a capo' e dare inizio a una nuova vita. 
Per una decina di giorni di agosto, grazie alla benevolenza di Grande Vecchio che lo aveva accolto con affetto e con il quale ormai si era costruita una intesa intensa, niente e nessuno lo avrebbero smosso da qui. 
Poi, per la prima volta, non avrebbe pianificato nulla e si sarebbe lasciato vivere, affidandosi al destino. 
Solo l'idea gli dava un brivido di trasgressione: figuriamoci, proprio lui che aveva insegnato per una vita l'importanza del 'governare' e 'pianificare' le azioni. Ma era questa la sferza positiva ai suoi sessant'anni, come un'iniezione di nuova vitalità, che aveva sentito, quando aveva detto basta al mondo da sempre frequentato. Perché doveva riconoscerlo: per quanto si fosse sempre mosso, tra le imprese e i manager, con il suo taglio eterodosso, comunque negli ultimi tempi vedeva sempre più se stesso come prigioniero, quasi dietro le inferriate di un carcere. Grande Vecchio, inconsapevolmente e pur non avendo fatto nulla di specifico al riguardo, gli aveva fatto intravvedere l'uscita.

Piccolo Uomo, che stava volando in lungo e in largo per il cielo, non tanto con gli occhi ma con tutto il cuore, neppure si accorse del commento che gli uscì. Del resto, più che un'affermazione, fu un sospiro, salito dal profondo. 
«Come vorrei essere una stella...».
Grande Vecchio ridacchiò: 
«Una stella? Non so se è una buona idea: proprio in questo mese, tra qualche giorno, alcune cadono. Se sei una di quelle, rischi un capitombolo. E i capitomboli in cielo non sono come quelli in terra. Sono infinitamente più lunghi, e chissà se finiscono, e chissà dove finisci. Poi, conosci quello che si racconta, no? Mentre cadi, devi anche spicciarti a soddisfare il desiderio di chi ti vede cadere. Insomma, una 'roba' mica tanto tranquilla...».

Piccolo Uomo capì che Grande Vecchio aveva voglia di scherzare.
«Hai ragione. Allora aspetterò la fine di agosto, quando le stelle non cadono più». 
Poi, dopo pochi secondi, precisò meglio.
«Anzi, ho 'trovato'. La prossima notte, quando alcune cadranno, starò qui fuori fino al mattino a guardare il cielo. Sicuramente una che cade la vedrò. Allora esprimerò il desiderio di diventare una stella. E per essere sicuro che poi non cadrò mai, dirò espressamente nel desiderio che voglio essere una stella fissa. Che non dovrà cadere mai. Così non ci saranno equivoci».

Stavolta rise anche Sommo Professore. 
Non voleva intromettersi nel rapporto, che sentiva caldo e esclusivo, tra Piccolo Uomo e Grande Vecchio, ma non resistette. E anticipò la domanda, che peraltro anche Grande Vecchio si apprestava a porre. 
«Vedo che anche tu, come me, sei affascinato da questa vista, Piccolo Uomo. Da qui, in questa serata, la volta celeste è davvero un incanto e anch'io ne sono sopraffatto. Eppure, almeno per quanto mi riguarda, non vorrei essere uno di quei puntini luminosi. Mi piace stare qui, ad ammirarli. Ed essere quello che sono: un povero piccolo uomo sopraffatto dalla bellezza dell'universo. Perché io, tutti noi, siamo consapevoli di questo. Loro, invece, le stelle, neppure immaginano la magnificenza di cui sono responsabili. Tu dici  che vorresti essere una stella. Posso chiederti perché?».

Grande Vecchio lanciò un'occhiata di intesa a Sommo Professore. 
«Come si dice in questi casi, mi trovo la domanda rubata....».
Poi, per sottolineare che entrambi erano sinceramente interessati alla risposta, diede una carezza sul capo a Piccolo Uomo.
«Sì, sono anch'io curioso di sapere perché il mio ragazzino non vuole diventare uomo...».

Piccolo Uomo abbandonò la posizione raggomitolata e si sedette ritto di fianco a Grande Vecchio.
Lo guardò fisso, dopo avergli dato un colpo affettuoso sulla spalla.
«Dovrei saperlo, ormai. Invece ogni volta mi stupisco.»
Grande Vecchio aggrottò le sopracciglia.
Gli ripeté ciò che aveva appena detto, rifacendogli il verso e fingendo di non capire.
«Dici che dovresti sapere perché non vuoi diventare uomo e invece ogni volta ti stupisci?».
Piccolo Uomo diede una tiratina al bavero del giubbotto di Grande Vecchio, simulando contrarietà per essere stato volutamente frainteso.
«Hai capito benissimo, Grande Vecchio, e mi stai prendendo in giro... Non stavo riferendomi a questo. Volevo semplicemente dire che ogni volta, pur sapendo come sei bravo nel cogliere i miei problemi, mi sorprendo per quanto ci azzecchi.»

Grande Vecchio tornò serio.
E attese che Piccolo Uomo decidesse di mettere fine alla pausa, senza fargli premura.
Anche Sommo Professore frenava la sua curiosità: se non altro, il mestiere gli aveva insegnato che la prima regola per capire è ascoltare e la prima regola per ascoltare è accettare i tempi dell'altro.

Infatti Piccolo Uomo riprese.
«Ho avuto una discussione giù in città. Prima con alcuni amici che si dicono 'grandi' e poi anche in casa, con il papà. Tutti a dirmi che bisogna decidersi. Imparare presto chi si vuole essere. E darsi da fare. Non c'è da aspettare, perché gli altri non fanno mai nulla per te e ognuno è responsabile di se stesso. E poi a ripetermi la solita frase trita che, "se si vuole, si può". E che questo potere è un dovere. E che è così che si diventa uomini: si conquista un'identità e si fa carriera. Insomma, cose così...».

In perfetta sintonia Grande Vecchio e Sommo Professore accolsero le parole del ragazzo in silenzio: non bisognava essere esperti di animo umano per cogliere, in questa confessione, ansia, sofferenza, anche rabbia.
Piccolo Uomo volle completare il suo pensiero accorato, aggiungendo ciò che peraltro era ormai chiaro.
«Per questo voglio essere una stella».
Lasciò trascorrere qualche attimo.
Poi, come parlando a se stesso, riprese, come un fiume in piena.
«Loro, le stelle, sono là, in alto. Fisse. Hanno il loro posto stabilito. Non devono fare nulla per conquistarselo. E sanno chi sono. Ci guardano e, chissà, forse provano pure un po' di pena per noi. Per il nostro darci da fare che chiamiamo vivere. Gli adulti ci insegnano a sgomitare fin da piccoli. Vogliono che siamo come loro. E noi, quasi tutti, diventiamo come loro vogliono. E chi non vuole?».

Sommo Professore, negli incontri finora avuti, aveva intuito la maturità di Piccolo Uomo, ma ora era davvero stupito.
Non poté non ricordare una esercitazione formativa che aveva spesso condotto, sia con manager che con specialisti e giovani appena entrati in azienda: chissà come sarebbe andata se ogni volta tra i partecipanti ci fossero stati più 'adulti veri', simili al ragazzino, e meno 'adulti adulterati', come invece erano la maggior parte...

Piccolo Uomo riprese il suo sfogo. E stavolta si rivolse direttamente a Sommo Professore, avendo presente il mestiere da lui svolto per tutta la vita.
«Io non voglio diventare come i suoi allievi, Professore. Non mi interessa quella vita. Anzi, scusi se glielo dico, ma la disprezzo».

Sommo Professore fu colpito: sì, c'era aggressività, ma non tanto verso di lui, piuttosto verso il mondo che lui rappresentava. E soprattutto c'era sconforto: quasi che il ragazzo sentisse di non avere vie di uscita nel futuro. Aveva attaccato quell'ambiente perché qui più evidenti sono certi comportamenti. Ma il timore si riferiva ad un contesto più ampio: anche se deciderò di non diventare manager, sembrava dire, non voglio finire immerso in una società in cui i valori-chiave siano quelli di vincere e avere successo, a qualunque prezzo e a spese degli altri.

Sommo Professore gli fece un sorriso largo e lo tranquillizzò subito.
«Non ti devi scusare, Piccolo Uomo. Ho frequentato quel mondo da una vita e sono consapevole di esserne in qualche modo corresponsabile. Ho cercato di non indulgere, per quanto possibile ho evitato di colludere e anzi mi sono speso, soprattutto nelle mie azioni di formazione, perché passassero certe pratiche differenti da quelle correnti, troppo spesso assunte perfino come modelli ideali. Ho scoperto, come sempre accade, che le cose sono meno granitiche di come appaiono. Anche in quell'ambiente, c'è gente diversa. O, almeno, gente che vuole essere diversa. E ci prova. E sente disagio se non ce la fa. Però, certo, la tendenza dominante, oggi almeno, va nella direzione che tu temi. Hai ragione, ragazzo».

Piccolo Uomo avvertì dell'affetto in quel 'ragazzo' con cui Sommo Professore aveva chiuso il suo commento. E colse anche comprensione sincera: non un semplice modo per conquistarsi la sua benevolenza con qualche tocco di paternalismo.
Ne fu contento, perché non aveva voluto essere irrispettoso: e poi, per quanto aveva potuto captare (e i giovani, in questo campo, hanno un 'sesto senso' più spontaneo e affinato degli adulti), quel Professore gli piaceva. Non doveva sbagliarsi: altrimenti non sarebbe scattata la simpatia con Grande Vecchio, che pure aveva gusti assai difficili nella scelta, sempre iper-parsimoniosa, delle sue relazioni.

Grande Vecchio era rimasto toccato dalla confidenza di Piccolo Uomo: la sua sensibilità empatica gli diceva che la questione era come esplosa quella sera, favorita dalla splendida armonia della notte stellata, ma veniva da lontano e covava da tempo nell'anima del ragazzo.
Decise di stimolare il suo ospite.
«Immagino, Sommo Professore, che avrete mille episodi, tratti dalla vostra lunga esperienza, che possono far riflettere sulla questione posta da Piccolo Uomo. E' un tema rilevante. E se è vero che nessuno ha la bacchetta  magica per risolverlo, forse non avere la magia della bacchetta è di aiuto: perché a noi umani, che non siamo stelle, resta la magia dei pensieri, in questo caso supportati da un vissuto come il vostro. Sicuramente prezioso. Perché per anni voi siete stato a contatto, sul campo, con un mondo oggettivamente significativo: che ben rappresenta tanta parte della realtà. C'è qualcosa che potete raccontare in proposito?»

A Piccolo Uomo non era ovviamente sfuggita la battuta sugli umani che non sono stelle: era abituato all'ironia di Grande Vecchio e anche per questo gli era affezionato.
Si era fatto attento, scrutando il viso di Sommo Professore per intuire la sua disponibilità: condivideva il suggerimento di Grande Vecchio e, se prima era tutto occhi nel cielo, ora era tutto orecchi, pronto a non perdere una virgola del racconto che dava per certo ci sarebbe stato.

Sommo Professore non era tipo da farsi pregare.
Del resto, il ricordo suscitato da Piccolo Uomo, mentre svelava le ragioni del suo desiderio nascosto di diventare una stella, poteva benissimo essere occasione di un racconto.
«Accetto volentieri, Grande Vecchio. Se questo può servire, racconterò qualcosa che proprio lo sfogo di Piccolo Uomo ha riesumato dalla mia mente. E' una esercitazione formativa, che ho proposto più volte ai miei allievi. Non l'ho inventata io, ma è ispirata ad una favola di antica sapienza, che credo anche voi, Grande Vecchio, conosciate. Io l'ho solo modificata, per aumentarne l'efficacia didattica.»

A Piccolo Uomo, appena sentì citare il termine favola, spuntò un terzo orecchio.
E si riaccoccolò, stringendosi nel giaccone.
Anche Grande Vecchio si era fatto curioso.

«E' tutto molto semplice» anticipò Sommo Professore. «Siamo in un seminario lungo, residenziale, rivolto a 30 persone. In questo caso, manager di alto livello, con ruoli e responsabilità simili a quelle dei manager che avete incontrato la scorsa volta, quando Grande Vecchio, a proposito dello stress, ha impartito loro la grande lezione del bicchiere: e infatti alcuni di loro che sono stati qui erano presenti anche a quel seminario. Naturalmente, per poter scambiare in maniera attiva, in contesti come questo, per la maggior parte del tempo si lavora in piccoli gruppi, al massimo di dieci persone. Io, coadiuvato da altri due miei colleghi, conducevo l'attività, alternando brevi esposizioni a discussioni, lavori di gruppo, esercitazioni attive. Ad un certo punto, invito il gruppo intero a prender parte a questo 'gioco'. Nella stanza accanto, dentro un grande vaso di vetro dall'imboccatura stretta quanto basta per far passare agevolmente un polso, ma appunto il polso di una sola persona, sono inserite trenta piccole scatole chiuse. Ogni scatola si apre con una chiavetta, che consegno ad ognuno dei trenta partecipanti. L'apertura è facile: richiede un minimo di pazienza nel far fare mezzo giro alla piccola serratura. Dentro ogni scatoletta, c'è un biglietto con indicato in stampatello nome e cognome di ogni partecipante. Il compito di ognuno è quello di trovare, nel grande vaso di vetro, la scatoletta che contiene il proprio nome. Hanno due minuti di tempo».
Sommo Professore si interrompe e chiede a Piccolo Uomo.
«Secondo te cosa accade? Ce la fanno?»

Piccolo Uomo era imbarazzato.
Si volta a guardare Grande Vecchio, per rubargli un aiuto, ma Grande Vecchio, impassibile, ha un sorriso indecifrabile.
Alla fine azzarda.
«Forse».
E aggiunge subito dopo, come in un sussurro:
«Se non rovesciano il vaso...».

Sommo Professore esulta.
«Sei incredibile, Piccolo Uomo. Sì, non sempre, ma talvolta il grande vaso di vetro cade a terra, andando in mille pezzi. Accade anche nel caso di cui vi sto parlando. La foga è tale che le trenta persone, volendo tutte nello stesso tempo infilare la mano per prendere la scatolina o strattonandosi il vaso per poter averne il pieno controllo, lo fanno finire a terra. Comunque, neppure dopo, quando tutte le scatoline sono sul pavimento ed è più facile aprirle, il compito viene portato a termine nel tempo assegnato. Può accadere che ci riesca qualcuno: perché ha la fortuna di aprire la scatolina giusta. Ma il caso può privilegiare una o due persone al massimo. Più spesso accade che qualcuno tenti di arraffare davanti a se più scatoline possibile, suscitando le ire degli altri. E allora i litigi, che accompagnano le gomitate per allontanare i prepotenti o per difendere la propria prepotenza, hanno il solo risultato di far scadere il tempo».

Piccolo Uomo scuote la testa.
«E poi non volete che io voglia diventare una stella?».

Sommo Professore riprese la parola.
«Attenzione. C'è un secondo esercizio. Uguale. Ma diverso.»

Piccolo Uomo non capisce: i due aggettivi contrastano.
«Sì. L'esercizio è uguale nel senso che le risorse a disposizione comprendono sempre il grande vaso di vetro e le trenta scatolette contenenti i trenta biglietti con i nomi e cognomi di ognuno. Il vincolo rimane quello dei due minuti. E l'obiettivo resta quello di far sì che ognuno, alla fine, si ritrovi con la scatoletta contenente il biglietto con il proprio nominativo. Tuttavia l'esercizio è diverso perché l'invito, esplicito e rivolto a ognuno, è di aprire la prima scatoletta che si ritrovano in mano, consegnando il biglietto con il nominativo al proprietario. Naturalmente, poiché tutti si conoscono dalla settimana che stanno trascorrendo insieme, riconoscere la persona del biglietto, una volta aperta la scatoletta, non è difficile. E in meno di due minuti tutti si ritrovano con il loro nominativo, consegnatogli dal collega. Dunque: obiettivo raggiunto con la soddisfazione di tutti».

Grande Vecchio si stava riaccendendo la pipa, che una folata di vento aveva spento.
Piccolo Uomo era assorto.
Lasciò trascorrere un lungo tempo.
Poi chiese, senza rivolgersi a un interlocutore preciso:
«Sono confuso. C'è una conclusione?»

Sommo Professore sembrava pago di aver lanciato il racconto.
Grande Vecchio scosse lentamente il capo, muovendo nell'aria la pipa.
«Me l'hai già sentito dire, Piccolo Uomo, e quindi la mia riposta è prevedibile. Temo le conclusioni. Primo, perché hanno il grande difetto di non tenere aperte le domande. E secondo, perché riducono tutto a una prescrizione o a una sentenza, in genere moralistica: come quando si pretende di fornire, appunto, la 'morale della favola'. Se una favola è 'sapiente', come è per quelle antiche che hanno passato il vaglio dei secoli, una favola non dice mai una cosa soltanto. Oppure ne privilegia una, ma non ne esclude altre. Il racconto che ci ha donato Sommo Professore si riferisce a un esperimento, ma si ispira a una favola. E infatti dice più cose. Magari anche contraddittorie. E poi non è mai tanto importante ciò che una favola dice quanto ciò che chi l'ascolta sente».

Piccolo Uomo smise di guardare Grande Vecchio e si concentrò.
Rifletteva, un po' silenziosamente e un po' a voce bassa, come borbottando. Trovava con calma i pensieri, così come gli venivano: poi li approfondiva, li cambiava, li correggeva. Alcuni erano più superficiali e scontati, altri, forse, potevano apparire più profondi: alla fine, era sicuro, avrebbe trovato un ordine che poteva dare un senso a tutto.
Grande Vecchio e Sommo Professore avevano intuito che la loro presenza non era sgradita e che, anzi, in qualche modo poteva costituire uno stimolo. Ma all'unisono, senza dirsi nulla, avevano deciso di fare come non ci fossero: guardavano il cielo ed erano persi tra le stelle.

Dopo una quindicina di minuti, Piccolo Uomo annunciò che la sua riflessione poteva dirsi compiuta.
«Ho 'trovato' nove punti come commento al racconto di Sommo Professore. Non so se sono pensieri 'giusti'. Ma, al momento, sono questi: sono i miei e mi paiono interessanti. Me li appunterò su un pezzo di carta: così, come dice Grande Vecchio, visto che non esiste una linea netta tra 'giusto' e 'sbagliato', potrò continuare a farmi le domande...».

Grande Vecchio si era alzato nello stesso istante in cui anche Sommo Professore decise che era ora di lasciare lo spiazzo, sgranchendosi le gambe intorpidite: la vecchiaia, evidentemente, suggeriva mosse comuni.
Fece intendere che per lui era ora del letto.

«Si è fatto tardi. E uno dei vantaggi degli uomini rispetto alle stelle è anche quello di andarsene a dormire quando la stanchezza incombe. Immagino che Sommo Professore sia dello stesso avviso. Non so invece cosa abbia deciso Piccolo Uomo: ma visto che per ora non è ancora asceso al cielo, gli ricordo che nella grotta c'è una brandina che l'attende. Tra l'altro, se è vero che il sonno porta consiglio, domani potrebbe aggiungere altre riflessioni alle nove finora trovate. Ma se vuole andare oltre le nove, lo inviterei a non fermarsi alla soglia magica del dieci, così da non illudersi di aver trovato, anche su questo tema, i dieci comandamenti...».

Piccolo Uomo sorrise, pure lui alzandosi dalla sedia di pietra: aveva il naso freddo e cominciava a sognare il calore delle coperte. Ma prima di andare a letto, c'era una cosa che doveva assolutamente fare: non poteva rimandare, finché era ancora 'caldo' dei suoi ragionamenti.
Augurò buona notte a Grande Vecchio e Sommo Professore e li ringraziò per la serata: gli avevano dato ottimi spunti..
Poi entrò nella grotta, si ritirò nell'angolo occupato dal tavolaccio, accese la candela e iniziò a scrivere.

* * *
Sommo Professore e Piccolo Uomo erano ancora in pieno sonno, ma Grande Vecchio si levò come sempre all'alba.
Notò subito lo scritto sul tavolo, fermato dal portacandele perché un eventuale colpo di vento non lo facesse volare via, ma prima di leggerlo decise di uscire sullo spiazzo: sentiva l'urgenza di respirare, come ogni alba, la luce ancora tremula della giornata e abbracciare con lo sguardo le montagne.
Era il suo modo per dare il benvenuto al nuovo giorno e fare entrare dentro di sé tutto lo spirito di ciò che stava nascendo e non era mai stato.

Poi rientrò e lesse:
«
Per me, per Grande Vecchio e per Sommo Professore: i miei 9 punti suscitati dal racconto di Sommo Professore - (1) La competizione egoistica porta all'insuccesso. (2) Focalizzarsi sull'altro, e non su di sé, conduce al risultato di tutti. (3) E' possibile farsi la guerra, ma anche aiutarsi: la scelta sta in noi. (4) Qualcuno, da 'fuori', ci può aiutare, dandoci l'indicazione 'giusta'. (5) Però niente impedisce che, anche da 'dentro', qualcuno lanci l'idea di un comportamento utile per tutti. (6) Forse, (ri)trovare il proprio nome significa costruirsi un'identità. (7) Ma se questa identità, pur di conquistarla, la pretendi a spese degli altri, non la ottieni. (8) Forse, se sai attendere e non ti butti con frenesia a cercare di conquistarti un'identità impossibile da ottenere da soli, sono gli altri che te la danno. (9) Forse tutti devono agire e tutti agendo costruiscono l'identità di tutti.
Post Scriptum - Lo so, a questo punto dovrò decidere che fare. Le stelle cadenti sono domani notte e dovrò mettere a punto il mio desiderio. Il problema è quale. Ho capito che se diventassi una stella, certe domande non me le porrei più. Loro, come dice il titolo di un famoso libro di cui mi sto ricordando ora (3), fanno quello che sanno fare: stanno a guardare. A me guardare e basta forse non soddisfa come credevo. Ammetto che in fondo, al di là del risultato cui sono arrivato, ho provato gusto nel far girare il mio cervellino. E devo dire grazie a Grande Vecchio e Sommo Professore, che me l'hanno insegnato. Per quanto mi riguarda, continuerò a restare affascinato dallo splendore delle stelle, ma non le invidierò più. Sono un uomo e diventerò un uomo. A modo mio. E sarò sempre Piccolo Uomo.
»
*** Massimo FerrarioLe stelle e gli uomini, inedito 2016, per Mixtura. Elaborazione originale, a partire dallo spunto di una breve favola antica riportata in più testi e diffusa anche in internet.


(1) - Il tempo e le pietre del vaso, Mixtura, qui
(2) - Il bicchiere e lo stress, Mixtura, qui
(3) - Archibald Joseph Cronin, E le stelle stanno a guardare, 1937, Bompiani, 1978-2014

In Mixtura oltre 60 miei contributi della sezione #Favole&Racconti qui

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