domenica 30 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'etica della nonna (Massimo Ferrario)

Non ricordo esattamente cosa avevo fatto. Però ricordo con precisione quello che mi disse mia nonna. Ero piccolo e passavo molto tempo con lei, perché mia mamma lavorava tutto il giorno. Mia nonna, sempre sorridente, quella volta divenne seria. Con dolcezza, ma con fermezza, mi ripeté due volte il suo rimprovero: «Questo non devi farlo più. Ricordati: assolutamente non devi farlo più. Hai capito?».

Io chiesi: «Ma perché?».
Lei rispose: «Perché non sta bene».
Io insistetti: «Ma perché non sta bene?».
«Non sta bene perché non è bello».
«Non è bello a vedersi?».
Lei rifletté un attimo: «Anche».
Io non mi accontentai di quell'anche. «Hai detto 'anche'. E poi, perché non è bello?».

Trascorsero parecchi secondi. Mia nonna probabilmente stava valutando se farmi un ‘discorso da grandi’. Avrebbe potuto chiudere il dialogo come si fa spesso con i piccoli: è così perché è così. Ma lei credeva che tutto si può, e si deve, spiegare. E che i bambini, se spinti a capire, capiscono. 

«Perché non è bello per chi si comporta così: non è bello per te, in questo caso. Devi sapere una cosa importante: sia che gli altri ci vedano, sia che gli altri non ci vedano, quando noi ci comportiamo male, ci facciamo male. Perché rompiamo la bellezza che noi siamo. Ognuno di noi, dentro se stesso, è bello. Noi tutti, all’origine, siamo belli. E dobbiamo rispettare questa bellezza che abbiamo. Che noi siamo». 

Io rimasi silenzioso. Non avevo mai pensato al fatto che potesse esistere una bellezza dentro ognuno di noi. «Ma come facciamo ad accorgerci che dentro siamo belli?».
Mia nonna sorrise. «Te l'ho detto. Quando facciamo qualcosa che non dovremmo fare, ci accorgiamo che abbiamo rotto l’armonia che sta dentro di noi. E abbiamo perso almeno un pezzo di bellezza. Che poi, però, dobbiamo, e possiamo, ricostituire. Per esempio non facendo più quello che abbiamo fatto». 

Io rimasi zitto per un po': rimuginavo.
«Non ti convince, vero?»
«No, nonna. È che io, facendo quello per cui tu adesso mi stai rimproverando, non mi sono accorto di rompere questa bellezza di cui tu parli».  
« Perché non senti ancora la voce che ti può mettere in guardia».
«Una voce? Quale voce, nonna?».
«Quella che pian piano si forma in ognuno di noi. E ci fa diventare adulti. Possibilmente ‘buoni e belli’. Io, per esempio, in questo momento, dicendoti ciò che ti sto dicendo, sto aiutando questa tua voce a crescere dentro di te. E a farsi sentire. Così non avrai più bisogno di me. Ti basterà ascoltarla. E lei ti aiuterà a decidere come comportarti. E a sgridarti, al posto mio, quando io non ci sarò più, se ti sarai comportato male. In modo che la prossima volta tu sia invogliato a comportarti meglio».

Mia nonna mi scrutava in silenzio, con sguardo benevolo e affettuoso. Intuiva che il mio cervellino era in movimento: magari non avrei capito tutto quella volta. Ma intanto aveva lanciato un seme. 
Dopo qualche minuto le feci l’ultima domanda: «Ma ha un nome questa voce?».
«Certo. Si chiama coscienza. Ed è quella cosa che rende umani gli umani. Quando ce ne dimentichiamo perdiamo umanità. Al punto che possiamo  diventare disumani». 

Mia nonna è morta da almeno vent’anni. Per sua fortuna. Perché oggi continuerebbe a essere capita dai bambini, ma verrebbe certamente irrisa dagli adulti. 
A me quella volta iniziò a insegnare (perché le cose cruciali della vita non si finisce mai di insegnarle e non si finisce mai di apprenderle) la fondamentale corrispondenza tra ‘etica’ e ‘estetica’: il ‘kalòs-kai-agatzòs’ dei Greci. 
Mia nonna non aveva una laurea in filosofia. Aveva la terza elementare, era figlia di nn, era stata trovata sulla ruota di un convento ed era stata allevata in una famiglia di contadini insieme ad almeno una decina tra fratellini e sorelline.

*** Massimo Ferrario, 1946, L’etica della nonna, 'Mixtura' (masferrario.blogspot.com), 30 luglio 2023



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venerdì 28 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / I miei occhi e il mio pensiero (Massimo Ferrario)

Il Maestro era attorniato dagli allievi. Tutti bramavano esibirsi e dimostrare di essere i migliori.
Il bersaglio era alla giusta distanza. Grande, sul tronco di un albero al limitare della radura, mostrava un cartello di legno quadrato. Al centro, su sfondo bianco, un piccolo cerchio rosso.

Si offrì il primo allievo. Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Vedi i grandi alberi che ci circondano?”
“Certo, Maestro”.
“Allora lascia l’arco e torna tra i compagni”. 

Si offrì il secondo allievo. Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Sono qui accanto a te. Mi vedi?
“Certo, Maestro”.
“Allora lascia l’arco e torna tra i compagni”. 

Si offrì il terzo allievo. 
Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Vedi i grandi alberi che ci circondano?”
“No, Maestro. Non li vedo.”
“Sono qui accanto a te. Mi vedi?”
“No, Maestro. Non ti vedo.” 
“Vedi gli uccelli che sorvolano il bosco?”
“No, Maestro. Non li vedo.” 
Vedi l’albero su cui è inchiodato il bersaglio?”
“No, Maestro. Non lo vedo. 
Vedi il bersaglio grande di legno?”
“No, Maestro. Non lo vedo. 

Tutti gli allievi proruppero in una risata collettiva di scherno: non vedeva il bersaglio e pretendeva di tirare la freccia?

Il Maestro, con un gesto stizzito, impose il silenzio. Poi fece l’ultima domanda.
“Dimmi allora cosa vedi, ragazzo.”
“Vedo un cerchio rosso. Solo un cerchio rosso. Occupa tutti i miei occhi e il mio pensiero. Tutto me stesso è dentro il cerchio rosso”.

Il Maestro allora fece cenno di tirare. E il ragazzo tirò.
La freccia sibilò e si piantò esattamente al centro del cerchio rosso.

*** Massimo FERRARIO, I miei occhi e il mio pensiero, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura di un breve testo di autore anonimo.


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giovedì 20 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / Il paradiso frainteso (Massimo Ferrario)

L'indomani sarebbe stato il suo compleanno e il bilancio degli anni, a quel momento, era più che positivo. Aveva vissuto la vita che desiderava: non si era fatto mancare un divertimento, un'avventura, una follia. Soldi e donne a volontà: i giorni per lui erano solo piacere. Mai una sofferenza. Mai un dolore.

Poi, quella notte, ci fu il sogno.
Si ritrovò soffuso da una nuvola soffice. Dal biancore lattiginoso, se ne uscì un angelo, che si diresse dritto a una piccola cesta. Abbandonata da qualcuno, che nel sogno non si vedeva, riportava un cartello inequivocabile: a caratteri cubitali, campeggiava la scritta 'sofferenze'. Il giovane ovviamente capì subito che il proprietario della cesta non era lui. Pensò invece alla vita di stenti di suo padre, che ogni giorno lo incitava a mettere la testa a posto, a capire che esistono anche i doveri e i sacrifici. Magari quella cesta era la sua. L'angelo, lentamente, la svuotava: per ogni piccolo sasso, che l'angelo riponeva in un porzione di nuvola accanto alla cesta, compariva e si moltiplicava un lingotto d'oro. Oro puro, a 24 carati. 
Quando il giovane vide la piccola montagna d'oro, decise di abbandonare il sogno e si svegliò. 

"Ho capito", si disse. "E per fortuna sono ancora in tempo". 
Dall'indomani cambiò vita. E con costanza, quotidianamente, adottò comportamenti opposti a quelli tenuti sino a quel momento.
 
Il giovane invecchiò. 
Rifiutando ogni momento di gioia e ricercando solo privazioni e sacrifici, era diventato un uomo insopportabile: abbandonato da tutti, coltivava una solitudine rancorosa. 
Ormai gli era rimasta soltanto la speranza di essere presto liberato dalla morte e di poter finalmente meritarsi l'oro del Paradiso che aveva sognato in gioventù.

Ci pensava tanto che ogni notte, prima di addormentarsi, pregava di rivedere l'Angelo: ora, pensava, la sua cesta era colma. E lui era pronto.

Fu così che una notte sognò il sogno di allora. 
Era esattamente lo stesso: quello che lui aveva interrotto, quando aveva visto la montagna di lingotti d'oro che cresceva e si moltiplicava ad ogni piccolo sasso che l'angelo toglieva dalla cesta. 
L'angelo, stavolta, lo accolse con un sorriso che sapeva di rimbrotto. 
"Te ne sei andato troppo presto."
Il vecchio non capì: "Me ne sono andato troppo presto?"
"I sogni non si lasciano. Ci parlano se li seguiamo sino alla fine".

L'angelo riprese i fotogrammi del sogno interrotto. 
Metteva mano al mucchio di uova d'oro impilate: con calma prendeva ogni lingotto e lo riponeva in una nuova cesta, assai più grande di quella che aveva contenuto i sassi. Alla fine, quando la cesta era colma e quasi impossibile da portare, caricava la cesta sulle spalle della stessa persona indefinita del sogno di tanti anni fa. Le indicava la strada del ritorno e la salutava. 

Il vecchio non si trattenne.
"Ma come, mandi via così quella persona con tutto quello che ha sofferto?"
L'angelo ebbe quasi un moto di stizza. 
"Mi spiace per il fraintendimento. Ma il Paradiso non è questo. Siete voi che spesso vi costruite l'Inferno per amore del Paradiso. Noi angeli vi possiamo solo mettere in guardia. Sempre che vi prendiate tempo per ascoltarci. Ma voi, quando vedete l'oro..."

*** Massimo Ferrario, Il Paradiso frainteso, per 'Mixtura'. Libera riscrittura creativa di un racconto anonimo.


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mercoledì 19 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'inferno più infernale (Massimo Ferrario)

La fila è lunga e si ingrossa sempre più. Ma tutti, disciplinati e impauriti, attendono in silenzio il loro turno. 

Attorno, piccoli diavoli, di color rosso incandescente, controllano con i forconi: ogni tanto, una scudisciata a caso. 
“Tanto”, grida il Capo Demonio, tra una bestemmia e l’altra, “ogni violenza è ben data e nessuno è innocente”. 

Fa un caldo infernale. Ma è logico: è appunto l’inferno. L’anticamera, per l’esattezza. Il punto in cui viene decisa la pena: perché l’inferno non è tutto uguale e anche i tormenti, comunque tutti terribili e insopportabili, possono essere, nella loro fissità eterna, più o meno dolorosi, continui, estenuanti. Dipende dal comportamento tenuto in vita: che viene passato al setaccio dal Capo Diavolo, su un librone che registra ogni peccato prima dell’assegnazione alla postazione ritenuta più ‘giusta’.

Ad un certo punto, il silenzio è rotto dalla protesta lamentosa di un nuovo arrivato, che viene spintonato e messo in riga da uno dei tanti diavoli vigilanti.
Interviene subito il Capo Demonio, con una sferza impietosa che getta per terra il malcapitato e lo fa rotolare per decine di metri lungo la fila: per terra, accanto ai compagni, che si ritraggono, atterriti, e si abbracciano per farsi coraggio. 

L’urlo, sovrumano, è seguito da una maledizione.
- Che hai da lamentarti, piccola nullità dell’universo? Non hai ancora capito che sei diventato un pulviscolo di materia solo buona per alimentare l’inferno? 
- E’ un errore, sono innocente. Io non ho fatto nulla, c’è uno sbaglio, vi prego, aiutatemi.

Il Capo Demonio si fa dire il nome e sfoglia le pagine del librone: può capitare l’errore e lui è lì anche per assicurare che sia fatta giustizia. 

In effetti il dannato appena giunto, almeno stando all’elenco riportato nelle pagine, non sembra sia un dannato. Ma forse le registrazioni sono in ritardo: anche i diavoletti insipidi, di color grigio tetro, che stanno sempre a digitare sui computer degli uffici non riescono a tener dietro agli arrivi. 

Il Capo Demonio decide di procedere ad un veloce interrogatorio.
- Vediamo: dimmi le tue ragioni. Davvero sostieni di non aver fatto nulla di male?
- Nulla, assolutamente nulla, signor Capo Demonio. Eppure, giù in terra, mi è capitato di vivere in mezzo all’inferno. Ho visto ogni possibile violenza: ho partecipato a guerre, ho assistito a omicidi e massacri, ho conosciuto assassini, ladri, truffatori. Ho vissuto in mezzo a gente losca, capace di ogni turpitudine: dittatori, torturatori, uomini che stupravano ragazzine. Ma io nulla: sempre pulito, irreprensibile, neppure un piccolo peccato.
- Mi stai dicendo che hai visto tutto il male possibile e tu sei stato sempre un angioletto.
- Infatti. Non ho le ali, ma potrei averle. Ho visto altri praticare ogni male, ma io mi sono sempre tenuto in disparte.

Il Capo Diavolo ne ha abbastanza: chiama un assistente e gli si rivolge in modo perentorio.
- Ok, ultimo piano girone A. Nella parte in ristrutturazione, che stiamo allargando per i troppi arrivi quotidiani. E’ la zona più infernale dell’inferno. E tra le postazioni ancora libere scegli la peggiore, mi raccomando. Quella dedicata a chi vede il male e non fa nulla di male se non guardarlo senza intervenire: sono i peggiori, quelli che si credono innocenti.

*** Massimo FERRARIO, L’inferno più infernale, per ‘Mixtura’, 19 luglio 2023 – Libera riscrittura di un breve racconto di autore ignoto.

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martedì 18 luglio 2023

#MOSQUITO / Un anno di calendario (Massimo Ferrario)

Secondo i più recenti studi scientifici, l’Universo  ha un’età di 13,8 miliardi di anni e i primi segnali di vita sulla Terra risalgono a 3,8 miliardi di anni fa. 
Homo Sapiens pare essere comparso circa 200 mila anni fa: prima in Africa e poi, con migrazioni successive, in ogni punto del globo.

13,8 miliardi. 3,8 miliardi. 200mila. 

Sono numeri difficili da fare propri: le loro dimensioni ce li rendono troppo lontani. Concettualmente inafferrabili.

Per visualizzarli meglio, possiamo riportare tutto al calendario di 1 anno.
Con questa metafora possiamo fissare almeno 5 eventi storici fondamentali:
* il Big Bang dell’intero Universo si colloca al 1 gennaio;
* il 20 settembre si hanno i primi germogli di vita sulla Terra: batteri unicellulari e alghe azzurre;
* il 25 dicembre si diffonde Homo Sapiens;
* il 31 dicembre, 1 minuto prima della mezzanotte, si affermano industrializzazione e capitalismo;
* sempre il 31 dicembre, 5 secondi prima della mezzanotte, Internet fa i suoi primi passi sui nostri computer.

Il calendario di 1 anno sarebbe un riferimento utile da non dimenticare. Anche per tentare di tenere sotto controllo, ogni volta che ci ricordassimo questi pochi dati, l’hybris onnipotente che ci caratterizza e che a troppi fa anteporre la D al proprio Io.

Già: siamo esseri insignificanti. 
Come umani, abbiamo fatto e facciamo cose incredibili. 
Ma siamo un pulviscolo invisibile nel Tutto: immersi in un Universo dal diametro di 93 miliardi di anni luce.
E questo almeno per quella parte di Universo che riusciamo ad osservare. 
Perché alcune speculazioni teoriche sul Multiverso di cosmologi e fisici ipotizzano che il nostro Universo sia solo uno tra i molti che possono esistere. 

Un Tutto che non finisce mai. 
E noi un infinitesimale, miserevole e trascurabile, di cui.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Un anno di calendario, ‘Mixtura (masferrario.blogspot.com’), 18 luglio 2023


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lunedì 17 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / La signora con 25 euro (Massimo Ferrario)

In coda alla cassa, la signora - sui 40 anni, vestita in modo modesto, ma decoroso, non truccata, con un volto stanco che fa trasparire una vita di sacrifici - guarda il display con un filo di preoccupazione. 
Una bambina di cinque anni e un bambino di tre le sono attaccati alla gonna.

“26,80 euro”, dice la cassiera. 

La signora cerca di nascondere l’imbarazzo. 
"Mi scusi, ho dimenticato il bancomat a casa, ho solo 25 euro: devo togliere qualcosa". 

Nel carrello non ci sono prodotti inutili: pane, pasta, latte, pomodori, pesche, carta igienica. Niente carne e niente pesce.
In fila gli altri clienti osservano la scena con qualche disagio. 
La signora è indecisa: non sa a cosa rinunciare.

Subito dietro di lei un signore le tocca con discrezione un braccio: 
"Guardi, signora, che le è caduto qualcosa". 
Lei è sorpresa: ai suoi piedi giace una banconota da 10 euro. Sa bene che non le appartiene: nel borsellino, uscendo da casa, aveva messo esattamente due banconote da 10 e una da 5 euro. 
Sta per dirlo. Ma lo sguardo, caldo e complice, dell'uomo la trattiene. 
Il signore si piega, raccoglie la banconota, gliela offre e le dice: 
"Probabilmente è successo quando ha aperto il borsellino".

Lei continua a titubare: non sa che fare. 
Il signore insiste: la guarda sorridendo e commenta. 
“Capita: a me è successo proprio l’altro giorno, mentre pagavo il pieno di benzina. Per fortuna esistono ancora persone oneste: se n’è accorto il garzone”.

La donna desiste. Ora, ha un sorriso che le illumina il volto: come una bambina felice. 
Paga. 
Poi fissa gli occhi del signore e gli sussurra un grazie che dice tutto. 

Il signore le restituisce il sorriso: solo un attimo, poi volta la faccia verso la cassiera, come a voler far dimenticare subito a tutti l’episodio. E inizia a mettere nei sacchetti la sua spesa. 
Cerca di nascondere il turbamento: il ‘grazie’ della signora è uno dei più intensi e sinceri ricevuti in tutta la sua lunga vita. 
E' contento. Ha salvaguardato la dignità di quella donna: agli occhi di se stessa, dei figli e di tutti i presenti. 

Il testo è una libera riscrittura di una storia che gira da anni su internet: è spacciata per vera ed è attribuita a una fantomatica cassiera che sarebbe stata testimone dell’episodio. 
Specie di questi tempi, sarebbe bello non fosse solo una fantasia.

*** Massimo FERRARIO, La signora con venticinque euro, ‘Mixtura’, 17 luglio 2023. 


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giovedì 15 giugno 2023

#SPILLI / Fuori (Massimo Ferrario)

Dopo lo sconcio, previsto ma andato oltre le attese più pessimistiche, della santificazione generalizzata di Berlusconi, attraverso tv a canali unificati e quotidiani a testata unica, ho la conferma di far parte di quella minima minoranza di cittadini cui ormai 'fanno male' l'Italia e gli italiani.

Con questa 'nazione', con questa 'patria', non ho nulla da spartire. E nulla voglio condividere.

Questo è un paese culturalmente pervertito: incapace di opporre un'etica pubblica e individuale, che sanzioni anche socialmente la disonestà e la illegalità, allo scempio in atto almeno dagli anni 80 del craxismo. Del resto nessuno poteva fare ciò che ha fatto Berlusconi, con l'aiuto dei suoi servili eredi, se non ci fosse (stata) complicità con il dna caratteriale profondo di noi italiani.

Come il fascismo, così il berlusconismo (e quanto accaduto in questi giorni) è l'autobiografia di una nazione.
E, almeno nell'immediato, non c'è nulla da fare.
Perché il punto non è cambiare i governi: che pure è un'impresa ardua, se si vuole davvero proporre una seria alternativa e non alternare figurine sulle poltrone del potere. Il problema è intaccare l'antropologia di un Paese ridotto a come è ridotto: riorientandola di 180 gradi. E l'antropologia non si cambia se non con lunghi processi (di tutti) e una ferrea determinazione (di tutti) a essere diversi da come si è, anche dopo autoanalisi (dolorose) su chi si è diventati.

E' già stato detto: se si vuole distruggere qualunque convivenza che voglia essere comunità civile, basta trattare i disonesti come persone rispettabili, o addirittura padri ed eroi della patria, e trattare gli onesti come fessi che non sanno vivere.

E' di moda la 'parificazione'. Ma io non sono né per questa né per altre.

Mi rendo conto di essere 'fuori': e del resto dichiaro disgusto per i 'vincenti' che hanno come fine unico vincere a qualunque costo, affermando con ogni mezzo la propria insultante egolatria.
Sono orgoglioso di provare questa dolorosa, lontanissima estraneità. Dall'Italia e dagli italiani. 

*** Massimo FERRARIO, Fuori, per 'Mixtura'


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martedì 13 giugno 2023

#SPILLI / Vergogna, come sempre ma più di sempre (Massimo Ferrario)

Negli ultimi quarant'anni sono infinite le volte in cui mi sono vergognato di avere come concittadino un figuro come Berlusconi al vertice delle più alte cariche dello Stato. 
Ho provato fastidio, irritazione, incazzatura. Avrei voluto non essere italiano. E la cosa mi ha fatto male: un vero e proprio male fisico. 
So di non essere stato solo, ma non per questo il male si è mai tramutato in gaudio, neppure a metà. Anzi, si è esponenzialmente moltiplicato. 

Ora, con la morte di Berlusconi, la vergogna, con il relativo dolore, ritorna, più acuta e disgustante che mai. Ma stavolta, lui, Berlusconi, c'entra solo indirettamente. I primi responsabili sono altri. 

Non è una novità. Devo ammettere, se ben ci penso, che anche in passato questi responsabili erano presenti. Oggi però, sarà la potenza del presente che li porta in primo piano, non riesco a non vederli giganteggiare come causa prima della mia nausea. 

Sono almeno due, questi responsabili: lo Stato e il ceto mediatico di stampa e tv.

(1) - Lo Stato ha deciso che mercoledì, giorno dei funerali di Berlusconi, sia 'lutto nazionale'. 
Ora: il lutto è una cosa seria. E la nazione (espressione che peraltro non amo particolarmente) altrettanto: le sue dimensioni vanno (dovrebbero andare) oltre la stretta cerchia familiar-parentale e il condominio. 'Lutto nazionale' significa quindi certificazione di un dolore che riguarda (almeno) la maggioranza degli italiani. Dire che mi pare una decisione spropositata, soprattutto se applicata a un personaggio mai come altri così divisivo, è usare un eufemismo. 
I ‘funerali di Stato’, per chi è stato presidente del Consiglio, sono previsti dalla legge: che non ha immaginato (per l'assurdità dell'ipotesi) l'esclusione per condanne, ad esempio per frode fiscale, per chi abbia occupato cariche così alte. Ritengo che stonino, i funerali con onori pubblici in Duomo a Milano, ma sono legittimi. E' invece una scelta del tutto discrezionale dell'attuale governo decretare il ‘lutto nazionale’. 
Credo che, come me, milioni di italiani non ritengano di essere in lutto, eppure tutti facciamo parte della stessa nazione che, per mano del sottosegretario alla presidenza del consiglio e quindi di Giorgia Meloni,  ha decretato il pianto collettivo, per tre giorni, per Berlusconi. 
Non essere in lutto non significa godere per la morte di Berlusconi: tra l'altro un evento naturale avvenuto a 86 anni. Significa solo, non essendo parte della cerchia degli intimi, non provare né dolore né tristezza. 
Ogni giorno muoiono al mondo 140 mila persone (2mila in Italia), tra queste un'infinità di gente sicuramente (più) meritevole di essere pianta: e a loro non dedichiamo neppure un secondo. 
Il mio atteggiamento verso questo evento, per nulla sorprendente e improvviso, è dunque quanto mai semplice: nessun brindisi, solo una presa d'atto della naturalità della morte. E il diritto di continuare a dire, del morto, ciò che si pensava e si diceva del vivo. Nel bene e nel male. E quando il male supera il bene (o almeno così si ritenga), dire del male ancor più che del bene. Anche perché il male, in personaggi che hanno occupato ruoli di vertice come il de cuius, non resta isolato, ma si espande a raggera, pure oltre i reati oggetto di processo penale. Perché tocca tutti. Avendo pervertito, in questi quarant'anni di vita pubblica, in chiave profondamente antropologico-culturale, l'intera struttura psico-sociale che fonda una ‘comunità’: i suoi principi i suoi valori, la sua visione del mondo.

(2) - Qui entra in gioco il secondo responsabile della mia personale e insopportabile vergogna: il ceto intellettual-giornalistico, che ci impone, a reti e giornali unificati, la sua comunicazione sempre più propagandistica.
Siamo abituati alla servitù volontaria e all'oceano di bava prodotta da lingue che si affannano nell'osannare il potere e i potenti. Si dice che tutto debba avere un limite. Invece la realtà, almeno qui, smentisce: i fatti dimostrano che non c'è limite, o che il limite, ogni volta ignominiosamente superato, è sempre più basso. Ore e ore di trasmissioni tv e paginate intere di quotidiani unificati all'insegna della santificazione del defunto: un processo iniziato con le dirette quotidiane di tutti i tg, pubblici e privati, per oltre un mese durante la prima degenza al San Raffaele e che ha avuto il suo culmine alla notizia della morte. 
Non servono molte parole per stigmatizzare il fenomeno che ci perseguita da sempre: siamo quello che siamo anche perché abbiamo questo ceto mediatico, che, in Italia più che altrove, ha sempre confuso il 'cane da guardia' con il 'cane da salotto'. 
'Democrazia' significa, come precondizione, mantenere una postura da ‘schiena diritta’: vale per i cittadini, senz’altro. Ma ancor più per i giornalisti: i quali, se non dimenticassero che è il ‘pensiero critico’ il fondamento del loro mestiere, aiuterebbero i 'cittadini' a contrastare la deriva, comoda ma liberticida, che ogni giorno che passa degrada noi a 'sudditi' e svuota le 'democrazie' trasformate in 'democrature' senza che neppure ce ne accorgiamo.

*** Massimo Ferrario, Vergogna, come sempre ma più di sempre, per 'Mixtura'


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lunedì 12 giugno 2023

#SPILLI / La morte, saggiamente (Massimo Ferrario)

La morte non santifica. 
Se un delinquente muore, muore un delinquente. 
Il rispetto non viene dalla morte, ma dalla vita. 

E' in vita che ognuno può distinguersi: per esempio scegliendo di essere onesto o disonesto. 

La morte rende tutti uguali: onesti e disonesti. E non c'è nessun merito a morire: non si guadagnano punti. Ciò che siamo stati, restiamo. 

I politicanti, morendo, non diventano politici e men che meno statisti. Gli affaristi e i delinquenti, vanno onorati se in vita decidono di smettere di fare ciò che  fanno. Se è la morte che li costringe a smettere, non meritano nessun onore. 

Il merito, se mai, va tutto alla natura: che, saggiamente, non ci ha fatti immortali. 

*** Massimo Ferrario, La morte, saggiamente, per 'Mixtura'


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martedì 23 maggio 2023

#MOSQUITO / "Dio-Patria-Famiglia": il fascismo e Mazzini (Roberto Balzani)

Lo slogan di cui sopra è indubitabilmente fascista (sta scritto sui muri di molti edifici italiani, risalenti al Ventennio). Ed è una torsione ipernazionalista di alcuni concetti (non di un motto) mazziniani, espressi nei "Doveri dell'Uomo". 

Mazzini, tuttavia, antepone ai doveri verso la patria e la famiglia quelli verso l'Umanità. E aggiunge: 
"Quei che v'insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla Famiglia o alla Patria, v'insegnano, più o meno ristretto, l'egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro uno maggiore che li contiene [l'Umanità]". 

Che cosa invece pensasse Mussolini dell'Umanità, lo si può leggere nel programma del Partito Nazionale Fascista (1921): "Il PNF afferma che nell'attuale momento storico la forma di organizzazione sociale dominante nel mondo è la Società Nazionale e la legge della vita nel mondo non è l'unificazione delle varie Società in una sola immensa Società: "L'Umanità", come crede la dottrina internazionalistica".

Certo, Mussolini si riferiva in particolare all'internazionalismo socialista e comunista; ma Mazzini per primo (1847) aveva guardato all'internazionalismo per affratellare le nazioni in nome della comune appartenenza all'Umanità. La stessa idea di Dio, per Mazzini, aveva senso all'interno di una grande "religione dell'Umanità", trascendente le religioni positive. 

Idee romantiche, tipiche del primo Ottocento? Certamente. Per questo, lasciamole a quei tempi andati. E non utilizziamole per nobilitare progetti che, con l'umanitarismo mazziniano, nulla hanno a che vedere.

*** Roberto BALZANI, 1961, professore ordinario di Storia contemporanea dell'Università di Bologna, 'Dio-Patria-Famiglia' (e Mazzini), 'Facebook', 18 maggio 2019, qui


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martedì 9 maggio 2023

#SPILLI / Siamo il 10% (Massimo Ferrario)

Sul Pianeta vivono 8 miliardi di persone. 

Noi occidentali (UE + Usa) siamo poco più di 800 milioni. E pretendiamo di dominare il mondo. 
Cioè: ad oggi, il 10% del Pianeta pretende di prescrivere la propria visione e i propri valori al 90% del Pianeta. 
E tutto ciò sotto il comando dell'impero Usa: che ha istituito nel mondo 700 basi militari, con 200mila soldati armati di tutto punto, bombe nucleari comprese. 

Ma consideriamo le previsioni demografiche, pur contrastanti, al 2100

L'Onu dice che la popolazione mondiale salirà a sfiorare gli 11 miliardi, ma l'istituzione mondiale è stata recentemente contraddetta da nuovi studi che prevedono una netta decrescita, addirittura rispetto al dato attuale di 8 miliardi, fissata a poco più di 6 miliardi. (qui)

Nel caso abbia ragione l'Onu, il peso occidentale, a fine secolo, scenderebbe, dal 10%, a poco più dell'8%
Nel caso abbiano ragione le ultime previsioni, il dominio dell'Occidente salirebbe al 15%.

In ogni caso (10% o 15%), anche proiettandoci al 2100, resta difficile definire 'democratica' la pretesa occidentale di comandare sulla popolazione mondiale. Dovremmo quanto meno concludere che noi Occidente siamo malati di 'hybris'. 

Ma forse una definizione più appropriata dovrebbe essere di tipo psichiatrico. 
E' la psichiatria infatti che ha a che fare con la follia.


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mercoledì 26 aprile 2023

#SPILLI / Antifascisti dentro (Massimo Ferrario)

Sì, ormai il giochino è stucchevole. 

Non c'è la parola 'antifascista', dovete dirla, cosa vi costa dirla, perché non la dite, non l'avete ancora detta. 

E se finalmente venisse detta? La vorremmo in grassetto. E poi a tutte maiuscole. E poi... 

Basta. Prendiamo atto di quello che sappiamo e non vogliamo sapere: come volessimo consolarci/rassicurarci per averli mandati al governo. 'Loro' sono quello che sono perché vengono da dove vengono. Nella migliore delle ipotesi sono 'a-fascisti'. Nella peggiore, se non sono fascisti (solo qualche squinternato potrebbe credere di avere un 'progetto di regime fascista' da realizzare), sono beatamente e beotamente preda, e spesso orgogliosi di esserlo, di 'pulsioni fascistoidi'. Ambiscono a ispirare, con queste pulsioni, i 'camerati', loro colleghi a-fascisti, e le cose che fanno e vogliono fare: le politiche già in atto e quelle che attueranno. 

Si collocano nella Costituzione? Giuridicamente, per ragioni di ovvia convenienza politica, fanno e faranno il possibile per esserci: lo deciderà, come sempre, su questioni singole, se e quando verrà interpellata, la Corte Costituzionale. Politicamente, sono e saranno sempre 'borderline': più centrifughi che centripeti. 

La ragione è scontata: non hanno dentro di sé la Costituzione. Alla cui scrittura, peraltro, i loro padri non hanno partecipato (non a caso erano fuori dal cosiddetto 'arco costituzionale') e alla quale si sentono in qualche modo soltanto costretti a obbedire sul piano formale se vogliono continuare a sopravvivere.

Facciamocene una ragione. Perché, 'loro', è vero che rappresentano una minoranza minima di italiani, essendo stati votati da poco più del 25% degli aventi diritto, ma è un fatto che sono stati mandati al governo non dallo spirito santo, ma da italiani 'a-fascisti' come e più di loro.

Quindi? 

Mantenere alta la guardia; incalzare il loro 'a-fascismo' sui fatti e sui valori o disvalori in questi incarnati; pretendere una costante e ferrea congruenza dei loro atti alla Carta Costituzionale; abbandonare l'antifascismo di maniera, celebrativo e ripetitivo, e immettere, finalmente, i principi antifascisti della Costituzione nelle politiche sempre declamate e poco attuate (diritti civili, ma soprattutto diritti sociali). Insomma: più che invocare la Costituzione ad ogni piè sospinto o dai palchi delle giornate che commemorano la Resistenza, far vivere Costituzione e Resistenza ogni giorno, ridando all'una e all'altra corpo e spirito, nell'attualità dei tempi che stiamo vivendo.

E poi, se non si è d'accordo con il loro rozzo e volgare 'a-fascismo', smettere di votarli. Chiedendo a noi stessi di essere, una buona volta e sul serio, 'anti-fascisti'

Non dobbiamo firmare nulla, in grassetto o in maiuscolo. Ma, semplicemente e finalmente, senza gridare a tutti l'atto che compiamo, dovremmo scriverci 'antifascisti' dentro: anche in piccolo, ma a caratteri indelebili. Nell'anima. Perché poi si veda, nitido e brillante, in ogni nostro comportamento.

Banale. Eppure. Un salto di cultura che non abbiamo ancora fatto.

*** Massimo Ferrario, Antifascisti dentro, per 'Mixtura'

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domenica 23 aprile 2023

#SPILLI / Elly Schlein, un film che promette male (Massimo Ferrario)

Quando torneremo a parlare 'parole piene', cominceremo finalmente a creare le condizioni per fare quel cambiamento che è 'parola vuota' da decenni. 

Intanto, per non prenderci per i fondelli, basterebbe imitare l'onestà intellettuale di Margaret Thatcher e ripetere il suo 'tina' (there is no alternative: non c'è alternativa). Una lettura della realtà fastidiosa finché vogliamo, ma che almeno non inganna: niente strane aspettative, la realtà è questa, tenetevela. 

Non basta che una neo-leader di una sinistra-che-continua-a-non-esserci giustifichi la sua incoerenza rispetto alle promesse di cambiamento fatte durante tutta l'intera sua vita di impegno politico adducendo l'argomento che sono state ereditate scelte di altri: come la guerra in Ucraina e il termovalorizzatore di Roma. Le scelte ereditate diventano nostre. A meno che le rifiutiamo. Cambiandole. 

E' tanto ovvio e logico che stupisce che non venga capito. E poiché, anche nel caso specifico, come in molti altri, l'intelligenza logica in certi personaggi pubblici non difetta, allora la deduzione è che viene perfettamente capito.

Ma se viene capito, c'è una conseguenza altrettanto ovvia e logica: anche la neo-leader è entrata a buon diritto nella onnipresente categoria dei ciarlatani. Di coloro che, etimologicamente, 'ciarlano-ciarlano' senza mai dare importanza a quel che dicono. Rendendo tutto vano e futile: provvisorio, vuoto, contingente. Oggi così, domani chissà: il tempo, il contesto, le forze in campo, insomma tutto buono per gettare via le parole di ieri 

Ieri Elly Schlein stigmatizzava, con giusto cipiglio e dito indice puntato, chi si comportava da ciarlatano; oggi, sempre lei, è sul palco con loro. E ha deciso di concorrere al campionato di chi più e meglio e più velocemente tradisce gli impegni assunti con chi l'ha fatta salire sul palco.

Si potrebbe dire: il film è agli inizi. Vero. Ma anche gli inizi condizionano il futuro. E finora i fotogrammi - soprattutto sulla questione sempre più tragica della guerra - fanno pensare che la pellicola non verrà rotta tanto facilmente. 

Si obietta che l'apparato di un partito, peraltro mai diventato un mix culturale capace di una visione comune, offre muri di resistenza di cemento armato. Ma questo non era un segreto per nessuno e se non si ha la forza e il coraggio di rompere con il passato, anche rischiando una profonda disunità iniziale dentro una comunità che non è mai stata comune, non si ciancia di rivoluzione e di rinascita. Invece è stato fatto. E adesso quelle parole si rivelano ciò che erano. 
Ciance.

*** Massimo Ferrario, Elly Schlein, un film che promette male, per 'Mixtura'


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