venerdì 11 dicembre 2020
#SGUARDI POIETICI / Presto tornerai a casa (Franco Arminio)
#MUSICHE & TESTI / Well You Needn't (Cyrille Aimée)
#SPOT / Prima o poi diventa tossico (Omar Montecchiani)
#MOSQUITO / Il fine della mia vita (Vito Mancuso)
#VIGNETTE / Come sono stato possibile? (Mauro Biani)
giovedì 10 dicembre 2020
#SGUARDI POIETICI / Nebbia (Canto dei Papago)
ed essa viene
Penso cose buone.
#SENZA_TAGLI / Buffonate di antidemocratici (Fabio Chiusi)
Orwell è una cosa seria. Orwell e 1984 non sono terra di conquista per le buffonate della destra più ipocrita, pericolosa e francamente indecente da tempi immemori. La “dittatura” è una cosa seria, la propaganda e la manipolazione sistematica pure.
E questi ipocriti non sono degni di riempirsene la bocca. Gente che quando Orban distrugge lo Stato di diritto approva e manda gli auguri al caro leader, condividendo le foto scattate insieme. Che quando Trump fa sistematicamente l’eversore, inventandosi brogli e delegittimando la democrazia statunitense tutta, non trova di meglio che tacere o addirittura riprenderne le menzogne, prendendole per buone. Gente che ha come modello di democrazia autocrati come Putin.
Gente che però sarebbe disposta a martirizzarsi quando “ci rubano” il Natale o chiudono le piste da sci. Che sposerebbe qualunque norma repressiva nel nome del "law and order" — ma guai a scaricare Immuni, perché “il governo ci controlla tramite i cellulari!” (no). Gente che vuole decidere al posto mio come dovrei concepire la famiglia, che vuole dirmi quali preferenze sessuali sono lecite e quali meno, che addirittura rimette in discussione diritti di civiltà acquisiti come l’aborto.
Questi sono i fenomeni da baraccone che vorrebbero insegnarci la libertà e come difenderla. Gente che da anni soffia sul fuoco del razzismo e dell’odio del diverso per macinare consensi in nome della paura e dell’intolleranza. Gente che è capace di usare argomenti indegni di un essere umano, come “chiudono il Natale ma aprono i porti”, o di stupire (e indignarsi) quando le istituzioni prevedono di somministrare il vaccino — e dunque, non sia mai!, dare gli stessi diritti fondamentali — tanto agli italiani quanto ai migranti.
Ecco, sono mesi, per non dire anni, che questa banda di capipopolo innamorata dei “poteri forti” cerca disperatamente di porsi, come sempre fanno i capipopolo, alla guida emotiva di una rivolta per la libertà. E il dramma è che qualcuno ci casca pure. Tanti, a dire il vero.
Tanti al punto che, di nuovo, questa fondamentale ipocrisia è diventata egemone, condivisa anche da chi a destra, almeno nominalmente, non sta. Pensate agli argomenti con cui i renziani — nel mezzo di una pandemia — criticano il governo di cui fanno parte: “no pieni poteri a Conte”, dice Boschi al Corriere oggi (forse dimenticando la riforma che avrebbe portato il suo nome). “Conte come Salvini, sul Recovery Fund ora pretende i pieni poteri”, le fa eco Stefano Feltri su Domani, il quotidiano nato per ridare una voce a un certo progressismo, schiacciato proprio — a partire da Repubblica — dall’invadenza dei frame delle destre.
Interessante come Conte sia criticato insieme per non fare nulla, o fare tutto male perché contestato in ogni decisione, e per accentrare a sé tutte le decisioni. Deve essere uno strano caudillo, questo presidente del Consiglio: il primo dittatore dotato di “pieni poteri” che decide di usarli per non decidere alcunché e mettersi invece alla mercé di governatori, partitini dallo zero virgola, e titolisti inebriati.
Il punto però non è difendere questo governo, che non ho alcuna intenzione di difendere: il punto è difendere la distinzione tra un “regime” e un regime, tra la buffonata della dittatura raccontata tramite gli occhi delle destre in questo paese e una dittatura vera e propria.
Il punto è capire che, se mai qualcuno — specie proprio a destra — dovesse un bel giorno decidere di essere coerente, e provare a trasformare l’Italia nella Russia o nell’Ungheria, beh, potrebbe tranquillamente farlo nel nome della libertà di noi tutti, e riuscirci. Tanti, troppi darebbero corda, acconsentirebbero — proprio come hanno taciuto o minimizzato i deliri eversivi di Trump, o dimenticato di chiederne conto ai fan nostrani.
Quindi critiche all’esecutivo, a ogni esecutivo, sì, sempre. Ma lasciare che fan di Orban, Trump e Putin lo dipingano come una dittatura orwelliana a mezzo restrizioni sanitarie, ecco, quello è un insulto alla democrazia e a chi, oggi come ieri, lotta per difenderla.
Il nemico è il virus, non la democrazia. Il nemico sono gli antidemocratici, non la democrazia.
#VIGNETTE / Parlatemi delle vostre restrizioni (Giancarlo Covino)
mercoledì 9 dicembre 2020
#SGUARDI POIETICI / La fine e l'inizio (Wislawa Szymborska)
#MOSQUITO / Stupido, un insulto cocente (Primo Levi)
#VIGNETTE / Ricovero Plan (Stefano Rolli)
martedì 8 dicembre 2020
#SGUARDI POIETICI / Ti auguro di vivere (Jean Debruynne)
#SENZA_TAGLI / La felicità felice (Fabrizio Cotza)
#BREVITER / Potete spostarvi soltanto da (Massimo Schiavo)
#VIGNETTE / Arrivano i supermanager (Stefano Rolli)
lunedì 7 dicembre 2020
#SGUARDI POIETICI / Il passato (Emily Dickinson)
#MOSQUITO / Lei mi chiede, prof, se Socrate doveva scappare? (Roberto Vecchioni)
domenica 6 dicembre 2020
#SGUARDI POIETICI / Non t'amo come se fossi rosa di sale (Pablo Neruda)
#MOSQUITO / L'insulsa nozione di 'invidia sociale' (Gad Lerner)
#VIGNETTE / Ricchi e poveri, Covid (Mauro Biani)
sabato 5 dicembre 2020
#SGUARDI POIETICI / Sto seduto come un invalido nel deserto del mio desiderio di te (Juan Gelman)
che la abiti, non importa dove, popolandola di sogni.
Il vento della notte abbatte stelle tremanti fra le mie mani,
che ancora non si adattano, vedove inconsolabili della tua chioma.
Nel mio cuore si agitano gli uccellini che in lui hai seminato
e a volte gli darei la libertà che esigono per ritornare a te
con il gelido filo del coltello.
Ma non può essere. Perché sei tanto in me, tanto viva
in me, che se morissi io, ti morirei.
Testo originale
Estoy sentado como un inválido en el desierto de mi deseo de ti
Me he acostumbrado a beber la noche lentamente,
porque sé que la habitas, no importa dónde, poblándola de sueños.
El viento de la noche abate estrellas temblorosas en mis manos,
que aún no se conforman, viudas inconsolables de tu pelo.
En mi corazón se agitan los pájaros que en él sembraste
y a veces les daría la libertad que exigen para volver a ti,
con el helado filo del cuchillo.
Pero no puede ser. Porque estás tan en mí,
tan viva en mí, que si me muero a ti también te moriría.
Juan Gelman
da “Violín y otras cuestiones”, Gleizer, Buenos Aires, 1956















































