domenica 18 settembre 2016

#SENZA_TAGLI / Soltanto un facchino (Michele Serra, Christian Raimo, Matteo Saudino)

Abdel Salam El Danaf, operaio egiziano di 53 anni, padre di cinque figli, è morto schiacciato da un camion nel piazzale di carico e scarico dell'azienda Gls, Piacenza, settore logistica. 
I suoi colleghi di lavoro dicono che era in corso una manifestazione sindacale e che il camionista è stato esortato da imprecisati "dirigenti dell'azienda" a forzare il picchetto. 
La magistratura inquirente sostiene che non c'era nessun picchetto e si è trattato di un omicidio stradale come ce ne sono tanti. 

La distanza tra le due verità è enorme. Così enorme che non si riesce a farla rientrare nel fisiologico arco dei diversi punti di vista di chi racconta un fatto. Così enorme che è inevitabile pensare alla distanza crescente tra la voce operaia - che sta tornando a essere di debolezza ottocentesca, quasi presindacale - e un palcoscenico sociale che sembra averla relegata dietro le quinte: come un rumore di fondo. 

È esattamente nel nome di questa debolezza, politica e mediatica, che è indispensabile parlare di Abdel. 
E di pretendere che gli attori sociali toccati dalla vicenda - la Procura di Piacenza, il governo e in specie il Ministero del Lavoro, l'azienda presso la quale Abdel lavorava e davanti alla quale Abdel è morto, i media - cerchino di ricomporre i brandelli di verità disponibili, con la stessa pietà e lo stesso rispetto con il quale si ricompone il corpo di una vittima.


*** Michele SERRA, giornalista, scrittore, 'l'amaca', 'la Repubblica', 17 settembre 2016, qui


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* * *
Molti giornali raccontano la storia della morte dell'operaio morto a Piacenza raccontando "le due versioni" - procura contro Usb - e dicendo che la verità è difficile da accertare. 
Mi sembra come spesso capita in questi casi una modalità pilatesca.
I giornali possono accertare la verità almeno parziale.
Possono per esempio affermare che c'era una manifestazione alle 3 di notte davanti alla fabbrica.
Possono mostrare i video delle telecamere e ragionare sul perché un camion di quelle dimensioni procede così veloce e a scatti in un ambiente così stretto con decine di operai accanto.
Possono raccontare le decine di manifestazioni piene di tensioni che si sono succedute in questi anni.
Possono raccontare le battaglie sindacali - molte delle quali vinte - che hanno condotto i lavoratori della logistica contro forme di sfruttamento ottocentesco.
Possono descrivere le condizioni di lavoro della logistica in Italia.
Possono chiedere al procuratore il perché delle sue certezze così nette sull'accaduto a sole tre ore dall'incidente, quando gli unici testimoni oculari che può citare sono due poliziotti contro trenta operai. 

È troppo comodo dire Ecco le due versioni e pensare di aver fatto un giornalismo equilibrato.

*** Christian RAIMO, giornalista, scrittore, 'facebook', 17 settembre 2016, qui

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* * *
Per un facchino morto...
Quante storie per la morte di un facchino (o fachiro come ho sentito dire in un bar) di origini egiziane. Si tratta solo di uno sciagurato incidente. 
E poi diciamocela tutta: quell'operaio aveva solo da non fare sciopero e non organizzare facinorosi picchetti che impediscono ai laboriosi e zelanti padroncini camionisti di svolgere il loro lavoro. 
Quest'ultimi sì che hanno a cuore l'Italia e la produttività, non come quei lavoratori che perdono tempo a lottare contro la precarietà e lo sfruttamento e per un salario che permetta una vita minimamente dignitosa.
Cose vecchie, novecentesche. Io addirittura farei rientrare questo tipo di omicidio nelle misure da adottare per rendere il mercato del lavoro più flessibile e competitivo.
Inoltre per un egiziano che muore quanti altri disoccupati a disposizione ci sono.
Non preoccupiamoci, il capitalismo ha sempre una menzogna da raccontarci.

*** Matteo SAUDINO, insegnante, 'facebook', 17 settembre 2016, qui

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#VIDEO / Violenza, l'antidoto (Umberto Galimberti)


Umberto GALIMBERTI, 1942
filosofo e psicoanalista di matrice junghiana
intervistato da Luca Mazzucchelli
pubblicato da Parliamo di Psicologia, 4 dicembre 2015
L'antidoto alla violenza
video 14min06

Violenza: quale significato e quale antidoto? 
Umberto Galimberti ne parla ai miei microfoni, soffermandosi su parecchie riflessioni interessanti e utili spaziando dal terrorismo alla religione, dai valori all'educazione emotiva, dall'amore alla genitorialità.
Minutaggio della chiacchierata
00:50 Sacralità e violenza.
02:32 Antidoto alla violenza: l’educazione emotiva e ai sentimenti.
04:33 Guerra alla violenza: dal gesto alla parola.
06:18 Le origini della violenza.
09:02 L’importanza di separarsi dal mondo genitoriale.
11:06 Valori: un mito da sfatare.
(dalla presentazione di Luca Mazzucchelli)



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#MOSQUITO / Filosofia, "è la domenica della vita" (Gerd B. Achenbach)

Per dirla con Hegel (*), «la filosofia è la domenica della vita» e il nostro obiettivo è un cuore che pensa, esistendo invece molto spesso un pensiero senza cuore e un cuore irragionevole. Anche il coraggio è importante, il ‘farsi coraggio’, un aspetto più emotivo che razionale. 

*** Gerd B. ACHENBACH, 1947, filosofo tedesco, fondatore della consulenza filosofica, intervistato da Luciana Sica, ‘La Repubblica’, 14 giugno 2008.
(*) Georg Wilhelm Friedrich Hegel, 1770-1831, filosofo tedesco

#VIDEO / 'Book', un nuovo dispositivo


Il nuovo dispositivo 'Book'
facebook, 8 febbraio 2015
oltre 120 mila condivisioni
video 3min09

Un gioiellino...

sabato 17 settembre 2016

#NOI TRA DI NOI / Mixtura, 10 post più letti (settimana 10set-17sett16)

Mixtura
settimana 10set-17set 2016

#SGUARDI POIETICI / Il lungo giorno degli addii (Giuseppe Barreca)

Nel lungo giorno degli addii pioveva,
giustamente, salutarsi nel sole non si può.
Lei piangeva. Lui anche.
Non avevano più nulla da dirsi.
Lei avrebbe voluto pronunciare una frase epocale.
Lui sarebbe voluto andare in camporella.
Almeno per l’ultima volta.
Non andarono in nessun posto
e lei non disse nulla di epocale.
Lui tornò a casa a collezionare malinconie
lei a pensare all’ennesima vita da ricominciare.
La pioggia sommergeva il cielo e la città;
sui muri, sporchi manifesti colorati
vendevano nuove passioni.


*** Giuseppe BARRECA, 1974, poeta, Il lungo giorno degli addii, in blog 'La rosa in più', 29 agosto 2014, qui

#CIT / Compito di uno scrittore (Damon Galgut)

citazione tratta da un'intervista di Benedetta Marietti
‘D la Repubblica delle Donne’, 21 febbraio 2009

#VIGNETTE / Incontro Renzi-Partigiani (Natangelo)

NATANGELO
'Il Fatto Quotidiano', 16 settembre 2016

#FAVOLE & RACCONTI / La colpa di Asino (M. Ferrario)

Da mesi non una goccia d'acqua: campi riarsi, piante bruciate, siccità dappertutto.
In cielo un sole cocente continua a rendere l'aria irrespirabile: gli uomini boccheggiano, gli animali ansimano, gli alberi rinsecchiscono.

Nessuna nube all'orizzonte: chissà per quanto ancora, niente pioggia.
Sfruttando quel po' d'ombra che un albero esausto, e con i rami sempre più sfrondati, riesce ancora a regalare, quattro animali si incontrano per riflettere sulla situazione.
Sono Leone, Leopardo, Iena e Asino: stanno in piedi a fatica e anche le parole stentano a uscire.

"Moriremo tutti se non cambia il tempo", sussurra con un filo di voce Leone.
"Non ricordo più neppure come è fatta la pioggia", commenta Iena.
"La mia bocca secca sogna ruscelli d'acqua ogni notte", si lamenta Leopardo.
"Ma cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo castigo?" si chiede Asino.
La domanda resta sospesa per qualche secondo.

Poi, Leone, Leopardo e Iena, con una voce sola, se ne sbarazzano:
"Niente", assicurano. "Assolutamente niente".
E subito aggiungono, un po' piagnucolosi: 
"E' il cielo che è cattivo".

Asino però insiste:
"Se ci sta capitando quello che ci capita, forse abbiamo qualche colpa anche noi ed è per questo che il cielo ci punisce".
"Io mi sono comportato come sempre: la mia natura mi porta a cacciare gli altri animali. Certo, li debbo uccidere, ma se non lo faccio muoio di fame" confessa Leone.
"Anch'io" dice Leopardo.
"Anch'io" dice Iena.
"Avete ragione" commenta Asino. "Forse non c'entriamo".

Gli animali restano silenziosi per un po'.
"Eppure..." riprende Asino.
"Eppure?" incalza Iena.
"Chissà, magari non ce ne siamo accorti, ma in qualche occasione siamo stati particolarmente cattivi... Se confessiamo qui in pubblico le nostre colpe e ci ripromettiamo di non commetterle più, forse il cielo ci vorrà più bene e ci manderà la pioggia".

Leone, Leopardo e Iena paiono poco convinti: pensano che si tratti di una delle solite idee strampalate di Asino.
Troppo buono quell'animale: sempre paziente, mai un gesto di insofferenza, pronto a caricarsi i pesi di tutti.
Comunque decidono di tentare.
"D'accordo, proviamo. Al massimo, non servirà a nulla".

"Comincio io", si fa aventi Leone. "Almeno due mesi fa mi è capitato di adocchiare un vitellino vicino a un villaggio. Lui fuggiva: era tutto spaventato e piangeva. Gli sono piombato addosso e me lo sono sbranato. Gli ho letto negli occhi il terrore e la domanda di risparmiargli la vita, ma ha prevalso la voglia di uccidere. Tra l'altro, a pensarci bene, non avevo neppure tutta questa fame. Forse non dovevo farlo".
Gli altri animali guardano Leone: è debilitato, ma è sempre un leone, il re della foresta, e la sue dimensioni incutono rispetto e timore.
Iena si affretta a rassicurarlo:
"Ma no, non hai commesso nessun peccato. Ti sei comportato semplicemente da leone. E' la tua natura ammazzare per sopravvivere".

E' la volta di Leopardo.
"Sarà poco più di un mese fa. Ho visto una pecora in un campo: si era allontanata dal gregge, era sola, brucava l'erba tutta felice e tranquilla. Quando mi ha notato dietro un albero, era troppo tardi: ha cercato di scappare, ma nessuno corre come me. L'ho agguantata tra le zampe, lei ha implorato che la lasciassi, ma io non ho avuto pietà. Non l'ho neppure mangiata tutta: avevo ancora lo stomaco pieno per una gazzella che mi ero divorato qualche ora prima. Forse ho sbagliato".
Gli altri animali guardano Leopardo: è vero, per quanto ora fatichi un po' a respirare per il caldo afoso, è un animale capace di correre più del vento e nessuno gli sfugge.
Ancora una volta Iena si affretta a rassicurarlo:
"Ma no, non hai commesso nessun peccato. Ti sei comportato semplicemente da leopardo. E' la tua natura ammazzare per sopravvivere".

Ora è il turno di Iena.
"Non ricordo quando con esattezza, ma diverse settimane fa mi sono intrufolata in un villaggio. A un certo punto ho visto una gallina che zampettava sull'aia. Per la verità non avevo molto appetito, ma mi sembrava un boccone invitante. E soprattutto mi piaceva l'idea di farla a pezzi. Le ho spezzato il collo e ho assaggiato le due cosce. Ma era troppo magra e ho lasciato ai corvi tutto il resto. Forse non dovevo farlo".
Leone e Leopardo sorridono e minimizzano. 
"Una gallina? Ma figurati. Non hai certo commesso un peccato. Si tratta di un animale da cortile, insignificante. E poi è la tua natura ammazzare per sopravvivere".

Asino è pensieroso: cerca dentro di sé cose cattive che può aver commesso.
"Non lo so, per quanto mi riguarda non mi viene in mente nulla di particolare. Io faccio una vita tranquilla. Come sapete anche voi, non inseguo gli altri animali e non mi cibo di carne".
Iena ridacchia.
"Be', è vero. Tu sei un tipo calmo e remissivo. Eppure, se ci pensi, qualche peccato l'hai sicuramente commesso. Del resto sei stato tu a ipotizzare che il cielo si sia arrabbiato perché qualcuno di noi si è comportato male. Le nostre storie le hai sentite e siamo tutti d'accordo sulla nostra innocenza. Dunque ora tocca a te...".

Asino concorda: non vuole sfuggire all'impegno, che peraltro aveva proposto lui stesso.
Si concentra.
Finalmente ha un ricordo.
"Ecco, l'unico episodio che al momento posso citare riguarda un mio comportamento di ieri. Non so se possa essere rilevante, visto che la siccità dura da mesi. Ma se mi date tempo, magari mi viene in mente qualcos'altro".
Leone, infastidito, emette uno sbuffo.
"Avanti, non farti pregare. Tu racconta, poi noi valuteremo..."
Asino riprende.
"Ecco, il fatto di ieri è questo. Mentre venivo portato al mercato dal mio padrone e avevo la groppa carica di merci da vendere, il mio padrone ha incontrato un amico sul solito sentiero che conduce in paese. Si è fermato qualche minuto per scambiare con lui un po' di parole su questa siccità che non vuole finire e io, mentre attendevo che lui mi dicesse di ripartire, ho visto dei fili d'erba sul bordo del sentiero. Stranamente non erano ancora bruciati dal sole, forse perché riparati dall'ombra di una pianta. Erano invitanti: del resto, lo sapete, io non sono carnivoro come voi. Confesso che non ho resistito e me li sono mangiati. Ma erano proprio due fili d'erba, non di più. Che tra l'altro mi hanno lasciato tutta la fame che avevo: perché il padrone mi raziona i pasti da giorni. Infatti, con la siccità, ha sempre meno ortaggi da vendere per comprarmi il fieno. E poi, lo ammetto, ogni tanto a me il sapore dell'erba fresca piace...".

Leone, Leopardo e Iena fissano a lungo Asino.
E Asino li guarda, immobile, in attesa di un loro commento.
Tutti riconoscono la sua mansuetudine: un asino non farebbe male a una mosca e la sua docilità fa tenerezza. Anche l'episodio raccontato, e il tono contrito della confessione, indurrebbero chiunque a compassione. 
Eppure, ormai si sono convinti: se loro sono innocenti, qualcuno deve essere colpevole.

E' Leone a parlare.
Anche se per la verità non parla: urla.
La voce, non più stremata dal caldo, esce possente e violenta: e ruggisce tutta la sua arrabbiatura.
Con la zampa puntata sul muso di Asino, Leone accusa:
"Ma come hai potuto fare una cosa simile, Asino? Ti sei mangiato quel po' di erba verde che era sfuggita alla siccità. Certo che così hai offeso il cielo. E il cielo adesso ce l'ha con tutti noi. Mi sembra evidente. La tua colpa è gravissima".

Leopardo e Iena chinano il capo in segno di rispetto verso il re degli animali: e annuiscono ostentatamente.
Intanto Leone smette di gridare: ora le sue parole sono ferme e lapidarie, come per una sentenza definitiva.
"Non basta che tu chieda perdono, caro Asino. Hai messo a repentaglio la vita di tutti. Di noi animali. E delle piante. E persino degli uomini. Devi fare la fine che meriti: solo così tornerà la pioggia".

Asino non ha neppure il tempo di capire cosa gli sta accadendo.

Leopardo e Iena lasciano a Leone, con il primo assalto, il boccone più grosso. 
Poi Iena concede a Leopardo il secondo pezzo. 
E mentre Leone e Leopardo se ne vanno sazi e contenti di aver fatto giustizia, Iena si lecca il muso dopo aver finito di ripulire il corpo di Asino.

Poi si allontana scodinzolando.
Aveva ragione Asino: qualcuno, con il suo comportamento, aveva insultato il cielo.
Ora avrebbe potuto ricominciare a piovere.

Le prime gocce caddero quella notte.
Quell'anno la siccità era stata un po' più lunga, ma poi era arrivata la stagione delle piogge.
Come sempre.

*** Massimo Ferrario, La colpa di Asino, 2016, per Mixtura. Libera riscrittura di un testo, circolante anche in rete, attribuito a Ezio Del Favero, L'asino espiatorio, qui


In Mixtura oltre 80 miei testi in #Favole&Racconti qui

#QUARTAdiCOPERTINA / "Il presente in poche parole", di Marino Niola

Marino NIOLA, "Il presente in poche parole"
Bompiani, 2016
pagine 177, € 12,00, ebook € 10,20

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Quando i tempi stanno per cambiare, cambiano anche le parole. Da che mondo è mondo le grandi trasformazioni hanno sempre un’eco anticipatrice nella lingua, che prova a misurarsi con la transizione inventando vocaboli nuovi o cambiando significato a quelli di sempre. Nel tentativo di dare suono e senso al nuovo che avanza.
Dopo Miti d’oggi, Marino Niola torna a occuparsi di sogni e incubi, passioni e ossessioni del nostro tempo. Un presente sempre più inafferrabile, popolato da personaggi bizzarri, fatto di grandi contraddizioni, tendenze effimere e scelte di campo complesse. In questo panorama spesso ci troviamo disorientati, a volte prigionieri di nuovi riti, feticci o mode. Assistiamo infatti al ritorno imperioso di leggende metropolitane, al diffondersi di supporti digitali che ricordano al posto nostro ogni istante della vita, alle leggi ferree delle tribù di consumatori autarchici o alle diete che diventano stili di vita. 
Con lo sguardo dell’osservatore critico e la leggerezza del fine narratore, Niola restituisce al lettore un’immagine del presente più nitida e chiara. Riesce a farlo grazie a istantanee, ritratti e parole chiave che con semplicità illuminano anche i coni d’ombra del presente.


«
Così il 31% dei nostri connazionali vive a casa con mammà. E non solo i soliti bamboccioni. Ma anche divorziati, separati, esodati, cassintegrati, licenziati. Insomma le vittime della crisi che tornano a leccarsi le ferite in famiglia. 
Che si rivela ancora una volta come l’unico welfare aperto sette giorni su sette h24. E che, per di più, eroga una doppia prestazione, economica e affettiva, assicurativa e rassicurativa. Anche perché i genitori di crisi ne hanno già viste tante. E nessuno come loro è in grado di indorare la pillola, di aiutare a vedere il bicchiere mezzo pieno. E, soprattutto, a fare di necessità virtù. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)

Gli studi parlano chiaro. Qualcosa è cambiato. Dentro e fuori di noi. Sembra proprio che l’algoritmo mentale che presiede ai conti della spesa stia diventando sempre più evoluto e scaltro. Ai tempi delle vacche grasse era il desiderio a creare il bisogno, “a nostra insaputa”. Facendo apparire ogni cosa esposta in vetrina indispensabile. Anche quando in realtà sapevamo benissimo che era solo uno sfizio, un surplus, un bene consolatorio. Adesso invece è il bisogno a creare il desiderio e soprattutto ad autorizzare la spesa. Perché nel frattempo il processore istintuale, che ciascuno di noi ha dentro di sé, ha fatto una sorta di aggiornamento spingendoci a un continuo ricalcolo del rapporto costi-benefici. Non a caso i tempi trascorsi davanti allo scaffale si allungano sempre di più. Con il risultato che le nostre compere sono diventate meditate, oculate, strategiche. E prima di tirare fuori la carta di credito contiamo fino a dieci. Un’autentica spending review che riguarda non solo il superfluo, come snack o caffè al bar. Ma anche yogurt, detersivi e altri prodotti per la casa. Lo dice l’Osservatorio Fedeltà dell’Università di Parma. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)

... se è vero come dice Edgar Morin, che la rete promuove una nuova coscienza planetaria, è anche vero che almeno per ora la quantità d’informazione disponibile online è inversamente proporzionale alla qualità. E rischia di generare un nichilismo culturale che rende difficile distinguere il vero dal falso. 
Come ha mostrato il sociologo francese Gérald Bronner, la nostra sta diventando la democrazia della credulità. Perché dove la gerarchia dei saperi frana e il principio di autorevolezza si polverizza, spopolano le spiegazioni semplici e soprattutto monocausali di una realtà che è invece sempre più complessa e sfaccettata come quella contemporanea. Soluzioni consolatorie che ci danno la sensazione rassicurante di capirci qualcosa, di saperla lunga, di non farci infinocchiare dalle versioni ufficiali dei fatti. Che si tratti di OGM, vaccini, sicurezza alimentare, biologico, coloranti, pesticidi, il minimo comune denominatore è una sindrome da complotto che provoca una sfiducia crescente verso tutte le autorità, scientifiche o politiche. Siamo sempre più bipolari. Per un verso malfidenti verso i vari esperti, ricercatori, professori, giornalisti o studiosi, e per l’altro pronti a prestar fede a tutte le voci che corrono in rete. Così il tessuto collettivo dell’attendibilità e della credibilità appare sempre più compromesso. Al punto che in Francia, dove la scienza è una fede e la ragione una religione, secondo uno studio recente, il 43% delle persone pensa che la ricerca comporti più rischi che benefici. E da un sondaggio Gallup di quest’anno emerge che la fiducia dei cittadini statunitensi nelle istituzioni è passata da un imponente 80% degli anni sessanta a un allarmante 10% di ora. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)

Se nel 1977 i prodotti certificati erano duemila, oggi sono 135.000. E ogni anno vengono immessi sul mercato ottomila nuovi alimenti a marchio kasher. E adesso le aziende convenzionali si mettono in coda per fare analizzare i loro prodotti dalle autorità religiose. Le sole che abbiano il potere di certificare che una pasta, un caffè, un filetto, una scatoletta di tonno, una bottiglia di vino sono prodotti come Dio comanda. Lo hanno già fatto marchi italiani come Barilla, Ferrarelle, Olio Sasso, De Cecco, Lazzaroni, Bonomelli e tanti altri. La prima al mondo fu la Procter & Gamble, che nel lontano 1911 ottenne di poter pubblicizzare come kasher il Crisco, un grasso vegetale per pasticceria. E adesso organizzazioni come la potentissima Orthodox Union, la più grande holding di certificazione ebraica del pianeta, dispensa il logo OU come una benedizione. Impartita da cinquecento rabbini che monitorano quattrocentomila alimenti e seimila fabbriche operanti in ottanta paesi. Nella sola sede centrale di Broadway, è al lavoro un imponente board rabbinico coadiuvato da una schiera di tecnologi alimentari e analisti del sapore, in uno scenario da film di Woody Allen. 
Siamo in pieno cortocircuito tra religione e alimentazione, tra salute del corpo e salvezza dell’anima. Tra fiducia e fede. Al punto che crediamo più nell’autorità religiosa che nell’authority alimentare. Finendo per caricare la religione di funzioni improprie. Come la tracciabilità dei nostri alimenti. Garantita da un’autorità percepita come superiore, al di sopra delle parti, al riparo da conflitti di interesse. E così chiediamo ai rappresentanti dell’Altissimo di proteggerci dal male. Lo aveva capito in anticipo la Hebrew National che nel 1960, per lanciare il suo celebre hot dog, scelse lo slogan “Rendiamo conto a un’autorità superiore”. Come dire, il nostro è un panino da padreterno. Parola di Dio. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)
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#VIDEO / Se l'è cercata (Irene Facheris)


Irene FACHERIS, 1989
psicologa, formatrice, fondatrice e coordinatrice di Bossy, Parità in pillole
Tiziana Cantone, se l'è cercata
pubblicato in Cimdrp, 15 settembre 2016
video 7min24

Da non perdere. 
Un punto di vista che dovrebbe essere banale: invece, dati i tempi che stiamo vivendo, appare 'rivoluzionario'. (mf)

In Mixtura altri 7 contributi di Irene Facheris qui

#SENZA_TAGLI / Immigrazione, la si capisce se la si vive (Alessandro Gilioli)

Un sondaggio di Ipsos sull'immigrazione - realizzato in 22 diversi Paesi - tra le altre cose ha posto la domanda: "L'immigrazione rende il tuo Paese un luogo più interessante dove vivere?".
Cioè per una volta si è chiesto alle persone di esprimersi non sulle paure ma sull'ipotesi che ci sia un lato positivo nel contaminarsi, nel mescolarsi, nella diversità.
Bene, i due paesi con le cifre più alte di risposta positiva (sì, gli immigrati rendono il mio Paese più interessante) sono Australia (paese ad alta migrazione, quasi al 30 per cento) e Gran Bretagna (forse il posto più multietnico del mondo).
Gli Stati con più risposte negative (no, gli immigrati non rendono il mio Paese più interessante) sono Italia, Giappone Ungheria e Russia, tutti e quattro Paesi in cui la popolazione immigrata è inferiore al 10 per cento (Ungheria e Giappone sotto il 4)
Detta altrimenti: meno immigrati si hanno, meno si capisce l'arricchimento della contaminazione - e più si vive invece l'immigrazione solo come "problema" (o addirittura "invasione").

*** Alessandro GILIOLI, giornalista e saggista, 'facebook', 16 settembre 2016, qui


In Mixtura altri 16 contributi di Alessandro Gilioli qui

venerdì 16 settembre 2016

#SPOT / Parlamento e riforma costituzionale

#CIT / Educare (Nicolás Gómez Dávila)


da 'aforismario.net', qui

#HUMOR / Scuola e facebook (Elisio Marinelli)

#SGUARDI POIETICI / Io, oggi, con la mia disperazione (Francesca Genti)

Io, oggi, con la mia disperazione

sto qui. completamente costernata.

l’hai fatta grossa in questa situazione:
hai fatto veramente la cazzata.

parlo così, io:
alla mia tigre
alla mia maleducazione
alla malora di questa mia giornata.

vorrei passare un brutto quarto d’ora:
io e la mia tigre
essere sbranata.

vorrei andarmene dritta giù. in prigione.

sto qui. completamente frastornata.

a dire alla mia tigre cosa non deve fare
a dire alla mia tigre di comportarsi bene
io alla mia tigre a cui voglio tanto bene
ma che non riesco ad addomesticare.

*** Francesca GENTI, 1975, poetessa, Io, oggi, con la mia disperazione, blog ‘La dimora del tempo sospeso’, 28 aprile 2008, citata da Francesco Marotta, qui

#MOSQUITO / Rispetto, insegnarlo è da 'sorpassati'? (Maurizio Viroli)

Purtroppo è ormai pratica corrente nelle università americane tollerare che gli studenti partecipino alle lezioni senza il dovuto rispetto: possono mangiare mentre il professore spiega, presentarsi in ciabatte da piscina, tenere i piedi sui banchi, rispondere al cellulare. Non ho mai permesso nulla del genere perché ritengo che fra i doveri di un docente ci sia anche quello di insegnare il rispetto per le persone e per i luoghi, spiegando, se necessario, perché il rispetto è doveroso. Ma temo di essere ormai un ‘sorpassato’. 

*** Maurizio VIROLI, 1952, politologo, professore emerito dell'università di Princetorn, rubrica ‘lettera dal campus’, ‘Specchio’, 10 gennaio 2004



In Mixtura altri 2 contributi di Maurizio Viroli qui

#RITAGLI / Management e mercato del lavoro, oggi e domani (Osvaldo Danzi)

In questi dieci anni i 2/3 dell’imprenditoria ha risposto alla crisi in quattro modi: 
Il primo è stato quello della delocalizzazione con obiettivi deboli: approfittare del basso costo del personale che alcuni Paesi garantivano, ridurre la già poca attenzione alle relazioni sindacali e ai fattori ambientali. Negli anni si è dimostrata una scelta fallimentare, tanto che chi se l’è potuto permettere è ritornato a produrre in Italia, gli altri ci hanno lasciato le penne. 
La seconda risposta alla crisi è stata il taglio dei costi. Invece di pensare a nuovi modelli di business, alla formazione, al change management o a modalità innovative di produzione, gran parte degli imprenditori ha ben pensato di aspettare che la crisi passasse continuando nei modelli di sempre e alleggerendosi di personale strategico, perdendo così know-how e memoria storica aziendale che si è dispersa dai competitor. Possiamo facilmente immaginare il successo di queste due scelte. 
Una terza risposta è stata la delocalizzazione con obiettivi molto precisi, con un modello tecnico di qualità e solo dopo un’attenta analisi decisionale. 
La quarta risposta è stata: cambiamento. Ed ha funzionato più di tutti.

[D: In che modo queste scelte hanno impattato sulla struttura delle aziende?]
Anche le aziende più sane hanno dovuto reinventarsi e riorganizzarsi. Da una parte la crisi è stata anche la scusa – o la grande occasione – per mettere fuori dall’azienda quei top manager che non erano più adeguati al ruolo e che invece rallentavano l’azienda.  Manager che negli anni abbiamo preferito far salire di livello e tenere lontani dall’operatività ma che col tempo sono diventati estremamente costosi. L’incapacità da parte di certe aziende di liberarsi in tempo utile di questi manager non solo li ha messi fuori mercato, ma non ha consentito loro di migliorare e diventare più competitivi. Oggi queste persone non riescono a ricollocarsi perché hanno stipendi non più sostenibili e soprattutto non hanno più competenze utili. L’altro grande errore è stato includere in questo sfoltimento coatto anche quel middle management che invece aveva l’esperienza necessaria per garantire la fidelizzazione dei clienti e la qualità dei fornitori nonché la trasmissione delle competenze e delle conoscenze ai più giovani. Questi tagli indiscriminati hanno fatto sì che da un lato le persone più competenti andassero ad ingrossare le fila dei competitor, dall’altro che venissero sostituiti da giovani che si sono inevitabilmente schiantati contro la dura realtà di un lavoro per il quale non erano ancora pronti senza il paracadute dei colleghi senior. La conseguenza è stata la perdita di fiducia nei confronti delle imprese e la creazione di migliaia di start up. Peccato che l’Italia non sia un Paese per start up e quindi si finisce all’estero. 

[D: Visto che abbiamo parlato di PMI, come lo vedi il loro futuro?]
Da un anno a questa parte vedo una buona ripresa per i profili manageriali. Le figure organizzative e di sviluppo vengono richieste con più forza rispetto agli anni precedenti in risposta probabilmente alla rinnovata necessità di cominciare a definire strategie e visioni più strutturate. Continuano a soffrire i profili operativi. Abbiamo di certo alcune realtà che fanno gola alle multinazionali straniere che sbarcano nel nostro Paese con l’intento di acquistarle, ma gli acquirenti ora pretendono di trovare una struttura razionale ed un’organizzazione un po’ meno casereccia. Per arrivare a questo c’è bisogno dell’ esperienza di cui parlavamo prima che anche sotto forma consulenziale comincia a riaffacciarsi in azienda. Fino ad ora le imprese hanno fatto da sole senza alcun intervento degno di nota a sostegno del mercato del lavoro. Le strategie messe in campo negli ultimi anni per aiutare la ripresa economica si sono rivelate poco utili, penalizzando sia chi cerca lavoro sia le partite IVA che ad oggi non hanno ancora alcuna tutela nonostante la crescita esponenziale. Il Jobs Act ha blindato il cambiamento generazionale nelle aziende tanto che nessun dipendente a tempo indeterminato rischia per cambiare un lavoro con un contratto a “tutele crescenti”. Dall’altra parte l’accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani si è limitato al periodo delle agevolazioni fiscali.

[D: Quali suggerimenti vorresti dare al Governo?]
Ognuno faccia il proprio lavoro. Tuttavia vorrei far riflettere sul fatto che sono decenni che si parla di abbattimento del costo del lavoro e nessun Governo se n’è mai assunto la responsabilità. Tantomeno i Presidenti di Confindustria, come assumono il ruolo sembrano  dimenticarsi che che prima di essere Presidenti sono imprenditori. Per quanto riguarda le libere professioni e l’imprenditoria in generale, credo fermamente che il nostro sia un Paese punitivo. Quando mi trovo per lavoro o per vacanza negli altri Paesi europei, mi piace parlare con gli italiani all’estero. Il riscontro è deprimente: anche in Spagna, Paese che ha subito una forte crisi, lo Stato agevola l’imprenditoria. I controlli ci sono ad attività avviata e i funzionari preposti indicano quali sono i passi da fare per adeguarti alle normative aiutandoti a metterti in regola nella maniera corretta. Sono più dei consulenti che dei gendarmi. In Italia avviene proprio il contrario. C’è un libro bellissimo scritto da Luigi Furini, giornalista di Repubblica, che si intitola Volevo solo vendere la pizza. Le disavventure di un piccolo imprenditore che racconta la sua esperienza di piccolo imprenditore italiano alle prese con le lungaggini di un iter impossibile e burocraticamente ostacolante per aprire una pizzeria al taglio di 20 metri quadri. Come finisce la storia non lo svelerò, dico solo che in calce al libro viene riportata un’esperienza analoga di un suo amico che ha aperto la stessa attività in Inghilterra in tre settimane e compilando la modulistica on line e senza mai vedere un ufficio. Il nostro sistema ha l’obbiettivo di succhiare il più possibile subito, perché di fatto gli Amministratori durano poco e devono concretizzare nell’immediato. All’estero la filosofia è che quanto più duri, tanto più sarai un contribuente. E’ la logica della visione a lungo termine contro quella a breve.

[D: Come rispondi a quelli che continuano a dire che se le aziende si concentrassero su prodotti di alta qualità invece che su prodotti di massa, il costo del lavoro non sarebbe un problema?]
Rispondo semplicemente che il tessuto economico nazionale già esprime parecchie eccellenze in moltissimi settori manufattutieri. Il problema vero è il ricambio generazionale. Nella maggior parte delle aziende non si pensa ancora a come sostituire quei dipendenti che, per le loro competenze, sono di fatto degli artigiani iper specializzati che garantiscono la qualità di cui si fregiano molte imprese e i grandi marchi. Motivo per cui ci vengono a cercare dall’estero. Quello che mi chiedo è perché nessuno abbia ancora pensato a creare scuole di eccellenza per i nostri settori produttivi di punta, per formare i giovani in aula e poi on the job affiancandoli alle figure senior che piano piano andranno a sostituire. Sento grandi proclami sul fatto che nessuno tutela i prodotti italiani dalla contraffazione, in realtà siamo noi i primi a non tutelarci e a non investire sul futuro.

[D: Qual è la tua personale previsione del futuro?]
Il futuro lo conoscono i nostri governanti che stanno gettando oggi le basi del mercato di domani, i grossi economisti e gli analisti finanziari. Personalmente non sono pessimista, sono realista. Vedo una ripresa del mercato che fa ben sperare ma non vedo i grandi piani di sviluppo né da parte delle imprese, né da parte delle istituzioni. La grande assente è la cultura della formazione e questo porta ad avere aziende che non sono al passo con i tempi. C’è uno studio molto interessante che mostra come gli Stati che hanno investito in cultura abbiano le aziende più profittevoli; in Italia invece abbiamo avuto ministri che ci hanno detto che con la cultura non si mangia. Non puoi pretendere nulla dalla tua azienda e dai tuoi dipendenti se non gli offri l’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Cultura, formazione e scuola sono le direttrici per un futuro migliore. Ci sono molte aziende che fanno unicamente la formazione obbligatoria sulla sicurezza e se gli parli di formazione manageriale, rispondono che loro di manager non ne hanno, senza accorgersi che chiunque abbia un ruolo di responsabilità è per definizione un manager… e questo la dice lunga.

[D: Quali sono secondo te le caratteristiche del manager del futuro?]
La prima è la preparazione, devi essere capace di fare ciò per cui sei stato chiamato. Questa che dico non è una banalità perché oggi abbiamo in molti settori manager che non sanno quello che fanno. La seconda è la curiosità. Secondo me oggi il responsabile a qualunque livello deve essere curioso, deve aggiornarsi ed informarsi su ciò che accade fuori dall’azienda, deve frequentare seminari, dibattiti, confrontarsi e fare rete con altri colleghi se non addirittura con i propri competitor. Il manager concentrato unicamente sul proprio lavoro non sta dando di più alla sua azienda, sta togliendo occasioni per evolvere e per migliorare. Il terzo fattore è la gestione del personale e del ruolo. Il buon manager deve saper delegare le mansioni che non conosce a chi sa fare meglio di lui. Se la tua filosofia è la vecchia massima del divide et impera o pensi che il dipendente ti debba ringraziare perché gli dai uno stipendio, sei sulla strada sbagliata. Il dipendente deve sentirsi valorizzato, solo così esprimerà al massimo il proprio potenziale.

[D: Ai giovani cosa vorresti dire?]
Fate esperienza di lavoro in azienda senza pretendere di ricoprire da subito posizioni apicali. Il mercato del lavoro c’è per quei giovani che hanno un minimo di voglia di fare, di umiltà e capacità comunicative. In Italia il mercato del lavoro è molto più difficile per gli over 40.

[D: Cosa vuoi dire al management?]
Un manager non è per sempre. Preparatevi in tempo per essere sostituiti. Un dirigente sa che il suo percorso in azienda ad un certo punto terminerà, non sempre per sua scelta. Quindi preparatevi in tempo, costruitevi un network perché al giorno d’oggi un manager che non comunica, che non si racconta o non crea un minimo di letteratura attorno a sé è destinato a perdere opportunità. Fondamentale oggi è confrontarsi con gli altri tramite il networking, la presenza su piattaforme di condivisione, sui blog tematici, o anche solo su Linkedin. Il manager che non tiene presente questo viene tagliato fuori. Non si può oggi prescindere dal networking; se ti devi ricollocare devi poter contare sulle persone con cui sei in contatto. La seconda cosa è guardate alla formazione in maniera diversa. Oggi con i fondi interprofessionali si possono acquistare pacchetti formativi diversi da quelli prettamente tecnici. L’azienda che permette al dipendente di colmare le proprie lacune, fidelizza molto di più rispetto a chi non lo fa, appiattisce il turn-over e attrae talenti. L’investimento in formazione è utile e costa poco rispetto al ritorno che garantisce.

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane, recruiter, fondatore della Business Community FiordiRisorse, intervistato da Piero Vigutto, Intervista ad Osvaldo Danzi, 'hrconsulting', 14 settembre 2016, qui


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#SENZA_TAGLI / Neuroselling, l'ultima manipolazione (Stefano Greco)

Mi è appena arrivata una mail in cui mi si dice che, per incrementare le vendite (in otto mosse che non ho letto), esiste una disciplina chiamata "neuroselling". 
Dopo il "neuromarketing", il neuroselling era inevitabile. Rido da solo pensando a questo tratto ridicolo dell'essere umano, di questo suo lato truffaldino, imbonitore, manipolatore. 
C'è chi si sveglia la mattina con l'obiettivo di fregare il prossimo ma semplicemente perché ritiene essere questo il suo lavoro. Oscar Wilde scrisse una commedia The importance of Being Earnest che molti stupidamente traducono con "L'importanza di chiamarsi Ernesto" ma che invece va tradotta con "L'importanza di Essere Onesto", titolo che andrebbe messo sulle culle di ogni neonato e poi sui documenti di identità di ognuno di noi, così tanto per ricordarcelo.

*** Stefano GRECO, consulente, formatore, saggista, 'facebook', 15 settembre 2016, qui


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#VIDEO / Postumano, rischi e vantaggi degli archivi genetici (Stefan Lorenz Sorgner)

Verso il postumano: rischi e vantaggi degli archivi genetici 
Francesco CONTE, Michelle SUI
'termini tv', 'internazionale.it', 13 settembre 216
video 3min29

Cos’è il transumanesimo? E il postumanesimo? E la bioprivacy?
 Sono concetti legati alle nuove tecnologie e al loro impatto sul futuro degli esseri umani, spiega il filosofo Stefan Lorenz Sorgner.
Il video di Termini Tv, una web tv dedicata al mondo che ruota intorno alla stazione di Roma.
(dalla presentazione)

giovedì 15 settembre 2016

#RITAGLI / Sensibilità simbolica, l'abbiamo atrofizzata (Paolo Mottana)

La sensibilità simbolica è una facoltà magari non particolarmente nota in questi termini, ma significa sostanzialmente la capacità di leggere il volto e il significato di tutto ciò che abbiamo intorno e dentro di noi. 
Sta andando un po’ atrofizzata, anestetizzata nel nostro tempo, perché noi conosciamo una vita estremamente frettolosa e abbiamo poco tempo per intrattenerci con il volto delle cose, con la loro fisionomia, e in generale, con qualsiasi cosa e anche con le persone. La sensibilità simbolica richiede invece una certa attenzione: per ascoltare il messaggio contenuto in ogni elemento che ci circonda, cosi come anche in noi stessi. Ovviamente si tratta di ascoltare per cercare di capire qual è la vocazione delle cose, qual è il loro potenziale, verso che cosa sono indirizzate, a prescindere dal nostro modo di utilizzarle strumentalmente.
Questo vale per il rapporto che abbiamo con la natura, con l’ambiente, con gli oggetti, ma ovviamente, purtroppo, anche con le persone stesse; perché oramai viviamo tutti in un atteggiamento di sfruttamento di ciò che abbiamo intorno, ai fini della nostra formazione personale. 
Ecco, la sensibilità simbolica dovrebbe invece ravvivare la nostra capacità di renderci conto che tutto ciò che ci circonda e ciò che abbiamo dentro di noi, richiede un ascolto diverso, più partecipativo e che miri a riconoscere qual è il volto autentico delle cose. 
Questo si può fare molti modi: noi proponiamo un metodo che intanto prende avvio dall’arricchimento dello scenario simbolico personale, quindi cercando di rimettere in contatto le persone con il nostro grande patrimonio simbolico, quello di tutte le altre grandi tradizioni spirituali che soprattutto nei loro risvolti esoterico-mistici, cioè negli elementi che poi le accomunano, propongono una cultura simbolica estremamente ricca. Che poi di fatto permea ancora la nostra percezione della realtà e la nostra cultura, così come il modo in cui la cultura simbolica è stata automatizzata nel mondo della televisione della filosofia, quindi una parte abbastanza vasta di approfondimento.

[D: Se possiamo semplificare e in qualche modo generalizzare, Oriente e Occidente hanno culture simboliche molto diverse. Secondo lei una distinzione di questo tipo tra mondo orientale e mondo occidentale, andrebbe superata per una corretta rieducazione della persona? Andrebbe raggiunto quindi un equilibrio maggiore tra i due tipi di cultura?]

Secondo me sì, ma non è un’opinione solo mia, ci sono illustri studiosi, in particolare uno che per noi è molto rappresentativo, Gilbert Duran, che è stato studioso di antropologia generale e archetipologia generale dell’immaginario, ha messo in luce ciò.
Mentre i simboli intesi come i modi fisici in cui venivano rappresentati i grandi temi profondi archetipici di ogni cultura possono variare, in realtà quei temi rimangono piuttosto permanenti e anche i loro significati profondi rimangono permanenti. Su questo si sono concentrato anche molti studi di umanistica. In Italia Vannucci ha fatto tutto un lavoro di messa in rilievo di come siano molto simili in realtà gli elementi fondamentali, per esempio il femminile e il maschile, il notturno e il diurno, il superiore e l’inferiore, la luminosità, eccetera. Tutti questi elementi che per noi costituiscono di fatto la stoffa con cui interpretiamo, conosciamo, giudichiamo e percepiamo le cose, in realtà sono molto simili ma anche ambivalenti; per es. la luce e il buio hanno valutazioni molto diverse, o meglio abbastanza simili nelle diverse culture ma che poi ogni volta posso essere ripensate e reinterpretate con valori diversi. Nella nostra tradizione per esempio il buio è spesso stato stigmatizzato, associato alla non conoscenza, però spesso secondo la tradizione mistica ci sono moltissime aperture sia nella produzione poetica, letteraria e mistica dove il valore della notte e del buoi ha invece tutto  un altro tipo di significato. (...)

[D: Rifacendoci al concetto di “io sfruttatore” a cui spesso fa cenno (anche nella descrizione del corso sul sito web, ndr) ha parlato, e alla realtà contemporanea dell’oggi, secondo lei attraverso un’educazione alla cultura simbolica, c’è una possibilità che le tecnologie innovative che ci stanno pervadendo, possano diventare funzionali ad uno sviluppo e ri-sviluppo di cultura simbolica, o rimarremo intrappolati in queste tecnologie totalizzanti?]

La cosa importante è che noi non intendiamo “sensibilità simbolica” come una cosa esterna: quando uno acquisisce sensibilità simbolica lo fa attraverso un apprendimento che non è oggettivo, come quello che si intende a scuola, cioè fatto di contenuti e basta; apprende invece un atteggiamento, un modo di percepire le cose e acquisisce quindi una sorta di vista più profonda, per leggere appunto più profondamente la realtà delle cose, orientandosi al suo interno… 
E’ una capacità che viene interiorizzata, una sensibilità. Poi questa si applica a tutto: gli strumenti tecnologici da cui noi pensiamo di essere utilizzati cambiano nel tempo, sono cambiati continuamente, e questi sono quelli che abbiamo oggi; di per sé non sono nè positivi nè negativi, il problema poi è come li si legge. Sono strumenti dotati di un grandissimo potenziale, ma come tutte le cose sono pieni di rischi e di aspetti pericolosi: anche loro sono dei simboli. Possiamo dire che in qualche modo siano sempre una rappresentazione del dio Ermes che si manifesta, per utilizzare un simbolo chiaro dico.. E’ il dio dei commerci, della comunicazione, che si manifesta in una via diversa. Sappiamo che Ermes è il più ambito del Pantheon greco, non è né buono né cattivo, è una figura però che mette in comunicazione tutti gli elementi. Non ci si può fidare di Ermes, è un ingannatore, un truffatore, un ladro... Allora noi dobbiamo maneggiare tutti gli strumenti di Ermes, compresa la letteratura, la scrittura, non c’è niente che sia buono in senso assoluto. Dobbiamo anche uscire al problema di giudicare in termini morali ed etici, e invece cominciare a capire che il mondo è pieno di messaggi e dobbiamo imparare a trovare al oro interno il nostro spazio, integrandoli, con la loro complessità. Non possiamo pensare semplicemente di scartare ciò che è male, pensando che una volta scartato non ci ritorni indietro da un’altra parte. Dobbiamo imparare a contenere tutte queste dimensioni in una “anima”, uso questa espressione perché sono moto legato al pensiero di Jung e dei suoi allievi. Un’anima larga, pluralista, capace di contenere le cose e cercare di essere in grado di dare ad ogni cosa il giusto spazio.
Il problema oggi è appunto che noi veniamo totalizzati e accade che viviamo un po’ lo strumento tecnologico come qualcosa che ci possiede, però non possiamo nemmeno semplicemente possederlo: dobbiamo entrare in un dialogo con lo strumento, e capire che cosa può favorire che cosa può ostacolare, smontarlo e capire cos’è. Ad oggi non lo facciamo più perché non abbiamo tempo di dedicare attenzione, per questo a volte gli strumenti ci catturano senza che noi abbiamo avuto il tempo di esaminarli, di capire chi sono, di capire che tipo di messaggio ci portano, in che modo cambiano la nostra vita. Semplicemente li usiamo uno dietro l’altro.
Ma questo non è un fatto nuovo esiste da molto tempo, c’è semplicemente stata un’accelerazione.
Per questo però con reclamo alla sensibilità simbolica abbiamo bisogno di rallentare, di desaturare il nostro tempo, di avere più attenzione, di poterci dedicare con più calma alle cose... 
C’è poi da considerare una componente politica, economica, culturale, molto forte nella quale io credo profondamente e di cui abbiamo fortemente bisogno affinché la nostra vita non diventi un inferno, come spesso accade.

*** Paolo MOTTANA, docente ordinario di filosofia dell'educazione all'università di Milano Bicocca, saggista, ideatore e direttore scientifico (con Romano Màdera) del Master “Culture simboliche per le professioni dell’arte, dell’educazione e della cura”, intervistato in 'gliamantideilibri.it', A tu per tu con... Paolo Mottana, 14 settembre 2016, in occasione della 2^ Edizione del Master, in partenza il 5 novembre 2016

LINK articolo integrale qui


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#VIGNETTE / Anti-cellulare (Liam Francis Walsh)

Liam Francis WALSH
vignettista statunitense
via facebook

#SPOT / Hillary Clinton, e Trump (Anna Mallamo)

(via facebook)

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#CIT / Popolo (Arturo Graf)


Anche in 'aforismario.net', qui

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#SPILLI / Americani, e italiani (M. Ferrario)

Confesso che vedere la destra italiana, solitamente 'amerikana', che se la prende con le interferenze 'americane' fa provare qualche attimo di (puerile) soddisfazione.

"Terribile" dover concordare con Brunetta e Gasparri e ricordare con loro che, in Italia, in base ad una Costituzione non ancora del tutto rottamata, "la sovranità appartiene al popolo".
Ma tant'è. Viviamo tempi in cui accade pure questo. 

Potremmo consolarci col fatto che, essendo grande la confusione sotto il cielo, la situazione è favorevole. Ma non essendo io mai stato maoista e continuando a far fatica a vedere bicchieri pieni laddove sono sempre più vuoti, mi limito a restare confuso. Del resto, una confusione in più o in meno, non cambia il quadro generale. Di confusione.

C'è un solo elemento di certezza in tutto questo.
Ed è la pervicace abitudine degli americani, mai dismessa negli anni, di sempre insegnare, e talvolta pure imporre a tutti anche con la violenza delle armi, il loro modello di pensiero, di vita e di politica. 
Ritenuto ovviamente oggettivo e universale. 
Dunque da esportare in tutto il mondo.

L'arroganza con cui hanno conquistato il continente ce l'hanno dentro dalla nascita. E ne sanno qualcosa i legittimi indigeni: i pochi sfuggiti al genocidio dei nuovi cow boy immigrati.

Sembra impossibile far capire agli americani che gli alleati non sono sudditi. 
Del resto l'impossibilità deriva anche dal fatto che bisognerebbe che i sudditi sapessero la distinzione. 

So che posso essere accusato di esagerare.
Qualcuno, nel caso specifico dell'intervento a gamba tesa dell'ambasciatore John Phillips sul voto per il sì al referendum costituzionale, ha parlato di semplice gaffe.
Mi pare francamente una minimizzazione comoda per chi, con il ruolo di potere che oggettivamente riveste sulla scena del mondo, commette simili intrusioni di campo: tanto più quando l'interessato non pare aver ammesso pubblicamente l'inopportunità dell'intervento.

Il presidente Mattarella ha dichiarato: «Il mondo si è molto interconnesso: quindi ogni avvenimento che avviene in un paese importante, e l’Italia è un paese importante, è seguito con attenzione anche all’estero. Naturalmente questa considerazione non muta in nulla il fatto che la sovranità sia demandata agli elettori».

Mi permetto di sottolineare che un conto è l''interesse' che nel mondo persone e paesi diversi possono avere per un 'paese importante come il nostro' e un conto è tentare di influenzare i nostri processi di vita democratica con ambasciatori, agenzie di rating o altri poteri, tecnici o economici, più o meno forti.
Concordo invece, ovviamente, sul fatto che la sovranità appartiene al popolo.
Spero che anche noi ne siamo consapevoli. Più di quanto spesso appaia.

*** Massimo Ferrario, Americani, e italiani, per Mixtura

#SGUARDI POIETICI / Shinto (Jorge Luis Borges)

Quando ci annichilisce la sfortuna,
in un momento ci salvano
le minime avventure
dell'attenzione o della memoria:
il sapore di un frutto, il sapore dell'acqua,
quel volto che un sogno ci riporta,
i primi gelsomini di novembre,
l'anelito infinito della bussola,
un libro che credevamo smarrito,
il ritmo di un esametro,
la piccola chiave che ci apre una casa,
l'odore di una biblioteca o del sandalo,
il nome antico di una strada,
i colori di una mappa,
una etimologia imprevista,
la levigatezza dell'unghia limata,
la data che cercavamo,
contare i dodici ritocchi oscuri,
un brusco dolore fisico.
Sono otto milioni le divinità dello Shinto
che viaggiano per la terra, segrete.
Queste semplici divinità ci toccano,
ci toccano e ci lasciano.

*** Jorge LuisBORGES, 1899-1986, scrittore, saggista, poeta, traduttore, accademico argentino, Shinto, da La cifra, 46 poesie, traduzione di Domenico Porzio, 1981, Miti Mondadori, 1996


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SENZA_TAGLI / "Uno vale uno", e così si crea una classe dirigente 'ad minchiam' (Alessandro Gilioli)

L'ideologia dell'uno vale uno porta alla negazione forzosa di una classe dirigente. Ma siccome la realtà è diversa dall'ideologia, una classe dirigente si crea. In assenza di meccanismi formali e democratici che la prevedono, tuttavia, questa classe dirigente si crea ad minchiam. 
La negazione di una classe dirigente (e dei meccanismi per crearla) è il vero grande bug del M5s. Ed è anche la negazione di una pedagogia politica, del gramsciano "studiate". 
Lo dico da cinque anni, io che mi becco del "grillino" dai talebani di Renzi.

*** Alessandro GILIOLI, giornalista e saggista, 'facebook', 13 settembre 2016, qui


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#SENZA_TAGLI / Non è stato il web, è la bassezza umana (Fabio Chiusi)

Non è stato "il web" a pubblicare online il video hard della ragazza che si è suicidata nelle scorse ore. 
"Il web" non ha creato pagine Facebook, montaggi derisori su YouTube, un'infinità di memi. 
E non è stato "il web" a ipotizzare si trattasse di marketing, il lancio pubblicitario di una futura pornostar (quello si è letto anche su alcune testate). 
I responsabili sono esseri umani, con nomi e cognomi, che semmai hanno sfruttato il web per essere ancora più meschini e idioti di quando erano solo offline. 
Se volete prendervela con qualcuno, non accusate la tecnologia, non chiedete il "diritto all'oblio" (che naturalmente non c'entra nulla): prendetevela con la bassezza e lo schifo degli esseri umani.

*** Fabio CHIUSI, giornalista e saggista, 'facebook', 14 settembre 2016, qui


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#SENZA_TAGLI / Politica, degenerata (Marco Furfaro)

Non si costruisce un Paese migliore di quello attuale paragonando Renzi a Pinochet. E nemmeno alludendo al fatto che si possa risolvere i problemi degli italiani lasciando morire i migranti in mare. 
Un'opposizione è credibile se propone un Paese diverso e migliore, non se arriva alla barbara denigrazione degli altri. 
La politica è degenerata, i social network pure. 
Ma in questa Italia c'è pure gente che prende ferie, si alza alle 4 del mattino e va ad Amatrice per aiutare chi ha perso tutto. Sono loro la speranza su cui ricostruire un Paese. Ripartiamo da loro, lasciando alle loro miserie i leader politici dell'offesa.
Lo so, è più difficile. Si prendono meno like e si fa meno proseliti. Ma è la cosa giusta da fare.

*** Marco FURFARO, politico, 'facebook', 13 settembre 2016, qui


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mercoledì 14 settembre 2016

#LINK / Imprenditività, un falso miraggio (Stefano Pollini)

(... ) In particolare ho qualche dubbio sull’insistere, come fanno diversi orientatori, sul concetto di “imprenditività”: sul fatto cioè che la persona che cerca lavoro debba aver un atteggiamento “imprenditoriale”, attivandosi per far accadere qualcosa senza aspettare che il lavoro cada dall’alto.

Una frase, che è diventata virale sui social network qualche mese fa, rende molto chiara questa idea: “Il lavoro non si cerca. Il lavoro si attrae. Il lavoro si attrae diventando la persona più competente, più capace, che sia in grado di aggiungere più valore di chiunque altro. E a quel punto il lavoro magicamente appare”.
Sebbene questa frase sia piaciuta molto, riproposta anche da persone in cerca di lavoro, c’è chi, come Massimo Ferrario (*), ha messo in luce il lato oscuro di questo “pensiero positivo” sottolineando come in un mercato del lavoro fermo – e che offre spesso lavori con bassa qualificazione – diventa davvero difficile crearsi le competenze (per giunta le migliori sul campo) e spesso “si trovano soltanto dei lavori ultra-precari e talmente cretini che non ti insegnano nulla perché sei tu che devi insegnare loro tutto”. Inoltre politici, istituzioni, imprenditori ed esperti di lavoro si deresponsabilizzano rispetto al ruolo che dovrebbero giocare e trovano comodo scaricare sui singoli individui la loro ignavia. (...)

*** Stefano POLLINI, consulente e formatore, L’imprenditività è un falso miraggio. E' necessario responsabilizzare ma senza colpevolizzare, 'senzafiltro', 14 settembre 2016 - (*) M. Ferrario, Non cercare il lavoro, ti apparirà, 'Mixtura', 3 luglio 2015, qui

LINK articolo integrale qui


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#MOSQUITO / Cervello, ne abbiamo due (Rita Levi Montalcini)

Quello che in molti ignorano è che il nostro cervello è fatto di due cervelli. Un cervello arcaico, limbico, localizzato nell’ippocampo, che non si è praticamente evoluto da 3 milioni di anni fa a oggi, e non differisce molto tra l’homo sapiens e i mammiferi inferiori. Un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte quelle che sono le emozioni. Ha salvato l’australopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di fare fronte alla ferocia dell’ambiente e degli aggressori. 
L’altro cervello è quello cognitivo, molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150mila anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. 
Purtroppo, buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie - la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo - sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal nostro pensiero, quando non è cosi. (...)
Sì, la componente emotiva non è solo pessima. Il cervello arcaico ha salvato l’australopiteco, ma porterà l’homo sapiens all’estinzione. La scienza ha messo in mano all’uomo potenti armi di distruzione. La fine è già alla portata. (...) 
Bisognerebbe spiegarlo ai giovani, dei due cervelli. I giovani di oggi si illudono di essere pensanti. Il linguaggio e la comunicazione danno loro l’illusione di stare ragionando. Ma il cervello arcaico, maligno, è anche molto astuto e maschera la propria azione dietro il linguaggio, mimando quella del cervello cognitivo. Bisognerebbe spiegarglielo. 

*** Rita LEVI MONTALCINI, 1909-2012, medico, premio Nobel per la medicina nel 1986, intervistata da Paolo Giordano, ‘Wired’, marzo 2009


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