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domenica 16 settembre 2018
lunedì 31 luglio 2017
#SENZA_TAGLI / Siamo noi il sindaco, e facciamo schifo (Alessandro Gilioli)
Cassonetti mezzi vuoti e quintali di monnezza accanto. Auto in seconda, terza fila, per ore. Gente che prende l'auto per comprare le sigarette a trenta metri da casa. Tutti che passano quando il semaforo è arancione e davanti c'é la fila, conquistando dieci metri in più a costo di bloccare l'incrocio. Smart lasciate nei pertugi dei vicoli come se fossero biciclette. Tutti a entrare nel metrò prima che la gente esca, tutti fermi a sinistra sulle scale mobili, tutti a buttare rifiuti dai finestrini, nei giardinetti, nelle aiuole.
Siamo noi il sindaco, prima durante e dopo quello di turno: e facciamo schifo, sempre.
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lunedì 12 giugno 2017
#MOSQUITO / Rispetto, e farai danzare il prossimo alla tua musica (Jussi Adler-Olsen)
«È vero, signor Florin, siamo venuti senza preavviso, e se vuole che andiamo via, ce ne andremo. Nutro enorme rispetto e ammirazione per lei, perciò farò senz’altro quello che mi chiede. Potrei tornare domani mattina presto, se lo trova più comodo.»
Questa risposta toccò un punto sensibile sotto la corazza. Carl gli aveva appena dato quello che voleva. Al diavolo carezze, lusinghe e regali: l’unica cosa che vuole la gente è il rispetto. Dai un po’ di rispetto al prossimo e lo farai danzare alla tua musica, dicevano i suoi insegnanti alla Scuola di polizia. E cavolo se avevano ragione.
*** Jussi ADLER-OLSEN, 1950, scrittore danese, Battuta di caccia, 2008, Marsilio, 2012
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mercoledì 15 febbraio 2017
venerdì 30 settembre 2016
#SPILLI / Rispetto, occorre guadagnarselo (M. Ferrario)
Scrive sul suo blog un vecchio collega amico che ha deciso da anni, meritoriamente, di dare voce in rete ai cittadini, stimolando chi legge a sviluppare analisi critiche, possibilmente meditate e argomentate:
« Chi ha assistito al recente, surreale confronto televisivo fra Marco Travaglio e Matteo Renzi ha certamente notato l’imbarazzante postura del primo che, non solo si rifiutava di guardare negli occhi il secondo, sfuggendone lo sguardo, ma stava seduto di fronte a Lilli Gruber come se il suo interlocutore non esistesse, tanto che prima la conduttrice lo ha invitato a rivolgersi a lui e poi lo stesso Renzi ha dovuto agitare la mano e dire: “sono qui”. Col linguaggio del corpo Travaglio stava affermando che lì accanto c’era il diavolo e lui non voleva aver nulla a che fare con lui. (...)
C’è un’evidente analogia fra il comportamento di Travaglio verso Renzi e quello dei 5 Stelle verso Pizzarotti e cioè il mancato rispetto delle Istituzioni che gli interlocutori da loro ignorati presiedono: il Governo italiano e la Città di Parma. Non è con questi presupposti che i 5 Stelle possono aspirare a guidare il Paese ( e che Travaglio può rendersi realmente credibile). »
*** Roberto BARABINO, Travaglio e i travagli dei 5S, blog 'la politica dei cittadini', 30 settembre 2016, qui)
Stimo Travaglio (la sua 'schiena dritta', la sua conoscenza iper-documentata dei fatti, la sua logica ineluttabile), ma, poiché non sono fan di nessuno, non faccio il tifo neppure per lui, né mi assumo il ruolo di suo avvocato difensore (posto che ne abbia bisogno).
Però mi vengono immediate alcune considerazioni: che muovo da cittadino, con una sua visione critica, consapevolmente parziale e indipendente, ma non 'terzista', e perciò sempre più solitaria e insofferente nei confronti di qualunque aggregazione politico-partitica, Grillo e i suoi fan in primis.
Vero che, nell'incontro richiamato, è apparsa una qualche reticenza di Travaglio a guardare in faccia l'interlocutore. Come immaginato da Barabino, questa ritrosia potrebbe essere imputata a un atteggiamento, più o meno consapevole, di voluta e superiore distanza/diversità di Travaglio verso Renzi: della serie 'non confondiamoci'.
Ma è pure noto che in televisione i faccia-a-faccia sono sempre artefatti: anche se non hai frequentato i corsi appositi che te lo insegnano, chiunque sa che in quel contesto pubblico-spettacolare non conta tanto 'con chi' parli, ma conta soprattutto ciò che dici: l'altro è uno stimolo per svolgere le tue considerazioni e non è 'realmente' il soggetto di una 'relazione', perché il tuo vero interlocutore è chi sta dietro lo schermo. Insomma, nella situazione particolare televisiva, l'incontro non è un incontro. Ed è per questo che lo sguardo, se mai, si fissa sulla lucina rossa che ti riprende, oppure, come in questo caso, vista la consuetudine (questa sì 'relazionale') di Travaglio con la conduttrice, per le regolari apparizioni settimanali in 'Otto e mezzo', privilegia la Gruber rispetto a Renzi.
Dunque, come sempre, le interpretazioni sulla postura, tanto care agli 'psicantropi', sono da farsi con le molle.
Ma accettiamo pure la lettura che ne fa Barabino: Travaglio, come tutti i 5Stelle, si sente 'superiore' e manca di rispetto verso persone e istituzioni (tra parentesi, è la vecchia accusa al Pci per quel senso di 'diversità' che faceva essere diverso il Pci, nel bene e nel male, da tutti gli altri partiti; e ha permesso al Pci, se non di non rubare, almeno di rubare meno degli altri: e infatti era l'accusa principe che gli lanciava il Psi di Craxi. Quando è finita la 'diversità', abbiamo visto com'è finita la 'non-diversità': tutto è diventato 'come gli altri'...).
Francamente, la presunta mancanza di rispetto istituzionale mi pare azzardata.
A me hanno insegnato che le istituzioni, come gli uomini, se vogliono essere rispettate, devono essere rispettabili.
Perché il rispetto si dà se c'è: se viene meritato.
E' come l'autorevolezza: ti viene data se te la sei conquistata sul campo. Non sta in capo a una persona, o a una istituzione, come un attributo a priori, compreso automaticamente nella persona o nella carica. A priori è doveroso concedere solo, fino a prova contraria, quella fiducia che, diversamente dalla fede, viene appunto verificata nei fatti. Se non ci sono i fatti, o se prevale l'inganno sui fatti, la fiducia non c'è più.
Francamente non mi pare che 'questo' rispetto, che è poi l'unica forma vera di 'rispetto rispettabile', sia oggi, in generale, attribuibile ai politici, alla politica, alle istituzioni.
Se no, non avremmo i problemi che abbiamo e che anche Barabino, nel suo blog, analizza e stigmatizza.
Quando Renzi, chiamato il Bomba fin da piccolo per le panzane raccontate ai compagni di liceo, dice ancora oggi, ogni giorno, nel ruolo che ricopre di presidente del Consiglio, che ci mette la faccia senza mai indicare quale delle sue molte facce ogni volta intende usare, il problema forse non è un giornalista che non lo guarda a sufficienza.
Magari il problema è che io, come tanti, in quanto cittadino di una democrazia che vorrebbe ancora essere democrazia (e non suddito di una oligarchia sempre più ridotta agli spazi di un 'uomo solo al comando') mi sento preso in giro: dalle cose che vengono dette (e disdette) e dalle cose che vengono fatte (e disfatte), con una coerenza di azioni che privilegia solo la convenienza personale in termini bruti di potere e successo.
E' allora che si apre, per me almeno, una divaricazione un po' schizofrenica.
Certo, sono 'costretto' a rispettare come giuridicamente legittimo il ruolo ricoperto di presidente del consiglio. Ma, sul piano della legittimazione personale, ho qualche difficoltà a iscrivere la persona nella carica, che considero per sua natura ovviamente 'alta', di Presidente del Consiglio.
E infatti, per indicare, oggi, la funzione di chi la occupa, mi ritrovo a usare le minuscole e rimando le maiuscole al mio wishful thinking.
Lo faccio per rispetto. Della funzione.
*** Massimo Ferrario, Rispetto, occorre guadagnarselo, per Mixtura
Riccardo MANNELLI
'Il Fatto Quotidiano', 30 settembre 2016
venerdì 16 settembre 2016
#MOSQUITO / Rispetto, insegnarlo è da 'sorpassati'? (Maurizio Viroli)
Purtroppo è ormai pratica corrente nelle università americane tollerare che gli studenti partecipino alle lezioni senza il dovuto rispetto: possono mangiare mentre il professore spiega, presentarsi in ciabatte da piscina, tenere i piedi sui banchi, rispondere al cellulare. Non ho mai permesso nulla del genere perché ritengo che fra i doveri di un docente ci sia anche quello di insegnare il rispetto per le persone e per i luoghi, spiegando, se necessario, perché il rispetto è doveroso. Ma temo di essere ormai un ‘sorpassato’.
*** Maurizio VIROLI, 1952, politologo, professore emerito dell'università di Princetorn, rubrica ‘lettera dal campus’, ‘Specchio’, 10 gennaio 2004
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sabato 8 agosto 2015
#MOSQUITO / Mancia e rispetto (Julian Baggini)
La complessa funzione della mancia rilette la sfaccettata funzione del ristorante. In parte è una forma di pagamento, una remunerazione per un lavoro ben fatto. Ma è anche una manifestazione di gratitudine, un modo per dare a chi ci ha servito l’occasione di godere almeno in parte del piacere di cui abbiamo goduto noi. Forse è per questo che tanti camerieri trattano le due entrate separatamente: lo stipendio per pagare le bollette, le mance per le uscite serali.
Qualsiasi spiegazione universale della mancia si scontra con un problema geografico. Il come e il quando lasciare un extra varia a seconda dei valori e delle tradizioni di ciascuna cultura. Una variabile sembra avere a che fare con la natura e l’importanza del rispetto. E sembra che più il lavoro legato alla ristorazione occupa un posto d’onore nella società, meno si dà di mancia ai camerieri.
Il Giappone è uno dei pochi paesi al mondo in cui lasciare la mancia è offensivo, perché è considerato un disonore per chi serve. Nella cultura giapponese c’è una dignità intrinseca nell’adempiere al proprio ruolo nel miglior modo possibile. Questo non significa che tutti i mestieri hanno pari status, ma che a ogni mestiere è riconosciuto il giusto rispetto. Lasciare la mancia dà l’idea che svolgere il proprio mestiere non sia sufficiente, che chi serve non abbia la stessa dignità di altri che svolgono il loro lavoro senza prendere la mancia.
Anche in occidente le abitudini legate alla mancia hanno a che fare con il rispetto. Nel Nordamerica servire ai tavoli è considerato un lavoro di basso livello e per questo le mance sono alte. Più o meno lo stesso succede nel Regno Unito. In Europa continentale, invece, il lavoro del cameriere è più rispettato. Proviamo per un momento a pensare allo stereotipo del cameriere in Francia e nel Regno Unito. In Francia il garçon è tipicamente un signore anziano e calvo che serve steakfrites da una vita; nel Regno Unito, invece, i camerieri sono uomini o donne, giovani, spesso studenti, che vogliono mettersi a guadagnare qualcosa prima di trovarsi un “vero lavoro”.
L’idea che la mancia sia inversamente correlata al rispetto è agghiacciante. Forse spiega perché gli scandinavi lasciano tra le mance più basse in Europa. Tore Skjelstadaune, che rappresenta i lavoratori dei ristoranti e il personale d’albergo di Oslo alla Federazione unita dei sindacati di Norvegia (Fellesforbundet), è contrario alla mancia a meno che il servizio non sia extra. “Il principio in Norvegia è che ciascuno deve avere uno stipendio che gli permetta di vivere”, ha dichiarato nel 2013 al giornale online norvegese Nettavisen.
*** Julian BAGGINI, 1968, filosofo, saggista britannico, 'Aeon', Regno Unito, Quanto lascio?, 'Internazionale', 1113-1114, 31 luglio 2015, traduzione di Fabrizio Saulini, fas.
lunedì 11 maggio 2015
#MOSQUITO / Tu, quando è l'hostess a insegnare il rispetto (Laura Re)
Io lavoro come assistente di volo, e professionalmente chiamo tutti ‘signore’ e ‘signora’. Porto sulla giacca una targhetta con il mio nome e cognome, e sempre più di frequente mi sento chiamare ‘Laura’ da passeggeri che non conosco e ai quali do del lei. «Vuole da bere, signore?», «Sì, Laura».
In questo caso il tu è gerarchico e umiliante per chi lo riceve, richiama un ottocentesco rapporto servo-padrone.
In questo caso il tu è gerarchico e umiliante per chi lo riceve, richiama un ottocentesco rapporto servo-padrone.
Una volta un signore mi chiamò per la terza volta per nome da un capo all’altro della cabina, schioccando le dita.
Cosi mi avvicinai e chiesi: «Scusi, signore, qual è il suo nome proprio?».
La persona mi guardò perplessa.
«Il suo nome di battesimo», sorrisi io.
«Giovanni, perché?».
«Dimmi, Giovanni, in che cosa posso aiutarti?».
*** Laura RE, assistente di volo, lettera alla rubrica ‘lettere’, ‘la Repubblica’, 11 marzo 2004.
mercoledì 15 aprile 2015
#LINK #SOCIETA' / Rispetto: una parola che fa paura? (Roberta Rossi)
(...) Essere maschi e femmine riguarda la nostra biologia, diventare uomo e donna richiede un processo di apprendimento che inevitabilmente si rifà alla cultura dove si vive, ai valori e alle caratteristiche che vengono attribuite al “gruppo uomo” o al “gruppo donna” (gli stereotipi) che quella cultura propone. (...)
Educare all’uguaglianza ma anche al rispetto della differenza, non sono solo parole. E farlo a cominciare dalla scuola ha un senso formativo: i dati sul bullismo e sul sexting, per esempio, molto diffusi nel mondo adolescenziale, dovrebbero farci riflettere sull’importanza e la necessità di questa formazione. (...)
LINK, qui
*** Roberta ROSSI, psicoterapeuta e presidente Federazione italiana sessuologia scientifica, Ma perché parlare di rispetto fa così paura?, 12 aprile 2015, blog 'ilfattoquotidiano.it'
*** Roberta ROSSI, psicoterapeuta e presidente Federazione italiana sessuologia scientifica, Ma perché parlare di rispetto fa così paura?, 12 aprile 2015, blog 'ilfattoquotidiano.it'
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