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martedì 15 agosto 2017

#MOSQUITO / L'analisi? Fuori moda (Augusto Romano)

C'era una volta... L'analisi oggi è fuori moda. Non è sintonica con i tempi. È un lavoro artigianale: lento, faticoso, richiede un coinvolgimento affettivo, legittima la sofferenza... 

*** Augusto ROMANO, psicoanalista di matrice junghiana, intervistato da Bruno Quaranta, 'La psicoanalisi? È fuori moda perché legittima la sofferenza', 'La Stampa', 4 agosto 2017)

Fabio MAGNASCIUTTI
fabiomagnasciutti.blogspot, 10 dicembre 2015, qui

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domenica 23 luglio 2017

#MOSQUITO / Psicoanalisi, sempre più autoreferenziale (Luigi Zoja)

Oggi la psicoanalisi ha un grave limite: si occupa quasi esclusivamente dei problemi clinici e tecnici legati alla cura dei pazienti. Ma questa è una regressione rispetto alle idee di Freud, e anche di Jung. Ben altro è stata infatti la psicoanalisi nel XX secolo, una rivoluzione della visione dell’uomo che ha plasmato la cultura, dalla letteratura al cinema, dalla musica all’arte... Negli ultimi anni invece prevale la pratica terapeutica: gli analisti non tematizzano più le grandi questioni culturali, si rinchiudono nelle loro ‘stanze’, in un mondo sempre più autoreferenziale e marginale. La psicoanalisi dovrebbe tornare ad essere quella che è sempre stata: una griglia di lettura della realtà, una terapia della cultura. 

*** Luigi ZOJA, psicoanalista di matrice junghiana, intervistato da Luciana Sica, ‘la Repubblica’, 30 maggio 2009.


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lunedì 17 aprile 2017

#VIDEO / Psicoanalisi (Franco De Masi)


La psicoanalisi
Franco DE MASI
psicoanalista e saggista
Vocabolario psicoanalitico in video
pubblicato da 'Pol.it' , 1 febbraio 2017
video 6min35

#MOSQUITO / Psicoanalisi, l'effetto 'divenire' (Carl Gustav Jung)

L’effetto al quale io miro [in terapia] è di produrre uno stato psichico nel quale il paziente cominci a sperimentare con la sua natura uno stato di fluidità, mutamento e divenire, in cui nulla è eternamente fissato e pietrificato senza speranza.

*** Carl Gustav JUNG, 1875-1961, medico psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica, Scopi della psicoterapia, 1929, in Opere, vol. 16, Bollati Boringhieri, Torino, citato da Pina Galeazzi, psicoanalista di matrice junghiana, Se sapessimo mai cos’è l’umano..., ‘Rivista di psicologia analitica’, numero dedicato a Umano, disumano, n.25, 2008.
https://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Gustav_Jung


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venerdì 30 dicembre 2016

#MOSQUITO / Psicoanalisi, Narciso è frustrato (Antonio Alberto Semi)

La nostra è un’epoca radicalmente differente da ogni civiltà del passato, ma non più barbara di altre. E non da oggi, ma da sempre, la psicoanalisi è un ‘luogo di resistenza’, irriverente di per sé rispetto a quel feticcio chiamato coscienza e soprattutto critica di ogni strategia repressiva - vecchia e nuova. Noi non aneliamo ad "aggiustare" gli individui, li aiutiamo piuttosto a riconoscere e a difendere la loro singolarità... Quanto alle anime belle, sono così convinte di esserlo che non vengono in analisi. 

[D: Magari solo perché sono altre le cure egemoni: quelle che promettono una rapida "guarigione". Secondo lei, il trattamento analitico non è in piena crisi?]
Secondo me, no. Tanto è vero che quando mando un paziente a un collega, mi risponde puntualmente che non ha posto. Questo della crisi, è un tema che torna sempre e in fondo rappresenta il senso della psicoanalisi: un lavoro che documenta la fragilità dell’individuo, la sua insufficienza, la sua dipendenza dall’inconscio. Un lavoro che mette in crisi.  

[D: Quali sono le problematiche più comuni che pongono i pazienti?] 
Le ferite narcisistiche sono frequentissime. Sono la causa e l’effetto di una intolleranza dell’umiliazione, della vergogna, dell’insuccesso. Probabilmente un riflesso della competitività esasperata dei nostri tempi, comunque situazioni diffuse nella vita di tanti. Il rapporto tra frustrazione e insuccesso è inoltre circolare: non ottenere un risultato spesso impossibile deprime e questa condizione garantisce il fallimento. 

[D: Ma com’è questo Narciso frustrato?] 
È solo e disperato. Ha reazioni aggressive verso gli altri e tende all’isolamento. È molto più attento a se stesso che alla meta ideale del suo desiderio, e questo favorisce l’insuccesso, in più con ricadute disastrose sulla vita affettiva e anche erotica. 

[D: Una volta dall’analista si parlava delle più pasticciate storie sentimentali. Oggi prevalgono le frustrazioni professionali... Siamo alla clinica dell’antiamore come difesa dall’angoscia, per dirla con Recalcati?] 
Guai però a fermarsi alle prime battute dell’analisi. I sintomi sono come un biglietto da visita generico: poi ognuno è diverso, e semmai dovrà scoprire la sua nevrosi, se vuole vivere meglio... Certe reazioni narcisistiche esprimono spesso il timore di essere - e di essere stati - irrilevanti: un timore grave che in analisi trova sollievo perché in quella stanza finalmente si sente di essere ascoltati davvero. Solo allora è possibile aprire il vaso di Pandora dell’inconscio e poco alla volta svelare le ragioni profonde del malessere. 

[D: In che modo?] 
Riformulando tutta la propria storia: un’avventura che potrà essere dolorosa, ma anche molto gioiosa. Bisogna però averne la disponibilità, altrimenti è inutile affrontare una cosa impegnativa come l’analisi. Molte persone cercano di cancellare l’infelicità eliminando un disturbo, e questo è ovvio e del tutto lecito. È meno frequente che si voglia diventare se stessi, trovando un modo di vivere più autentico. I nostri sono pazienti che comunque vivono sofferenze laceranti: alla fine ciò che importa è unicamente il loro dolore. 

[D: Crede che la strumentazione degli analisti sia adeguata?] 
Spero proprio di no. Un analista che si sentisse in possesso di strumenti adeguati farebbe meglio a cambiare mestiere. Il problema dell’analista è semmai quello di saper essere inadeguato come il paziente, di sentire sulla propria pelle cosa vuol dire soffrire in quel modo lì... Solo se si va a fondo assieme, si può tornare a galla. E migliori - sempre che l’analisi non fallisca. 

[D: Ci sono stati fallimenti terapeutici, nella sua esperienza?] 
Sì, naturalmente. Ho avuto pazienti che non miglioravano - penso soprattutto perché non riuscivo a capire, assieme a loro, cosa diavolo mi stavano dicendo. 

[D: Il vostro metodo di cura si basa ancora sulle associazioni libere: come lo definirebbe?] 
È il nostro solo metodo, però per fortuna è avvincente e fruttuoso... Definirlo? È il lasciarsi prendere dal gusto di vedere dove va il pensiero se non si esercita il giudizio, e poi pensarci su. Una sfida per la ragione, che ne esce ridimensionata e rafforzata. 

[D: La lentezza del processo analitico è compatibile coni tempi serratissimi che viviamo?] 
Sì e no. Sì, nella pratica: i pazienti scoprono ben presto che è possibile. No, perché l’atemporalità dell’inconscio, quella sua mancanza della dimensione tempo, contrasta con il nostro stile di vita frenetico. Ma il processo analitico deve essere così, lento e intenso, altrimenti il rischio per certi pazienti è vivere in un eterno transfert. Intendo quelli che continuano a sospirare "ah, il mio analista...", e magari saltabeccano da una terapia all’altra. Lì certamente c’è qualcosa che è andato storto, perché è l’analisi che serve per la vita, non il contrario: non la vita per l’analisi. 

[D: Ma qual è il valore aggiunto della vostra cura?] 
L’onestà intellettuale con se stessi e con gli altri, io lo considero un valore aggiunto fondamentale. Se non si ‘aggiunge’ alle caratteristiche della persona, l’analisi è andata male. Certo, ci si può chiedere seriamente se questo sia sempre un vantaggio. 

*** Antonio Alberto SEMI, psicoanalista, didatta della Società Psicoanalitica italiana, intervistato da Luciana Sica, ‘la Repubblica’, 15 settembre 2010.

John William WATERHOUSE, 1849-1917
artista britannico
Eco e Narciso, 1903

lunedì 19 settembre 2016

#MOSQUITO / Psicoanalisi, il bisogno di essere ascoltati (Pina Galeazzi)

Ricordo lo stupore di uno dei miei figli, 4-5 anni, quando sul tavolo dello studio ha visto appoggiati dei soldi: «ma come, ti raccontano le storie e ti pagano anche?» Per lui, avido ascoltatore di favole e racconti, era inconcepibile che io venissi pagata per ascoltare storie. 
E’ vero, ci raccontano le storie e ci pagano pure... forse perché è solo se c’è un altro a riconoscerci, a riconoscere la nostra storia che noi non ci sentiamo desolatamente esposti alla follia, alla distruzione, alla disumanizzazione. Se c’è qualcuno, anche solo un altro essere umano, che ci ascolta, allora siamo già un po’ salvi. Abbiamo poggiato almeno un piede sulla terraferma. 

*** Pina GALEAZZI, psicoanalista di matrice junghiana, Se sapessimo mai cos’è l’umano..., ‘Rivista di psicologia analitica’, numero dedicato a Umano, disumano, n.25, 2008.

martedì 13 settembre 2016

#VIDEO / Freud, Jung, la psicoanalisi (Umberto Galimberti)

Freud, Jung, la psicoanalisi
Umberto GALIMBERTI, 1942
filosofo e psicoanalista di matrice junghiana
video, 1h26min16

Lo so, si tratta di un video che sfiora l'ora e mezza di visione. 
Ma se riusciamo a sottrarre del tempo, per una volta tanto per noi stessi, alla corsa più o meno frenetica delle giornate in cui siamo immersi, saremo abbondantemente ripagati.
Perché Umberto Galimberti, con chiarezza, pacatezza e (straordinaria) sapienza di sintesi, fornisce stimoli di conoscenza fondamentali per riflettere su chi, e come, siamo, a livello di 'funzionamento' psicologico, mettendo a confronto due giganti del pensiero del secolo scorso: Freud (sempre citato, anche a sproposito) e Jung (che avrebbe bisogno, per la potenza della sua 'visione', di essere conosciuto e riattualizzato). (mf)
https://it.wikipedia.org/wiki/Sigmund_Freud

https://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Gustav_Jung


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giovedì 30 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Psicoanalisi, un sapere che non è della scienza (Egidio T. Errico)

Il sapere psicoanalitico non è il sapere della scienza, ma del soggetto, è quel sapere cui conduce, come ha dimostrato Freud, non la scienza, ma l’isterica, quell’isterica che egli ha saputo ascoltare mettendo da parte il sapere della Scienza del suo tempo. 
Per questo il sapere della psicoanalisi non può che sfuggire alla possibilità di costituirsi come un sapere compiuto, e definito in un discorso che abbia il rigore delle Scienze così come le conosciamo. 

«Non possiamo immaginare la psicoanalisi come una disciplina che possa essere insegnata e appresa come la fisica, la chimica o l’agronomia, tanto per fare qualche esempio, cioè come un complesso di nozioni definite, suscettibili di essere trasmesse mediante l’ausilio del pensiero logico che, una volta apprese, possano essere, più o meno prontamente e correttamente, utilizzate; detto altrimenti, non pensiamo che la psicoanalisi sia assimilabile ad una qualsiasi disciplina scientifica e professionale che prepari uno studente all’esercizio di un mestiere o di una professione. In realtà, sebbene sia anche una professione che dà da vivere a chi la esercita - il caso del suo inventore è emblematico al riguardo - rimane portatrice di una specificità epistemica che la rende non assimilabile del tutto né alle altre professioni né alle altre discipline scientifiche o umanistiche. È per questo motivo che la sua trasmissione, anche al livello dell’insegnamento della teoria, non può effettuarsi nella forma di un’esposizione conclusa della dottrina ma abbisogna di una continua riflessione che implica una riscoperta di qualcosa che ogni volta deve avvenire di nuovo.» (Conrotto, 2000)

Questa particolare posizione della psicoanalisi attiene soprattutto alla cura nel senso che è proprio questo che fa dell’analisi una cura, una cura non solo del tutto singolare, ma anche paradossalmente una cura molto efficace, in quanto non è nella standardizzazione secondo i canoni precostituiti della scienza e dei modelli di salute previsti che essa poggia la sua efficacia, quanto sul fatto che essa, al contrario, è una cura “fuori-canone” in quanto, disponendosi ad essere risposta alla domanda del soggetto, lo ascolta, tant’è che è solo la psicoanalisi ad aver potuto permettere di recuperare il valore del sintomo, da disturbo da eliminare, a discorso soggettivo da ascoltare e decifrare.

*** Egidio T. ERRICO, psicoanalista, Il sapere della psicoanalisi non è il sapere della scienza, 'facebook', 28 giugno 2016, qui


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domenica 28 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Psicoanalisi, storia di una abusata (Ranieri Salvadorini)

Ha abusato di lei per sette «sedute penetranti».
Così le chiamava lo psicoanalista denunciato da Giorgia, nome di fantasia, all’epoca 19enne, gravemente depressa.
Era il 2003, ma ci sono voluti sette anni anni per vincere la vergogna e denunciare i fatti. Che racconta nel libro Psicoanalisi in rosso, pubblicato nonostante le diffide legali da parte della Società Psicoanalitica Italiana (Spi).

L'incontro con l'analista - Riavvolgiamo il nastro di 10 anni. Primo anno di università: «Magra, cadaverica, spaurita» e, sopratutto, sola. Chiusa «a doppia mandata, al buio» nella stanza del collegio, dove evita qualsiasi contatto con i compagni.
In una sorta di “memoria” scritta ai tempi, Giorgia si racconta: «Dormo con quattro maglioni e due coperte, eppure ho freddo. Dormo sempre, la debolezza mi impedisce anche di leggere. Sto a letto più che posso (…) Mi trascino a lezione spinta solo dall’angoscia di perdere il posto in collegio».
Alcuni amici le consigliano una visita neurologica e all’Ospedale San Matteo di Pavia uno psichiatra le dice che «è una macchina potente con le gomme sgonfie».
Non le servono i farmaci, ma l’analisi. Prescrizione: nome e numero di telefono di uno psicoanalista della Spi.

«Mi ha fatto sentire la prescelta» - La ragazza scopre che il conforto che le dà l’analista è enorme: si prende cura di lei, la fa sentire bella, desiderabile ma, sopratutto, «amata».
Non solo. Racconta a Lettera43.it: «Mi ha fatta sentire la prescelta dall’harem, eppure mi sentivo malata e indesiderabile».
Giorgia è imbarazzata, tesa: «È paradossale, come si può considerare qualcuno colpevole per aver realizzato il tuo più ardente desiderio?».
La domanda va al cuore della manipolazione, nello specifico del rapporto analitico, strutturalmente asimmetrico.
Come si legge all’articolo 22 del Codice deontologico: «Lo psicologo adotta condotte non lesive per le persone di cui si occupa professionalmente, e non utilizza il proprio ruolo ed i propri strumenti professionali per assicurare a sé o ad altri indebiti vantaggi».
Dai primi messaggi alla dipendenza psicologica: un amore tossico

L’analisi è iniziata da un paio di mesi quando lo psicoanalista le presta Diario di una segreta simmetria, un libro di Aldo Carotenuto sulla storia d’amore tra Carl G. Jung e la sua paziente Sabine Spielrein. Presto si intensificano ritmo e intensità dei messaggi: «Spero di rivedere i suoi occhi lunedì» o «Lei farebbe la felicità di uomini di tutte le generazioni», alternati ad altri, del tipo «Mi mandi un sms ogni quarantacinque minuti, voglio rendermi conto del suo stato mentale». La dipendenza psicologica si rafforza.
La vita di Giorgia, fuori dalla “bolla di sapone” dello studio, va male. Scrive all’epoca: «Non passa giorno che non pensi, ininterrottamente, praticamente, a come poter morire per caso (…), una malattia, un incidente. Il disinteresse e l’ostilità per il collegio sono totali». E al tempo stesso: «Ero esaltata, semplicemente esaltata. (…) Ero euforica: stavo seducendo Dio».

«Mi raccontava i segreti dei pazienti» - Gli sms dell’analista esasperano questo «amore tossico» e a giugno arriva quella che lei chiama la «tempesta di messaggi». I due finiranno nudi sul pavimento dello studio.
Con l’analista, ricorda Giorgia, che «mi raccontava in dettaglio le cose più intime degli altri pazienti», come «l’inclinazione omosessuale di una donna che incrociavo all’uscita o i disturbi di un tale che faceva con lui ‘una specie di analisi didattica’».
A volte le fa i nomi, altre li rende riconoscibili. La ragazza capisce che le cose non stanno andando per il verso giusto, «ma se la mia parte razionale disprezzava la condotta spregiudicata e immorale di quell’uomo, l’esigenza di essere amata vinceva su tutto».

«Elemosinavo il suo perdono» - A un certo punto crolla e racconta tutto al suo compagno di allora, che minaccia querele. L’analista la scarica, l’ingresso allo studio le viene interdetto.
È la fase che oggi Giorgia ricorda con più vergogna: «Andavo letteralmente a elemosinare il suo perdono per quella che, ai tempi, vivevo come una delazione». Nove mesi di «pellegrinaggi», finché non matura la consapevolezza di aver subito un abuso.
Ma solo dopo sette anni se la sente di parlare. E si rivolge alla Spi, una delle più prestigiose società analitiche, di cui il suo analista era membro.
Si attiva la Commissione Deontologica, che riferisce (delibera del 6 novembre 2011, ndr), di «ripetuti comportamenti sempre più irrituali ed esplicitamente seduttivi nei confronti della denunciante» e «ripetuti rapporti sessuali con la stessa», «confermati anche per ammissione del denunciato». E delibera «la sanzione di espulsione del denunciato dalla Spi», la più grave prevista dal Codice.
L'analista si dimette. E il procedimento a carico viene interrotto

Arriva la prima doccia fredda. Perché l’analista si dimette prima della votazione e questo, stando alla procedura Spi, vanifica tutto: i procedimenti a carico di «ex soci» vengono interrotti anche a sanzione già deliberata. Un trucco per lavare la “fedina deontologica”?
La giovane scrive di suo pugno all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, ricapitolando tutta la storia, ma la Commissione Etica delibera di «(…) archiviare l’esposto (…) per intervenuta prescrizione degli eventuali illeciti contestabili». 
Nel giugno 2012 la giovane manda la bozza di Psicoanalisi in rosso alla Spi. Il finale è «aperto», dice. E cioè: si intervenga sulle lacune del Codice deontologico o racconterà il «processo farsa» che ha vissuto sulla sua pelle.

Le diffide legali - La Spi risponde ad agosto, con una diffida legale: «Le modalità di rappresentazione dei fatti sono tali da indurre il lettore a formarsi il convincimento che l’obiettivo principale della Spi sia quello di tutelare i propri associati, a qualsiasi costo (…)».
Ma a novembre, la società interviene sul Codice deontologico, aggiungendo gli articoli 23 e 24: impedirà l’uso ‘strategico’ delle dimissioni, procedendo anche contro gli ex soci, e si prenderà l’onere di comunicare eventuali sospensioni all’Ordine.
Integra, in sostanza, le critiche della giovane poco prima dell’uscita del libro che denuncia queste carenze e poco dopo la sua anteprima.
Giorgia ha ricevuto diverse diffide legali. Il suo ex analista ne ha inviata una di recente. La ragione? La ragazza ha segnalato la sua storia, con allegata documentazione, al responsabile di un progetto sanitario il cui coordinamento, per l’area psicologica, è stato affidato al suo ex analista.

In Italia tutto tace - Giusto o sbagliato? È una forma di accanimento, come in sostanza sostiene l’avvocato dell’analista, o è una scelta, come dice Giorgia, che ha fatto perché in coscienza l’ha sentita giusta, morale e potenzialmente utile?
Finché il singolo/vittima fa i conti in solitudine, e a suo rischio e pericolo, con tali interrogativi, qualcosa non funziona.
Si tratta di pochi casi isolati o di un fenomeno sommerso? Che tipo di monitoraggio c’è? Negli Stati Uniti i primi casi risalgono al 1989, ma il fenomeno esplode alla fine degli Anni 90, quando le segnalazioni diventano migliaia, ed emergono presto anche in Canada e in Australia.
I network di sostegno psicologico e legale formati dalle vittime crescono rapidamente, sopratutto negli Usa, dove la loro esperienza si fa anche attivismo: entra in accademia, nei programmi educativi/formativi e riceve attenzione dai media. La problematica diventa presente nel discorso pubblico. Ma in Italia, tutto (o quasi) tace.

*** Ranieri SALVADORINI, giornalista, Psicoanalisi, storia di una donna vittima di abusi, 'lettera43', 21 febbraio 2016, qui

Giorgia Walsh
Psicoanalisi n rosso, Sedizioni, 2014

lunedì 18 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Depressione, meglio la cura psicoanalitica (Alberto Migliore)

Il Tavistock Adult Depression Study (TADS) è il primo studio randomizzato svolto nel Servizio Sanitario Nazionale Inglese per stabilire se la psicoterapia psicoanalitica fosse utile per quei pazienti affetti da una depressione cronica, resistente ad alcuni trattamenti abituali del Servizio Sanitario Inglese: psicofarmaci, corsi psicoeducativi e alcune forme di psicoterapia breve.

L'esperienza clinica e le ricerche esistenti già suggerivano che le terapie psicoanalitiche erano molto efficaci anche per queste tipologie di pazienti, ma questo studio è stato uno dei più rigorosi progetti scientifici nel testare l’efficacia della psicoterapia psicodinamica. Il trattamento psicoanalitico è stato fornito settimanalmente per più di 18 mesi, per quei pazienti che presentavano una condizione depressiva cronica resistente alle diverse forme di intervento.
La psicoterapia psicoanalitica ha affrontato le questioni personali e le dinamiche psicologiche alla base della depressione cronica.

Metodologia
Lo studio ha confrontato la psicoterapia psicoanalitica con un gruppo di controllo che ha ricevuto altri trattamenti (farmaci, psicoterapie brevi). Lo studio dopo la conclusione dei trattamenti ha incluso due anni di follow-up (controlli periodici controllati).

Risultati
I risultati contribuiscono alla identificazione di quegli interventi efficaci, come la psicoterapia psicoanalitica, e supportati da una ricerca basata sulle evidenze (Evidence-based), come strumenti di predilezione per quanto riguarda uno dei disturbi psicologici più comuni, la depressione. In questo caso si trattava di una depressione resistente ai trattamenti "cronica". 

Il 44% dei pazienti che hanno seguito i 18 mesi psicoterapia psicoanalitica hanno presentato una remissione dalla depressione cronica (follow-up a 24 mesi); solo il 10% del gruppo di controllo ha presentato questa condizione.
Coloro che hanno ricevuto una psicoterapia psicoanalitica hanno visto più risultati significativi a differenza del gruppo di controllo nei benefici rispetto alla loro qualità di vita, di benessere generale e di funzionamento sociale e personale.
Il Tavistock Adult Depression Study (TADS) è iniziato nel 2002, il periodo di trattamento/revisione è stato completato nel dicembre 2011. Il periodo di follow-up di due anni ha avuto luogo nel dicembre 2013. I risultati sono stati pubblicati nella rivista World Psychiatry (qui)

*** Alberto MIGLIORE, psicologo e psicoterapeuta a orientamento psicodinamico, L’efficacia della psicoterapia psicoanalitica nei casi di depressione cronica, 'medicitalia', 12 gennaio 2016, qui

venerdì 15 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Psicoanalisi? No, consulenza filosofica (Umberto Galimberti)

[D: Secondo uno studio Usa citato dal New York Post stanno sparendo i pazienti della psicoanalisi. Secondo lei quali sono i motivi di questa crisi?]
La  crisi è dovuta alla psicoanalisi stessa, che si è chiusa nelle categorie psicoanalitiche classiche - Freud, Jung, Lacan - che probabilmente in una società radicalmente trasformata non funzionano più. Per esempio quando assumiamo la considerazione freudiana che parte da una base sessuale; oggi la sessualità è sostanzialmente libera e quindi non è più causa di traumi o cose varie. Seconda ragione, i costi, certo, che non sono insignificanti, e soprattutto i tempi. Oggi si lavora in una società molto accelerata, e uno non può sottoporsi a una psicoterapia che duri 4, 5 o 6 anni. Inoltre, proprio in riferimento al mondo americano, lì si è diffusa oltre alla psicoanalisi la consulenza filosofica, che è una sorta di trattamento che non investe le emozioni ma investe semplicemente i pensieri che si hanno in testa, che molto spesso sono idee vecchie, arretrate, comunque non idonee al mondo contemporaneo, con una gerarchia costruita sui propri principi, che poi altro non sono che abitudini elementari. E siccome oltre alle passioni si ammalano anche le idee, allora molta gente in America - ma anche in Germania, in Francia, in Israele - ci si affida. Ultimamente anche in italia si sta sviluppando questa consulenza filosofica, e si compone di una ventina di incontri in cui si mette a posto il proprio repertorio mentale. Molta gente allora si sposta dal mondo psicoanalitico al mondo filosofico. Non dimentichiamo che la filosofia è anche una teoria della vita, è nata soprattutto come questo. Socrate andava nelle piazze e insegnava cos'è giusto, cos'è vero, cos'è buono cos'è bello, e come si conduce la vita secondo buoni binari di correttezza e serietà. 

[D: A proposito di filosofia, lei nel saggio La casa di Psiche descrive appunto nella filosofia una capacità, una saggezza che ci permette di sopportare e dominare il dolore che è costitutivo dell'esistenza, mentre invece la psicoanalisi in qualche modo promette di 'guarire' da qualcosa. Non è anche questo a essere un po' in crisi oggi?]
La psicoanalisi è intesa come guarigione dai pazienti, perché i pazienti la pensano su modello medico. In realtà la psicoanalisi è una sorta di conoscenza di sé; è chiaro che quando uno si conosce evita di essere sorpreso dal mondo del dolore, perché in qualche modo conosce le macchie e soprattutto ciò a cui è esposto. Però, ripeto, la differenza consiste nel fatto che molta gente si muove nella vita a partire dalle sue pre-cognizioni, dalle abitudini mentali. Sono credenze non controllate, oppure delle suggestioni, o delle emozioni e degli affetti, a cui si rivolgono innanzitutto le grandi autorità. Pensiamo ad esempio al Papa, senza doverne parlar male, il quale espone come condotte etiche delle condotte a cui coloro che credono si adeguano, a prescindere dal fatto che siano praticabili in una trasformazione del mondo molto rapida. Oppure le ideologie di partito, o la fascinazione di coloro che parlano in televisione. Per cui noi ci troviamo nella condizione di aderire su basi che Platone avrebbe definito 'retoriche' e non invece argomentate. Non è un caso che di Platone, sui 34 dialoghi che ci ha lasciato, ben 14 son contro i rètori e i sofisti che affascinano, creano consenso ma non argomentano. 

[D: Secondo lo psichiatra Sebastian Zimmermann non dobbiamo tanto stupirci di questo calo di pazienti perché «oggi viviamo nell’era del narcisismo. I narcisisti sono le persone più difficili da trattare. Generalmente non vengono mai in cura di loro spontanea volontà. Tutti gli altri sono il problema, mai loro». E' d'accordo?]
Sono assolutamente d'accordo, però la colpa non è da imputare soltanto ai singoli individui ma proprio alla cultura della nostra società che ha creato delle solitudini di massa per cui ciascuno guarda esclusivamente se stesso, perché si sono ridotte in maniera pazzesca le relazioni interpersonali , non sostituite adeguatamente dai social network, perché un contro è incontrare un Altro, un conto è incontrare invece il video di un computer, anche si ha l'impressione di parlare con un altro, magari con delle false identità. Il narcisismo si è diffuso tantissimo e purtroppo non è trattabile psicoanaliticamente - questo l'aveva già detto Freud - perché la relazione psicoanalitica prevede che ci sia appunto una 'relazione' tra medico e paziente, ma il narcisista è un soggetto handicappato, a cui manca la struttura relazionale; manca proprio come costituzione sua, per cui il narcisista percepisce il prossimo unicamente come un applausometro, ma fuori di quello non entra veramente in relazione. 

[D: Qualche anno fa lo psicoanalista Christopher Bollas ha dedicato un suo saggio alla mente orientale, trovando una fascinazione. Cosa pensa delle persone che praticano la meditazione, al buddismo zen, a queste pratiche che insegnano il vuoto, il non-essere, il diffidare della parola?]
Queste pratiche sono state addirittura prese in considerazione nel mondo psichiatrico, per esempio nella formula del mindfulness, però il mio problema nei confronti di queste cose è il seguente: abbiamo noi una mente idonea a comprendere i processi mentali in orientale oppure in quanto occidentali non siamo in grado di entrare in quel mondo? La mia risposta è che non siamo in grado. Semplicemente noi ci rivolgiamo all'Oriente senza essere avere la struttura mentale dell'orientale. E' come se andassimo a catturare delle terapie con la mentalità dell'occidentale, com'è proprio tipico dell'Occidente, che va a prendere tutto quello che gli serve senza neanche avere le capacità di entrare in quel mondo. Dopodichè, se a qualcuno fa bene perché glielo si deve vietare? Magari fa bene anche andare a Lourdes. Tutto ciò che serve per riuscire a sopravvivere, ad allentare o ad addolcire la fatica dell'esistenza va benissimo, però non si creda che noi occidentali siamo in grado di entrare nel mondo orientale. E' una cosa che proprio non ci è consentita se non vivendo là almeno una quarantina d'anni per assorbire i percorsi della mente orientale.

*** Umberto GALIMBERTI, psicoanalista e filosofo, intervistato da Cristina Bolzani, Galimberti: "Freud-Jung-Lacan non funzionano più. Cresce la richiesta di consulenza filosofica", Rainews, 19 giugno 2015, qui


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