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mercoledì 16 settembre 2015

#RITAGLI / Jaremy Corby, non è Tsipras (Stefano Feltri)

“Pagare le tasse non è un fardello, è il canone che paghiamo per vivere in una società civilizzata”. La Gran Bretagna non è la Grecia e Jeremy Corbyn non è Alexis Tsipras, anche se l’ostilità intorno al nuovo leader dei laburisti inglesi è simile a quella che ha circondato l’ex premier greco negli otto mesi in cui è stato in carica. Corbyn vuole più welfare State, più salari e più tasse per finanziare la spesa pubblica, ma le sue richieste riguardano un Paese che è fuori dall’euro, che nel 2014 è cresciuto del 2,8 per cento e che ha un deficit sotto controllo, che deve passare dal 4,5 al 3,1 per cento del Pil. Non esattamente le stesse condizioni in cui Tsipras è arrivato al potere in gennaio, quando aveva promesse più generose di quelle di Corbyn ma da applicare in un Paese in default strutturale, privo di accesso ai mercati finanziari e dipendente dagli aiuti internazionali.

Corbyn si è fatto la fama di avere un programma molto vago, in economia. Ma non è così. C’è un documento, “The Economy in 2020”, che risale a luglio ed è abbastanza preciso almeno nel delineare le idee di fondo. In sintesi: Corbyn non appartiene ai teorici della decrescita, non è rassegnato a una Gran Bretagna in declino in cui l’unico compito della sinistra è distribuire equamente i sacrifici (modello Tsipras). “La creazione di ricchezza è una cosa buona: tutti noi vogliamo una maggiore prosperità”, è la prima frase, che evoca quell’ “arricchirsi è glorioso” di Deng Xiaoping alle radici del boom cinese di questi decenni. (...)

*** Stefano FELTRI, giornalista e saggista, Gb: meglio il rosso di Corbyn che quello di Tsipras, 'Il Fatto Quotidiano', 15 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Stefano Feltri e una mia recensione al suo libro (La politica non serve a niente, Rizzoli, 2015)

domenica 19 luglio 2015

#LINK / Tsipras, vogliono anche lo scalpo (Alessandro Robecchi)

 ... i giudizi su di lui hanno oscillato come pendoli impazziti all’oscillare delle vicende greche. Cattivo comunista e pessimo debitore prima, nella fase della paura che in qualche modo ce la facesse. Poi schifoso calabraghe quando portava le sue proposte in Europa. Poi di nuovo diabolico agitatore. E poi – qui il colmo, il testacoda – populista quando chiese al suo popolo di esprimersi, cosa davvero incredibile che un capo di governo capace di indire un referendum in sei giorni, portare a votare tutti, e vincere, sia chiamato “populista” anziché “democratico”, ma tant’è.

E poi, ultimo atto della tragedia (là) e farsa (qui): la sconfitta e l’umiliazione, salutate con un boato di gioia. E si capisce, certo. Il tentativo di ribaltare il pensiero unico liberista-monetarista non è riuscito, la paura rientra, chi prova a cambiare il gioco verrà schiacciato senza pietà. Il solito “guai ai vinti”, con una aggiunta di astio e bile: chi temeva uno Tsipras vincente – o almeno non perdente – non si accontenta di vincere, vuole lo scalpo. E così si assiste allo spettacolo indecente di una destra ultraliberista e di una sinistra ultraparacula che gli rimprovera di non averla saputa realizzare, quella rivoluzione che li fece, per qualche minuto, scusate il francesismo, cagare addosso. Amici del Fmi e sostenitori di Schauble che dicono oggi, su Tsipras, le stesse cose dei black bloc greci in rivolta ad Atene: venduto, lacché della Banca Europea.

C’è del furore che si spiega solo così: Tsipras gli aveva messo una fifa blu. E si sa come vanno le cose da queste parti, e lo spiegò bene Michele Serra: che “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”.

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Tsipras, vogliono anche lo scalpo, 'Il Fatto Quotidiano', 17 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

martedì 14 luglio 2015

#RITAGLI / Grecia, cosa ci insegna la sconfitta di Tsipras (Samuele Mazzolini)

Dopo l’ultimo, fatale e folle attacco tedesco contro la Grecia, vi sono ormai prove inconfutabili – persino per i commentatori più cauti e conservatori – che evidenziano la superbia di una potenza neobismarkiana che, contro ogni logica economica, decide di umiliare e strangolare un Paese già in frantumi. Sarebbero potute andare altrimenti le cose? Il vero compito di oggi è, a mio avviso, quello di andare al di là del mantra consolatorio e singhiozzante che suggerisce impotenza e rinvia la lotta a giorni migliori. (...)

Per renderci conto delle proporzioni dell’errore politico, è fondamentale tener conto di queste tre probabili conseguenze avverse: 
1. La perpetuazione della recessione economica in Grecia e con essa l’incapacità di scrollarsi di dosso il giogo del debito. Così, è prevedibile che le condizioni di vita dei greci peggiorino ulteriormente in una spirale destinata a durare anni; 
2. La crisi politica in Grecia, con la formazione di una nuova maggioranza di centro in Parlamento e l’esplosione di Syriza; 
3. Come corollario del punto precedente, la diffusione della disillusione tra le forze politiche progressiste anti-austerità europee che vedranno considerevolmente ridotte le proprie possibilità di successo. Sconfitte di questo tipo spesso generano onde di frustrazione recuperabili solo dopo molto tempo. In questo senso, il fallimento di Syriza potrebbe influenzare negativamente le possibilità elettorali di Podemos.

In realtà, in molti avevano previsto l’esito della strategia di Tsipras negli ultimi mesi ed è di fronte a questa conferma empirica che è doveroso soffermarsi. Il premier greco pensava che arrivando al tavolo dei negoziati sospinto da un forte mandato popolare, i creditori avrebbero allentato la morsa, cedendo perlomeno ad alcune delle richieste greche, alleviando così l’austerità e procedendo ad una ristrutturazione del debito. Entrare seriamente in una contrattazione comporta presentarsi con una carta attraverso cui minacciare la controparte; in caso contrario, la contrattazione perde di senso. La Grecia invece si è limitata a condurre una negoziazione con le suppliche e le ragioni accademiche, per quanto tutte a suo favore. Tutta la questione ruota attorno all’Euro: all’interno del suo perimetro, sono stati i creditori a poter costantemente minacciare una crisi di liquidità e il blocco del finanziamento del governo di Atene.

*** Samuele MAZZOLINI, analista politico, Grecia, cosa ci insegna la sconfitta di Tsipras, 'ilfattoquotidiano.it', 13 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

martedì 7 luglio 2015

#LINK / Grecia, l'immagine di Tsipras che appanna Renzi (Giovanna Cosenza)

(...) Parlo di immagine, naturalmente, non di politica e strategie, parlo cioè di corpo, espressioni del volto, posture, gesti, toni di voce, abiti, e di tutte le foto e i filmati che li riportano sui media. Parlo però di qualcosa che contribuisce pesantemente al fatto che le persone simpatizzino o meno per qualcuno, stiano da una parte o dall’altra, votino per questo o quello. Non sono sciocchezze dunque, checché ne dica e pensi chi si illude di prescindere da queste cose nelle sue scelte. Alla fine Varoufakis si è dimesso, e resta Tsipras, a contrastare Renzi. E allora guardiamola in dettaglio, la sua immagine (...)

Detto questo, torniamo per un momento a Varoufakis, che alla fine si è dimesso: era il più macho di tutti, con la pelata, i muscoli e la moto rombante, ed era addirittura riuscito a superare a destra la camicia bianca, portandola fuori dai pantaloni, come ieri quando ha votato, o sostituendola con una t-shirt in conferenza stampa, alla faccia di ogni etichetta. Fa caldo e me ne frego, sembrava dire. E il bel gesto di dimettersi? Niente male, in termini di comunicazione: implica dedizione alla causa, non attaccamento alla poltrona, solidarietà nei confronti di Tsipras, capacità di lavorare in squadra. Pregasi confrontare con l’attaccamento alla poltrona dei politici nostrani.

*** Giovanna COSENZA, docente di semiotica, Grecia: come l’immagine di Tsipras può appannare quella di Renzi, blog 'ilfattoquotidiano.it', 6 luglio 2015

LINK  articolo integrale qui

Sempre nel blog, altri 2 contributi di Giovanna Cosenza qui

venerdì 3 luglio 2015

#LINK / Grecia e Tsipras, il bivio (Diego Fusaro)

(...) La vicenda della Grecia e della proposta di referendum ci insegna che il sistema eurocratico sta crollando. Certo, faranno di tutto per impedire l’uscita della Grecia dall’Eurozona: non tanto per ragioni economiche (ché la Grecia, in fondo, è poca cosa rispetto ad altri Paesi economicamente più importanti), quanto piuttosto per ragioni simboliche. Se la Grecia uscisse, ciò costituirebbe un esempio per gli altri popoli della sventurata Europa. Sarebbe, di più, la prova che la retorica dell’irreversibilità dell’euro e dell’Unione Europea è solo un’ideologia che dichiara intrasformabile l’esistente al solo scopo di renderlo tale. (...)

Giova ricordare ciò che di per sé è arcinoto (con Voltaire, occorrerà ripetersi finché non si sarà capiti): l’Unione Europea segna la provvisoria vittoria del neoliberismo e dei dominanti nella lotta di classe (oggi riconfigurata come massacro di classe, in cui i dominati subiscono in silenzio), come peraltro limpidamente emerge da quelle che, con diritto, possono essere considerate le sue tre principali tendenze economico-politiche: a) l’abbassamento del debito tramite drastiche privatizzazioni e continui tagli alla spesa pubblica; b) la lotta in nome della competitività esterna, in senso globalista e mercatista, con annesso abbassamento dei costi del lavoro e dei salari per poter reggere il confronto con le altre realtà e con i Paesi emergenti; c) l’incessante ricorso a “manovre” (Renzi è uno specialista in ciò), “aggiustamenti strutturali” e “riforme”, praticate sulla carne viva della popolazione agonizzante e sempre a vantaggio del “finanzcapitalismo” (Luciano Gallino).(...) 

“Spezzeremo le reni alla Grecia!”, esclamò a suo tempo Benito Mussolini. Per una imprevedibile e beffarda ironia della storia, lui non ce la fece: vi è, invece, riuscito in pieno il mercato finanziario oggi pudicamente chiamato Europa. È bene, di tanto in tanto, tornare a volgere lo sguardo alla Grecia, alle “tragedie nell’etico” (Hegel) che lì si consumano grazie alla giunta militare di tipo economico della Troika. Ed è bene farlo, perché la Grecia rappresenta la verità dell’Europa, il futuro che attende, presto o tardi a seconda dei casi, gli sventurati Paesi che hanno firmato la loro condanna a morte entrando nella dittatura della moneta unica e di un’unione che, dimentica dei valori europei, ha come unici valori di riferimento la crescita dei profitti e il “fiscal compact”.

*** Diego FUSARO, filosofo e saggista, La Grecia di Tsipras al bivio, 'ilfattoquotidiano', 30 giugno 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre nel blog, altri 4 contributi di Diego Fusaro qui e 1 mia recensione al suo libro su Gramsci qui

martedì 6 gennaio 2015

#RITAGLI / Grecia, basta: questo è "fiscal waterboarding"

Fiscal waterboarding. Sono cinque anni che l'Europa su ispirazione tedesca ce lo infligge. Strangolare un popolo per costringerlo al rigore oltre i limiti mentre la gente è senza lavoro e vive con pensioni da fame, si muore di malattie scomparse cinquant'anni fa, con le privatizzazioni forzate sono state consegnate l'area di Hellenikon o la lotteria nazionale a dei lestofanti. Dove dobbiamo andare a finire?

[D: Non chiedete più di uscire dall'euro, ma intanto la Merkel vi invita a rispettare i patti. Qual è la vostra risposta?]
Che è un'ingerenza inaccettabile in una campagna elettorale democratica. L'euro è stato concepito male, e per la Grecia, come per l'Italia, era meglio non aderirvi. Non ha retto all'impatto della crisi finanziaria del 2008, ma ormai non si può tornare indietro. È come un vascello lanciato verso l'America che a metà dell'oceano comincia ad imbarcare acqua. E' inutile stare a disquisire sugli errori degli ingegneri che l'hanno costruito, bisogna stringere i denti e arrivare in porto.

[D: Qual è la vostra proposta?]
Di trasformare il debito verso la Troika, salito da 240 a 280 miliardi per il comporsi degli interessi (che più volte rinegoziati sono scesi al 2% di media ma prima arrivavano a più del 5), in un maxi-bond a scadenza illimitata: cominceremo la restituzione quando le condizioni lo permetteranno e si sarà innescata in Grecia una crescita almeno del 3-3,5%.

[D: Non è troppo?]
Non le abbiamo inventate noi cifre del genere: la Troika quando ci concesse i prestiti di 110 miliardi nel maggio 2010 e 130 nella primavera 2012, diceva che sarebbero bastati per garantirci uno sviluppo del 4,5% l'anno. Che razza di errore, perfino l'Fmi l'ha riconosciuto. La Grecia ha perso talmente tanto che non è irrealistico un rimbalzo, ma da dove esce la crescita se ogni euro disponibile va a ridare i prestiti? Da questi fondi dipende la nostra sopravvivenza. E' la nostra linea rossa, non arretreremo.

*** Yanis VAROUFAKIS, economista, docente alla Texas University di Austin e già preside di Economia ad Atene, consigliere e futuro candidato di Syriza, estratto dall'intervista di Eugenio Occorsio, Il guru economico di Tsipras: «Basta ingerenze e più tempo sul debito», da 'la Repubblica', 5 gennaio 2015.
http://bit.ly/13WadmI