giovedì 7 agosto 2025

#FAVOLE & RACCONTI / Quanto vale l'essere umano (Massimo Ferrario)

Al-Khwarizimi (780 a.C., circa-850 a.C., circa) è stato un matematico, astronomo e geografo persiano, conosciuto come il padre dell'algebra. La parola algoritmo è la latinizzazione del suo nome.

I suoi maggiori contributi hanno riguardato i campi dell'algebra, della trigonometria, dell'astro-nomia/astrologia, della geografia e della cartografia. Il suo approccio sistematico e logico nel risolvere le equazioni lineari e di secondo grado diedero forma alla disciplina dell'algebra; questo stesso vocabolo è derivato dal nome di un suo libro scritto verso l'825 a.C. e tradotto in latino nel XII secolo con il titolo “Algoritmi de numero Indorum”, forse la prima opera completa sul sistema di numerazione indiano. 

Ad Al-Khwarizimi è attribuito il seguente aneddoto, che ho ripreso da molti siti web e ho modificato solo formalmente per enfatizzare la sostanza del messaggio.

Un giorno fu chiesto al grande matematico.
- Tu, saggio e sapiente Al-Khwarizimi che ti intendi di numeri, sai indicare con un numero il valore complessivo dell’essere umano?

Ne nacque il seguente breve dialogo.
- Dipende.
- Da cosa?
- Le qualità che in concreto possiede e mostra un essere umano formano il numero che indica il suo valore. Anche tu puoi comporre quel numero.
- Come?
- E’ semplice. Se quell’essere umano conosce e pratica l’etica, scrivi 1. Se ha una bella forma fisica, aggiungi uno 0: e il suo valore sarà 10. Se pratica la bontà, aggiungi un altro 0: e il suo valore sarà 100. Se ha intelligenza, aggiungi un altro 0: e il suo valore sarà 1.000. Se ama e ricerca il sapere, aggiungi un altro 0: e il suo valore sarà 10.000. Se ha ricchezza e potere, aggiungi un altro 0: e il suo valore sarà 100.000. E così via: per ogni altra qualità che ti viene in mente, aggiungi tanti 0. Puoi anche indicare le qualità secondo le priorità che preferisci: la forma fisica prima o dopo le altre, l’intelligenza prima o dopo le altre, il sapere prima o dopo le altre. E così via. Oppure puoi non considerare qualità che per altri sono qualità: come, ad esempio, ricchezza e potere. Qualunque sia la tua scelta, se segui la procedura che ti ho indicato avrai il numero che cerchi.
- Quindi l’essere umano può valere un numero quasi infinito.
- Sì. Un numero legato al numero delle qualità che gli attribuisci: che possono essere tantissime. Però…
- Però?
- Quel che conta davvero è il primo numero: l’1. Non a caso ho attribuito questo numero all’etica. Se manca l’etica, cade l’uno e restano solo gli zeri. E il valore dell’essere umano, per quante qualità tu riesca ad attribuirgli secondo l’ordine di priorità che preferisci, diventa nullo. 

*** Massimo Ferrario, 1946, Quanto vale l’essere umano, ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 7 agosto 2025. 


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lunedì 14 luglio 2025

#SPILLI / Guerre (Massimo Ferrario)

La guerra, per definizione, uccide e distrugge.

Ci sono guerre che hanno come prima e immediata finalità l’uccisione fisica del nemico e guerre che mirano soprattutto a devastarne le strutture economiche, fino a distruggere di fatto il nemico stesso (ad esempio, la disoccupazione provocata da una crisi sistemica può essere una forma di morte non solo metaforica).

Nel primo caso lo strumento cui si fa ricorso sono le armi, nel secondo caso le armi sono i dazi, in uno spirito di protezionismo sovranista che guarda solo a sé stessi.

Cosa accomuna i due tipi di guerre? Il mantra di questi anni: fare i propri interessi. E’ un ritornello insopportabile, che mi capita spesso di stigmatizzare: ma sembra che io sia il solo a trovarlo indecente, e ottuso nel suo masochismo, come bussola di orientamento relazionale per persone e Stati. 

E’ ripetuto alla nausea dai sedicenti politici che (s)governano buona parte del Pianeta: è quell’oligarchia arrogante che purtroppo ‘conta’ anche per chi ‘non conta’. Che si vanta della propria intelligenza politico-strategica. E si pavoneggia per il proprio sano e sacro patriottismo. Perché, insiste, chi non pensa al proprio Paese (che oggi ama definire ‘Nazione’) va messo ai margini: non è un buon patriota. 

Neppure all’asilo infantile una simile ‘teoria’ avrebbe vita lunga: la prassi e la logica che i bambini in genere sanno mettere in campo, prima di essere ‘rovinati’ dalla ideologia competitiva dei grandi, sono tendenzialmente più avanzate di quelle degli adulti.

La domanda è retorica: se tutti fanno i propri interessi, chi si preoccupa dell’interesse di tutti? I singoli (individui, Paesi) non esauriscono il mondo. Il mondo è l’insieme interdipendente dei singoli. E l’interesse di questo insieme è sovraordinato rispetto all’interesse dei singoli. Dunque se ognuno guarda solo a sé stesso e persegue, coerentemente e testardamente, soltanto ciò che ritiene convenga (a sé stesso, al suo Paese), il risultato è uno solo: la guerra di tutti contro tutti. Vince l’aut-aut. Cioè: ‘o io o tu’. Disgiunzione che subito si risolve, per togliere anche solo dall’ipotesi il tu, nello scontato e ancor più drastico ‘o io o io’.

E’ quello che sta avvenendo: nella maniera più chiara e gridata che altrimenti non si potrebbe.

Qualche antico filosofo avrebbe un momento di orgasmo: è il ritorno dell’‘homo homini lupus’. Le regole che ci eravamo dati, il diritto internazionale e gli istituti sovranazionali che abbiamo faticosamente tentato di costruire soprattutto a partire dalla metà del secolo scorso, sono gettati nella spazzatura. Chi ancora tenti di crederci viene tacciato di utopismo buonista: si svegli, manca di ‘realpolitik’, sogna ancora il finale infantile delle favole che con quel dolce e rituale ‘e vissero felici e contenti’ ci faceva addormentare sereni.

E’ da tempo che la guerra è tornata tra noi. E con essa pure il genocidio. Avevamo tentato di espungerla. Facendo i conti con il peccato originale dell’Occidente che con le invasioni e i colonialismi aveva dato origine alla modernità. Ma siamo dentro un processo perverso di regressione culturale che pare difficile bloccare.

Ringraziamo individualisti e nazionalisti.

«Non esiste la società, esistono solo gli individui» diceva Margareth Thatcher, osannata come autentica liberale e riconosciuta tuttora come una delle maestre del liberismo trionfante.

Questo era il primo passo. Alla luce del livello cui siamo arrivati, aggiungiamoci un secondo passo: «Non esiste il Pianeta, esistono solo le Nazioni». Non l’ha detto nessuno, ma lo praticano ogni giorno certi bulli suprematisti, anche in versione gangster mafiosi, che tanto piacciono alla gente che continua ad applaudirli leader, credendoli statisti.

Può essere il tassello finale e definitivo. Per noi, ovviamente. Perché il Pianeta ha miliardi di anni avanti a sé finalmente migliori senza la nostra (tossica) presenza.

Buon abisso a tutti. 

*** Massimo FERRARIO, 1946, Guerre, inedito per ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 14 luglio 2025

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lunedì 26 maggio 2025

#SPILLI / Formazione, quando la IA è pericolosa (Massimo Ferrario)

Da quando è uscita la versione in italiano, sto provando la IA Notebook LM di Google. Ho caricato articoli (brevi e lunghi, specialistici e divulgativi), racconti (brevi e lunghi, anche in forma di romanzi), poesie (singole e raccolte), slides formative (usate in tante aule di seminari). Risultato: eccezionale. Lo strumento ha rivelato una ‘potenza didattica’ incredibile. Non solo nella sua parte più appariscente e seduttiva (la trasformazione dei contenuti in ‘overview audio’ a due voci, artificiali ma rese perfettamente naturali, con errori di pronuncia solo nello 0,% dei casi), ma anche per la quantità/qualità dei feed-back che restituisce: riepiloghi scritti di quanto caricato, domande didattiche di approfondimento e verifica dell’apprendimento sui testi proposti, brevi guide allo studio dell’argomento trattato, mappe mentali…. 

Insomma: a differenza di altre ‘macchine’ IA, qui è evidente la finalità progettuale: si vuole facilitare l’apprendimento, spiegando, valorizzando, approfondendo, connettendo, in orizzontale e in verticale, i vari punti dei temi inseriti. Nessuna valutazione: se carichi una poesia, non ti dice che il tuo lavoro è una ‘magnifica’ (o pessima) poesia e tu sei un ‘grande’ (o pessimo) poeta: non esercita alcuna ‘critica letteraria’, ma semplicemente ti spiega meglio cosa hai detto, sottolineando i punti salienti che più fanno capire ciò che volevi dire.

Il fatto che questo tipo di IA non restituisca una valutazione dei contenuti che hai caricato è tranquillizzante: significa che la macchina sa di essere priva di ‘pensiero critico’ e non si azzarda a spacciare i valori del progettista, con tutti i suoi bias impliciti, per ‘pensiero critico oggettivo’.

Questi punti forti sono però anche un problema: specie se ci ‘innamoriamo’ della funzione ‘podcast’ (che, più che ‘podcast’, è correttamente chiamata ‘overview audio’). Perché? Perché possiamo cadere in un tranello e accettare l’invito, per nulla esplicitato, ma equivocato perché sottilmente implicito e suadente, a usare questa IA in modo ‘autonomo’: trasformando la funzione ‘didattica’, certamente presente e potente, in funzione automaticamente e di per sé ‘formativa’, scaricando alla macchina ciò che la macchina non può fare senza la figura umana dell’insegnante/formatore che ne favorisce un intelligente utilizzo, anche giustamente e sanamente ‘critico’.

Mi spiego. Diversi amici, per lo più giovani e abituati a sperimentare la formazione nell’accezione e prassi oggi dominante nelle imprese, hanno esultato. «Perfetto: finalmente adesso si possono bypassare quei pochi seminari ‘in presenza’ ancora non cancellati dalla ‘formazione’ online imperversante, facendo semplicemente ascoltare un audio, ad esempio su temi di comportamento organizzativo, in auto o per strada».

Credo vada ricordato, a chi non sa cosa sia ‘formazione’ (anche incolpevolmente, perché oggi la formazione, con la versione online, è pressoché scomparsa dalle prassi di impresa e chi non ha passato non ne ha conoscenza) cosa si debba intendere per tale ‘concetto’ e, soprattutto, per tale ‘pratica’. Procedo per punti sintetici, ben sapendo che ogni punto richiederebbe pagine di approfondimento.

Per fare ‘formazione’ (e non ‘informazione’) occorrono almeno tre condizioni, che ne costituiscono il ‘setting’: si tratta di tre condizioni indispensabili, anche se insufficienti. La prima è data dalla presenza di un ‘luogo fisico’ in cui siano ‘fisicamente’ presenti (la ridondanza è voluta) tutte le parti protagoniste (formatore e partecipanti) e nel quale tutti possano ‘dis-connettersi’ dalla realtà operativa, facendo fuoco e pensando criticamente a quanto viene discusso: selezionando i messaggi cruciali, metabolizzando e introiettando ciò che ‘va portato a casa’. La seconda condizione è fornita dalla garanzia di avere tempo sufficiente per ‘ri-flettere’: non solo individualmente, ma in gruppo e tra gruppi. La terza condizione prevede la possibilità di godere di ampio spazio per l’apprendimento ‘orizzontale’ (tra partecipanti) oltre che ‘verticale’ (da formatore a partecipanti). 

Senza questo setting, con il quale la discussione deve ‘farla da padrona’, avendo garantiti i suoi tempi ‘lunghi-e-approfonditi’, non si fa formazione. Si fa altro: anche quei ‘talkshow’ da palcoscenico o da televisione, che spostano aria, più o meno ‘fritta’, magari facendo pure divertire chi si accontenta del ‘bla-bla’. 

Con le tre componenti essenziali del ‘setting di formazione’ sopra abbozzato si può cominciare a ‘facilitare l’apprendimento’. Che è una cosa seria (anche costosa), ma è l’unica che, se pure non assicura automaticamente l’’ap-prendimento’ (moto a luogo: ‘alzarsi e andare a prendere’), più probabili-sticamente è in grado di innescarlo. 

Se accettiamo quanto sopra dovrebbe essere evidente che qualunque IA, e in special modo Notebook LM, può essere un mezzo anche fondamentale di formazione, ma non può sostituire il ruolo di chi, con le competenze tecniche e psico-socio-relazionali di un umano, aiuta, con l’intelligenza umana, altri umani a imparare.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Formazione, quando la IA è pericolosa, ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 26maggio 2025 


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martedì 22 aprile 2025

#SPILLI / Bergoglio, un leader (anche) di 'sinistra' e 'anti-capitalista' (Massimo Ferrario)

Il carisma e il successo di papa Francesco presso i non credenti o i credenti di fede diversa sono dovuti al fatto che, senza intenzione specifica, ma con la sola intenzione appassionata di fare il papa seguendo la radicalità del messaggio evangelico, Bergoglio è stato anche, per dichiarazioni e azioni, un leader 'di sinistra' e 'anti-capitalista': perché ha provato ostinatamente a rappresentare, senza titubanze, i 'senza potere' e 'gli ultimi', ormai abbandonati da tutti, sinistra compresa. Una sinistra sempre più inesistente e contaminata dall'ideologia liberista che ha come dio il profitto, affaccendata a 'trafficare politica' anziché a 'fare Politica': ormai da anni, al di là della retorica contraria quotidianamente declamata, disinteressata ad affermare una negoziazione 'win-win' come regola cruciale di 'con-vivenza' nel mondo (vedi la scelta inequivocabilmente e profondamente 'bellicista', consapevolmente praticata o comunque subìta, e quindi complice, nei due casi di Russia e Israele) e a promuovere diritti economici, dignità e 'stato sociale' per ogni essere umano, svantaggiati 'in primis'.

Per questo sono sconci e insopportabili gli omaggi e gli inchini strumentali di taluni leader della terra, e in particolare di casa nostra, che hanno sempre mal sopportato le convinte provocazioni evangeliche del papa e praticato una politica prevaricante, prepotente, escludente, in buona sostanza occidental-suprematista verso il resto del mondo non bianco.  *** Massimo Ferrario, Bergoglio, un leader (anche) di 'sinistra' e 'anti-capitalista', 'Mixtura', 22 aprile 2025



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venerdì 21 marzo 2025

#FAVOLE & RACCONTI / Dopo, però (Massimo Ferrario)

Mattina del secondo giorno di un seminario manageriale residenziale. Trenta manager di aziende diverse, dopo essersi conosciuti e affiatati alternando attività di sottogruppo e di discussione in sessione plenaria, sono pronti per un esercizio presentato loro come un momento importante di auto-apprendimento. 

Il formatore fornisce le indicazioni essenziali. 
«Nella stanza accanto, dentro un grande vaso di vetro dall’imboccatura stretta quanto basta per far passare agevolmente un polso, ma appunto il polso di una sola persona, sono inserite trenta piccole scatole chiuse. Ogni scatola si apre con una chiavetta, che vi consegno singolarmente. L’apertura è facile: richiede un minimo di pazienza nel far fare mezzo giro alla piccola serratura. Dentro ogni scatoletta, c’è un biglietto con indicato in stampatello nome e cognome di ogni partecipante. Il compito di ognuno di voi è quello di trovare, nel grande vaso di vetro, la scatoletta che contiene il vostro nome. Avete cinque minuti di tempo da quando vi darò il via per raggiungere il risultato.»

I trenta manager, appena ricevuta la chiavetta, si fiondano sul vaso di vetro. Tutti vogliono essere primi nell’infilare la mano e prendere la scatolina: si spingono e si strattonano, qualcuno riesce a inserire la mano nell’imboccatura del vaso, ma subito è impedito dal collega che cerca di fare altrettanto. La foga è tale che presto il vaso finisce a terra in mille pezzi, spargendo il contenuto sul pavimento. A questo punto i trenta manager cercano di afferrare per primi le scatoline sparpagliate per terra, anche prendendone più di una contemporaneamente e suscitando le ire degli altri. Non vengono risparmiati spintoni e gomitate per allontanare i prepotenti o per difendere la propria prepotenza. Qualcuno riesce a impadronirsi di più scatoline, le apre con la chiavetta, ma subito le getta via perché non legge il suo nome. E la ricerca, spasmodica, continua, finché scadono i cinque minuti previsti e nessuno ha portato a termine il compito. 

Il formatore lascia trascorrere qualche minuto perché tutti possano esprimere la delusione e la rabbia che hanno accumulato. 
Poi, senza commentare quanto accaduto, annuncia un secondo esercizio.
«Siamo insieme da ieri mattina e ormai ognuno conosce il nominativo del collega. Eccovi un secondo vaso. All’interno, come nel caso precedente, trovate le solite scatolette da aprire con la solita chiavetta che vi consegno. In ogni scatoletta, una volta aperta, leggerete il nominativo di un partecipante. Avete sempre il vincolo dei cinque minuti, e l’obiettivo è quello di far sì che ognuno, alla fine, si ritrovi con la scatoletta contenente il biglietto con il proprio nominativo.»

I trenta manager hanno ascoltato con attenzione. 
Si mettono in fila davanti al vaso, aspettando che ognuno, senza perdere tempo, ma con calma e ordine, inserisca la mano nel vaso, recuperi la scatoletta, la apra con la chiavetta e, una volta letto il nome del manager, vada a consegnargliela.
Allo scadere dei cinque minuti l’esercizio è completato: ognuno si ritrova in mano la scatoletta con il suo nome sul biglietto. 
La soddisfazione è generale. 

Un solo partecipante, uno di quelli che avevano contribuito a far cadere il vaso durante il primo esercizio, non sorride. E non trattiene un sospiro. 
Rivolto a sé stesso, si lascia sfuggire un commento tra il meditabondo, lo sconsolato e il preoccupato: «Sì, è tutto drammaticamente evidente… Dopo, però». 

*** Massimo FERRARIO, 1946, Dopo, però, ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 20 marzo 2025. Elaborazione originale di un testo anonimo, noto in ambiente formativo, anche riportato in Massimo Ferrario, Le stelle e gli uomini, in Grande Vecchio, Wu Zhi e altre storie. 40 racconti di saggezza, Dia-Logos, 2020 (pubblicazione in proprio) – Immagine AI generata da Ideogram


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martedì 18 marzo 2025

#SPILLI / I Pacifisti, gli Ideologhi, gli Intellettuali (Massimo Ferrario)

Non mi sono mai 'sentito', né 'visto' come un pacifista. 

Fino a ieri, infatti, potevo anche 'capire' le guerre: erano uno strumento (dispendioso e omicida-suicida come nessun altro) per esprimere l'ideologia, oscena, dell'homo homini lupus. Non per affermare diritti, ma per riordinare poteri: con la violenza bruta e la crudele ferocia della sopraffazione del più forte.

Ma da Hiroshima e Nagasaki ho capito, usando la testa e ascoltando la pancia, che la guerra deve diventare un tabù: per inseguire il sogno, generativo, dell'homo homini homo

Nessuna retorica buonista da anima bella. 
Nessuna infatuazione adolescenziale nostalgicamente rinverdita nel periodo della senescenza, peraltro ancora lucida e pienamente consapevole: solo un impietoso ancoraggio, anche contro il pensiero mainstream, grossolano e ignorante, alla dura realtà concreta dell'anno 2025.

Oggi ogni persona dotata di cervello e di buon senso, se è realista e fa un'analisi logico-razionale dei dati di contesto e del tempo che viviamo, non può che (caparbiamente, ostinatamente) sostituire la guerra con la pazienza e la fatica della diplomazia e della negoziazione. Ispirandosi a un win-win per nulla facile e acquiescente, ma caparbio e tenace nei suoi obiettivi di massima e reciproca condivisione di un terreno possibile comune.

Siamo nel post-nucleare: chi, indossando l'elmetto con il piglio di un futurismo rinascente, ha l'orgasmo per la bruta virilità dei 'bei guerrieri' di una volta e sogna la continua erezione di missili contro un nemico (spesso esistente solo perché scientificamente costruito attraverso la  propaganda di paure inventate) è un pericolo oggettivo per l'umanità: perché fornisce una formidabile occasione potenziale, ai Grandi Autocrati di dittature e (sedicenti) democrazie, per innescare un processo che ha come finale la caduta nell'Abisso. 

Da sempre i pragmatici stigmatizzano come ideologici tutti quelli che non stanno alla realtà: perché temono i loro sogni di miglioramento, o anche di cambiamento, specie quando sono radicali, anche conflittuali, ma non armati. 
Oggi i cosiddetti pacifisti sono gli unici pragmatici: perché cercano di isolare e neutralizzare quegli ideologhi, tronfi di sragionamenti ciechi e insensati, che promuovono incubi e preparano l'irreparabile.

Avremmo bisogno di intellettuali. 
Veri. Disorganici al Potere istituzionale. Animati da un pensiero libero che sappia realmente mettere in crisi le certezze propagandate: che sveli, contro il Potere, gli inganni e le manipolazioni del Potere. 

Avremmo bisogno di intellettuali, lontani dai talk show televisivi e dalle piazze strumentalizzate dai media di sistema, alieni rispetto al culturame che ripete slogan buoni per nutrire il fallicismo che piace al maschile tossico, vecchio di sempre e mai sufficientemente risolto. E che affascina e seduce, più o meno consapevolmente, anche troppe donne, più o meno di Potere e al Potere.

Abbiamo invece ‘intellettuali’ che, forse anche senza rendersene conto (ma quando così fosse, ciò segnalerebbe la morte definitiva dell’intellettuale in quanto tale per l’incapacità di ‘intelligere’ comportamenti e conseguenze), stanno agevolando la diffusione del virus del suprematismo occidentale, in una logica noi contro loro che è già guerra senza esserlo. 

A questo punto, anche a un ateo, pensando a questi 'intellettuali', viene in mente un’invocazione: che sappiano o no quello che fanno, auguriamoci che un dio non li perdoni.

*** Massimo Ferrario, I Pacifisti, gli Ideologhi e gli Intellettuali, 'Mixtura', 18 marzo 2025


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giovedì 13 marzo 2025

#SPILLI / L'Ombra dell'Occidente (Massimo Ferrario)

C'è chi inneggia, un giorno sì e l'altro pure, alla supremazia dell'Occidente e degli Usa in particolare. 

L'uno e gli altri (peraltro gli stessi, visto che i secondi sono la guida del primo) avrebbero regalato al mondo capitalismo, democrazia, scienza, tecnologia, cultura, valori. Tra cui, ad esempio, la 'Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo'. (°)

Si dimentica che chi ha contribuito a scrivere la 'Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo' ha fondato sé stesso sul genocidio di un popolo nativo. E ha perpetuato il suo dominio, con la complicità di altri popoli sempre del campo occidentale (europei, per esempio: con l'appendice non irrilevante di Israele), con violazioni continue di tali diritti: attraverso invasioni di nazioni, colpi di stato, colonialismi, pulizie etniche e stermini vari. 

Chi ricorda questi scempi, se è occidentale, non è un nemico dell'Occidente: solo vorrebbe coerenza e rigore nell'affermazione dei valori che l'Occidente dichiara. 

Nemico dell'Occidente piuttosto è l'Occidente: che pratica il doppiopesismo, pretende sé stesso sempre buono e innocente e accusa i non occidentali delle stesse colpe che non riconosce a sé stesso.  

L'Ombra dell'Occidente (per usare un'espressione che rende omaggio al grande occidentale, oggi non molto frequentato, che è Carl Gustav Jung) è più grande dei territori geografici riconducibili all'Occidente: perciò dovrebbe essere impossibile non vederla, se non si è fisicamente ciechi. 

Ma troppi occidentali non la vedono: anche perché non la vogliono vedere. Eppure riconoscerla sarebbe la condizione indispensabile per cominciare a praticare un Occidente diverso: per dimenticare le continue proclamazioni retoriche da 'pensiero positivo' e mettere fine alle auto-assoluzioni, più o meno consolatorie e comunque sempre false, che pretendono di far garrire le bandiere euroatlantiche sempre monde e inamidate: le stelle a strisce mescolate con le stelle della UE.

Urge, per l'Occidente e per gli altri 9/10 del mondo (9/10!), la nascita di un Occidente più umile e meno prepotente. Finalmente consapevole di essere 'parte del mondo' e non 'il' mondo. Capace di capire che deve smettere di impartire la lezione agli altri e che gli altri, se non hanno sempre ragione (perché ovviamente nessuno ha sempre ragione), spesso (più spesso di quanto si creda) hanno qualcosa da insegnare. Per l'ovvio motivo che tutti abbiamo qualcosa da imparare da tutti: se vogliamo imparare.

Le parole di cui sopra potrebbero apparire banali. Ma non sono per nulla scontate. E griderebbero: se avessimo orecchi per ascoltarle. 

La gravità di questa nostra sordità può avere effetti inimmaginabili. Perché oggi non si stagliano all'orizzonte le magnifiche e progressive sorti di un mondo umano per destino proiettato verso un nuovo paradiso terrestre: si registrano invece, oggettivamente e non apocalitticamente, segnali evidenti di una possibile caduta in un Abisso. 

Potremmo evitare questa caduta con una presa di coscienza costruita sul principio di realtà. Ammettendo che non esiste innocenza e che noi Occidentali siamo ben lontani dall'essere innocenti. 

Feriremmo, finalmente, la nostra hybris e il nostro egotismo smisurato e violento: di persone e di paesi.

Ma senza dolore, non c'è vita. Solo parvenza, simulazione. Al più, ‘vita artificiale’. E l'Occidente uccide, e si sta uccidendo, senza neppure saperlo. 

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Nota: (°) La Dichiarazione di Indipendenza del 1776, principalmente scritta da Thomas Jefferson, pone l'accento sui diritti individuali e il diritto alla rivoluzione, idee che influenzarono anche la Rivoluzione Francese e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. La Dichiarazione di Indipendenza degli USA affermava il principio che tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti, un concetto fondamentale per lo sviluppo successivo delle dichiarazioni sui diritti umani. Successivamente, la Costituzione degli Stati Uniti del 1787 e la Carta dei Diritti del 1791 rafforzarono e codificarono una serie di diritti fondamentali come la libertà di parola, religione, riunione e petizione, il diritto a un giusto processo, e la proibizione di pene crudeli e inusuali. Questi primi emendamenti rappresentavano un modello che influenzò la concezione dei diritti umani nel mondo occidentale. Inoltre, gli Stati Uniti furono membri importanti nel processo di redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 delle Nazioni Unite. (da 'Perplexity')

*** Massimo FERRARIO, L'Ombra dell'Occidente, 'Mixtura', 13 marzo 2025

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domenica 9 marzo 2025

#SPILLI / Manifestare per l'Europa? (Massimo Ferrario)

La manifestazione del 15 marzo programmata per l'Europa o è inutile o è pericolosa. E' inutile se si limita a comunicare un'ambiguità: si declama l'Europa nella sua astratta idealità senza precisare quale Europa concreta si vuole. E' pericolosa se comunica l'adesione a 'questa' Europa: con l'elmetto e con i missili, convinta di doversi difendere da una aggressione futura che si dà per certa e indiscussa predisponendo un riarmo di 800 miliardi (e la distruzione di welfare conseguente). Noi abbiamo urgenza di un'Europa che, prima delle armi, da subito e, senza eccezioni, continuativamente per ogni domani, metta in campo, come è nel suo spirito originario, una diplomazia che faccia della negoziazione 'win-win' l'unica arma possibile.
Non è una linea 'buonista' cara alle 'anime belle'. E' un'opzione concreta, realistica, pragmatica: basata non su un'ideologia 'pacifista', ma su un'analisi logica e fattuale della realtà. Della realtà presente e di quella, potenziale e probabile, prossima futura. Perché nell'attuale momento storico, il passaggio da missili a bombe nucleari più o meno 'tattiche' o addirittura 'strategiche', è un'ipotesi che non è nascosta dietro l'angolo: l'abbiamo di fronte. Ed è impossibile non vederla, vivida e a tutte maiuscole, se non si è ideologicamente ciechi, prigionieri del fascino suicida ben reso dal famoso grido biblico di "muoia Sansone con tutti i filistei". La guerra inizia ben prima del lancio di missili. Comincia con due passi, percorsi in successione: (1) quando costruiamo la controparte come 'il nemico', e (2) quando ci convinciamo che 'il nemico' abbia già deciso di farci la guerra e non c'è altro modo che fargli la guerra per difenderci. Con la manifestazione del 15 marzo, volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, stiamo creando le condizioni, oggi negate ma domani, se non cambiamo subito direzione, più fondate che mai, per arrivare alla guerra. Pur continuando a ripeterci che noi non vogliamo la guerra e che è il nemico che ci costringe a metterla in conto, rischiamo domani di ritenere la guerra l'unica scelta possibile. Naturalmente, come sempre nella Storia, diremo poi che noi la guerra non l'abbiamo voluta, che l'abbiamo fatta per autodifesa e che la colpa è del nemico.
Sempre che la guerra non sia diventata nucleare e noi si sia ancora vivi per dire qualcosa. 

*** Massimo FERRARIO, Manifestare per l'Europa?, 'Mixtura', 9 marzo 2025


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giovedì 6 marzo 2025

#SPILLI / Il Potere che rende uguali uomini e donne (Massimo Ferrario)

Un tempo, quando ero giovane, speravo che le donne, per ragioni bio-culturali più orientate alle relazioni, all'empatia e alla cura, potessero proteggere il mondo dalle guerre.

Oggi ho decisamente perso questa illusione.

Vedo che le donne, sempre più arrembanti e in 'similmaschio' (forse arrembanti proprio perché in 'similmaschio), sono belliciste come gli uomini. E spesso ancora di più.

Ammetto che questa mia visione possa essere frutto di una percezione distorta dovuta al mio pregiudizio favorevole dell'età giovanile. Ma a me sembra un dato oggettivo. E per confermarlo, basta contare il numero delle donne leader, non solo di istituzioni, ma anche di imprese, che non fanno mistero delle loro orgogliose affermazioni/scelte quotidiane, ispirate a una visione del mondo 'aggressivamente armata'. 

Cosa le ha cambiate? La mia ipotesi è il Potere. 

Quando raggiungono il Potere - e oggi, sia pur sempre in minor quota rispetto agli uomini, le donne sono al Potere in molti tavoli dai quali possono esprimere una leadership netta e di forte impatto su ampi contesti - le donne non hanno remore ad indossare l'elmetto, con sicurezza e sicumera. E non hanno difficoltà a competere con gli uomini su chi, senza apparenti problemi di coscienza, è più tranquillamente orientato ad assumere scelte aggressive, finanche belliche, in linea con una visione del mondo sempre più polarizzata. Divisa tra innocenti e colpevoli. Tra buoni e cattivi. Dove, naturalmente, chi polarizza si colloca sempre, con orgogliosa nettezza, tra i primi.

Forse il femminile agisce ancora, intaccato, tra le donne 'senza-potere': favorendo mediazione, diplomazia, accoglienza dell'altro, e ricordando l'interdipendenza di persone, strutture, sistemi come fattore cruciale di tenuta-insieme del mondo. Ma tra l'élite che conta, prevale il maschile orgogliosamente 'alfa': e la differenza donne-uomini, se non è già del tutto persa, sfuma sempre più. 

Insomma: l'alternativa al vecchio 'homo homini lupus' (lo speranzoso 'homo homini homo': dove 'homo' va inteso ovviamente come comprendente tutti noi, uomini e donne) sembra definitivamente accantonata. Anzi: chi ancora la evocasse, uomo o donna che sia, sarebbe guardato come il solito 'buonista' che non ha capito come gira il mondo. 
 
Perché il Potere, evidentemente, rende tutti uguali.
E questo credo sia la più grande perversione che il Potere, nei tempi attuali, ha operato. Ci sta mostrando, come unica opzione di vita, un bellicismo incontrollato come sola via di sopravvivenza: una falsa potenza che, se realizzata, concorrerà al suicidio generale. 

*** Massimo Ferrario, Il Potere che rende eguali uomini e donne, 'Mixtura', 6 marzo 2025


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giovedì 27 febbraio 2025

#SPILLI / Il mantra del 'fare i propri interessi' (Massimo FERRARIO)

Da destra e da sinistra (ma richiamare qui destra e sinistra è solo un modo vetusto e obsoleto di usare due categorie politiche preistoriche: difficile oggi trovare una sinistra che non sia contaminata dalla destra) è tutto un inneggiare-al, e giustificare-il, perseguimento dei propri interessi. 

Avere il fuoco sui propri interessi è diventato infatti il criterio guida vantato come indice di correttezza dei propri comportamenti: sia di individui, nei rapporti interpersonali, che di Paesi, nelle relazioni internazionali.

Forse non ci si accorge, ma questa convinzione è grave dal punto di vista del pensiero logico. Perché farsi pilotare principalmente dal proprio interesse significa di fatto teorizzare la giustezza di un aut-aut. ‘Aut-aut’ non è inglese, come qualche giovane virgulto in carriera manageriale incontrato anche recentemente credeva. E’ latino. E significa ‘o-o’. Cioè, in questo caso: “o-io-o-io”.  E’ un’asserzione dura e drastica. Che denega ogni possibilità di un et-et: “e-io-e-gli altri”.

A livello individuale, questo egoismo, spinto al limite, arriva all’omicidio. A livello internazionale, questa autocentratura sul Paese in cui ci siamo identificati con un ‘first’ che precede, come un pugno in faccia a tutti gli altri, il nome X della ‘nazione’ di cui ci vantiamo, è l’autostrada  per la pulizia etnica: restano in vita solo quelli che hanno il ‘sangue giusto’ di quel Paese che dichiara che i suoi interessi sono e devono essere ‘first’, termine che in un tempo neppure troppo lontano era tradotto come ‘über alles’.

Ma restiamo a livello internazionale.

Chi eccepisce a questo criterio oggi ogni volta richiamato (“Ovvio che ogni nazione faccia il proprio interesse: vuoi forse che si preoccupi degli altri Paesi? Sono gli altri Paesi che devono preoccuparsi dei loro interessi, è così che va (deve andare) il mondo...”) viene stigmatizzato in due modi. Uno è più volgare e l’altro è (creduto) più scientifico. Il primo si condensa nell’insulto: “Non fare l’'anima bella', cresci ragazzo, cresci”. L’altro, non meno ingiurioso nelle intenzioni, spreca a sproposito un termine saputello e pseudoscientifico che vorrebbe essere nobile: ti dicono, con sguardo falsamente compassionevole, che “è la Realpolitik, caro mio” e ti mandano a casa con un buffetto sulla spalla come si fa col bambino ignorante. 

A me sembra incredibile che non si capisca che, se i propri interessi (di persone o di Paesi) non vengono inseriti in un contesto di interessi ‘anche’ di altri, l’unica conseguenza è la guerra.
Quelli che credono di aver studiato e fanno gli amerikani, magari avendo appreso i rudimenti base di ogni minima competenza manageriale in un corso elementare su negoziazione&dintorni, conoscono il win-win (‘vinco-io/vinci-tu’) che deriva (io preferisco il latino) dall’et-et. Bene: gli stessi, fuori dal corso, hanno tutto dimenticato. Se poi qualcuno diventa per caso leader politico di un Paese, piccolo o grande che sia, o leader di un'istituzione internazionale, non solo scorda quanto eventualmente appreso, ma demonizza le vecchie ‘teorie’ del negoziare, perché scopre che l’orgasmo del maschio Alfa (ma vale anche per le ‘donne in similmaschio, sempre più numerose) procura soddisfazioni imparagonabili. Eppure dovrebbe apparire scontato: puntare al ‘win-lose’ (‘vinco-io-e-chi-se-ne-frega-degli-altri’) è miope e insostenibile, quanto meno nel medio periodo. Perché nessuno gode a perdere, e se uno perde (o addirittura viene spinto a ‘straperdere’ come in genere si augura il ‘vincente’, che è un ‘coatto’ perché sa solo vivere nella modalità appunto di vincente), poi si rifà. Con una sopraggiunta di cattiveria e di risultati distruttivi strappati all’avversario/nemico che perpetuano a vita il circolo vizioso del win-lose.

Non mi pare che questo sia un discorso da 'anime belle'. Piuttosto credo siano pensieri, banali, che potrebbero essere comuni a persone che, avendo il cervello (tra parentesi non per proprio merito, bensì per merito di madre-natura che gliel’ha fornito), almeno rendono grazie a madre-natura per questo dono, sforzandosi, ogni tanto, di far funzionare appunto ciò che si ritrovano in testa. E, così facendo, provano a evitare la distruzione del mondo. Quella degli esseri umani, naturalmente. Perché dovremmo sapere (ma la nostra hybris non ce l’ha ancora svelato) che il pianeta non ha bisogno di noi per continuare a vivere. Anzi, senza di noi, vivrebbe meglio. Molto meglio.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Il mantra del 'fare i propri interessi', ‘Mixtura’,  27 febbraio 2025.
Immagine già pubblicata in ‘Mixtura’ (masferrario.blogspot.com), 19apr15


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martedì 4 febbraio 2025

#FAVOLE & RACCONTI / Il desiderio di un bambino (Massimo Ferrario)

La maestra Flavia e il marito Fabio finiscono la cena. Il marito sparecchia la tavola e mette i piatti in lavastoviglie, mentre la moglie estrae dalla borsa i compiti dei suoi alunni. Sono temi che ha dato in classe due giorni fa. Con l'amica Chiara, maestra di un'altra sezione frequentata anche dal loro figlio Marco di otto anni, aveva deciso di dare un tema comune alle due classi, dal titolo 'Il mio desiderio': ambedue le maestre volevano sondare il vissuto di un gruppo numeroso di bambini circa i loro più importanti desideri, soddisfatti o insoddisfatti. 

Flavia sta leggendo con attenzione tutti i temi.
A un certo punto si fa più seria. Le si scurisce il volto, si tocca più volte la fronte come per scacciare ciò che ha letto e le cade la penna. 

Fabio, che sta scrollando lo smartphone in poltrona, alza il capo e gli sembra di cogliere nella moglie, seduta di fronte a lui al tavolo, una preoccupazione particolare.
«Che è successo, cara?».
«L'altro giorno io e Chiara abbiamo assegnato un tema in classe, dal titolo 'Il mio desiderio'». 
«E allora?».
«Ai bambini è piaciuto. Hanno scritto pagine intere. Hanno risposto con sincerità, dicendo cose interessanti: qualche volta sorprendenti. E' la conferma che noi adulti abbiamo molto da imparare da loro. Anche se ascoltarli può sconcertarci».
«Addirittura?»
«Ti leggo un tema». 
Fabio è curioso. 
«Ascolto».
Flavia si schiarisce la voce, perché le risulta essere stranamente velata.
«E' di un maschietto. Scrive: 
"I miei genitori sono sempre occupati con i loro telefonini: leggono e scrivono in continuazione e qualche volta si mettono pure gli auricolari per ascoltare indisturbati. Il mio papà più della mia mamma, ma è una bella gara tra loro due. Quando papà torna dal lavoro e io gli chiedo di giocare dice sempre di essere stanco: non ha mai tempo per me, ma per il suo telefono è sempre disponibile. Anche la mia mamma, se è impegnata e il telefono squilla, smette qualunque cosa e risponde subito. Se invece io le chiedo qualcosa, mi dice che devo aspettare. Io aspetto, ma lei non smette mai di fare le cose sue, soprattutto se si tratta di leggere o inviare messaggi alle amiche. Insomma: tutti e due fanno quello che vedo fare sempre dagli adulti. Sono sempre lì con il telefonino al guinzaglio. Anche se veramente mi sembra che siano loro ad essere al guinzaglio dei loro telefonini. Sì, lo lo so che i miei genitori non sono cattivi: non è che non mi vogliono bene, è che sono indaffarati a fare sempre le cose loro, soprattutto quando hanno in mano il telefonino. Cioè quasi sempre. Perciò il mio desiderio è molto semplice ed è uno solo: diventare un telefonino. Così avrei la loro attenzione."»

Fabio si alza di scatto, facendo cadere l'iphone che aveva poggiato sulle ginocchia. Si dirige al tavolo dalla moglie, come per farsi consegnare il tema. 
«Chi l'ha scritto?», chiede con la voce un po' tremante. 
«Sì, l'hai capito. E' Marco, nostro figlio».

*** Massimo Ferrario, Il desiderio di un bambino, riscrittura di un testo diffuso in rete, 'Mixtura' (masferrario.blogspot.com), 4 febbraio 2025 - Illustrazione creata da GROK-AI


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giovedì 16 gennaio 2025

#FAVOLE & RACCONTI / Autoritarismo, un avverbio e un aggettivo (Massimo Ferrario)

Un episodio di tanti anni fa, che più volte ho raccontato nelle aule formative a manager con i quali mi accadeva di parlare di leadership, riguarda mio figlio, che all’epoca era in quinta elementare.

Primavera. La scuola – rigorosamente pubblica - lancia l’iniziativa dei ‘3 giorni azzurri’. Tutte le classi, a turno, sono invitate a visitare la Liguria, per conoscere la vita di mare e dell’entroterra di Ponente: incontreranno i pescatori e riscopriranno i vecchi mestieri artigianali, ad esempio i ceramisti delle Albissole. Quasi tutti i genitori aderiscono in massa, tassandosi anche per chi non potrebbe partecipare per ragioni economiche. I bambini sono felici: è la prima volta che faranno l’esperienza di una gita insieme, per giunta dormendo due notti in un albergo della costa. L’assistenza è garantita dalle maestre della scuola che seguiranno gli alunni e da operatrici che troveranno sul posto.

I pullman partono con i bambini in festa, mentre un po’ di sana, sottile apprensione stuzzica i genitori fino al ritorno: in fondo si tratta di una prima volta, i figli sono piccoli e l’evento che li tocca è anche un segno che i bambini - ahimé, ma per fortuna - stanno diventando grandi.

I ‘tre giorni azzurri’ volano e il pullman è già di ritorno. Io, una volta tanto sono a Milano libero da impegni, e riesco a fare il padre. Vado a prendere Luca all’arrivo. Lui e gli altri suoi amichetti sciamano a terra con i loro zainetti. Baci e abbracci. Contentezza, ma anche un po’ di malinconia: la bella avventura è finita. Solite domande di noi adulti: com’è andata? 

Luca è più che soddisfatto: dice che sono stati tre giorni molto belli. Tuttavia. Tuttavia c’è un ma che intravvedo – intuisco - dietro la faccia sorridente. Al momento evito di indagare. Poi, a casa, a pranzo, con discrezione torno sull’argomento e cerco di capire. «Allora, davvero tutto bene?» Dalle (non) risposte ho la conferma che esiste qualche ombra. Insisto, senza dare la sensazione di volere instaurare un interrogatorio. Lui continua a tergiversare. Poi, alla fine, si lascia andare: «Ma sì, tutto benissimo. A parte l’operatrice che ci ha seguito per i tre giorni». Il mio silenzio è di paziente attesa. Lui riprende a divagare: ha molte cose da raccontare, non smette di essere eccitato dall’esperienza. Io rinforzo le sue valutazioni positive su tutto quanto gli è capitato, poi ritorno all’operatrice. «Dicevi che l’operatrice non era il massimo?». Lui annuisce, deciso. «Ma cosa faceva per esserti così antipatica?». «Non era antipatica solo con me: lo era con tutti.» Si zittisce: sta rimuginando. «Sì, perché… insomma… era…». Non gli viene la parola. «Era…?». «Era… non lo so… ecco: era inutilmente severa».

Sono trascorsi oltre trent’anni. Continuo a considerare l’espressione condensata in quell’'inutilmente severa', riferita all’autorità dell’operatrice, come la massima sintesi, quanto mai preziosa, di uno dei tanti seminari manageriali allora di moda. Quando ci si chiudeva in un’aula per tre giorni solo per riflettere sulla leadership: le sue caratteristiche di fondo, come favorirla, quali stili, le dinamiche positive e negative di capi e collaboratori. Quel ragazzino, che casualmente era mio figlio, è la conferma che i bambini – tutti – spesso arrivano all’essenza delle cose prima di noi adulti. Ciò che rifiutano, da un adulto che non sa esprimere leadership e si rifugia nel ‘comando’, non è la ‘severità’. E’ la severità ‘inutile’: gratuita, senza ragione, affermata solo in funzione di chi la esercita e non di chi ne è destinatario. Noi sedicenti ‘grandi’ abbiamo bisogno di sedicenti guru per capire il concetto di ‘autorevolezza’. Loro hanno chiaro, almeno fin dalle scuole elementari, in cosa consiste l’‘autoritarismo’. E sono capaci, solo con un avverbio e un aggettivo, di 'scolpirne' la definizione come nessun esperto farebbe.

*** Massimo Ferrario, Autoritarismo, un avverbio e un aggettivo, 'Mixtura' (masferrario.blogspot.com), 16 gennaio 2025


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mercoledì 15 gennaio 2025

#FAVOLE & RACCONTI / Satana e Satanino, Adamo e Eva (Massimo Ferrario)

E’ il secondo giorno nell’Eden. Adamo si sveglia, vede Eva accanto a sé: cerca di ricordare e poi mette a fuoco. La faccia sorridente di Dio, che lo aveva appena impastato di terra e gli aveva soffiato dentro la vita. Ed Eva, che dorme lì accanto: una strana figura, simile ma diversa, che Dio gli ha detto essere uscita dal suo corpo e verso cui lui, guardandola dopo il lungo sonno, comincia a provare una strana attrazione. Ma non è il momento. 

Adamo è curioso: vuole capire in che mondo è capitato. Allarga lo sguardo: tutto è meraviglioso. A perdita d’occhio: pianura, alberi, colline, montagne. Dappertutto: cielo, sole, un tenero venticello. A pochi metri: un piccolo lago. Un clima perfetto: che intiepidisce la pelle. Adamo decide di esplorare la vastità del paesaggio. Si alza e si mette in cammino, lasciando Eva da sola.

Ad un tratto, da uno dei tanti boschetti vicini al lago, compare Satana: e sveglia Eva. Ha per mano il suo piccolo, Satanino, di neppure un anno. Dice che ha bisogno di parlare con Adamo e chiede a Eva se sa dove è andato. Eva è intimorita dal nuovo venuto: non credeva ci fossero altri esseri nell’Eden. Di Adamo non sa: dormiva accanto a lei. Satana la tranquillizza e le chiede il favore di curare il figlioletto mentre lui si allontana per rintracciare Adamo. Eva acconsente e si mette a giocare con quello strano essere chiamato Satanino.

A fine giornata Adamo ricompare. Vede il piccolo e ha un sobbalzo. Dio l’aveva messo in guardia: nel Paradiso terrestre c’erano solo lui e Eva. Chiunque altro sarebbe stato opera del demonio: da cui sempre guardarsi. Adamo diventa una furia. Urla: «E’ il figlio di Satana: sia maledetto. Niente rimarrà di lui». Raccoglie una grossa pietra e lo uccide, frantumandogli il capo. Poi appende il piccolo corpo a un ramo e scompare.

Satana, quando la mattina seguente ritorna e vede lo scempio del figlioletto, non si mostra stupito e neppure sgrida Eva per non aver protetto Satanino. Semplicemente pronuncia una formula magica e Satanino scende dalla pianta e si ritrova a correre tutto integro e contento nel prato. Poi Satana avanza una supplica accorata: «Eva, mia cara, ancora ti chiedo di badare a Satanino. Io devo assolutamente rintracciare Adamo. Per ringraziarti del favore, ti faccio dono del fuoco: così da adesso, per i pasti tuoi e di Adamo, potrai cuocere tutto quello che vorrai». Eva rifiuta, ma Satana insiste e la convince ad accettare. E nella piccola grotta in cui Adamo ed Eva pensavano di dormire nelle notti ventose, Satana le lascia una piccola catasta di legna, accendendole un fuoco tra due grandi pietre con un ciocco ben secco.

Trascorrono due giorni e Adamo, stanco per il lungo viaggio, rientra. Rivede il piccolo che gioca rincorrendo un uccello e, sconcertato per ritrovarlo in vita, se la prende con Eva: «Anche stavolta hai ceduto a Satana. Niente rimarrà di lui». Agguanta con violenza il figlio di Satana e con una pietra tagliente gli spacca il cuore. Eva protesta: «Ma Satanino non ha fatto nulla di male e Satana è stato gentile: come suo dono ci ha lasciato il fuoco, acceso là nella grotta». Adamo allora raccoglie da terra il corpo di Satanino, entra nella grotta e lo getta tra le fiamme. Poi se ne va infuriato.

Quando Satana si ripresenta, Eva gli racconta della seconda uccisione di Satanino. Ma Satana si limita a sorridere mentre recita la formula magica: il piccolo, tutto carbonizzato, si rialza dal fuoco come dopo un lungo sonno e corre fuori dalla grotta, felice. «Eva, ti prego» – supplica a questo punto Satana – «per l’ultima volta accetta di tenere con te Satanino. Troverò Adamo e poi, prometto, non disturberò più». Eva è decisa a dire di no, ma Satana si trasforma in una figura tanto ammaliante  e fascinosa che lei cede.

Adamo è via da una settimana: ha visto bellezze incredibili e scalpita per poter condividere al più presto con Eva un viaggio per tutto l’Eden. Appena raggiunge il piccolo lago, Adamo vede Satanino che gioca sulla riva con una papera, mentre Eva nuota mollemente lì accanto, rilassata e felice. Adamo è esasperato: la prescrizione di Dio è stata chiara. Si nasconde dietro un albero e quindi, con un balzo, salta addosso al bambino. Stavolta lo strangola. Corre poi nella grotta e per tutta la mattinata lo cuoce con cura, a fuoco lento, rosolandone ogni parte. A mezzogiorno invita Eva a pranzare: lei è ignara di tutto. Per la prima volta, lui le annuncia, mangeranno carne. «Delizioso questo piatto», diranno poi entrambi. 

Satana si presenta verso sera. Si inchina a Adamo ed Eva che lo accolgono con imbarazzo: anche perché esibisce un sorriso inquietante. «Finalmente, Adamo, ti incontro. Ma non vedo Satanino», annuncia con voce tonante, girando lo sguardo a 360 gradi. Eva, solo in quel momento, realizza che il piccolo non c’è. E’ fulminata da un presentimento: emette un grido, corre verso la grotta, entra e lancia un urlo. Adamo, con un sogghigno sfidante, proclama: «Oggi Eva e io abbiamo mangiato carne. Peccato che siano rimaste solo ossa nella grotta. Un boccone te l’avremmo offerto volentieri». 

Satana non si scompone. «Avete fatto bene», commenta con un sorriso: «Era proprio quello che volevo». 

Pronuncia per l’ultima volta la formula magica e Satanino esce dalla grotta correndogli incontro: lui lo accoglie a braccia aperte, riempiendolo di baci e caricandoselo in spalla. Mentre si allontanano, accenna un saluto ad Adamo ed Eva. «Non vi disturberò più». Tra sé pensa soddisfatto: “Ora mi hanno dentro. Per sempre. Non mi serve più incontrarli”.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Satana e Satanino, Adamo e Eva, ‘Mixtura’, 15 gennaio 2024,  riscrittura creativa di una leggenda musulmana, anche riportata da Jean-Claude Carrière, 1931-2021, Il figlio di Satana, in Il segreto del mondo. La saggezza del mondo in 348 racconti, storie, apologhi, 2008, Garzanti, 2010, pp. 36-37, traduzione di Doriana Comerlati. 

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lunedì 14 ottobre 2024

#SPILLI / Peres, il 'peccato originale ' di Israele (Massimo Ferrario)

Nella storia del conflitto israelo-palestinese non compare mai, con il rilievo che meriterebbe, una notizia che mi pare di prima grandezza. 

Un leader politico ebreo della statura di Shimon Peres (1923-2016, prima autorevole esponente laburista e poi co-fondatore con Ariel Sharon del partito centrista Kadima, presidente di Israele negli anni 2007-2014, premio Nobel per la pace nel 1994, con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat), da sempre orgogliosamente ebreo e israeliano, ebbe a dire nel 2008, in un discorso agli studenti all’università di Haifa, che lo Stato di Israele si fondava su un ‘peccato originale’ e che la consapevolezza di questo ‘peccato originale’ avrebbe dovuto portare gli ebrei di Israele a ‘fare ammenda’. 

Ecco un passo del suo discorso: «La creazione dello Stato di Israele è stata un atto di autodeterminazione legittimo, ma è stata anche un atto di violenza che ha causato sofferenza al popolo palestinese. Israele deve fare ammenda per i suoi peccati e cercare la pace con i palestinesi. Israele deve riconoscere che la sua esistenza è stata possibile grazie alla sofferenza di altri. Dobbiamo chiedere perdono al popolo palestinese per la sofferenza che abbiamo causato. Dobbiamo cercare la pace con loro, perché la pace è l’unica via per garantire la nostra sicurezza e il nostro futuro.» 

Questa citazione testuale mi è stata trasmessa nel novembre 2023, su mia specifica domanda, da ‘Bard-Google’, la versione che precede il chatbot di IA oggi chiamato ‘Gemini-Google’. ‘Bard-Google’ aggiungeva come commento: «Le dichiarazioni di Peres sono state criticate da alcuni, che le hanno accusate di essere eccessivamente autocritiche. Altri hanno affermato che le dichiarazioni di Peres erano necessarie per promuovere la pace tra Israele e i palestinesi.»

In questi giorni ho voluto verificare l’attendibilità della citazione di Shimon Peres interrogando una seconda, autorevole, fonte IA, chiamata ‘Perplexity’

Ecco la risposta: «La citazione attribuita a Shimon Peres (…) è veritiera. Peres, nel suo discorso all’Università di Haifa nel 2008, ha effettivamente parlato della necessità per Israele di fare ammenda e cercare la pace con i palestinesi, evidenziando che l’esistenza di Israele è stata possibile anche grazie alla sofferenza di altri. Tuttavia, non sono disponibili fonti dirette nei risultati della ricerca che confermino il testo esatto del discorso. La citazione sembra essere una sintesi dei temi trattati da Peres in vari contesti riguardanti la questione israelo-palestinese, ma per ottenere il testo completo e preciso del suo intervento sarebbe necessario consultare archivi ufficiali o registrazioni del discorso stesso.» (‘Perplexity’, 26 settembre 2024)

A ulteriore e definitiva riprova che il pensiero di Shimon Peres in proposito non è frutto di una falsa attribuzione, riporto le parole di un suo colloquio, audio-registrato, avuto con Enrico Franceschini durante il primo periodo della sua attività di corrispondente da Gerusalemme per ‘la Repubblica’ (1997-2003) e ricordato dal giornalista in una lunga ricostruzione della storia di Israele pubblicata nel 2023 (sia in long form e che su podcast). 

Afferma Shimon Peres, ben prima del discorso pubblico di Haifa del 2008: «L’Antico Testamento descrive la decisione di Eva di accettare la mela dal serpente come il peccato originale, il peccato da cui tutto discende e di cui l’uomo deve eternamente mondarsi per guadagnare il perdono divino. Ebbene, anche noi ebrei abbiamo un peccato originale da scontare: quando Herzl, il teorico del sionismo, pronunciò il suo famoso slogan, secondo cui “un popolo senza una terra” andava verso “una terra senza un popolo”, ometteva il fatto che su quella terra c’era un altro popolo, il popolo palestinese. Molto altro è accaduto da allora, distribuendo torti e ragioni da entrambe le parti del conflitto. Ma per riparare il nostro peccato originale, c’è un solo modo: dare una terra anche ai palestinesi». (°) 

Forse, se si fosse dato retta a Shimon Peres, alla sua inoppugnabile analisi storica e alla sua intelligente visione conciliatrice almeno qui manifestata (la sua biografia non è stata sempre così limpida), e si fosse costruttivamente lavorato da ambo le parti, israeliane e palestinesi, su questa ‘ammissione’ coraggiosa e fondamentale, benché subito rimossa da Israele e dal mondo intero, alla ricerca di una convivenza che contenesse l’odio reciproco abbondantemente sparso fin dalla fondazione dello Stato ebraico, si sarebbe evitato di infilarsi sempre più nell’abisso senza fondo in cui il MedioOriente, e l’Occidente, sono oggi finiti.

*** Massimo FERRARIO, 1946,  Peres, il ‘peccato originale’ di Israele, 'Mixtura', 14 ottobre 2024.  - Nota: (°) Carlo Bonini, Enrico Franceschini, Israele, i primi 75 anni, ‘repubblica.it’, 30 aprile 2023, https://bit.ly/3zmiw0s; vedi anche il podcast, con breve audio di Shimon Peres, di Enrico Franceschini, Il peccato originale/5, 17mag23, della serie Terra promessa). 


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lunedì 10 giugno 2024

#SPILLI / Il voto europeo 2024 integrato con l'astensionismo (Massimo Ferrario)

Rispetto all'elezioni politiche 2022 l'astensionismo alle elezioni europee 2024 è aumentato di 14,1%.
L'affluenza 2022, infatti, è stata di 63,8% contro l'attuale delle europee di 49,7%. 
Se poi si considera anche il voto estero, l'affluenza scende al 48,2%

E per la prima volta nella storia italiana abbiamo un'elezione, certo legittimata sul piano procedurale, ma poco legittimata sul piano sostanziale a causa di una partecipazione inferiore al 50% degli aventi diritto.

Anche e soprattutto per questo è bene rivedere i dati del voto europeo attuale integrando l'affluenza reale e confrontando i risultati rispetto alle politiche 2022.

E' chiaro che si tratta di competizioni elettorali differenti e non paragonabili. Ma queste elezioni europee sono state proposte, nei fatti, come un 'supplemento' di elezioni politiche italiane, capace di rispecchiare il voto nazionale (a conferma di ciò, è mancato ogni discorso di programmi specifici per l'Europa e molti leader di partito si sono presentati capilista, senza avere intenzione di essere eletti al parlamento europeo, proprio per 'trainare'  la propria lista in Italia e avere il feedback, di lista e personale, del proprio 'appeal'.) 

Ecco il confronto tra voto politico 2022 e voto europeo 2024 in termini di 'voti degli aventi diritto' (calcolando l'affluenza del voto Italia, senza il voto estero).

(1) FDI è passata dal 16,6% degli aventi diritto (voto espresso: 26%) al 14,3% degli aventi diritto (voto espresso: 28,8%), con un decremento di -2,3%

(2) La LEGA è passata dal 5,6% degli aventi diritto (voto espresso: 8,8%) al 4,5% degli aventi diritto (voto espresso: 9,0%), con un decremento di -1,1%

(3) FI è passata dal 5,7% degli aventi diritto (voto espresso: 9,0%, composto da FI 8,1%+Noi Moderati 0,9) al 4,8% degli aventi diritto (voto espresso: 9,6%,) con un decremento di -0,9%

(4) il CENTRODESTRA (FDI+Lega+FI) è passato dal 27,9% degli aventi diritto (voto espresso: 43,8%) al 23,6% degli aventi diritto (voto espresso: 47,4%), con un decremento di - 4,3%

(5) il PD è passato dal 12,1% (voto espresso 19.0%) al 12,0% (voto espresso 24,1%), con un decremento di -0,1% (Vedi Nota)

(6) il M5S è passato dal 9,8% degli aventi diritto (voto espresso 15,4) al 5,0% degli aventi diritto (voto espresso 10.0), con un decremento di -4,8%

(7) AVS è passato dal 2,3% degli aventi diritto (voto espresso: 3,6%) al 3,4 degli aventi diritto (voto espresso: 6,8%), con un incremento di +1,1%

(8) Il 'campo progressista stretto' (PQ+M5S+AVS) è passato dal 24,2% degli aventi diritto (voto espresso: 38,0%) al 20,3% degli aventi diritto (voto espresso: 20,3), con un decremento di -3,9%.

Sono dati 'oggettivi': volutamente non affiancati da alcuna interpretazione. 

Solo una lista, con un voto espresso quasi raddoppiato oggi rispetto al 2022 (AVS: 6,8% contro 3,6%) mantiene la sua posizione di incremento, sia pure meno pronunciato, nel confronto tra gli aventi diritto tra le politiche 22 e le europee 24 (+1,1%).

Ogni altra lista, di destra, centro o sinistra, si ritrova un decremento più o meno sensibile: (PD: -0,1; FI: -0,9%, Lega: -1,1; FDI: -2,3%; M5S: -4,8%).

Nota: Nelle elezioni politiche del 2022 il PD ha preso alla Camera quasi 5,4 milioni di voti, considerando solo quelli espressi in Italia e non all’estero. In questo confronto, nelle elezioni europee 2024 il PD ha preso circa 200 mila voti in più. Se si aggiungono anche i circa 300 mila voti presi all’estero nel 2022, alle europee i consensi del PD in valore assoluto sono leggermente calati. Vedi: https://bit.ly/4c1znn9 

*** Massimo Ferrario, Il voto europeo 2024 integrato con l'astensionismo, Mixtura', 10 giugno 2024


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#SPILLI / Post-Voto Europeo 24 (Massimo Ferrario)

Se i cittadini non sanno, o non vogliono, o non sono interessati-a, essere cittadini, la democrazia muore. 
Formalmente la democrazia funziona anche con oltre il 50% di astensionismo. 
Ma sostanzialmente non è più democrazia: è oligocrazia. 
Cioè potere di poteri forti: fatti di lobby e di ricche elite. 

Una democrazia vive se i cittadini:
a) si impegnano ad essere informati, competenti, autonomi e pensanti, capaci di analizzare e 'intelligere' criticamente la realtà; 
b) hanno una visione che va oltre il piccolo interesse dei loro ombelichi; 
c) ispirano i propri comportamenti a una etica che tiene conto degli altri; 
d) pretendono che i politici si comportino secondo una morale, personale e pubblica, che ruoti attorno ai due capisaldi costituzionali previsti per chi fa 'servizio pubblico': onore e dignità. 
Due termini che sembrano vecchiume retorico. 
E che invece sono fondamentali per tenere insieme una comunità e fare della politica finalmente una Politica.

Banale. Saputo e risaputo.
Eppure stiamo suicidando la nostra democrazia. 
Stiamo suicidando le nostre democrazie.

*** Massimo FERRARIO, Post-voto europeo 24, 'Facebook', 10 giugno 2024


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sabato 8 giugno 2024

#SPILLI / Se e come voterò (Massimo Ferrario)

Mi chiedono cosa farò per le elezioni europee.

Il tema dei temi è la guerra. 
Il sottotema è se e quanto vogliamo (continuare a) essere sudditi degli Usa. 

Tutte le liste, a parte due, sono per la guerra (pur dichiarandosi, naturalmente, per la pace): destra, centro, sinistra non fanno differenza. 
Le due liste che chiedono la fine delle guerre (in Ucraina e in Palestina) sono M5S e Pace Terra Dignità. 
La prima, in Europa, non ha alleanze e da sola conta come il due di picche. 
La seconda neppure raggiungerà la soglia di entrata al Parlamento. 

Dunque il voto è inutile.

Ma io andrò a votare. Per rispetto verso chi, in Italia, è morto per darci la libertà di voto. E per rispetto di chi, in Italia e altrove, ha creduto in un'Europa che pensava potesse avere un ruolo autonomo: di mediazione internazionale e di pace. 

Negli anni abbiamo fatto scempio degli ideali degli uni e degli altri. E neppure ce ne vergogniamo.
Per questo voterò. 
Ma, data l'età che mi ritrovo, voterò anche (molto) a causa di una  'coazione a ripetere' imparata a 18 anni: quando ancora credevo che la democrazia fosse il miglior sistema di governo perché i cittadini (credevo) sono in grado di essere cittadini.

*** Massimo Ferrario, Se e per chi voterò, 'facebook', 8 giugno 2024
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venerdì 26 aprile 2024

#SPILLI / Melonismo in salsa ungherese (Massimo Ferrario)

Il melonismo non è fascismo. Ma ha scorie fascistoidi (pulsioni irrefrenate, residui non metabolizzati, istinti mai repressi e ogni giorno sdoganati) più o meno consapevolizzate da Giorgia Meloni e dalla cerchia dei suoi più intimi 'fratelli', che portano verso un regime in qualche modo di stampo orbaniano.
 
Oggi la salsa ungherese non è ancora montata. Ma se non si sviluppano in fretta anticorpi mirati nell'elettorato attuale e potenziale (il che vuol dire semplicemente se non si produce una nuova consapevolezza culturale, con la coscienza del pericolo possibile), l'approdo ad una 'democrazia illiberale', alla Orban, è solo questione di (poco) tempo. 

Certo: poiché nella storia nulla si ripete e anche le imitazioni contengono sempre un tratto di originalità che non si piega a rendere i regimi uguali, ma se mai solo simili, il melonismo resterà melonismo. 
Ma niente dice che questo melonismo in salsa italo-ungherese non possa rappresentare, già di per sé, uno squarcio mortale, inferto alla democrazia, più pesante delle ferite già subite, a partire dalla cosiddetta seconda repubblica, dall'assetto istituzionale nato dalla Resistenza. 

Non avremo né carrarmati in piazza né colpi di stato che indichino il passaggio netto e violento da un prima a un dopo. Perché oggi le democrazie muoiono per consunzione interna e non con i mitra di chi le combatte in piazza: si svuotano mentre le si continua a declamare piene, anzi più piene di una sostanza nuova che - si dichiara - le fa 'più democrazie' delle vecchie. 

Il problema è che quella sostanza i nuovi 'illiberali patrioti' l'hanno accortamente ben profumata perché non se ne senta il lezzo maleodorante.  E la gente, così addomesticata da un profumo che ottunde e inebria ('prima gli italiani', 'sovranità italiana', 'patriottismo e autonomia differenziata' (?), 'non disturbare le imprese', 'viva chi ha voglia di lavorare e abbasso i divanisti',...' e via cianciando tra l'aria fritta e maleodorante) è persino pronta a dire che 'questa sì, finalmente, è democrazia.' 

Non siamo ancora alla meta. Ma ci siamo prossimi. 
In fondo basta non far nulla e lasciare che accada: il binario è tracciato e punta diritto davanti a noi. 
Anche se niente impedisce di costruire uno scambio. E attivarlo. Magari senza litigare, dopo averlo costruito, per decidere la direzione. Una sola cosa è importante: che la direzione non sia questa. 

*** Massimo Ferrario, Melonismo in salsa ungherese, 'Facebook', 26 aprile 2024


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