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mercoledì 27 maggio 2020

#SGUARDI POIETICI / No (Arundhathi Subramaniam)

Mi sveglio la mattina
per ritrovare la città nella finestra,
una bocca gigante
che ho dimenticato come chiudere.

Suona il telefono,
ogni squillo un promemoria
che sono stata individuata,
che sono Quella
le cui email si accumulano senza risposta,
le cui liste di controllo crescono
aggrovigliate,
arruffate,
sfrenate.

Quella che non è mai sulla piattaforma giusta.
Quella che si allontana
da mani inopportune
nei finestrini della macchina.
Quella che sorride quando non lo vuole.
Quella che non ha votato in tre elezioni.

Ma quello che nessuno immagina
è che sono Quella che dopo il tramonto
si aggira per i vicoli bui,
con la fame di annientare chiunque
cerchi di domarla
con tentacoli umidi e malarici
di colpa.

E nelle notti di luna piena
osa ancora
guardare il mondo
in pieno viso
e dire
no.

*** Arundhathi SUBRAMANIAM, 1967, danzatrice, giornalista, poetessa indiana, No, da Dove vivo, 2009, in 'il canto delle sirene', 18 maggio 2020, qui
https://en.wikipedia.org/wiki/Arundhathi_Subramaniam



In Mixtura i contributi di Arundhathi Subramaniam qui
In mixtura ark #SguardiPoietici qui

mercoledì 18 gennaio 2017

#SPILLI / NO, qualche volta è sana igiene mentale (M. Ferrario)


Il No lo impariamo da piccoli: spesso lo diciamo prima ancora di dire mamma (è più corto, è più facile). 

Poi diventiamo adulti e ci dicono che non va detto più. Che è infantile. 

Talvolta sì, è vero. 

Ma ci sono casi in cui il No è sana igiene mentale. 
Oppure è conoscenza consapevole dei danni che potrebbe produrre un Sì. 

Distinguere i due No, quello infantile (contro-dipendente) e quello adulto (inter-dipendente), significa essere adulti. 
Aver smesso di essere dipendenti. 
Essere diventati cittadini: nella società, nel lavoro.

Facile a dirsi difficile a farsi. 
Ma da provare a fare più di quanto facciamo.

*** Massimo Ferrario, No, qualche volta è sana igiene mentale, per Mixtura

sabato 17 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / No, imparare a dirlo (Mario Furlan)

Un conto è essere buoni. Un altro è essere troppo buoni. Ed essere in balia degli altri. E delle loro esigenze. Trascurando le proprie.

Io lo sono stato. Non ero capace di dire di no. Anche se ero nel mezzo di un lavoro delicato, bastava che un collega - non il capo, un collega - mi chiedesse un favore perché mollassi tutto e mi dedicassi subito a lui. Lo facevo per un malinteso spirito di solidarietà: pensavo che se sei una persona buona devi mettere gli altri prima di te stesso.

E lo facevo per paura: temevo che un mio "no" mi avrebbe procurato nemici. O che comunque mi avrebbe fatto perdere amici. E io avevo un gran bisogno di avere tanti amici. E di sentirmi apprezzato. Voluto. Amato.

Non che ora mi sia passato il desiderio di essere benvoluto: fa piacere a tutti. Ma ho capito che se dici sempre di sì a tutti, anche quando non hai nessuna voglia di fare ciò che ti chiedono, stai dicendo di no alla persona per te più importante: te stesso. Vai contro le tue esigenze. Contro il tuo bene. Ti senti in balia degli altri. Un debole. E perdi autostima.

Anche gli altri perdono stima in te. Non pensano che tu sia un santo; pensano invece che sei un pusillanime. Un piacione. Uno che non ha le palle di rifiutare.

Quando iniziai a dire di no i colleghi, all'inizio, erano stupiti. "Che ti è preso?", mi rimproveravano. "Ci hai sempre aiutati, tutto a un tratto sei diventato stronzo?" Ma poi accettarono. Capirono che le mie concessioni non erano dovute, ma erano dei favori. E che se i favori diventano obbligatori non sono più favori. Così mi chiesero meno piaceri. E mi ringraziarono di più quando accettavo di farli.

*** Mario FURLAN, giornalista, saggista, docente italiano, esperto di coaching, fondatore e leader dei City Angels, Ho capito perché è importante dire no, 'Huffington Post Italia', 15 ottobre 2105, qui


lunedì 6 luglio 2015

#LINK / Il no della Grecia (Angelo d'Orsi)

(...) Ci hanno dipinto i greci come un popolo spendaccione, il figliolo scapestrato della famiglia europea, che aveva dilapidato centinaia di miliardi in pensioni di lusso, in stipendi e regalie; ci hanno imbottito i crani di menzogne clamorose e gravi, e ci è voluto un tardivo Massimo D’Alema a dire fuori dei denti, sia pur in zona Cesarini, che i soldi che l’Europa ha dato alla Grecia in realtà li ha dati alle banche tedesche, innanzi tutto, poi a quelle francesi, e anche un poco, infine, a quelle italiane, mentre l’ineffabile Renzi, tacchineggiando, ripeteva il suo mantra che l’Italia non è come la Grecia, che noi “abbiamo fatto le riforme, e le stiamo facendo” e dunque “non siamo in pericolo”.

In realtà è esattamente l’opposto. Noi siamo in pericolo, non malgrado le “riforme”, ma a causa di esse, che ci stanno togliendo tutte le conquiste realizzate in decenni di lotte, e che vengono chiamate con dispregio “Stato sociale”, o peggio “Stato assistenziale”¬. Siamo in pericolo perché sudditi, non più cittadini in senso pieno, ai quali viene tolto il potere di scelta in scelte istituzionali (ed elettorali) sempre più antidemocratiche all’insegna del leaderismo “decisionistico”; e che subiscono un sistema economico-sociale che accresce anno dopo anno le disuguaglianze. Siamo in pericolo perché l’Europa che blatera di pace si sta armando contro quanti reclamano giustizia, e si impegna sempre più in situazioni foriere di guerre imposte dall’alleato padrone statunitense. Siamo in pericolo perché sottoposti al diktat perennemente vessatorio della solita Germania, che ha imposto la sua moneta, e l’ha spacciata per “moneta europea”: insomma, il marco si è travestito da euro, e la Germania ha realizzato la sua Anschluss (richiamo con questo titolo il bel libro di Vladimiro Giacchè, che tutti dovrebbero leggere). 

Noi popoli d’Europa siamo in pericolo perché l’Unione Europea è fallita, clamorosamente, e se non si vorrà prendere atto del risultato greco, e dei segnali che da tanta parte del Continente giungono incessanti, questo fallimento avrà conseguenze pesanti per tutti: a meno che, cogliendo la palla al balzo, si compia un gesto di coraggio, da parte di Italia, Francia, Spagna, Portogallo, che, accanto alla Grecia, diano vita a una Unione Mediterranea, che avvii un dialogo intenso e proficuo con le genti del Nordafrica, e del Medio Oriente, disinnescando così altri conflitti, e forse mettendo fine alla risposta disperata del terrorismo. (...)

*** Angelo D'ORSI, 1947, storico, docente di storia delle dottrine politiche, Un no che viene dal cuore d'Europa, 'Micromega on line', 5 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre nel blog Mixtura, 1 altro contributo di Angelo d'Orsi qui